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Secondo i quotidiani del 01/06/2010

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA – In apertura: “Il blitz israeliano finisce in strage”. A sinistra: “Draghi sugli evasori fiscali: sono loro i macellai sociali”. Editoriale di Ferruccio De Bortoli: “Ritratto sincero di un paese”. A centro pagina: “Intercettazioni, Fini frena e si scontra con Schifani”. A fondo pagina: “Paolo Berlusconi indagato per il nastro di Fassino e Consorte”.

LA REPUBBLICA – In apertura: Strage sulla nave dei pacifisti”. A centro pagina: “Draghi: l’evasione macelleria sociale”. “Manovra, sì del Colle, deciderà Bondi sui tagli alla cultura”. A fondo pagina: “Fini critica la legge-bavaglio ed è scontro con Schifani”.

LA STAMPA – In apertura: “Blitz sulla nave, processo a Israele”. A centro pagina: “Intercettazioni, gelo tra Fini e Schifani”. “Draghi promuove la manovra. Cultura, tagli ridotti del 50 per cento”.

IL SOLE 24 ORE – In apertura: “Draghi attacca gli evasori fiscali”. In un riquadro: “Blitz contro le navi degli aiuti a Gaza: almeno dieci morti”. A fondo pagina: “La manovra è già in vigore”. “L’inflazione frena all’1,4 per cento in maggio”.

LIBERO – In apertura: “Napolitano vota forza taglia”. Editoriale di Maurizio Belpietro: “Anche Ciampi deve vendere il suo libro”. In un riquadro: “Draghi si tiene il suo tesoro e ringrazia”. A centro pagina: “Israele cade nella trappola: attacco alla nave ‘pacifista’”.

IL TEMPO – In apertura: “Ora è Israele sotto tiro” di Mario Sechi. “La Regione butta i sodi nel water”. In un riquadro: “Draghi promuove la manovra e attacca gli evasori”. A fondo pagina: “Squali su Finmeccanica”.

IL GIORNALE – In apertura: “Israele ha fatto bene a sparare” di Vittorio Feltri. In un riquadro: “Ecco la manovra: enti graziati”. A centro pagina: “Frenata sulle intercettazioni ma è scontro tra Fini e Schifani”.

IL MESSAGGERO – In apertura: “Strage sulla nave degli aiuti”. A sinistra: “Draghi: l’evasione porta la macelleria sociale, ora le riforme strutturali”. In un riquadro: “Roma, manifestazione e tensione al Ghetto”. A centro pagina: “Intercettazioni, gelo Fini-Schifani. E la legge torna in commissione”. A fondo pagina. “Fumo, parità uomo-donna”.

L’UNITA’ – In apertura: “Stato di guerra”. A fondo pagina: “Intercettazioni, scontro al vertice tra Fini e Schifani”. “Draghi, l’affondo: ‘La macelleria sociale è colpa degli evasori’”. (red)

 

 

2. M.O., il blitz israeliano finisce in strage

Roma - “Il mare color del sangue. Di notte. Senza testimoni. Non si sa con esattezza quanti morti siano, forse una decina, forse il doppio. Una trentina i feriti, soldati compresi. Non si sa bene – scrive il CORRIERE DELLA SERA – come siano andate le cose: i pacifisti sono stati presi, rinchiusi nel porto di Ashdod, all'aeroporto Ben Gurion o nelle celle di Beersheva, probabilmente in attesa di processo. Nessun’altra versione che non sia quella ufficiale. Come promesso, Israele non fa sconti. E Free Gaza, la flottiglia composta da turchi, europei, americani, che era salpata da Cipro e che da giorni annunciava di voler rompere il blocco intorno alla Striscia, finisce sotto il fuoco in un violento blitz della Marina. Sparatoria sulla Mavi Marmara, l'ammiraglia turca: quella dell'ong Ihh, che Israele accusa di legami troppo stretti con Hamas, dove la Marina sostiene d'avere trovato armi. Vivi, ma senza che nessuno sia riuscito a contattarli, i cinque italiani a bordo. Con un'altra, sola, buona notizia: la pelle (forse) salva dello sceicco Rayed Salah, leader islamico degli arabi israeliani, per il quale i palestinesi sarebbero pronti a scatenare una nuova intifada. Versioni incrociate, guerra di verità. E intorno il mondo sotto choc. Prima nelle piazze, che si scaldano ad Ankara e a Istanbul (l'ambasciata e il consolato israeliani quasi assaltati) e in tutto il mondo arabo, dal Cairo ad Amman. Poi nei palazzi: l'ira di Tayyip Erdogan, il premier turco, l'amico ormai diventato ex dai tempi della guerra di Gaza, che richiama in patria il suo ambasciatore, parla di ‘terrorismo di Stato’, ottiene una convocazione urgente della Nato perché considera violata la sua sovranità. Mezza Ue convoca gli ambasciatori israeliani per chiarimenti: Grecia, Spagna, Svezia, Paesi che avevano pacifisti nella flottiglia, chiedono un'inchiesta internazionale. Atene cancella anche le manovre militari congiunte con Israele. Si riunisce il Consiglio di sicurezza dell’Onu, il segretario generale Ban Ki-moon è ‘scioccato’, mentre viene cancellato dall'agenda l'incontro fra Obama e il premier israeliano Netanyahu, che doveva servire a ricucire rapporti logori. Le città israeliane vicino al Libano e a Gaza sono in allerta, in tutto il Paese richiamati molti riservisti. ‘Un crimine di guerra’, protesta l'Autorità palestinese. Sono stati proclamati tre giorni di lutto. Ma non è detto che bastino, a placare la rabbia”. (red)

 

 

3. M.O.: Netanyahu nella tempesta, salta vertice con Obama

Roma - “Con una sincronia decisamente sospetta, i principali talk-show delle tre reti televisive israeliane hanno aperto ieri i loro programmi con il seguente titolo in ebraico: ‘Ha-histabchut be-lev yam’. Letteralmente: ‘L´incasinamento in mare aperto’. Il che – spiega LA REPUBBLICA – senza alcuna remora filologica, vuol dire semplicemente che Israele s´è cacciato in uno dei guai peggiori della sua storia recente. Isolamento senza precedenti sul piano internazionale e, all´interno, il rischio concreto di una nuova Intifada. Al quadro, crudamente realista suggerito dalle tv si deve aggiungere la sensazione ricorrente in una grossa parte dell´opinione pubblica, di ritrovarsi alle prese con una guida politica non proprio ferma. Basti vedere gli ondeggiamenti che hanno preceduto la decisione di Netanyahu di rinunciare al suo incontro con Barack Obama, previsto per oggi alla Casa Bianca. In un primo tempo il premier ha fatto dire al suo portavoce che non avrebbe cambiato la propria agenda. Poi, davanti allo sconcerto di alcuni (Yossi Beilin: ‘Ma certo che deve tornare!’) ha ordinato di invertire la rotta puntando su Tel Aviv. Inversione di marcia più che giustificata, perché stavolta Israele rischia di pagare un prezzo molto alto. Le tragiche conseguenze dell´arrembaggio notturno hanno lasciato interdetti persino quei paesi europei che intrattengono rapporti particolarmente amichevoli con Israele, come l´Italia e la Germania, i quali, stavolta non hanno potuto sottacere la loro protesta”. 

