Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 07/05/2010

1. Le prime pagine

Roma -

CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Cameron batte Brown: possiamo governare”. Commento di Aldo Cazzullo: “Declino di Gordon, ragazzo di canonica”. Editoriale di Piero Ostellino: “Cade in borsa anche lo Stato”. Al centro: “La paura affonda i mercati. E scoppia il caso Moody,s” e “Se il superspot di Totti finisce con un calcione”. In primo piano: “I nuovi untori del contagio” e “L’America si scopre fragile”. A fondo pagina: “La cricca e gli incontri con il monsignore”. LA REPUBBLICA - In apertura: “Paura per le banche, crollala Borsa”. Al centro: “Scajola, si indaga in Vaticano. Berlusconi: colpa dei magistrati”. Foto-notizia del leader dei Tory con il titolo: “Inghilterra, vittoria di Cameron ma non conquista la maggioranza”. A fondo pagina: “La verità sull’attentato a Falcone”. LA STAMPA - In apertura: “Grecia, panico nelle Borse”. In primo piano: “Cameron in testa ma non ha i voti per poter governare”. Editoriale di Alberto BIsin: “L’Europa e la lezione sprecata”. Al centro: “L’onorevole non ha tempo per la crisi”. Appalti: “Case e potenti. La rete di favori svelata dalla pista degli assegni”. IL GIORNALE - In apertura: “Il sindacato pagava la casa a Bersani”. In primo piano: “Moody’s pugnala l’Italia, Borse ko”. Al centro: “Un inviato per ogni corridore. La Rai vince il Giro degli sprechi” e “Versace batte i taroccatori: risarcimento da 20 milioni”. A fondo pagina: “Le mamme italiane? Le migliori del mondo”. IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Banche sotto pressione in borsa”. Di spalla: “In Gran Bretagna conservatori avanti senza maggioranza” e “Mr Dubbio a Bowning street giocherà all’italina”. Al centro: “Patente sospesa anche a ore” e “Per fermare la riscossione basta autocertificare il pagamento dell’imposta”. Richiamo in prima pagina per l’intervento di Renato Brunetta: “Le riforme a costo zero per crescere”. IL MESSAGGERO - In apertura: “Psicosi Grecia, cadono le Borse”. Editoriale di Paolo Savona: “Previsioni azzardate, pericoli reali”. Al cnetro: “I Tory vincono ma non sfondano. Cameron: possiamo governare” e “Codice della strada, sì del Senato. Notificain 60 giorni o multe nulle”. In un box: “Una targa personale per tutta la vita”. A fondo pagina: “Statali, aumenti a chi produce di più” e “Totti, niente nazionale ma non peri il calcione. Mournho provoca: la Roma può pagare il Siena”. IL TEMPO - In apertura: “Borsa nera sull’Italia”. Foto-notizia con il titolo: “Quel calcione di Totti. Assolto o condannato?”. Al centro: “Pronto soccorso parte la rivoluzione” a Roma. L’UNITÀ - In apertura: “Spremuti”. A fondo pagina: “La marcia su Roma dei fascisti del terzo millennio” e “Bersani nel teatro di Berlinguer: questione morale esiste ancora”. LIBERO - In apertura: “Chi ci vuole in mutande”. Editoriale di Giampaolo Pansa: Se riscoppia tangentopoli povera Italia”. Al centro: Squallida ballata di Santoro sulle macerie” e “Tremonti: 25 miliardi scacciacrisi”. A fondo pagina: “Schiaffo di Ratzinger ai nostri cardinali” e “Si gioca sulle carceri lo scontro Pdl-Lega”. Retroscena di Franco Bechis: “I progetti di Verdini rovinavano gli affari di De Benedetti”.

 (red)

 

 

2. Giù le Borse. E scoppia il caso Moody's

 Roma - “L’euro è già scivolato sui valori minimi, a 1,27 euro, sui timori di contagio della crisi greca quando le agenzie di stampa battono l’annuncio di Moody’s. L’agenzia di rating avverte che c’è rischio per le banche di Portogallo, Spagna, Regno Unito e anche d’Italia, diffondendo così il panico nelle Borse europee già aperte. A Piazza Affari partono, incontrollate, le vendite ed il listino perde il 4,27% tornando ai livelli del luglio scorso ed annullando la risalita fatta. A determinare la caduta dell’indice è il crollo dei titoli bancari: Mediobanca chiude in calo dell’ 8%, Intesa SanPaolo del 7,73%, Unicredit del 7,42%. E poi ancora Ubi, Mps e Banco Popolare calate rispettivamente del 6,79%, del 6,61% e del 6,35%. In una sola giornata, mentre le altre piazze europee alla fine limitano i danni con Parigi in flessione del 2,2%, Londra dell’1,5% e Francoforte dello 0,84%, la Borsa di Milano brucia quasi 17 miliardi. E sotto pressione finiscono anche i titoli di Stato italiani per i quali si continua ad allargare, salendo oltre i 150 punti base, il differenziale di rendimento fra Btp decennali e Bund tedeschi di uguale durata”. Lo scrive il [C]Corriere della sera[/C], che prosegue: “Poco importa che nelle ore successive Moody’s faccia sapere di non aver cambiato il suo voto sul sistema creditizio italiano giudicato complessivamente solido, e che due altre agenzie Standard & Poor’s e Fitch confermino il loro rating ed escludano mutamenti di giudizio sulle banche europee. Le preoccupazioni si diffondono e la speculazione galoppa. Per far tacere voci ed illazioni interviene seccamente la Banca d’Italia: il ‘sistema bancario italiano è robusto, il deficit di parte corrente è basso, il risparmio è alto, il debito complessivo di famiglie, imprese e Stato è inferiore rispetto ad altri Paesi’ fanno sapere da via Nazionale. Il richiamo è forte: la reazione dei mercati, insiste la Banca d’Italia, ‘è del tutto ingiustificata. L’esposizione diretta delle banche italiane verso la Grecia è assai contenuta. Si tratta di crediti e titoli per un totale di circa 5 miliardi alla fine del 2009, pari allo 0,2 per cento del totale delle attività del nostro sistema bancario’. Il sistema bancario italiano, inoltre, può ‘fronteggiare eventuali tensioni, anche di notevole intensità, sui mercati interbancario e della provvista all’ingrosso’. Si muovono anche il presidente dell’Abi Corrado Faissola e l’amministratore delegato di Intesa SanPaolo, Corrado Passera: ‘Il nostro sistema bancario è passato attraverso la crisi finanziaria restando solido’. Da Lisbona dove è riunito il consiglio direttivo della Bce, il presidente Jean-Claude Trichet taglia corto: il rischio di default per la Grecia, che resta un caso isolato ‘è fuori discussione, semplicemente’ dice aggiungendo che l’Eurozona ‘ha bisogno di un’applicazione più severa delle regole che già esistono nel quadro del Patto di stabilità’. La tensione resta alta, interviene il premier, Silvio Berlusconi: ‘Le agenzie di rating hanno perso credibilità: bisogna regolamentarle’. Comunque sull’Italia non hanno effetto perché, aggiunge Berlusconi parlando con i suoi collaboratori, ‘abbiamo i conti pubblici in ordine e la situazione è sotto controllo’. In Parlamento interviene il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. L’Italia, dice il ministro, ‘è vaccinata’ dai contagi, anche se ‘nessuno è immune’. Non solo chi ha un alto debito, ma anche chi in Europa ‘ha il biglietto di prima classe’, come la Germania. La situazione greca ‘è molto seria’, la speculazione ‘minaccia la stabilità dell’intera area euro’ ma il piano greco è ‘adeguato e credibile’ e la soluzione potrà essere solo ‘comune e politica’, afferma il ministro. ‘Dobbiamo sapere andare più lontano per evitare che la crisi si ripeta’ sostiene Tremonti, annunciando per oggi il decreto sullo stanziamento italiano (5,5 miliardi di euro) per il pacchetto di aiuti dell’Europa ad Atene a cui si aggiungerà quello del Fmi per complessivi 110 miliardi. E sulla Grecia interviene anche l’ex premier Romano Prodi sostenendo che ‘è un test sul futuro dell’Europa e della sua capacità di stare insieme’. Ma l’attesa è per il vertice dei capi di Stato e di governo della Ue che si riunisce oggi a Bruxelles per fare il punto della situazione greca e discutere anche un eventuale rafforzamento del patto di stabilità europeo. E sono Francia e Germania a chiederlo ufficialmente con una lettera inviata al presidente dell’Unione europea, Herman Van Rompuy. Il presidente francese, Nicolas Sarkozy e il cancelliere tedesco, Angela Merkel si dicono ‘determinati’ a mantenere ‘la stabilità, la solidità e l’unità dell’Eurozona’. Per questo chiedono di rafforzare la sorveglianza dei Paesi con deficit eccessivi e vogliono l’introduzione di sanzioni più severe per chi trasgredisce. ‘Dobbiamo imparare dalla crisi greca — scrivono— e assumere le misure necessarie per evitare che una crisi della stessa natura si ripeta’. Tra queste nuove regole la Merkel e Sarkozy chiedono anche misure per consentire ai governi di far fallire le banche insolventi, ‘senza creare un rischio sistemico per tutto il settore finanziario’. Si tratta di ‘una battaglia della politica contro i mercati’ ha poi detto a Berlino Angela Merkel”.

