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Giulietto Chiesa vuole "andare oltre", ma sceglie i giornali meno adatti

Nel giorno in cui il Manifesto annuncia di avere una nuova direttrice, Norma Rangeri, sul Fatto di ieri il mai domo Giulietto Chiesa si appella al “quotidiano comunista” e al giornale di Travaglio per proporre di fare «trincea comune» fra tutti coloro che si oppongono al regime berlusconiano. Non un cartello raccogliticcio di partiti, né l’ennesimo “tavolo” di concioni fumose e chiacchiere senza seguito, ma «uno strumento per parlare con l’opinione pubblica democratica e mobilitarla», una Rai per una notte di tutti giorni. È il pallino di Chiesa: un medium che faccia controinformazione sbugiardando la pravda ufficiale di Raiset, così come la stampa asservita ai poteri economici. Lui ci prova da anni sul internet, unico spazio rimasto sostanzialmente libero, col sito Megachip e più di recente con la web-tv Pandora (pandoratv.it). L’ottica in cui ragiona Chiesa è sempre quella di un marxista, per quanto intelligente: il frontismo di sinistra. Ma proprio lo spessore intellettuale che contraddistingue l’ex europarlamentare lo porta a mettere un punto fermo che ci interessa molto. Dice Chiesa: prima di ogni ipotesi politica, bisogna elaborare dei contenuti. I contenuti di «un’alternativa al sistema», inteso nel senso più ampio. Per farlo, occorre superare l’«incomprensione della crisi generale del mondo» che condanna il pensiero critico all’irrilevanza e all’impotenza. 

Che quello che ancora si autodefinisce di “sinistra”, proprio per l’ostinazione a voler essere tale, sia realmente critico, lo dubitiamo. Tuttavia la constatazione di Chiesa – chi si oppone non ha un bagaglio di idee attuali e penetranti rispetto alla realtà – è sottoscrivibile in pieno. In termini più prosaici, Chiesa sostiene una verità che è sotto gli occhi di tutti: contro l’ideologia unica del mercato e della globalizzazione che genera le devastanti crisi che subiamo, c’è il nulla. Prima dell’azione, perciò, deve venire il momento, necessariamente lungo, del pensiero. 

Ciò di cui non ci raccapezziamo è come un Chiesa, che non è nato ieri, si illuda di affidare una battaglia culturale di tale respiro a due testate di cui una, il Fatto, non ha nemmeno una “terza pagina” degna di questo nome, e l’altra, per quanto d’indole eretica è pur sempre inchiodata ai polverosi schematismi di Marx ed epigoni vari. Chiesa fa parte di quella chiesa, d’accordo. E si capisce perché accomuni i due giornali: lui scrive abitualmente sul Manifesto (perennemente agonizzante). Ma le sue invettive contro la cupola bancaria mondiale (fino a citare l’innominabile signoraggio), le sue accuse allo sviluppismo, la lucida requisitoria nei confronti del dominio imperiale statunitense, la denuncia dei centri di potere che manovrano nell’ombra, sono tutti elementi che lo alzano una spanna al di sopra del legalismo travaglista, dell’antiberlusconismo radical-chic dei Furio Colombo e pure dell’operaismo manifestardo. Come può pensare, Giulietto, di dibattere i contenuti che lui sogna? Al massimo, si può aprire qualche varco, accendere una luce, osare il controcanto (come fa il nostro Massimo Fini sulle colonne dirette da Padellaro, tanto per essere chiari). Magari anche, perché no?, mettersi in gioco in mirate iniziative comuni. Ciò nonostante, purtroppo – o per fortuna – una seria, coraggiosa e onesta ricerca delle idee per un domani diverso la si può intraprendere solo con chi si ribelli all’antropologia modernista del “consuma, produci, crepa”. Non pare proprio che Padellaro e la Rangeri, tutti presi da Berlusconi e dalla falce&martello, rispondano a questo identikit. Per andare oltre, bisogna prima di tutto volerlo. 

 Alessio Mannino


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