 

“Sarà difficile a questi paesi – prosegue LA REPUBBLICA – opporsi alla linea di condotta tracciata dall´alto Rappresentante dell´Ue per la Politica estera e la Difesa, Katheryne Ashton, che ha subito evocato l´esigenza di un´inchiesta internazionale (d´accordo in questo con il Segretario delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon), e la necessità di garantire al milione e mezzo di palestinesi che vivono a Gaza condizioni di vita più umane, spezzando il cordone sanitario che da quasi tre anni soffoca la Striscia. Persino al di là delle previsioni degli organizzatori della flottiglia anti-blocco, i fatti di ieri notte potrebbero segnare una svolta nell´atteggiamento internazionale che finora ha garantito appoggio all´embargo messo in atto da Israele contro la popolazione di Gaza. Soprattutto, dopo aver constatato che nessuno dei due obbiettivi del blocco (la rivolta della popolazione contro Hamas e la riduzione della minaccia terroristica portata dalle milizie islamiche) può dirsi realizzato. Dunque, per poter continuare a mantenere sbarrati i valichi di Gaza, Israele avrà più che mai bisogno degli Stati Uniti, ma basta leggere il cauto comunicato emesso dalla Casa Bianca per rendersi conto che il tempo delle cambiali in bianco è scaduto. Sul fronte interno, poi, ore drammaticamente incerte si sono vissute ieri nelle comunità della Galilea, abitate in maggioranza da arabi-israeliani, la componente della società storicamente più sensibile al conflitto tra Israele e i palestinesi. D´origine palestinese, essi stessi, hanno visto il patto di lealtà stabilito con lo Stato ebraico all´atto della sua fondazione messo diverse volte in discussione. Ieri non hanno aspettato che le notizie corse a ruota libera sulla morte, prima, il ferimento poi, di Sheik Raed Salah, il leader spirituale dei musulmani di Galilea presente sulla nave anti-blocco, ricevessero conferma per scendere in piazza ad Haifa, e a Umm el Fahm, il villaggio di Salah. Le voci poi sono state smentite, ma molti hanno ripensato all´autunno del 2000 quando gli arabi israeliani sfidarono la polizia in segno di solidarietà con i ‘fratelli palestinesi’ e fu un bagno di sangue”. (red)

 

 

4. M.O., la rabbia della Turchia: Vendetta per i nostri morti

Roma - “A terra bruciano i simboli israeliani con la stella di David. In alto migliaia di mani brandiscono le bandiere rosse con la mezzaluna, intrecciate con quelle palestinesi. A Piazza Taksim, il cuore di Istanbul dove svetta il monumento ad Ataturk, il padre della patria, dodicimila persone urlano tutte insieme. ‘Vendetta, vendetta’. ‘Israele sia dannata’. E´ mezzogiorno, e l´assalto alle sedi diplomatiche di Gerusalemme, bloccato a fatica dall´arrivo della polizia, è già stato tentato. Non solo qui, ma anche alla residenza dell´ambasciatore ad Ankara, al consolato di Bursa, fra manifestanti che intonano il Corano a voce alta, ed esaltati che lanciano uova e bottiglie di plastica oltre il muro. E´ una giornata di lutto in Turchia, non solo per i concittadini uccisi a bordo della Mavi Marmara al largo di Gaza (circa 400 su 581 pacifisti sono turchi), ma anche perché arrivano notizie sconfortanti da sud, da Iskenderun, sulla costa più orientale del paese, dove 6 militari sono morti in un base navale per un inedito attacco del Pkk avvenuto con razzi. E allora la rabbia si addensa e si scarica nella grande piazza. Altre urla. ‘Occhio per occhio, dente per dente’. ‘I soldati turchi a Gaza!’. Nuove effigi israeliane vengono gettate a terra e incendiate. Un´ira che sembra placarsi solo quando le radio e i telefonini trasmettono le decisioni del governo. Richiamato l´ambasciatore turco in patria. Convocato per comunicazioni urgenti il rappresentante israeliano. Cancellate le manovre militari con Israele. Annullata persino la partita di calcio fra le nazionali under 18”.

 

“Da Gerusalemme – prosegue LA REPUBBLICA – arriva l´informazione che il governo chiede ai propri concittadini di lasciare subito la Turchia. E´ il momento delle decisioni politiche. Già di prima mattina una riunione d´urgenza di ministri e militari si è svolta nel palazzo del primo ministro ad Ankara. Ci sono il vice premier Bulent Arinc, il rappresentante degli Interni, Besir Atalay, e il comandante operativo delle Forze armate turche, generale Mehmet Eroz. Il numero uno dello Stato maggiore, il "falco" Ilker Basbug, sta tornando precipitosamente da un incontro in Egitto. Così come il primo ministro Recep Tayyip Erdogan, che dal Cile interrompe il suo viaggio ufficiale e sedendosi davanti alle telecamere fa pervenire una dichiarazione durissima. ‘La Turchia - dice il premier che lo scorso anno, al vertice di Davos, si alzò e se ne andò dopo un litigio furibondo con il presidente israeliano Shimon Peres sui bombardamenti lanciati contro la Striscia di Gaza - non rimarrà in silenzio davanti a questo inumano attacco terroristico di Stato’. Sono parole che danno il via alla crisi diplomatica. Le motivazioni di Ankara si concentrano soprattutto su un punto. Il fatto che l´azione si sia svolta a 40 miglia dalle coste di Gaza, in piene acque internazionali, usando - si sostiene – ‘la forza contro civili, tra cui donne, bambini e vecchi di vari Paesi che volevano portare aiuti umanitari alla popolazione’. Arriva un comunicato del ministero degli Esteri che parla di ‘conseguenze irreparabili nelle relazioni bilaterali’ con Israele (...)”. (red)

 

 

5. M.O., Frattini: Siamo amici e chiediamo la verità

Roma - Il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, ha espresso “sgomento e allarme” per il raid israeliano contro la flottiglia di Ong dirette a Gaza. Ma ha invitato a non perdere la strada del dialogo “che deve prevalere sulla violenza, scongiurando così una ancora più grave spirale di tensioni e di scontri che avrebbe conseguenze esiziali sul travagliato e fragile processo di pace in Medio Oriente”. E il ministro degli Esteri, Franco Frattini: “L’uccisione di civili è un fatto assolutamente grave”, che sollecita “spiegazioni” da parte di Israele: “L’Italia è amica dello Stato ebraico e per questo ha la responsabilità di dire quello che pensa. La democrazia israeliana deve dare oggi una risposta chiara per continuare a essere salda e credibile al tavolo della pace con l’Autorità palestinese”. Il titolare della Farnesina – spiega il CORRIERE DELLA SERA – ha invocato “un’inchiesta per accertare la verità dei fatti”, che deve coinvolgere anche l’Ue. Ieri mattina il capo di gabinetto di Frattini, Pasquale Terracciano, ha chiamato l’ambasciatore israeliano a Roma, Geidon Meir, per chiedere “spiegazioni”. Meir “si è rimesso al rapporto dell’esercito israeliano”, che ha riferito di “essere stato costretto all’intervento militare”. Reazioni a sinistra (Verdi, Idv, Rifondazione) ha suscitato il vicesegretario agli Esteri Alfredo Mantica, che ha parlato di “voluta provocazione da parte degli attivisti”. “L’assalto alle navi è un fatto di assoluta gravità — ha detto invece il segretario Pd, Bersani —. Il sangue versato soffoca le prospettive di pace”. Pd e Idv hanno chiesto a Frattini di riferire in Parlamento. Manifestazioni si sono svolte in molte città d’Italia. A Roma centinaia di persone (Pro Palestina, Cgil, Cobas, centri sociali, Popolo viola) si sono riunite in piazza San Marco, presso piazza Venezia. Alcuni manifestanti per raggiungere la piazza hanno attraversato l’antico Ghetto ebraico e hanno gridato “Assassini! Razzisti! fascisti!”. Sono stati fronteggiati da ragazzi ebrei che hanno risposto alle grida. La polizia è riuscita a evitare scontri. Un presidio è rimasto, in serata, davanti a Montecitorio e una delegazione ha incontrato il sottosegretario Letta. Manifestazioni anche a Bologna e a Napoli, davanti alla Prefettura. Mille persone a Milano e cortei a Genova, Modena, Parma, Venezia, Reggio Emilia, Vicenza e Viareggio. Le comunità ebraiche italiane hanno tenuto ieri stretti contatti. Non sono uscite posizioni ufficiali, ma Yasha Reibman, autorevole consigliere di Milano, dice: “Siamo tutti angosciati, disperati. Pensiamo alle famiglie delle vittime. Quei ragazzi però sono morti per una ostinazione, per un problema non reale perché Israele fa passare gli aiuti umanitari. Ma i soldati devono anche controllare cosa arriva sulla Striscia. Oggi bisogna fermarsi, riflettere, piangere. Mi sembra invece che le reazioni in Italia abbiano superato il livello di guardia”. (red)

 

 