 

 (red)

 

 

3. Tremonti: Manovra da 25 mld nel 2001-2012

 Roma - “Non ci sarà manovra correttiva nel 2010, ma per rispettare gli impegni europei, confermati dal governo, l’aggiustamento dei conti nel 2011 e nel 2012 sarà più pesante del previsto, per la minor crescita dell’economia e l’aumento della spesa per gli interessi sul debito”. Lo scrive il [C]Corriere della sera[/C], che spiega: “La riduzione del deficit necessaria nel 2011 per ‘mantenere gli impegni assunti in Europa confermando il percorso di consolidamento’, si legge nella Relazione sull’economia e la finanza pubblica presentata ieri dal ministro Giulio Tremonti, sarà pari a 0,8 punti di prodotto interno lordo, cioè 12,8 miliardi di euro. L’anno successivo, per rispettare la tabella di marcia che vede il deficit in calo dal 5% di quest’anno al 3,9% e poi al 2,7%, dovranno aggiungersi nuove misure per altri 0,8 punti di Pil, con un aggiustamento complessivo, nel 2012, di 26,7 miliardi. Lo sforzo aggiuntivo è consistente, se si pensa che prima dell’aggiornamento operato dalla Relazione, era stata messa in preventivo una manovra da 0,4 punti di Pil nel 2011 e di 0,8 l’anno successivo. Ad incidere negativamente sui conti è, in particolare, la crescita dell’economia, rivista al ribasso per quest’anno in modo marginale, dal più 1,1 all’1%, e in modo più sensibile per il prossimo anno. Secondo le nuove previsioni, infatti, l’economia nel 2011 crescerà dell’1,5% e non più del 2%, che invece viene confermato per il 2012. Al netto della congiuntura i conti italiani restano tuttavia in linea. Il deficit strutturale si riduce già da quest’anno di 0,5 punti, che salgono a 0,8 nel 2010, per un andamento ‘pienamente in linea — si legge — con le raccomandazioni del Consiglio europeo’. La ripresa sarà, insomma, più graduale. Anche se, sottolinea il Tesoro, ‘la mancanza di sbilanci strutturali di rilievo nel settore immobiliare, in quello finanziario, nei conti con l’estero e nella situazione finanziaria delle famiglie e delle imprese, rispetto ad altri Paesi sviluppati, rende la ripresa italiana più solida e sostenibile’. E già nel 2010, sottolinea il ministero, il saldo primario (cioè la differenza tra entrate e spese dello Stato, al netto degli interessi sul debito) tornerà positivo. Anche il debito pubblico soffrirà della minor crescita: le nuove previsioni lo indicano quest’anno al 118,4% del Pil (era previsto il 116,9%), nel 2011 al 118,7% (invece del 116,5%) e nel 2012 al 117,2% (contro il 114,6%). Considerando anche il debito privato, che sempre più spesso finisce per scaricarsi sullo Stato, ‘l’Italia — dice però il Tesoro— si colloca tra i Paesi meno indebitati nell’ambito europeo’. Nell’intero periodo la spesa pubblica dovrebbe crescere meno delle entrate fiscali e nel documento si prevede anche una riduzione della pressione fiscale complessiva: nel 2010, dice il governo, scenderà al 42,8%, ‘riportandosi su un livello inferiore a quello del 2008’”.

 

 (red)

 

 

4. Grecia: Ok Parlamento ai tagli

 Roma - “Il Parlamento greco ha approvato con i soli voti della maggioranza socialista, e l’aiuto non decisivo del piccolo partito di estrema destra Laos, un duro piano di austerità che si scontra con una forte opposizione politica e sociale l’altro ieri sfociata in una violenza mortale. L’austerità da 30 miliardi di euro in tre anni è passata con 172 voti del partito di governo Pasok e del Laos, e i 121 ‘no’ di Nuova Democrazia (centrodestra), dei comunisti del Kke e della sinistra radicale di Syriza. L’ex ministro degli esteri Dora Bakoyannis, deputata di Nd, ha votato a favore ed è stata subito espulsa dal gruppo parlamentare. Stessa sorte è toccata ai tre deputati del Pasok astenutisi”. Lo scrive il [C]Giornale[/C], che prosegue: “Malgrado il quasi isolamento, le tre astensioni a segnalare malumori nel suo stesso partito e le ulteriori proteste di piazza con un nuovo sciopero generale alle porte, il premier Giorgio Papandreou si è però mostrato deciso ad andare avanti per ‘salvare il Paese dalla bancarotta’. Fuori dell’assemblea 10mila manifestanti urlanti gli hanno però ricordato che il Paese non è con lui. Dopo la morte, mercoledì, di tre impiegati della Marfin Egnatia Bank a causa di un attacco incendiario, verosimilmente condotto dagli anarchici, i sindacati pur esprimendo cordoglio per ‘l’omicidio a sangue freddo’, non hanno rallentato ma intensificato i loro appelli alla lotta contro ‘misure ingiuste’. Il piano di austerity è effettivamente pesante. Prevede, in cambio di 110 miliardi di euro dall’Europa e dal Fmi in tre anni, pesanti tagli salariali e pensionistici per i dipendenti pubblici, nuove tasse, congelamento delle assunzioni e una riduzione delle garanzie e degli emolumenti ai lavoratori del settore privato. Dal documento emerge inoltre che Atene vuole estendere ai prossimi tre anni la tassa ‘una tantum’ sugli utili delle imprese, che dovrebbe generare entrate per un totale di 1,8 miliardi di euro, l’età pensionabile sarà elevata a 65 anni mentre le indennità saranno indicizzate all’inflazione. Le misure hanno lo scopo di ridurre il deficit sotto il 3% entro il 2013. Nonostante le proteste il premier comunque si è detto pronto ad andare avanti ‘anche se questo sarà il mio ultimo mandato’. Il leader socialista ha annunciato che porterà in tribunale ‘i responsabili della crisi economica’ soprattutto, l’ex premier Costas Karamanlis. Papandreou ha anche invitato tutte le forze politiche ad assumersi le proprie ‘responsabilità’, rivolgendosi in particolare al leader dell’opposizione, Antonis Samaras. Intanto è stato varato un asse Sarkozy-Merkel per arrivare al più presto a una riforma del Patto Ue di stabilità e di crescita. Per il 12 maggio è attesa una comunicazione del commissario Ue Olli Rehn con le prime proposte concrete sul fronte del rafforzamento della governance, del coordinamento e della sorveglianza nell’Unione monetaria”.

