Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

A mali estremi, rimedi elementari

Alla fine si è convinto, Claudio Scajola. A malincuore e con malagrazia, e guardandosi bene dal rispondere alle domande dei giornalisti presenti alla conferenza stampa, ma in qualche modo lo ha fatto: ha rassegnato le dimissioni da ministro e ha riconosciuto che le contestazioni che gli sono state mosse almeno un pizzico di fondamento ce l’hanno. Non che lui se ne assuma in alcun modo la responsabilità (ci mancherebbe) ma se non altro adesso prende atto che per uscire da un pasticcio di questo calibro non può essere sufficiente mostrarsi indignati e gridare al complotto. Ergo, abbandona l’incarico di governo e si fa da parte. «Per difendermi», non manca di sottolineare. «In questa situazione che non auguro a nessuno», non manca di lamentarsi. 

Fino al giorno prima, com’è noto, l’atteggiamento era stato ben diverso. Scajola aveva minacciato querele – che sono ormai diventate l’equivalente del vecchio e insopportabile «Lei non sa chi non sono io (e quali avvocati mi posso permettere)» – e si era atteggiato a parte lesa. Le doglianze non brillavano certo per originalità, ma il repertorio della pubblica lamentazione era pressoché completo: «sottoposto a un vero e proprio processo mediatico», «la mia persona quotidianamente infangata», «ho dato mandato al mio legale di intraprendere tutte le iniziative che si renderanno necessarie a mia tutela». E infine, a saldare nobilmente le piccole beghe individuali alle grandi questioni di principio, l’immancabile richiamo ai fondamenti stessi della civiltà giuridica: «Questi processi fatti sui mezzi di informazione sono contro lo stato di diritto e io, invece, sono per lo stato di diritto»

Purtroppo, però, quando dalle puntualizzazioni di ordine generale si era dovuti passare ai dati di fatto, ovvero all’importo pagato per l’acquisto dell’appartamento da 180 metri quadri “con vista sul Colosseo”, le cose si erano immediatamente complicate. Scajola aveva insistito ad affermare che la somma da lui pagata era stata di appena 610 mila euro e, quel che è peggio, aveva sostenuto che quello fosse il valore di mercato, applicabile a qualunque abitazione della stessa natura. Una balla colossale. O una corbelleria in piena regola. Come ha sottolineato lo stesso vicedirettore del Giornale, Nicola Porro, «ci possono essere mille motivi per i quali le venditrici hanno incassato da Scajola solo 610mila euro. Alcuni leciti, altri opachi, altri illeciti. Ognuno si può esercitare con tutte le supposizioni possibili. Ma il punto non è questo. Il punto è che il ministro continua a dire che il prezzo giusto di quell’appartamento, è quello ridicolmente fissato a 3400 euro a metro quadro. È un insulto alla nostra intelligenza».

Esatto. Invece di mostrarsi indignato e di promettere azioni giudiziarie, Scajola avrebbe fatto meglio a elaborare qualche spiegazione più convincente, non foss’altro premurandosi di verificare le quotazioni immobiliari praticate a Roma nel 2004. Ma a quanto pare, e come è emerso anche ieri, la logica e la verosimiglianza non lo preoccupano affatto. Dimissioni o non dimissioni, la tesi difensiva rimane la stessa. Nulla vidi e nulla saccio. Ma saprò riscattarmi, alla bisogna. «Se dovessi acclarare che la mia abitazione fosse stata pagata da altri senza saperne io il motivo, il tornaconto e l’interesse, i miei legali eserciterebbero le azioni necessarie per l’annullamento del contratto». Decisamente una causa da seguire, se mai ci si arriverà: il “truffato” beneficia di un regaluccio da oltre un milione di euro; il truffatore architetta la messinscena, d’accordo coi venditori della casa, per scopi imperscrutabili, e confidando nella totale ingenuità di un uomo che non si domanda neppure per un attimo come mai gli stiano vendendo un immobile di gran pregio a prezzi da fallimento... 

Eppure, ancora una volta, la chiave di lettura va ben al di là del fatto specifico. La chiave di lettura è nella necessità di dare la massima trasparenza alla situazione economica di chi detiene incarichi pubblici di rilievo. A cominciare, naturalmente, dai parlamentari. E, a maggior ragione, dai ministri. La soluzione è semplicissima: non la mera pubblicazione dei dati relativi alla dichiarazione dei redditi, come previsto dalla legge 441 del 5 luglio 1982, ma un’assidua e approfondita verifica di congruità fra ciò che si guadagna e le acquisizioni patrimoniali cui si procede. Una verifica non “a campione” ma generalizzata. E rapida. E resa a sua volta pubblica, non già permettendo la sola consultazione delle carte presso gli uffici – il che rende l’esercizio del diritto così disagevole da ridurlo a poco di più che una previsione astratta – ma inserendo le risultanze in un sito Internet accessibile a chiunque.

I lati oscuri di vicende come questa, allora, emergerebbero giocoforza dall’esame ordinario effettuato dagli uffici, magari coadiuvati da un apposito nucleo della Guardia di Finanza e “sorvegliati” da un’ampia rappresentanza delle associazioni di difesa dei consumatori. Oppure, quanto meno, incontrerebbero parecchie difficoltà in più a rimanere nell’ombra. 

Molto meglio di quello che avviene oggi, in ogni caso. 

Federico Zamboni

Crolla Borsa ed Euro. Malgrado gli "aiuti"

Bobby Sands, quasi trenta anni fa