6. Haifa, paura della terza Intifada

Roma - “Nonostante l’attentato israeliano alla pace lo sceicco è vivo, insciallah” dice Assad Khalalk, imam della moschea Istiklal, marciando insieme a 300 persone lungo Shabtail Levi street, nel sobborgo arabo Hagefen. Lo sceicco – scrive LA STAMPA – al secolo Raed Sallah, è il leader del Movimento islamico israeliano, un gruppo massimalista vicino ad Hamas, a bordo della Marmara al momento del blitz e inizialmente dato per agonizzante. Per ore, temendolo moribondo, i simpatizzanti si sono scontrati con gli agenti a Um el-Fahem, sua città d’origine a 60 chilometri da Tel Aviv. Sapere che Sallah è vivo placa le fiamme ma non spegne l’incendio. Se tra i minareti di Haifa pacifisti e comunisti israeliani sfilano dietro chierici intonanti ‘Allah uakbar’, Allah è grande, davanti all’ospedale Rambam, dove sono ricoverati i militari israeliani feriti nell’attacco, Avital, sandali e fazzoletto caratteristico dei coloni, brandisce il cartello ‘Uccidete tutti gli arabi’. Quando nel 1961 lasciò la Birmania per trasferirsi a Tel Aviv, il professor Hubert Loyon non immaginava di ritrovarsi un giorno in una piazza di Haifa a sventolare la bandiera palestinese ‘in memoria delle vittime dell’assalto israeliano alla nave dei militanti internazionali’. Per lui, non ebreo, la terra promessa era quella del socialismo dal volto umano. Ora, capelli bianchi arruffati, scandisce slogan in arabo a pochi passi dall’ateneo dove fino a ieri ha insegnato urbanistica, indifferente all’afa che gl’incolla addosso la maglietta di Gush Shalom, il movimento pacifista fondato da Uri Avnery: «Capii presto che la realtà era diversa, ma le cose sono peggiorate negli anni. Man mano che Israele, sempre più forte, rinunciava a negoziare, lo Stato nato come un’utopia antinazista diventava totalitario». Il blitz sulla Marmara, urla, mentre il megafono ripete il mantra ‘Gaza libera’, è la prova: ‘Il ritorno di Netanyahu dall’America dimostra che per la prima volta il governo israeliano sa di aver messo il suo popolo contro il mondo: non potrà continuare a lungo (...)’”. (red)

 

 

7. Draghi: manovra inevitabile, allungare età della pensione

Roma - “Era inevitabile agire, anche se le restrizioni di bilancio incidono sulle prospettive di ripresa a breve dell’economia italiana”: il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, promuove così la manovra del governo. Ma non lo fa, scrive il CORRIERE DELLA SERA, senza condizioni: “La correzione dei conti pubblici va accompagnata con il rilancio della crescita” dice spiegando che si tratta di fare le riforme strutturali perché altrimenti aumentano le spese per la pubblica amministrazione, “diventano ancora più insopportabili” i costi dell’evasione fiscale, che è alla base della “macelleria sociale” e della corruzione, mentre la stagnazione distrugge capitale umano, soprattutto fra i giovani, i quali sono “le vere vittime” della crisi. Nello svolgere le sue Considerazioni finali, all’annuale assemblea della Banca d’Italia, Draghi traccia ancora una volta uno scenario di difficoltà e incertezze che non coinvolge più il settore privato ma investe l’area pubblica: “Al sollievo per la catastrofe evitata è subentrata nei mercati finanziari internazionali l’ansia improvvisa per la sostenibilità dei debiti sovrani”. Soprattutto per quelli dei paesi più deboli dell’Europa che si è ritrovata sotto attacco assieme alla sua moneta. La situazione preoccupa perché l’esplodere della crisi greca “potrebbe cambiare il quadro di riferimento” in cui l’economia italiana quest’anno “sarebbe tornata a crescere ai pur modesti ritmi” degli ultimi dieci anni. Da qui l’inevitabilità dell’azione sui conti pubblici, in Italia come nel resto d’Europa che oggi deve rafforzare il governo dell’economia ma anche completare la costruzione politica. “Dall’euro non si torna indietro” afferma Draghi chiedendo “un nuovo patto di stabilità al tempo stesso più vincolante e più esteso”. 

 

Ed è sulla necessità di un intervento coordinato, aggiunge il quotidiano di via Solferino, che Draghi insiste. E’ il suo messaggio principale: “La crisi ci ha ricordato in forma brutale l’importanza dell’azione comune, della condivisione di obiettivi, politiche, sacrifici. E’ una lezione che vale per il mondo, per l’Europa e per l’Italia”. E vale anche per le regole per la finanza. Tra le riforme da fare in Italia il governatore mette in primo piano la lotta all’evasione fiscale: “E’ un freno alla crescita perché richiede tasse più elevate per chi le paga” ed inoltre, “riduce le risorse per le politiche sociali, ostacola gli interventi a favore dei cittadini con redditi modesti” sostiene per poi ricorrere per essere più efficace ad un’espressione “rozza ma efficace” come “macelleria sociale di cui gli evasori sono i primi responsabili”. I dati di Draghi spiegano tanta durezza, confrontando infatti i dati della contabilità nazionale con le dichiarazioni dei contribuenti “si può valutare che tra il 2005 e il 2008 sia stato evaso il 30% della base imponibile Iva, che in termini di gettito significano oltre 30 miliardi l’anno, 2 punti di Pil”. Se l’Iva fosse stata pagata, aggiunge Draghi, l’Italia avrebbe uno dei rapporti debito-Pil più bassi d’Europa. Attorno al 60% del Pil invece del 115,8%. Non sarebbe cioè necessaria alcuna manovra”. Bisogna poi intervenire sulla riorganizzazione dell’amministrazione: i tagli sul pubblico impiego decisi dal governo, rileva il governatore, devono fornire l’occasione “per ripensare il perimetro e l’articolazione delle amministrazioni” e per attuare “un disegno esteso di riforma”. 

 

Quanto al federalismo fiscale “deve aumentare l’efficienza nell’uso delle risorse”. Perché “solo un vincolo di bilancio forte, accompagnato dalla necessaria autonomia impositiva, può rendere trasparente il costo fiscale di ogni decisione e responsabilizzare i centri di spesa. Pochi ma incisivi gli accenni alle banche. Il primo riguarda le Fondazioni che come azionisti di banche «devono tutelare l’indipendenza dei manager”. Bisogna stare attenti, avverte Draghi, a non tornare agli anni Settanta-Ottanta “quando era la maggioranza politica a nominare i vertici delle aziende di credito”. Il secondo è la richiesta di estendere i poteri della Vigilanza consentendo la possibilità di “rimuovere i responsabili di gestioni scorrette” prima dei commissariamenti e delle liquidazioni. La crisi, ripete Draghi pesa: l’Italia ha una struttura finanziaria con molti punti di forza, dalla ricchezza delle famiglie ad un basso debito netto verso l’estero, ma deve recuperare competitività. La sfida, conclude il CORRIERE DELLA SERA, è di “coniugare la disciplina di bilancio col ritorno alla crescita” e si combatte “facendo appello agli stessi valori che ci hanno permesso di vincere le sfide del passato: capacità di fare, equità, desiderio si sapere, solidarietà”. (red)

 

 