 

 (red)

 

 

 5. GB, vincono i Tory ma senza maggioranza

 Roma -

“Il Regno Unito volta pagina. L’exit poll congiunto di Bbc, Itv, Sky attribuisce 305 seggi ai conservatori, ventuno meno della maggioranza assoluta, 255 ai laburisti, 61 ai liberal-democratici, 29 agli altri partiti. Era dal 1974 che dalle urne non usciva un ‘hung parliament’. Si ricavano tre verdetti politici. Il primo è sui conservatori: sono il partito di maggioranza relativa nel Paese ma non hanno il controllo del Parlamento. David Cameron vince ma non sfonda. Il secondo è sul bipartitismo britannico: il duopolio tory-laburisti viene parzialmente spezzato dai liberaldemocratici che già nel 2005 avevano raggiunto il 22 per cento e che si confermano ma non fanno incetta di seggi come previsto. Però, Nick Clegg è il kingmaker: spetta a lui decidere se e con chi allearsi”. Lo scrive il [C]Corriere della sera[/C], che prosegue: “Se si aggiungono le formazioni regionali del Galles, dell’Irlanda del Nord, della Scozia, poi i verdi e l’estrema destra del British National Party, se ne ricava un quadro di accentuata frammentazione: quattro elettori su dieci orientano la loro preferenza al di fuori delle due forze maggiori. Il terzo, infine, è sul governo di Gordon Brown: nella volata conclusiva i laburisti hanno recuperato e l’aritmetica parlamentare li tiene in gioco. Nella notte Gordon Brown si è fatto riprendere, sorridente, dalle telecamere della Bbc. Un portavoce dichiara: ‘Pronti a un governo di coalizione se i risultati saranno confermati’. L’urto dell’’onda gialla’ dei liberaldemocratici c’è stato ma non è devastante. E ciò porta Lord Mandelson, il vice di Gordon Brown, a una considerazione: ‘È necessario aprire un nuovo capitolo della nostra storia tenendo presente che Gordon Brown ha combattuto e si è riconquistato rispetto. Ora abbiamo la possibilità di creare un’alleanza con i liberaldemocratici’. Gli va a ruota Alan Johnson, ministro dell’Interno: ‘Abbiamo molto in comune con i liberaldemocratici’. E David Miliband, ministro degli Esteri: ‘Se nessuno ha il monopolio del potere si devono avviare le consultazioni’. Prove notturne di coalizione con Nick Clegg. Le indicazioni dell’exit poll sono chiare ma, per capire chi entrerà a Downing Street, bisogna aspettare la conclusione dello spoglio (oggi in mattinata). È il passaggio cruciale delle elezioni. Se i Tory sono il primo partito senza avere il controllo della Camera dei Comuni, resta da definire quale sarà il percorso per la formazione del governo. Tutti gli scenari sono aperti. I laburisti non passeranno la mano fino a che non avranno perso la speranza di un accordo con Nick Clegg. Prospettiva ieri lontana. Oggi più concreta. Resta un quadro di forte incertezza. Ecco il motivo per cui la regina intende ‘raffreddare la situazione’, esaminare con calma i risultati del voto per compiere il passo finale dell’assegnazione dell’incarico. Oggi stesso ascolterà i leader. Poi lascerà che i partiti avviino i colloqui. Aspetterà le valutazioni conclusive di Gordon Brown. E, solo alla fine, convocherà il designato”.

 (red)

 

 

6. GB, il successo in salita di Cameron

 Roma - “Mezzo serio e mezzo divertito, David Cameron la butta lì, mentre s'infila nel seggio: ‘Votate per i liberaldemocratici? E allora, mettetevi in testa che vi terrete per altri cinque anni i laburisti. E se questa è democrazia io sono una banana’. Per rilassarsi ha comperato un libro di Patricia Cornwell perché lui adora Kay Scarpetta, la protagonista dei gialli firmati dall'autrice americana. E se lo è letto per l'intera nottata prima di imbucare la scheda nella Memorial Hall di Witney, nell'Oxfordshire, assieme alla moglie Samantha. Loro due, mano nella mano sulla scalinata. Come ci hanno abituato Obama e Michelle”. Lo scrive il [C]Corriere della sera[/C], che prosegue: I sei consiglieri dell'‘inner circle’, gli amici più devoti, lo hanno guidato, passo dopo passo, nelle settemila miglia percorse in questa campagna elettorale. Gli hanno spiegato quali temi sollevare, come vestirsi, quando togliere la giacca, quando sorridere e pure quando rubare al presidente americano il fascino di una posa, stile Obama appunto, davanti alle telecamere. Da uomo di pubbliche relazioni, quale era stato alla Carlton Communication, sa bene quanto conti l'immagine del leader sicuro e tranquillizzante. Ma l'‘inner circle’, specie Andy Coulson e Steve Hilton gli strateghi, l'hanno corretto emigliorato. E lui, il quarantatreenne Dave, ha sempre obbedito, in nome di quel sogno che si porta dietro da che, nel dicembre del 2005, osò sfidare i vecchi oligarchi del conservatorismo e si prese la leadership di un partito che qualcuno aveva bollato come, ormai, ‘cadavere’. Persino il settimanale The Spectator, della destra liberista ortodossa, lo aveva ritratto, nel 2007, in copertina con il cappio dell'impiccato. E, invece, il giorno del controsorpasso è arrivato. I Tory sono davanti. Però, non hanno la maggioranza assoluta alla Camera dei Comuni. ‘Non ho mai pensato che fosse facile’, si lascia scappare David Cameron. Neppure qualche mese fa allorché i sondaggi lo davano in vantaggio di 16 punti. C'è qualcosa dei conservatori che non convince l'area mobile dell'elettorato, i centristi della middle class. Lo percepiva nei momenti del massimo consenso virtuale. E anche oggi, con i dati reali in mano, la consapevolezza di essere rimasto a metà del percorso di persuasione non lo abbandona. ‘Mandare a casa Gordon Brown è solo il primo passo’. Adesso viene il difficile. Governeremo? Con chi governeremo? Come tagliare la spesa pubblica? ‘E' un momento cruciale per la nostra economia’. D'accordo, i conservatori tagliano il traguardo, ma non è il trionfo sospirato. Ci sono altre montagne da scalare. David Cameron ha il fastidioso tormento di non avere conquistato la maggioranza assoluta dei seggi in parlamento. Già, perché non centrare l'obiettivo grosso gli procura un bel po' di guai e lo costringe a mercanteggiare i soccorsi esterni alla Camera dei Comuni. Soprattutto lo costringe ad aspettare le mosse dei laburisti che perdono ma non sono fuori dai giochi. Se la prende, dunque, con chi ha scelto di votare per i liberaldemocratici. Con Nick Clegg, lui, sarebbe disposto a trattare ma sa che la truppa dei deputati ‘gialli’ ha diverse opzioni nella testa. Loro, i ‘backbenchers’, i deputati di seconda fila, i peones, di mischiarsi con i colleghi conservatori non ci pensano affatto. E allora ha cominciato a immaginare soluzioni diverse. Ad esempio: i nord irlandesi del Democratic Unionist Party, una pattuglia di nove rappresentanti. Ha promesso di non sforbiciare la spesa pubblica destinata all' Ulster. E' chiaro che, all'occorrenza, lo appoggeranno. Ma nove non bastano. E poi c'è un'altra gatta da pelare. Che sono i duri e puri del conservatorismo che lo tirano di qui e di là. Basta leggere i ‘suggerimenti’ che gli hanno mandato attraverso The Spectator. In breve: ‘non cadere nella trappola’, se non hai la maggioranza in parlamento fai un governo di minoranza e guai se ti allei con Clegg, è lui che ti voterà perché la prospettiva di nuove elezioni disturba i liberaldemocratici e non noi. Mica finita: usa la scure subito e cancella ‘l'ultimo scempio laburista’, la superimposta del 50 per cento sui redditi sopra le 150 mila sterline. Va bene sulla prima. Ma sulla seconda David Cameron, per ora, non ci sente. ‘Partiremmo col piede sbagliato’. I ‘New Tory’ di David Cameron, con il sacco pieno di voti, hanno davanti un terreno accidentato da percorrere. Un portavoce sostiene: con questi numeri, ‘possiamo governare’. Ma il volto tirato di George Osborne, uno dell'‘inner circle’, ministro ombra delle Finanze, la dice lunga. ‘I laburisti si devono tirare da parte’. No. Il finale non è scontato”.