8. Draghi, Berlusconi: l’Italia ha la forza per rilanciare

Roma - “Concordo con Draghi, il Paese ha forze sane e sufficienti per vincere la sfida”. Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, scrive il CORRIERE DELLA SERA, incassa l’endorsement che il governatore della Banca d’Italia ha fatto alla manovra - pur legandolo alle riforme - e ricambia. “È dall’inizio della legislatura che il governo ha fatto propria la sfida lanciata dal governatore - afferma in una nota il Cavaliere - per coniugare attraverso riforme strutturali, risanamento dei conti e ritorno alla crescita”. “Le considerazioni finali dell’inquilino di Palazzo Koch, quest’anno cadute proprio dopo la manovra del governo approvata in largo anticipo per rispondere alla crisi dell’euro, hanno avuto una larga e quasi totale condivisione. Lega Nord a parte che ha evitato di fare dichiarazioni sulle agenzie di stampa forse indispettita dai numerosi paletti che il governatore ha messo al federalismo fiscale e dallo stop alla politica nelle banche. Il ministro del Tesoro Giulio Tremonti – prosegue il CORRIERE – ieri ha scelto di non commentare ma questa sera interverrà a ‘Ballarò’ dove non nasconderà la sua soddisfazione. L’unica voce in totale disaccordo con Bankitalia è quella del segretario del Prc Paolo Ferrero che ha definito la manovra ‘iniqua e destinata ad aggravare la crisi’. Per il resto maggioranza e opposizione, sindacalisti, imprenditori e banchieri hanno trovato il modo di riconoscersi nelle brevi ma succose parole del governatore. Il leader del partito democratico Pierluigi Bersani ha apprezzato il passaggio finale quando ‘ha parlato di sforzo coerente ed unitario, di crescita e di riforme, un terreno ben più alto di quello che ci propone la manovra’. Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, ha enfatizzato le molte convergenze con la relazione letta appena venerdì all’Auditorium: ‘Ha condiviso le stesse cose che abbiamo detto noi, in particolare la riduzione della spesa pubblica’. Se la Marcegaglia ha apprezzato il ‘riferimento forte sull’evasione fiscale’, il suo vice Alberto Bombassei ha invece trovato ‘un po’ esagerata la definizione di «macelleria sociale’ riconoscendo che l’equità fiscale ‘è il problema dei problemi’. È invece proprio il passaggio della ‘macelleria sociale’ che più è piaciuto al segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni perché ‘c’è proprio quando si evadono le tasse e si perpetuano gli sprechi’. ‘Combattere l’evasione - ha concluso Bonanni lasciando il palazzo di via Nazionale - significa anche fare la riforma fiscale’. Guglielmo Epifani, leader della Cgil, ritiene che la relazione del governatore sia ‘abbastanza onesta dal suo punto di vista e contiene due parole importanti: equità e solidarietà’. Si tratta di due parole, ha proseguito Epifani ‘che non ho trovato nella manovra del governo’. Il presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa San Paolo Giovanni Bazoli ha apprezzato molto ‘il riferimento al ruolo delle fondazioni, all’autonomia e all’indipendenza del management delle banche, che sono da difendere’. Per John Elkann, presidente Fiat, è giusto l’invito ‘a mantenere l’impegno sull’euro’. (red)

 

 

9. Draghi, "ritratto sincero di un paese"

Roma - “Le parole del governatore sono applaudite da tutti. Il giorno dopo dimenticate da molti. Speriamo che almeno questa volta non sia così, perché Draghi ha detto più di quello che, con concretezza e lucidità, ha scritto. Una grande relazione”. È quanto scrive il direttore del CORRIERE DELLA SERA Ferruccio De Bortoli nel suo editoriale. “In sintesi. La lezione della crisi finanziaria è una sola: la colpa è del vuoto regolamentare americano e l’azzardo morale va sanzionato. Duramente. Le nuove regole sono però ostacolate (‘Anche da molti di voi presenti’) perché, si dice, freneranno la ripresa. Non è così. Dall’euro non si esce, ma si rafforzi il patto di stabilità e crescita. Non c’è solo la disciplina di bilancio. Se un Paese non fa le riforme necessarie a tutti, lavoro e istruzione per esempio, può ricevere una sanzione anche politica: la perdita del voto in sede comunitaria. L’ultima manovra del governo era necessaria e inevitabile, ma è incompleta. Si propone lodevolmente di contenere l’espansione della spesa pubblica all’1 per cento nel biennio 2011-12. Nota il governatore: negli ultimi dieci anni è cresciuta al ritmo del 4,6 per cento ogni dodici mesi. Di colpo virtuosi? Speriamo. Se l’Italia ha sopportato meglio di altri la crisi, il merito è soprattutto della politica monetaria, meno del governo. L’estensione degli ammortizzatori sociali, però, è stata corretta ed efficace. La manovra agisce seriamente sulla spesa previdenziale (finestre ed età pensionabile), ma potrebbe abbassare il già debole tasso di crescita. Il rischio è una seconda recessione. ‘Macelleria sociale è l’evasione fiscale’”. 

 

“Solo di Iva – prosegue De Bortoli – 10si evadono trenta miliardi l’anno. Se l’avessimo pagata regolarmente in questi anni, il livello del debito sul prodotto lordo sarebbe fra i migliori d'Europa. Più forti dei tedeschi. L’evasione va combattuta, e il governo, ammette Draghi, si sta impegnando. Le risorse recuperate riducano le aliquote, specie sul lavoro. L’altro grande ostacolo (macigno) alla crescita è nell’espansione della criminalità organizzata e nella diffusione della corruzione. La prima incancrenisce le istituzioni e attenta alla libertà e all’incolumità dei cittadini; la seconda umilia il merito, distorce il mercato, deprime la crescita. Chi paga il conto più elevato della crisi? I giovani, le vere vittime. La riduzione degli occupati, nella fascia tra 20 e 34 anni, è stata sette volte superiore a quella degli anziani; le nuove assunzioni sono diminuite del 20 per cento; i salari d’ingresso sono fermi a 15 anni fa. E non è vero che facendo lavorare di più chi sta tra i 55 e i 64 anni (occupato solo il 36 per cento, la media europea è al 46) le opportunità per i giovani diminuiscono. Alcuni Paesi nordici lo dimostrano. Il mercato del lavoro va riformato con lo sguardo rivolto ai giovani e a chi ha meno diritti. Federalismo fiscale? Sì, purché chi spende troppo e male, paghi. Oggi spesso viene rieletto. La riforma universitaria va nella direzione giusta. Le debolezze della nostra economia sono note, ma i punti di forza non sono pochi (risparmio privato, rapporto tra patrimonio e reddito tra i più elevati in Europa, debito estero tra i più bassi). Il vero problema è che la produttività non cresce. Il filo che unisce tutta la relazione di Draghi si può riassumere così. Il coraggio al Paese non è mancato in momenti più difficili. Perché dovrebbe venir meno ora? La crisi a livello internazionale richiede cooperazione nella responsabilità. Perché dovremmo dividerci proprio noi sulle scelte più importanti per il futuro del Paese? Non si tratta di vagheggiare improponibili governi di unità nazionale o di larghe intese, ma almeno di sperare che maggioranza e opposizione si confrontino un po’ di più sui contenuti, nella consapevolezza di far parte (tutti) della stessa comunità. È troppo sperarlo?”. (red)

 

 

10. Manovra, via senza tagli agli enti. Anm verso lo sciopero

Roma -

“Stralciata la lista dei 232 enti culturali e trasferita in un disegno di legge, il presidente della Repubblica ha firmato il decreto con la manovra finanziaria da 24 miliardi per il 2011-2012. Un via libera atteso, dopo le correzioni fatte da Palazzo Chigi al testo approvato il 25 maggio. Il decreto, già presentato al Senato, non soddisfa l’opposizione, trova qualche rilievo critico anche nella maggioranza, ma soprattutto continua a non piacere ai magistrati, ‘pronti allo sciopero’. Dopo la firma – scrive il CORRIERE DELLA SERA – il capo dello Stato ha lanciato un nuovo forte appello alla classe dirigente politica a ‘superare sterili contrapposizioni e dannosi particolarismi’. Ma sulla manovra incombe la protesta dei magistrati, che non incrociavano le braccia da cinque anni e ora sono pronti a scioperare contro una manovra giudicata ‘iniqua’ e ‘punitiva’. L’annuncio della linea dura è stata data al termine di un incontro con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta. ‘Non ci sono spazi di mediazione, siamo pronti allo sciopero’ hanno dichiarato i vertici dell’Associazione nazionale magistrati, dando per ‘sicura’ la convocazione di un’astensione dal lavoro, accompagnata anche da altre forme di protesta, a cominciare da uno sciopero bianco (...)”.