 

 (red)

 

 

7. GB, il declino di Gordon il rosso

Roma - "Il figlio del prete scozzese è divenuto il cancelliere dello Scacchiere più longevo degli ultimi due secoli— neppure Lloyd George e Gladstone resistettero dieci anni consecutivi alla guida dell’Economia britannica— e il premier più disastroso: mai nessuno aveva portato il suo partito sotto il 30% (anche se stanotte Brown resta a Downing Street, nell’attesa che si definiscano le trattative e le eventuali alleanze). Le sue qualità morali e intellettuali hanno le stesse radici dei limiti che l’hanno reso estraneo e impopolare agli elettori. Radici saldamente piantate qui a Kirkcaldy, il villaggio in riva al Mare del Nord che è tuttora il suo collegio elettorale, dov’è passato anche nell’ultima sera della campagna elettorale. Qui si è formato: minatori, operai nelle due fabbriche di linoleum, e un padre ministro della chiesa presbiteriana, la più radicale nel condannare cattolici e anglicani, mediazioni e disuguaglianze”. Lo scrive il [C]Corriere della sera[/C], che continua: “ Studio e politica Gordon Brown ai tempi dell’università di Edimburgo: capelli lunghi e tessera laburista in tasca Talento precoce Nella foto sopra, Brown alla Kirkcaldy High School. Ragazzo dall’intelligenza prodigiosa, il giovane Gordon a 16 anni lasciò il liceo e si iscrisse al corso di laurea in Storia dell’università di Edimburgo I successori del reverendo John Brown, Ken Fronde e la sua assistente Nanaj Gilmartin, ne parlano come di un santo. Nell’inverno del 1957, quando il piccolo Gordon aveva sei anni, onde gelide devastarono la città, e i senzatetto cercarono confor-to in chiesa. Ha ricordato Brown che ‘per anni abbiamo ricevuto in media dodici telefonate al giorno. Tutta gente bisognosa di aiuto’. Nei suoi sermoni— due ogni domenica: il figlio li seguiva entrambi —, il reverendo Brown citava non solo le Sacre Scritture ma anche i filosofi stoici e i poeti romantici: ‘Il Giudizio comincia e finisce dentro di noi. Alcuni vivono per compiacere se stessi e nessun altro, tranne Dio…’. Figlio di Ebenezer Brown, pastore di pecore, aveva sposato una ragazza ricca, Elizabeth, figlia di un impresario edile, e l’aveva portata a vivere con i tre figli nella canonica vicino alla chiesa. Il primo ministro è cresciuto qui, al numero 6 di East Fergus Place, in una casetta di pietre laviche con un piccolo roseto attorno alla porta bianca. ‘Per tutta la vita, Gordon Brown è rimasto il ragazzo della canonica’, afferma orgogliosa la signora Gilmartin. La scuola era accanto a una delle due fabbriche di linoleum; il cappellano era suo papà. ‘Mio padre mi ha insegnato tante cose — ama ripetere Brown —. Il rigore morale, la severità con se stessi, l’attenzione ai poveri. Soprattutto, mi ha insegnato a trattare chiunque allo stesso modo; e questa cosa non l’ho mai dimenticata’. Questa cosa gli è quasi costata la campagna elettorale. Quando, la settimana scorsa, gli hanno fatto trovare un’anziana signora un po’ petulante, Gillian Duffy, anziché tirare dritto come avrebbe fatto qualsiasi politico, si è fermato mezz’ora a discutere con lei. Poi, al microfono dimenticato acceso, si è lamentato con i collaboratori: ‘Dove l’avete presa, ‘sta fanatica?’. Altri 39 minuti passati a chiederle scusa: più del tempo dell’ultimo incontro con Obama, più dell’udienza con la regina da cui uscì la data delle elezioni. Eppure tutti i giornali l’hanno impiccato a quella gaffe, enfatizzata dalle tv, moltiplicata da Internet. Gli inglesi hanno reagito come se Brown avesse mancato di rispetto a ognuno di loro. Probabilmente avrebbe perso lo stesso; ma certo quel dettaglio è diventato il simbolo della distanza che separava gli elettori dal loro primo ministro, e che stanotte si è fatta evidente. L’occhio sinistro lo perse a sedici anni, dopo uno scontro in un partita di rugby, quando — ragazzo dall’intelligenza prodigiosa — frequentava già l’università di Edimburgo. Dopo non era andato neppure dal dottore. Solo quando cominciò a non vederci neanche dal destro, Brown si fece visitare: distacco di entrambe le retine. Quattro operazioni, sei mesi di immobilità in ospedale, nel buio più assoluto. Al suo fianco, il padre, che gli leggeva il libro di Giobbe, citava i sermoni di James Maxton— predicatore presbiteriano, deputato laburista dal ’22 al ’46, teorico della ‘Terra Promessa del socialismo’ — e confortava il figlio così: ‘I veri ciechi non sono coloro che non vedono i contorni delle cose, ma coloro che non vedono le cose davvero importanti’. La malattia gli fortificò il carattere ma lo rese ostinato, e insofferente verso le ostinazioni altrui. Quando Gordon Brown uscì dalle tenebre, era la primavera del 1968: si fece crescere i capelli e l’anno dopo si iscrisse al partito laburista. Il suo primo libro fu la biografia di James Maxton. Libri successivi: ‘Povertà e deprivazione in Scozia’; ‘Margaret Thatcher e il tradimento del futuro della Gran Bretagna’. In questi due anni di crisi, Brown si è trovato a suo agio. L’austerità, la serietà, l’atmosfera penitenziale gli si addicono. Per dieci anni aveva dato sostanza alla politica di Blair, anche lui scozzese ma di carattere allegro, anche lui studente a Edimburgo ma nell’esclusivo Fettes college, il castello tutte guglie che ha ispirato la Hogwarts di Harry Potter. La brillantezza di Tony diveniva frivolezza agli occhi di Gordon, che non lo amava e detestava — ricambiato— la moglie Cherie. Quando alla fine Brown si è liberato dei coniugi Blair, dopo una breve luna di miele con gli elettori è precipitato nei sondaggi, per risalire proprio durante la crisi. Ritornato, dopo il decennio liberale, il socialista che era stato, Brown ha nazionalizzato banche, salvato mutui e quadruplicato il deficit. Ora che la penitenza è passata e si intravede la ripresa, i beneficiati hanno detto nell’urna che di lui non ne vogliono più sapere. Carattere impossibile, sempre in ritardo, iracondo, diffidente di tutti tranne che del consigliere Ed Balls — ministro della Scuola e rivale di David Miliband quando si aprirà la successione alla guida del partito —, Brown però è sempre piaciuto alle donne. Quella della sua vita è stata una principessa: Margherita di Bulgaria, una bellezza imparentata con gli Asburgo e gli Hohenzollern, sua compagna di corso a Edimburgo. Si incontrarono nel ’69 e si lasciarono nel ’79: stanca della sua ossessione per la politica, lei l’aveva portato per un week end in un cottage senza telefono; fu la lite definitiva. ‘Non ho mai smesso di amarlo’, disse quando Brown divenne ministro-ombra dell’Economia. Da allora la sua riservatezza in amore è maniacale. Con Sarah Macaulay si è sposato solo nel 2000, a 49 anni, dopo un lungo fidanzamento. La prima figlia, Jennifer, visse solo undici giorni: i funerali si fecero a Kirkcaldy, nella chiesa di famiglia. Il secondo figlio si chiama ovviamente John. Qui il premier è tornato per i funerali della madre. Qui, dove tutti si dicono dispiaciuti della sua sconfitta, potrebbe tornare ora, se non riuscirà a restare a Downing Street con l’appoggio dei liberaldemocratici. In tal caso, ha detto in campagna elettorale, si dedicherà a ‘opere di carità’. Non vivrà nella canonica ma nella casa di mattoni rossi che si è comprato a North Queenferry, un villaggio vicino— campi d’orzo, prati brucati dai cavalli, una spiaggia che con la bassa marea si fa enorme e zitta, se non per il latrare di qualche cane —; finalmente consapevole che non soltanto il Giudizio comincia e finisce dentro di noi, ma anche la terra promessa del socialismo rischia di sopravvivere ormai solo nella sua mente”.