 

Silvio Berlusconi, rileva LA STAMPA, “apprezza il ‘riconoscimento che Mario Draghi ha dato all’azione di governo’ sulla ‘riduzione delle spese e la lotta all’evasione fiscale’. E’ soddisfatto il premier per la relazione del governatore di Bankitalia, con il quale concorda sul fatto che ‘il paese ha forze sane e sufficienti per vincere la sfida’. Per motivi opposti, ‘le parole preoccupate e veritiere’ del governatore sono piaciute al leader del Pd Bersani, convinto che dalla relazione di Draghi emerga un giudizio sulla manovra come una misura sì ‘inevitabile’, ma ‘contraria alla ripresa, inconsistente dal lato delle riforme e aleatoria dal punto di vista delle prospettive di controllo della spesa’. Intanto, la legge di correzione dei conti pubblici 2011-2012 esce dal Quirinale firmata dal Capo dello stato, con una significativa novità nel testo finale: lo stralcio della lista dei 232 enti, fondazioni e istituti culturali che nella prima versione subivano uno stop dei finanziamenti statali. Gli stanziamenti saranno comunque tagliati del 50% ma la questione passa nelle mani del ministro Bondi che aveva protestato per non essere stato consultato. Quindi una vittoria del ministro della Cultura, a cui però spetterà l’onere gravoso di decidere dove applicare nette sforbiciate. L’esito di questa partita non dispiace affatto a chi nel Pdl, una voce per tutte il capogruppo Cicchitto, ritiene che i tagli alla spesa degli enti culturali vadano fatti ‘con il bisturi e non con l’ascia’. Su un altro fronte può cantare vittoria anche la Lega, dopo la conferma che il testo finale non contiene più l’eliminazione delle micro-province sotto i 220 mila abitanti, altra misura che aveva sollevato un vespaio di polemiche. E forse non è un caso se Gianfranco Fini ponga una domanda inquietante per il Carroccio: ‘Se siamo in una situazione finanziaria in cui occorre assoluto rigore e controllo della spesa, avviare il federalismo fiscale è compatibile con l’equilibrio dei conti?’”.

 

“Le spine – prosegue il quotidiano torinese – si infilano nei fianchi del governo da più fronti. ‘Siamo pronti allo sciopero’, annuncia il presidente dell'Associazione nazionale magistrati (Anm), Luca Palamara, dopo un incontro con Gianni Letta. Il consiglio direttivo giovedì ratificherà lo sciopero già proclamato dalla giunta e le modalità di altre forme di protesta, come lo sciopero bianco. I magistrati dicono di voler fare la loro parte, ‘ma è grave che si preveda che chi guadagna di più paghi di meno. È inaccettabile essere considerati un costo e non una risorsa’. Il segretario dell’Anm, Giuseppe Cascini, giudica ‘assurdo che un magistrato che guadagna 150 mila euro se ne veda decurtati 2 mila dalla manovra, mentre uno che ne guadagna 70 mila debba contribuire con 20 mila euro in funzione del blocco dei primi aumenti automatici di stipendio, che sono i più consistenti e avvengono nei primi quindici anni di carriera’. E la conclusione è che in questa manovra ‘si può leggere la volontà di punire la magistratura italiana’. I vertici di Confindustria, con il vicepresidente Bombassei, trovano ‘un po’ esagerata’ l’affermazione del governatore Draghi che ‘la vera macelleria sociale sia l’evasione fiscale’, pur condividendo il giudizio positivo sulle norme anti evasori. E la Marcegaglia torna alla carica sui tagli ai costi della politica, perché ‘i sacrifici li devono fare tutti, a partire dalla classe politica’ e su questo punto ‘nella manovra ci saremmo aspettati di meglio’”.

 (red)

 

 

11. Manovra, Berlusconi: E ora altre modifiche in Parlamento

Roma - “La manovra di Tremonti? ‘Abbiamo fatto un buon lavoro, il resto lo cambieremo in Parlamento’. Soddisfatto per l´esito del braccio di ferro sulla Finanziaria, Silvio Berlusconi si godeva ieri quello che a palazzo Chigi viene visto come un ridimensionamento del ministro dell´Economia. Con Tremonti – spiega LA REPUBBLICA – il presidente del Consiglio si incontrerà mercoledì, dopo il ricevimento al Quirinale per la festa del 2 giugno, ma intanto alcuni punti fermi è già riuscito a fissarli. ‘L´importante per Bruxelles è che il saldo resti quello - ha spiegato il premier - poi i singoli dettagli possono cambiare’. E così, nelle ultime 48 ore, avvalendosi del catenaccio dei ministri Bondi e Brunetta, con l´aiuto di Gianni Letta e dello stesso Quirinale, Berlusconi è riuscito a piegare la resistenza del ministro dell´Economia. Quanto ai minori tagli che queste modifiche comporteranno, il governo ha già pronta la carta per rimediare: ‘Stiamo studiando - dice un parlamentare del Pdl - un allargamento delle maglie del condono per fare più cassa’. Il condono sarà presentato sotto forma di un emendamento parlamentare e così il governo salverà la faccia. Che sia stato un gioco di squadra a mettere nell´angolo Tremonti, con la regia di palazzo Chigi, è testimoniato del resto da numerosi indizi. Ieri Sandro Bondi ha telefonato riservatamente al Quirinale per ringraziare di persona il capo dello Stato per ‘l´aiuto’ indispensabile nel cassare la lista di enti culturali da sopprimere. Un risultato ragguardevole, ottenuto grazie alla tenaglia con un altro storico avversario di Tremonti, Renato Brunetta. Che, non a caso, domenica sera ancora avvertiva minaccioso: ‘Ci sono molti problemi e mal di pancia’. L´altro indizio sta nell´inusuale comunicato diramato ieri da Gianni Letta per solidarizzare con i magistrati e manifestare all´Anm addirittura la propria ‘particolare attenzione e preoccupazione’ per i tagli di via XX Settembre al settore giustizia. Alla fine Tremonti è dovuto scendere a più miti consigli. Un bilancio che non è dispiaciuto affatto al Cavaliere, che si era visto commissariare dal suo ministro dell´Economia. ‘Giulio fa il fenomeno - è la lezione politica che ne trae Berlusconi - ma non si può scrivere una Finanziaria senza il presidente del Consiglio’”. 

 

“Ora, in attesa che i due si chiariscano mercoledì faccia a faccia, resta tra gli uomini più vicini al premier la sgradevole sensazione di un iperattivismo politico del ministro dell´Economia. Un sospetto certo – prosegue LA REPUBBLICA – non mitigato dal giuramento ‘morale’ di ‘fedeltà’ pronunciato ieri da Tremonti nell´intervista al Corriere della sera. Si tratta al momento soltanto di congetture, ma nella cerchia dei berlusconiani si torna con la mente a quel drammatico 1994, quando un altro ministro del Tesoro - Lamberto Dini - prese il posto di Berlusconi a palazzo Chigi. ‘Tremonti - riflette un consigliere del Cavaliere - in quell´intervista fa persino l´elogio delle liberalizzazioni di Bersani!’. Difficile capire fino a che punto il premier condivida questi timori, ma il fantasma di un governo di larghe intese, che faccia perno sulla personalità del ministro dell´Economia, si è riaffacciato in questi giorni a palazzo Chigi. La stessa relazione di Mario Draghi viene letta in questa luce. Già, perché le talpe del Cavaliere hanno notato da qualche tempo un riavvicinamento tra i due storici avversari - il ministro dell´Economia e il Governatore - e anche il giudizio positivo di Bankitalia sulla manovra ha generato un retropensiero. ‘Un´uscita forte di Draghi - osserva un frequentatore di palazzo Grazioli - avrebbe messo in grave difficoltà Tremonti. Invece solo lodi’. Forse anche per questo, da Arcore, il premier si è affrettato a far conoscere il suo giudizio positivo sulla relazione del governatore, tirando la coperta di Bankitalia fino a coprire l´intero governo e non solo il ministro dell´Economia”. (red)

 

 

12. Manovra, il premier passa l’esame: in crescita la fiducia

Roma - “I timori sono svaniti all’alba. Perché è vero che dopo una settimana di passione il premier attendeva con ansia i report dei sondaggi riservati. Nell’inner circle berlusconiano – scrive Francesco Verderami sul CORRIERE DELLA SERA – si temeva che i tagli draconiani ai conti pubblici incidessero pesantemente sull’indice di fiducia del Cavaliere, e che le polemiche nel governo compromettessero l’immagine del capo. Invece, ecco la sorpresa. Berlusconi addirittura risale la china, e i risultati hanno spiazzato lo stesso presidente del Consiglio, che ha accolto i test alla stregua di un regalo. I numeri variano da istituto a istituto, ma sono in fondo omogenei, concordano sul fatto che l’opinione pubblica è tornata a dare fiducia al premier. Così i dati che Berlusconi ha rivelato nei giorni scorsi, sostenendo di essere ‘oltre il 60%’, coincidono in linea di massima con le rilevazioni di Euromedia research. Ipsos ‘quota’ invece il Cavaliere al 50%, per effetto forse di un altro sistema di valutazione. Tuttavia anche secondo la società di ricerca guidata da Pagnoncelli il trend del premier è in ascesa. E proprio Pagnoncelli prova a spiegare il risultato, sostenendo che ‘nei momenti di difficoltà si rinsaldano i rapporti di fiducia dei cittadini nelle istituzioni’. Nessuno però nei giorni scorsi avrebbe scommesso su Berlusconi, che dopo aver passato mesi emesi a infondere ‘ottimismo’ nel Paese per tenere bassa la comunicazione sulla crisi, è stato infine costretto a sdoganare l’odiata parola, accompagnandola a un’altra, altrettanto indigesta: sacrifici”.