 

 (red)

 

 

8. Berlusconi: Mai parlato di congiura

Roma - “Nessuna congiura ma attivismo di magistrati politicizzati, questo sì. Silvio Berlusconi chiarisce il proprio pensiero dopo le polemiche provocate da alcune frasi che gli sono state attribuite a proposito delle inchieste che coinvolgono esponenti del Pdl e che hanno portato alle dimissioni del ministro Claudio Scajola. ‘Non ho mai parlato di congiure e di complotti. — dice —. Siete stati voi ad avere scritto il termine congiura. Penso di non averlo mai detto in vita mia. È un vocabolo che non mi appartiene. Ci sono magistrati politicizzati e basta, non è cambiato niente’”. Lo scrive il [C]Corriere della sera[/C], che prosegue: “ In questa giornata, Berlusconi riunisce i vertici del Pdl nella sua residenza di Palazzo Grazioli, presenti anche i ministri Altero Matteoli (Infrastrutture), Angelino Alfano (Giustizia), il capo dei senatori Maurizio Gasparri e il sindaco di Roma, Gianni Alemanno. Una riunione al termine della quale uno dei triumviri, Ignazio La Russa, dice che non si è discusso del nome di chi sostituirà Scajola al ministero dello Sviluppo economico, anche se poi precisa che ‘sarà un politico del Pdl e non un tecnico’, lasciando così cadere l’ipotesi circolata in queste ore che quell’incarico potesse essere ricoperto da un esponente della Lega nord. ‘L’interim — spiegherà più tardi lo stesso Berlusconi — durerà giorni e non mesi. Prima di decidere mi consulterò con gli alleati e all’interno del governo. Quindi serve poco tempo per una decisione ponderata’. E i nomi? ‘Ne ho in mente alcuni’, taglia corto il Cavaliere. Ma sembra che il vice ministro Paolo Romani, assai vicino al premier, sia in pole position per salire al ministero di via Veneto. La riunione è servita anche a mettere a punto i prossimi appuntamenti. A fine mese, infatti, si devono rinnovare le presidenze delle commissioni parlamentari. E in questo quadro si inserisce il confronto tra la componente finiana e la restante parte (maggioritaria) del Pdl. Passaggi, dunque, delicati. Ed è proprio per questo che La Russa rivela: entro un paio di settimane sarà convocato l’ufficio di presidenza del partito ed entro un mese, un mese e mezzo la Direzione nazionale. Luoghi nei quali, auspicano in molti, avverrà il definitivo chiarimento: in un senso o nell’altro, rottura oppure prosecuzione dell’alleanza. Certo l’atmosfera è tutt’altro che serena. Da Tirana, infatti, Gianfranco Fini rilancia il tema di una legge sulla cittadinanza (a lui assai caro) auspicando che Montecitorio decida in merito entro giugno. Un percorso che si annuncia accidentato visto che lo stesso Fini riconosce che può causare tensioni dato che ‘ci sono problemi politici che determinano divisioni tra maggioranza e opposizione, sia all’interno della stessa maggioranza’. Non solo. Nell’introduzione all’edizione speciale della Navicella parlamentare (il ‘Chi è’ di deputati e senatori) Fini ricorda che ‘la Costituzione è l’argine invalicabile del potere delle maggioranze’. Ecco perché, di fronte tutte queste esternazioni, il leghista Roberto Calderoli, in un’intervista all’Espresso, lo apostrofa così: ‘Se in quella specie di quasi congresso che è la Direzione del Pdl racimoli il 6-7% o ti adegui o prendi atto che forse non sei nel partito giusto per te’”.

 

 (red)

 

 

9. Bossi vuole riprendersi l'Agricoltura

 Roma - "L’azzurro doc Giancarlo Galan ha appena finito di disfare le valigie al ministero dell’Agricoltura, che già corre voce debba impacchettare tutto per cambiare dicastero e traslocare allo Sviluppo economico, lasciato libero da Claudio Scajola. L’Agricoltura, si sa, è il primo amore del Carroccio e il Senatùr proprio ieri non ha escluso l’ipotesi di un cambio: ‘Potrebbe anche essere — ha detto Umberto Bossi ai cronisti — Domani (oggi, ndr) c’è il Consiglio dei ministri, ne parleremo con Berlusconi’. La Lega chiuderebbe così il cerchio, dopo aver chiesto e ottenuto dal premier gli assessorati all’Agricoltura di Piemonte, Lombardia e Veneto, le tre Regioni che alle ultime elezioni hanno rafforzato il Carroccio nei confronti del Pdl. Il ricordo di Luca Zaia ministro (ora al timone del Veneto) è ancora fresco e anche il consenso che ha registrato tra le associazioni di categoria". Lo scrive il "Corriere della sera". Naturale che Bossi possa decidere di rivendicare l’Agricoltura per la Lega. Galan, da parte sua, dopo quindici anni alla guida del Veneto, si è ritrovato ad occuparsi di un settore nuovo. Ma non sembrerebbe avere alcuna intenzione di cambiare: ‘Non chiedo nulla. Chiedo solo del tempo per studiare una materia difficile— è stato il suo commento —. Sono al ministero dell’Agricoltura e ci sto benissimo’. Certo, proprio quel dicastero che qualche mese fa aveva liquidato come ‘ministero alle mozzarelle’. Il Popolo della Libertà non ha apprezzato l’uscita del leader del Carroccio. I rapporti tra gli alleati sono diventati più delicati dopo le ultime elezioni, che hanno alterato gli equilibri e creato fortissime tensioni nel Pdl. Ad interpretare gli umori ci ha pensato il ministro della Difesa Ignazio La Russa, che ha subito messo dei paletti e ha ricordato che il governo ha ‘appena fatto un riequilibrio con la Lega’. Per il coordinatore nazionale del partito ‘sarà un politico del Pdl e non un tecnico’ il sostituto di Scajola. Per ora, l’unico dato sicuro è che l’interim ‘sarà limitato nel tempo, durerà giorni, non mesi’. È la certezza granitica che ha dato Berlusconi, incontrando la massima disponibilità anche di Bossi. Il Senatùr ha poi subito spento la polemica dell’opposizione sul possibile conflitto di interessi creato dall’interim: ‘Nessun conflitto’, ha risposto laconico il capo del Carroccio, lasciando mano libera sul tempo, perché ‘durerà quanto vuole’ Berlusconi. Dunque deciderà il premier, che però non si è sbilanciato sui nomi: ‘Devo consultarmi anche con gli alleati’. E Bossi oggi sarà lì a chiedere”.

 

 (red)

 

 

10. Pdl, premier-cofondatore, ora si cerca la tregua

Roma -

“La settimana prossima forse non si parleranno ancora, ma si tenterà di programmare un incontro. E se sino a qualche giorno fa anche solo un riavvicinamento sembrava impensabile, oggi invece appare possibile. Non sarà forse la ricerca di una pace, ma certamente la voglia reciproca di una fase di tregua potrebbe far premio sui rispettivi istinti e sui tanti ‘suggeritori’ che ancora puntano su una rottura definitiva fra i due”. Lo scrive il [C]Corriere della sera[/C], che prosegue: “Una fase di disarmo fra Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi al momento sembra ancora un miraggio, eppure è stimolata da alcuni ragionamenti, da alcuni incontri, ma più di ogni altra cosa è imposta dagli eventi. Due sere fa il presidente del Consiglio ha esternato il timore che le inchieste dei magistrati colpiscano, dopo Claudio Scajola, altri ministri, e forse persino a palazzo Chigi, e ovviamente l’attesa che si disveli completamente un’indagine che appare sistemica, e ricorda alcuni filoni di Tangentopoli, non lo rende tranquillo. Mai come in questo momento Berlusconi ha bisogno di Fini e viceversa. Se i magistrati assediano il governo, l’Udc alla Camera fa il viso dolce con Giulio Tremonti, le offerte di responsabilità istituzionale del segretario Lorenzo Cesa segnalano che in questo Parlamento la maggioranza può perdere pezzi ma anche rafforzarsi e non è detto che una rottura fra presidente della Camera e presidente del Consiglio porti per forza di cose a una crisi di governo e danneggi il prosieguo della legislatura. Ragioni di real politik consigliano insomma quello che due caratteri agli antipodi non sono ancora disposti ad ammettere. Prende corpo la consapevolezza che parlarsi direttamente, senza più mediatori, è forse l’unica soluzione, al punto in cui sono arrivate le cose. C’è un’enorme dose di diffidenza reciproca, ma proprio per questo le camere di compensazione, un dialogo per interposta persona, non fanno altro (ne è prova la cronaca degli ultimi mesi) che alimentare le incomprensioni invece di ridurle. Silvano Moffa, che fra i finiani si distingue per moderazione, anche dei toni, lo ha detto apertamente al capo del governo, che è stato ad ascoltarlo senza apparentemente avere nulla in contrario. Oltre al timore per gli sviluppi delle inchieste c’è nel Cavaliere anche quello che riguarda le finanze pubbliche. Le nostre banche sono più solide di altre, il nostro sistema ha retto meglio di altri alla crisi, lo spread dei nostri titoli sui bond tedeschi è ad un livello tutto sommato fisiologico, ma due giorni fa lui stesso ha confidato ai suoi interlocutori che ‘non sappiamo ancora come reagiranno i mercati il giorno dopo l’approvazione dei prestiti ad Atene’, mentre ieri Tremonti dichiarava che nessun Paese è immune da rischi in Europa. E se il premier deve districarsi fra questi pensieri certamente a Fini non sarà sfuggita la sintonia recente proprio fra Giulio Tremonti e Pier Ferdinando Casini: ieri alla Camera il primo è stato accolto dal secondo con una mimica che si riserva solo al migliore degli alleati e con una chiacchierata a quattr’occhi che dice molto di una potenziale sintonia. Ferdinando Adornato, che ora milita fra i centristi, lo ha detto in Aula, a chiare lettere: Tremonti ‘assuma l’iniziativa politica di coinvolgere tutto il Parlamento in un clima di unità nazionale ed in riforme che possano essere decisive per il nostro futuro’, se questo farà il governo ‘troverà il pieno appoggio e la disponibilità dell’Unione di centro’. Non è detto che alla fine Berlusconi e Fini tornino veramente a parlarsi, così come non è detto che al primo non venga voglia di assecondare fino in fondo l’istinto che lo porterebbe a scommettere sull’utilità di uno show down con l’alleato e di una fine anticipata della legislatura. Ma per tante ragioni, alcune nell’interesse del Paese, altre solo utilitaristiche, è possibile che nei prossimi giorni una tregua venga almeno cercata. Ieri ci credevano persino a palazzo Grazioli, residenza romana del capo del governo, in uno staff che sino a qualche giorno fa di Fini non voleva sentire più parlare, interpretando l’umore del capo, e che invece ieri pomeriggio, mentre la Borsa di Milano chiudeva perdendo più del 4 per cento, raccontava di una atmosfera nuova che nei prossimi giorni potrebbe prodursi.

 (red)

 

 