 

“Ma il crollo preventivato nell’indice di fiducia non c’è stato, segno che la strategia mediatica del Cavaliere ‘buon padre di famiglia’ degli italiani ha retto, che l’immagine del premier ‘costretto dall’Europa’ a imporre i sacrifici è passata, che l’idea di distinguere il proprio ruolo da quello di Tremonti— secondo lo schema del ‘poliziotto buono’ e del ‘poliziotto cattivo’ — ha prodotto gli effetti desiderati. Insomma, Berlusconi per ora regge. Per ora. Perché i cittadini attendono di capire i veri effetti della manovra. Nei sondaggi si percepisce una forte confusione sul provvedimento, che si unisce ai timori del Paese tanto per l’immediato quanto per il futuro: sul breve periodo c’è il timore che i tagli incidano sulla vita quotidiana, riducendo i servizi pubblici; sul lungo periodo c’è invece la preoccupazione che sotto la manovra non ci sia nulla, che non esista una strategia per uscire dal tunnel della crisi, e che in prospettiva saltino gli obiettivi del taglio delle tasse e del federalismo fiscale. Sulla riforma del fisco era stato lo stesso Berlusconi a dire che bisognerà attendere ‘tempi migliori’ prima di vararla. Mentre sul tema caro alla Lega è Fini a sollevare dubbi. L’insistenza con cui il presidente della Camera chiede se l’approvazione del federalismo fiscale sia ‘compatibile con l’equilibrio dei conti pubblici’ acuisce politicamente il problema, allarga una crepa nel centrodestra dove già il governatore della Lombardia, Formigoni, aveva avanzato più di un interrogativo sugli esiti del progetto. Sono nodi che al momento non hanno però riflessi sui numeri dei sondaggi, dato che— insieme a Berlusconi — anche il Pdl resiste agli effetti della crisi, continuando a fluttuare attorno al 34%, con la perdita di qualche decimale. Speculare è la situazione del Pd, che si attesta al 27%. È come se la settimana di fuoco appena trascorsa non abbia inciso sulle valutazioni dell’opinione pubblica, se non per il calo complessivo di un punto della Lega— calo per certi versi fisiologico dopo il picco post-elettorale del 13% — e per un’avanzata dell’Udc — risalita al 6%— a cui fa gioco l’immagine di partito che si fa carico delle responsabilità di condividere la gestione della crisi”.

 

“Tutte le forze politiche, comunque, salgono nell’indice di fiducia dei cittadini. Ma non c’è dubbio che sia Berlusconi la sorpresa, a fronte del ruolo che lo esponeva al giudizio degli elettori, e delle tensioni che doveva amministrare nel governo e nel rapporto con le organizzazioni sociali. L’immagine di un Cavaliere ‘tremontizzato’, con Gianni Letta messo ai margini, pesava politicamente. Ma la svolta delle ultime quarantotto ore, con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio che torna nelle vesti dell’eterno mediatore, in realtà viene da lontano, dal giovedì di due settimane fa. Quel giorno si tenne a palazzo Chigi un vertice al quale parteciparono numerosi ministri. La lunghezza dell’incontro fu dovuta al fatto che per quasi un’ora Berlusconi si assentò per parlare al telefono con il capo dello Stato. In seguito Letta convocò un altro rendez vous ristretto, a cui presero parte solo il premier e il ministro dell’Economia. Non fu un caso se, subito dopo, il sottosegretario salì al Quirinale insieme a Tremonti. Proprio quella settimana era stato annunciato che la scure della manovra si sarebbe abbattuta anche sui costi della politica, e quando il titolare di via XX Settembre rivelò al Cavaliere che Confindustria e Cisl concordavano, Berlusconi intuì che una sorta di trattativa ‘parallela’ con le parti sociali era stata già avviata, e si sentì scavalcato. Ecco come viene spiegato ora il suo atteggiamento nei riguardi della Marcegaglia. Il punto è che per la prima volta Letta aveva difficoltà a muoversi, ingabbiato com’era dalla ragnatela diplomatica di Tremonti. La reazione del capo dello Stato nel fine settimana, i dubbi espressi sulla manovra, l’intervento sull’articolato del provvedimento— sebbene ufficialmente smentito — rivelano un filo diretto tra Napolitano e Berlusconi attraverso Letta. La triangolazione è frutto dell’intesa risalente a due settimane fa, che ha consentito al Cavaliere di riproporsi come il baricentro del governo e al suo braccio destro di tagliare i tagli che si erano prodotti sulla lista degli enti culturali. Una tattica che ha avuto nell’attacco pubblico di Bondi a Tremonti un altro passaggio fondamentale per ristabilire le gerarchie nell’esecutivo. Perché il premier non poteva non sapere dell’affondo del suo fedelissimo. A chiudere il cerchio ci ha pensato infine Draghi, con il quale il Cavaliere cura da tempo un buon rapporto, che spesso ha mandato in sofferenza Tremonti. Il plauso di Berlusconi al discorso del Governatore di Bankitalia, quel ‘concordo con lui’, è un modo per avvisare dentro e fuori il Palazzo che non c’è spazio per manovre (di tutti i tipi) non concordate”. (red)

 

 

13. Intercettazioni, stop di Fini.Scontro aperto con Schifani

Roma - “Sberle istituzionali tra i presidenti di Camera e Senato. Renato Schifani e Gianfranco Fini – scrive il CORRIERE DELLA SERA – si sono rincorsi per l’intero pomeriggio con dichiarazioni e note molto polemiche, fino a portare ai massimi livelli lo scontro politico in atto da mesi tra le due anime del Pdl: la punta dell’iceberg, stavolta, è la norma transitoria del disegno di legge Alfano (da ieri all’esame dell’aula del Senato) che nella sua ultima versione inciderà pesantemente anche sui procedimenti in corso. Eppure, nonostante l’incidente istituzionale sfiorato, il presidente Schifani alla fine ha accolto in parte la richiesta dell’opposizione di rinviare il testo in commissione Giustizia, che avrà tempo fino a martedì 8 giugno per trovare una mediazione sulle questioni irrisolte, compresa la durata massima di 75 giorni delle intercettazioni. ‘Bisogna usare il fioretto e non la scimitarra; e non va bene se si va a gamba tesa per colpire con l’obiettivo di intimidire’, ha avvertito Fini. Così, nell’arco di due ore, è successo di tutto tra i presidenti di Camera e Senato. Fini ha detto chiaro e tondo di non condividere le ultime proposte di modifica presentate in aula al Senato dal Pdl e ha pure evocato l’intervento correttivo della Camera: ‘I deputati, ove lo ritenessero necessario, potranno intervenire’ se passerà la norma transitoria concepita dai senatori del Pdl: quella, ha lasciato intendere Fini, che lede il principio di ragionevolezza perché crea disparità di trattamento tra indagati dello stesso processo. Un intervento nel merito, quello di Fini, giudicato un fallo, una vera entrata a gamba tesa, da parte del presidente Schifani che è sceso nel Salone Garibaldi con il volto teso: ‘Da quando sono presidente del Senato non mi sono mai occupato di dare valutazioni politiche nel merito di argomenti all’esame di questo ramo del Parlamento’. Una pausa. E poi è arrivato l’affondo di Schifani: ‘Men che meno mi sono mai sognato di dare giudizi di merito su argomenti all’esame dell’altro ramo del Parlamento’. Il duello a distanza tra Fini e Schifani ha dunque registrato una breve tregua. Però, una volta appresa la replica piccata di Schifani, il presidente Fini ha fatto diramare una nota: ‘Rispetto totale per l’autonomia del Senato. Il presidente Schifani, però, non può fingere di non sapere che prima di presiedere la Camera ho contribuito a fondare il Pdl, di cui anch’egli è espressione. Sulla legalità e sull’unità nazionale non ho intenzione di desistere dallo svolgere un ruolo politico’. A questo punto Schifani non poteva tacere, anche perché si apprende al Senato, l’affondo di Fini è arrivato mentre era in corso una delicata opera di mediazione con l’opposizione: ‘Da quando sono presidente del Senato mi sono sempre astenuto sui temi all’ordine del giorno... Nei miei anni passati da capogruppo ho dato il massimo sfogo. Da presidente del Senato, invece, voglio, garantire il ruolo di terzietà (...)’”. (red)

 

 

14. Intercettazioni, l'ira del Cavaliere: Fini scorretto

Roma - “Se l´aspettavano l´uscita di Fini, ma non così. Erano convinti di trovarsi, nei giornali del weekend, un´intervista di Giulia Bongiorno con i dubbi sulla legge. E già erano pronti – scrive LA REPUBBLICA – a una trattativa soft, per correggere il testo qui e là, prima del voto al Senato. Avevano fatto di tutto per veicolare una sorta di contro informazione, raccontando che i finiani avevano già sottoscritto l´accordo, che non avrebbero stracciato il patto. E quindi la sorpresa è stata grande. Con un effetto scenico sorprendente: il relatore Roberto Centaro sta leggendo la relazione, Schifani vende la mediazione e tiene a bada il Pd, ma ecco a sorpresa sulle agenzie la stroncatura di Fini. Ora la contrapposizione è sotto gli occhi di tutti. E riguarda ancora una volta i processi in corso. ‘Sempre la stessa storia, come per la blocca processi o il processo breve’ chiosa una buona fonte del Pdl. Da tenere dentro, o da tenere fuori, dalla legge sulle intercettazioni. L´alternativa è tutta qui. Solo di questo si discute nei corridoi. Furiosi per l´uscita di Fini, i berluscones ieri se lo confessavano tra loro, consci del cul de sac nel quale si sono cacciati con le loro stesse mani: ‘O pieghiamo la testa, e la legge lascerà indenni le indagini che si stanno svolgendo contro di noi, oppure mandiamo a mare tutto. E comunque, in un caso come nell´altro, Fini ci ha legato le mani’. Usano anche parole più crude, ma la sostanza è questa. Roventi le telefonate con il Cavaliere. Adirato come non mai contro Fini. Al punto da ordinare una duplice offensiva. La prima: l´attacco, affidato a Schifani, sul piano istituzionale per quello che Berlusconi considera una esondazione di Fini rispetto al suo ruolo di terza carica dello Stato. Schifani svolge puntuale il compitino. La seconda: la contestazione nel merito. La polemica sui giorni concessi per intercettare, che erano 60 alla Camera e sono diventati 75 al Senato. Ci si esercitano tutti, Gasparri, Quagliariello, Cicchitto. ‘Come si permette Fini di criticare se la nostra durata è maggiore di quella che i suoi hanno pure votato?’. Facendo finta di dimenticarsi, come sanno bene i finiani, che a Montecitorio la norma transitoria diceva che ‘la legge non si applica ai processi in corso’, mentre quella del Senato invece applica a tutti e subito la durata breve, e quindi blocca tutte le intercettazioni e stronca tutte le inchieste in corso”.

 

“Per questo – prosegue LA REPUBBLICA – l´ex pm Antonio Di Pietro parla di norme che ‘favoriscono la cricca’. Nella sua collera Berlusconi non fa sconti: ‘Basta. Se continuate ad ammorbidire questa legge io la blocco. Già non mi è mai piaciuta, con dentro la corruzione, ma se andate avanti nell´attenuarla faremo ridere dopo averla approvata. Ormai non serve più a niente’. Con i suoi giudica la mossa di Fini con una sola parola, ‘scorretta’. Vorrebbe rispondergli a tono, convoca capigruppo e coordinatori nonostante il 2 giugno sia festa. Come dice al Senato Gaetano Quagliariello ‘qui si è aperto un problema politico enorme’. Che attiene, all´interno del partito, al potere di veto del co-fondatore. Ma di mezzo ci sono le intercettazioni. E bisogna pure uscirne. E anche in fretta. In viaggio in Sudafrica il ministro della Giustizia Angelino Alfano, Niccolò Ghedini si impossessa della scena. Annusata la mala parata di Fini, innanzitutto piglia tempo e consiglia il rinvio in commissione. Adesso c´è una settimana di tempo per trovare un´intesa o rompere definitivamente. O ancora lasciare con un escamotage che il ddl finisca su un binario morto, visto che non piace al Cavaliere. Falchi e colombe si scontrano. Tenere duro, consigliano i primi, approvare così com´è il testo al Senato. E lasciare che lo scontro avvenga alla Camera, magari decidendo a quel punto di "sacrificare" una legge che tanto non realizza più lo scopo di fermare le inchieste sugli appalti. I secondi propongono un compromesso: accontentare Fini e tornare al testo della Camera, dove era scritto che la legge non si applicava ai processi in corso. E risolvere anche la querelle dei 75 giorni lasciando invariato il tetto, ma con una clausola di salvaguardia se, come dice Fini, all´ultimo giorno gli ascolti rivelano una notizia fondamentale. Dovranno parlarsi, dopo un black out di oltre sei mesi, Ghedini e la Bongiorno (...)”. (red)

 

 

15. Elezioni, 2 province al centrodestra, 2 al centrosinistra

Roma - “Due province al centrodestra, due al centrosinistra, Sassari in bilico e altre tre, tra le quali Cagliari, al ballottaggio. I giochi – scrive LA REPUBBLICA – restano aperti dopo il primo turno delle amministrative in Sardegna, dove vanno al rinnovo le otto province e il Pdl avanza. Il Pd invece conferma le sue (poche) roccaforti in Sicilia: si è votato in 41 comuni, solo 12 di grandi dimensioni, Enna unico capoluogo. Turno di ballottaggio invece in dieci piccole amministrazioni del Trentino, nella maggior parte delle quali, come a Rovereto, a spuntarla sono stati i candidati targati Pd. Ma dalla Sicilia al Trentino, a vincere davvero è stato l´astensionismo. Solo il 60 per cento si è presentato alle urne nella regione settentrionale, appena il 57 per cento nelle province sarde. Proprio nell´isola, almeno quattro province su otto vengono assegnate al primo turno, dunque. Va al centrodestra Olbia-Tempio con Fedele Sanciu e Oristano con Massimiliano De Senees. Al centrosinistra invece Medio Campidano, dove mantiene la postazione Fulvio tocco, e Sulcis Iglesias, dove si afferma il sindaco di Carbonia, Tore Cherchi. Fino a tarda sera, quando risultavano scrutinate poco più della metà delle quasi 400 sezioni, a Sassari era in vantaggio il presidente uscente Alessandra Giudici del centrosinistra: viaggiava attorno al fatidico 50 per cento, comunque in netto vantaggio sull´avversario del Partito sardo d´azione, Giacomo Sanna. Ballottaggio in vista invece in provincia di Cagliari, dove il presidente uscente di centrosinistra, Graziano Milia in serata si ritrovava in svantaggio rispetto a Giuseppe Farris, Pdl. Stessa sorte, con rinvio al secondo turno, per la Provincia di Nuoro. Anche lì, l´uscente è targato Pd, Roberto Deriu, e anche lì è in svantaggio rispetto al candidato del Pdl, Luigi Crisponi. Ballottaggio pure a Ogliastra, tra Sandro Rubio di centrodestra e Bruno Pilia del centrosinistra. Ma in Sardegna si votava anche in alcuni comuni, tra i quali Quartu Sant´Elena, terza città dell´isola, dove Mauro Contini, Pdl, l´ha spuntata sul sindaco uscente di centrosinistra Gigi Ruggeri. Quadro assai disomogeneo in Sicilia. Nell´isola non si rinnovavano Province, ma solo una quarantina di Comuni e in nessun centro la compagine che sostiene il governo Lombardo si è presentata compatta in sostegno di un candidato. Nel capoluogo, Enna, il ras locale dei consensi, il democratico Vladimiro Crisafulli, non riesce a spuntarla al primo turno col proprio candidato, Paolo Garofalo. Andrà al ballottaggio col candidato del Pdl Angelo Moceri. Singolare disputa in un altro grosso centro, Gela, dove il candidato vincitore delle primarie del Pd (sostenuto dall´Mpa di Lombardo) Angelo Fasulo, risulta in vantaggio su Calogero Speziale, sconfitto alle primarie del Pd ma comunque autocandidatosi col sostegno dell´Udc. I due andranno al ballottaggio. A Palma di Montechiaro, nell´Agrigentino, la spunta al primo turno il candidato finiano Rosario Bonfanti di Alleanza Azzurra, che ha approfittato della rottura locale del Pdl. Ma d´altronde il partito berlusconiano in Sicilia viaggia diviso in due quasi ovunque. Non nella roccaforte del senatore Pino Firrarello, a Bronte, dove lo stesso parlamentare e sindaco uscente ha la meglio nella sfida-simbolo contro il candidato locale dell´acerrimo avversario, il governatore Raffaele Lombardo”. (red)