11.Fini accende la miccia sulla cittadinanza

Roma - “In Italia o in Albania poco importa. Così come non fa nulla se si parla di legalità, magistratura, conflitto d’interessi o cittadinanza, ultimo tema, in ordine cronologico, su cui Gianfranco Fini si (ri)pronuncia. La parola chiave è sempre uguale: sparigliare, a prescindere dalla temperatura che si registra nel Palazzo. E a volte accelerare. In questo caso su un tema che non viene considerato prioritario nel Pdl e che non figura tra l’altro nel programma di governo. Ma tant’è: ‘Anche se non c’è una grande intesa, l’Aula esaminerà il testo sulla cittadinanza a giugno’, afferma il presidente della Camera, come già calendarizzato dalla Capigruppo - a onor del vero - prima delle Regionali. Insomma, l’auspicio è che ‘ci sia una decisione, se entro l’estate sarebbe già qualcosa’, ma non va dimenticato il regolamento parlamentare: ‘A meno che la commissione Affari costituzionali non chieda più tempo’”. Lo scrive il [C]Giornale[/C], che prosegue: “In ogni caso, da Tirana, dove trascorre la giornata per una visita ufficiale a un Paese con cui ‘i rapporti sono eccellenti’, la terza carica dello Stato rilancia uno dei suoi principali cavalli di battaglia. Lo fa intervenendo a un convegno sull’immigrazione, ribadendo la necessità che si arrivi presto a una riforma in materia di cittadinanza. Perché, spiega, dopo aver incontrato pure il primo ministro Sali Berisha, ‘dopo che sei stato per anni in Italia a studiare o a lavorare, se si trovano dei muri invalicabili, il rischio è o lo scontro o, ma non è il caso degli albanesi, il richiamo dei cattivi maestri’. Dunque ‘il percorso di una cittadinanza non per mero scadere del tempo, ma per un processo virtuoso di adesione a regole e valori, è la grande sfida del futuro’. Per adesso, ‘ripensando alle immagini degli immigrati sui barconi, 20 anni fa, o ammassati allo stadio di Bari, ci si rende conto che di strada ne è stata fatta veramente tanta’, continua Fini, che invita gli italiani a essere ‘onesti’. Perché ‘se si sono registrati enormi passi avanti, il merito va riconosciuto soprattutto alla comunità albanese che ha fatto enormi passi avanti. L’Italia ha fatto, ma se non ci fosse stata la piena collaborazione delle neonate istituzioni democratiche albanesi oggi non si potrebbe celebrare un oggettivo successo’. E va bene. Peccato che sul tema non ci sia la minima condivisione politica, tant’è vero che il disegno di legge, licenziato dalla commissione di competenza e arrivato già una volta all’esame dell’Assemblea, è stato poi rispedito ai piani alti. Un saliscendi che l’inquilino di Montecitorio non nasconde: ‘C’è un problema politico che manifesta divisioni, sia tra maggioranza e opposizione, sia all’interno della stessa maggioranza’. Un punto su cui non a caso interviene in maniera secca Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati Pdl: ‘È evidente che sul tema della cittadinanza si dovranno pronunciare il partito e i gruppi’. Intanto, a proposito di spaccature pidielline, i finiani si muovono in ordine sparso, divisi su strategia e uomini da mandare in avanscoperta. Punti chiave discussi in due differenti incontri: il primo si è tenuto martedì sera a cena, dinnanzi a diversi commensali capitanati da Adolfo Urso, il secondo, più ristretto, mercoledì a pranzo. Premessa la comune intenzione di assicurare il sostegno alla maggioranza sul programma, da un lato, in linea generale, si pongono i cosiddetti lealisti, nelle cui file si lavora per tentare di salvare il salvabile (l’area potrebbe chiamarsi Spazio Aperto), che disconoscono la linea tenuta finora da Italo Bocchino. Anzi, lo vorrebbero il più possibile ai margini. Un secondo gruppetto, invece (quelli di Generazione Italia, per capirci), si riconoscerebbe ancora in pieno nell’ex vicecapogruppo Pdl alla Camera. Ma su una cosa convergono tutti: ‘In questo momento dobbiamo parlare un po’ meno, ad aprire bocca sia Fini’. A cui le occasioni, va detto, non mancano di certo”.

 

 (red)

 

 

12. Pdl, un mese per capire se guerriglia diventerà guerra

 Roma -

“L’attacco di Silvio Berlusconi alle agenzie internazionali che danno le ‘pagelle’ finanziarie ai Paesi dell’euro è una reazione prevedibile. Il presidente del Consiglio risponde alle tesi di Moody’s sulla fragilità del sistema bancario italiano, viste come un atto di guerra che può alimentare la speculazione contro la moneta unica. E rivendica la linea del rigore nei conti pubblici perseguita dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. Si tratta di un’irritazione alla quale dà voce il capo del governo italiano, ma che probabilmente è più condivisa di quanto non appaia in tutta l’Unione europea. Si teme infatti che la ‘sindrome greca’ sia alimentata da questo allarmismo”. Lo scrive il [C]Corriere della sera[/C], che aggiunge: “Le prossime settimane dovrebbero permettere di capire se gli aiuti finanziari alla Grecia riusciranno a non bruciare altri soldi; o se invece altre nazioni finiranno per essere contagiate. Le rassicurazioni di Berlusconi e di Tremonti cercano di allontanare questi fantasmi, agitati da agenzie che ‘ hanno perso credibilità’, afferma il capo del governo. Ma la situazione della sua maggioranza non aiuta a placare le preoccupazioni. L’idea di una nuova riunione dei vertici del Pdl fra un mese o poco più ha contorni ancora ambigui. Dopo quanto è accaduto il 22 aprile, con Gianfranco Fini all’attacco di Silvio Berlusconi e lo strappo, si potrebbe pensare al peggio. D’altronde, negli ultimi giorni sono aumentati gli avvertimenti alla minoranza interna: a non sabotare il governo, a ‘non mettersi di traverso’, ad allinearsi o andarsene. La replica è stata che si tratta di una pretesa irricevibile: il presidente della Camera e la sua pattuglia non hanno intenzione di lasciare il Pdl. Ma una guerriglia quotidiana non può durare all’infinito. Cessa o almeno si diplomatizza; oppure si trasforma in guerra: prospettiva inquietante di fronte ad una situazione economica difficile da pilotare. Prevedere verso la seconda metà di giugno la Direzione del partito suona come un tentativo di fare il bilancio del ‘dopo-strappo’. La maggioranza berlusconiana si aspetta sviluppi dall’inchiesta sui lavori per il G8 alla Maddalena, che ha già provocato le dimissioni del ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola. La scelta del successore misurerà i rapporti fra Pdl e Lega. E la decisione berlusconiana di occuparsi dell’implosione del partito in Sicilia fotograferà la conflittualità con i finiani. Tutto fa ritenere che aumenterà la pressione sul presidente della Camera perché cambi atteggiamento. Il ministro leghista Roberto Calderoli avverte: ‘Se uno racimola il 6-7 per cento, o si adegua o prende atto che non è nel partito giusto’. L’esito di queste minacce, però, è assai incerto. La corrente che fa capo alla terza carica dello Stato non ha intenzione di uscire dal Pdl. La tattica sembra quella del ‘granello di sabbia’, inserito nei meccanismi del potere berlusconiano, per farli andare in tilt. L’incognita è se e per quanto tempo palazzo Chigi potrà permettersi una situazione così logorante. Con qualche sforzo di ottimismo, si tende a sostenere che la situazione è in bilico: compromessa, ma non persa. Ma intanto il Pdl punta il dito contro la frammentazione. E Fini difende la Costituzione come ‘argine invalicabile al potere delle maggioranze’: l’ennesimo avvertimento al premier. Insomma, per ora la tregua è un miraggio. E l’ipotesi che la legislatura finisca di qui a neppure un anno comincia ad essere analizzata come epilogo che pochi vogliono; ma pochissimi riusciranno a contrastare". 

 (red)

 

 

13. Verdini: Contro di me processo mediatico

 Roma - “Anche lui, come l’ex ministro Scajola, si sente ‘vittima’ di un processo ‘mediatico’ (‘E non intendo farmi processare sui giornali’). E’ indignato per ‘la violazione costante del segreto istruttorio’, Denis Verdini, il triumviro del Pdl indagato dalla Procura di Roma per concorso in corruzione. Per aver favorito un comitato d’affari che vede protagonista il faccendiere Flavio Carboni, e, in particolare, per aver tentato di sponsorizzare una cordata di imprenditori amici per progetti di energia alternativa in Sardegna”. Lo scrive [C]La Stampa[/C], che prosegue: “Ci sono intercettazioni telefoniche, tracce di un incontro a Roma tra Verdini, il governatore della Sardegna Ugo Cappellacci e il faccendiere Flavio Carboni, tra il materiale raccolto in questi mesi di indagini dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e dai pm Rodolfo Sabelli e Ilaria Calò. Nei giorni scorsi, poi, i carabinieri hanno acquisito documentazione al Credito cooperativo fiorentino di cui è presidente lo stesso Denis Verdini. Gli investigatori si erano imbattuti in un giro di assegni che portavano appunto alla banca dell’esponente del Pdl. Ieri il legale di Verdini, l’avvocato Marco Rocchi, a proposito di questi assegni ha spiegato: ‘Gli assegni, per un valore complessivo di 800 mila euro, erano per una prima tranche versata da due nuovi soci per l’aumento di capitale della società editrice del ‘Giornale della Toscana’ (Verdini è l’editore di riferimento del quotidiano). Quegli assegni ‘sono stati depositati nel giugno scorso. L’operazione - è la giustificazione del legale dell’esponente politico - ancora non è conclusa. Finirà nel dicembre 2010. Si tratta di operazioni perfettamente legittime e trasparenti. È quello che abbiamo dimostrato con i documenti’. Verdini e gli altri indagati rispondono di concorso in corruzione. Un filone delle indagini riguarda il business dell’eolico in Sardegna. Ovvero il tentativo - dal momento che la giunta di centrodestra di Ugo Cappellacci non ha assecondato i progetti di sviluppo di queste fonti di energia alternative rilasciando alcuna autorizzazione - di favorire una cordata di imprenditori. Insieme a Denis Verdini e al faccendiere Flavio Carboni sono indagati il consigliere provinciale di Iglesias Giuseppe Cossu, il costruttore Arcangelo Martino, il direttore dell’Arpa della Sardegna Ignazio Farris, e un componente delle commissioni tributarie, Pasquale Lombardi. In attesa che la Procura di Roma senta l’esponente politico del Pdl (il suo interrogatorio non è stato ancora fissato), Denis Verdini continua a manifestare pubblicamente le sue ‘perplessità’ sull’inchiesta della Procura di Roma: ‘Avrò fatto qualche telefonata, cosa normale per chi fa politica. Ma non c’è niente di sostanziale. Non ho nessun incarico operativo di governo, quindi non ho il potere di incidere su una decisione in quell’ambito’. Evidentemente, la Procura di Roma ha ritenuto di avere in mano degli elementi che suggerivano l’iscrizione di Verdini per concorso in corruzione. Siamo nella fase delle indagini preliminari. Nessun atto è stato depositato e adesso la Procura dovrà giocare d’anticipo".

 

 (red)

 

 

14. Bersani aiutato dal patronato: 500mila lire al mese

Roma -

“Un inquilino eccellente, Pier Luigi Bersani, attuale segretario del Pd, e un affitto, l’affitto dell’inquilino eccellente, pagato generosamente, per metà, da certi suoi amici della Cisl”. Lo scrive il [C]Giornale[/C], che spiega: “La signora Miriana Pirazzoli si ricorda tutto. Perfettamente. Racconta volentieri, con dovizia di particolari e conserva perfino gli estratti conto (che pubblichiamo qui sopra) di quei pagamenti. Racconta, la signora Pirazzoli, che una ventina di anni fa, era il 1991, le fu chiesto da un lontano parente, Gaudenzio Garavini, di affittare ‘ad un amico’ l’appartamento che possedeva in una delle più belle zone di Bologna. Tanto per inquadrarlo: via Mazzini, 84, non lontano dall’Ospedale Sant’Orsola. Stabile signorile di sei piani, abitato in prevalenza da professionisti molto noti in città, due portieri, uno per il giorno e uno per la notte. Otto ingressi indipendenti. Possibilità di accedere agli appartamenti direttamente dai box, all’insegna, quindi, della massima discrezione. Al momento di accordarsi le parti stabiliscono, per convenienza, che è meglio non fare alcun contratto di locazione ufficiale vista l’autorevolezza e la serietà dell’inquilino. Che a quel punto esce allo scoperto: Pier Luigi Bersani. È lui infatti l’amico di Garavini ed è lui, all’epoca vicepresidente della giunta regionale dell’Emilia Romagna, che ha bisogno di un pied-à-terre nel capoluogo, perché abita e vive a Piacenza e, per l’incarico che ricopre, dovrà venire almeno un paio di volte alla settimana a Bologna. Affare fatto: un milione al mese per l’affitto dell’appartamento, di sessanta metri quadrati, composto di cucina, bagno, camera da letto matrimoniale, soggiorno-pranzo, al terzo piano del palazzo. Nessuna registrazione del contratto, nessuna denuncia, come, al contrario, imporrebbero le normative antimafia, nessuna ricevuta. ‘Ho peccato di ingenuità - ammette oggi la signora Pirazzoli - ma, dati i personaggi con cui avevo a che fare, mi sentivo in una botte di ferro’. Già, i personaggi. Perché se Bersani, nella regione dal rosso antico ai tempi già contava, anche il suo amico Gaudenzio Garavini non era poi un illustre sconosciuto, ma il funzionario più in vista dello Ial, l’Istituto addestramento lavoratori, diretta emanazione della Cisl regionale. Bene. Non appena Bersani, nell’autunno del 1991, comincia ad abitare, anche se saltuariamente, l’appartamento di via Mazzini,84, arrivano ogni mese sul conto della proprietaria due bonifici, uno di cinquecentomila lire da Bersani e l’altro pure di cinquecentomila lire dallo Ial. ‘Francamente - commenta oggi la signora Pirazzoli - la cosa mi sorprese, pensai ad una sorta di accordo fra i due amici di cui mi sfuggiva il senso, ma l’importante, parliamoci chiaro, è che l’affitto venisse pagato’. Cosa che è avvenuta regolarmente fino al 1993. Perché fino al 1993? Perché qualcuno venuto a conoscenza, non si sa bene come e da chi, della curiosa regalìa all’indomito difensore del proletariato, scrive una lettera anonima che obbliga la Procura ad aprire un’inchiesta. La signora Pirazzoli viene ascoltata dai carabinieri ed è costretta a fare nomi e cognomi e anche ad ammettere le sue ‘evasioni’. Per le quali, strano davvero, non è stata mai punita né sanzionata. Vengono ascoltati anche i portieri dello stabile e altre persone, per stabilire se effettivamente Bersani viva in una casa pagata, almeno per metà, coi soldi pubblici. Il pm Lucia Musti che quando interroga la proprietaria dello stabile sembra stupita (‘lei mi sta raccontando una telenovela’ ricorda la signora Pirazzoli) avvia un’inchiesta ma l’archivia nel maggio del 1995. Ne aprirà un’altra nel 1997 che sembra essersi dissolta nel nulla. Nel frattempo, spinta dalla piega che stanno prendendo le cose, la signora Pirazzoli è costretta a vendere (è il 21 dicembre del 1993) l’appartamento ‘incriminato’. Tutti traslocano, ma qualcuno insiste, ancor oggi, nel volerci farci credere che le cose non sono andate così. Ci ha provato lo stesso Garavini, a suo tempo, affermando che davvero divideva l’appartamento con Bersani (viene difficile da credere che dividessero anche il letto matrimoniale) ci ha provato anche lo Ial, cioè la Cisl tralasciando il non poco significativo dettaglio che loro, lo Ial, cioè la Cisl, dalla Regione Emilia-Romagna ricevevano e hanno ricevuto per anni centinaia di milioni di stanziamenti messi a disposizione dalla Cee per chi organizza corsi di formazione. Chissà, forse hanno voluto ricambiare la cortesia, almeno in minima parte. E questo avrebbero dovuto acclarare le due inchieste. Ma è certo che se Bersani arrivava di giorno salutava il portiere Franco, se rincasava di notte, Bruno. Entrambi i portieri lo hanno sempre confermato. A proposito di trasparenza e pulizia dimenticavamo che Michele, il giovane che si occupava di far pulizia e manutenzione nell’appartamento di Bersani, passava poi a ritirare il giusto compenso direttamente alla sede della Ial. Averne di amici così generosi, che dite?”.

Coerenza di sinistra

Prima Pagina 06 maggio 2010