 

 

16. Inflazione, gli alimentari frenano il carovita

Roma - L’inflazione in Italia rallenta il passo, che in ogni caso resta sostenuto per un periodo di crisi come quello che viviamo: a maggio l’indice dei prezzi al consumo rilevato dall’Istat nella stima preliminare è risultato +1,4% tendenziale (cioè annuo) contro il +1,5% registrato ad aprile. Invece i prezzi al consumo fra aprile e maggio sono aumentati dello 0,1% (dato congiunturale). Un altro parametro un po’ tecnico, il cosiddetto tasso d’inflazione acquisito per il 2010 (cioè quello che si registrerebbe a fine anno nell’ipotesi che l’indice mantenga i livelli registrati a maggio) raggiunge l’1,2%. “Gli incrementi tendenziali più elevati – scrive LA STAMPA – riguardano i capitoli dei trasporti (+5,0%), dell’istruzione (più 2,5%) e il calderone in cui finiscono le voci relative ad ‘altri beni e servizi’ (+3,1%). Invece variazioni tendenziali negative si sono rilevate nei capitoli comunicazioni (-2,0%), prodotti alimentari e bevande analcoliche (-0,4%) e servizi sanitari e spese per la salute (-0,2%). A livello congiunturale, gli aumenti più significativi sono nel capitolo abitazione, acqua, elettricità e combustibili (+0,3%) e negli ‘altri beni e servizi’ (+0,5%). Variazioni nulle per bevande alcoliche e tabacchi e per l’istruzione. Variazioni congiunturali negative sono state rilevate nei capitoli ricreazione, spettacoli e cultura (-0,6%), comunicazioni (-0,4%) e servizi sanitari e spese per la salute (-0,2%). Almeno secondo quanto risulta all’Istat, gli italiani spendono un po’ di meno per mangiare. In particolare, guardando ai singoli prodotti, i prezzi calano, sia su base tendenziale che congiunturale, per la pasta (-0,1% su mese e -1,3% su anno), il latte (-0,1% su mese -1,9% su anno) e il pollame (-0,3% su mese, -1,4% su anno). I prezzi dei prodotti vegetali diminuiscono a livello tendenziale (-1,7%) ma aumentano su base congiunturale (+0,1%). L’Ufficio studi dell’organizzazione di negozianti Confcommercio commenta questi dati dicendo che ‘permane una situazione sostanzialmente stabile sul versante dei prezzi, in linea con quanto accade nel resto dell’Eurozona. Va sottolineato come il comparto degli alimentari confermi anche in maggio un’evoluzione dei prezzi, su base annua, negativa. Si prospetta per i prossimi mesi una stabilizzazione dell’inflazione poco sopra gli attuali livelli’. Confagricoltura sottolinea che i prezzi al consumo dei prodotti alimentari a maggio hanno registrato un piccolo aumento (+0,1% rispetto al mese precedente) e sono diminuiti rispetto al corrispondente mese del 2009 (-0,4%). ‘Prosegue - rileva l’organizzazione degli agricoltori - la frenata dei prezzi alimentari a tutto vantaggio dei consumatori, come avviene da novembre’. Ma secondo l’istituto Isae l’inflazione rialzerà la testa entro l’estate: ‘Le spinte sui prezzi dovrebbero rafforzarsi. Gli operatori sembrano inclini a una politica basata su un aumento dei listini. Già dallo scorso mese tra gli intervistati sono tornati a prevalere coloro che prevedono di aumentare i prezzi di vendita da qui all’estate, contrariamente a quanto accaduto tra la fine del 2008 e l’inizio di quest’anno, quando a prevalere erano le intenzioni di ribasso dei listini’”. (red)

 

 

17. Crisi, allarme Usa: La Bce porta l´Europa alla deflazione

Roma - “Il dragone inflazionistico sta diventando un´ossessione che acceca la Banca centrale europea”. Il giudizio, nella sintesi del New York Times, riassume l´opinione dominante dei dirigenti americani. Barack Obama – scrive LA REPUBBLICA – inviando il suo segretario al Tesoro Tim Geithner in Europa ha già trasmesso segnali di ansia per il segno troppo restrittivo delle politiche economiche europee: tutte orientate a senso unico, per ridurre i deficit pubblici, in una fase in cui la domanda di consumi è già debole e si rischia una ricaduta in recessione. Ora anche la politica monetaria di Francoforte finisce nel mirino degli americani. Una voce autorevole e rappresentativa è quella di Adam Posen, economista che abbraccia i due lati dell´Atlantico: in America dirige il Peterson Institute for International Economics, a Londra è stato nominato tra i consiglieri della Bank of England. Posen non ha dubbi su quale sia il vero nemico per l´Europa: ‘Rischi e problemi assomigliano a quelli del Giappone negli anni 90’. Cioè il Giappone del "decennio perduto": quando allo sgonfiamento della bolla speculativa fece seguito un periodo di deflazione e crescita zero. Anche il premio Nobel dell´Economia Paul Krugman avverte questo pericolo: gli europei possono ripetere gli stessi errori che furono fatali ai giapponesi vent´anni fa. Cioè sottovalutare le tendenze depressive, condannando l´economia a un ristagno lunghissimo. I sospetti degli americani sono rafforzati dalle uscite di un "falco" della Bce come il tedesco Juergen Stark, che ieri ha auspicato una fine imminente della politica monetaria espansiva. Stark dà voce alla corrente dei monetaristi ortodossi, che in Germania gode di un antico consenso nell´opinione pubblica. Per il pensiero tedesco, le misure straordinarie con cui la Bce ha sostenuto la Grecia e altri paesi a rischio di bancarotta, acquistando i loro titoli pubblici, sono una dissennata creazione di liquidità, foriera di futura inflazione. Quindi quegli aiuti d´emergenza vanno "sterilizzati", e possibilmente interrotti al più presto. ‘E´ una follia – dichiara l´esperto di High Frequency Economics Carl Weinberg – come possono preoccuparsi dell´inflazione in una fase come questa? La Bce dovrebbe creare moneta senza remore, per prevenire il declino della liquidità’. Vista dagli Stati Uniti, dove Obama sta varando una nuova manovra di sostegno della crescita (100 miliardi di dollari di spesa aggiuntiva per disoccupati e piccole imprese), la "sindrome tedesca" sta portando la Bce a commettere un serio errore. La deflazione, secondo gli esperti americani, è il nemico numero uno dell´Europa. In Irlanda i prezzi al dettaglio sono già scesi in senso assoluto ad aprile. In altre cinque nazioni dell´eurozona l´aumento dell´indice dei prezzi è ormai inferiore all´1%. Cioè meno della metà dell´obiettivo della Bce. Lungo questa china, il consumatore europeo rischia di comportarsi come il giapponese degli anni 90: l´attesa di un calo dei prezzi provoca un rinvio nelle decisioni di spesa, che può degenerare in uno ‘sciopero dei consumi’, avvitandosi in una spirale di ulteriori cali della produzione, licenziamenti, minore reddito disponibile. Per gli americani un vizio originario dell´approccio europeo sta nello statuto stesso della Bce: che ha come unico dovere istituzionale quello di garantire la stabilità dei prezzi, a differenza della Federal Reserve che deve perseguire sia la crescita che la lotta all´inflazione. La ‘ossessione’ della Bce diventa particolarmente pericolosa ora che alcuni Stati sono a rischio di bancarotta (...)”. (red)

 

 

18. Germania, si dimette Köhler dopo gaffe su Afghanistan

Roma - “Grave e rara crisi politica in Germania. Ieri, il presidente federale Horst Köhler si è dimesso dalla carica, con effetto immediato, in seguito a una polemica scoppiata dopo una sua intervista nella quale parlava di guerra e di ruolo internazionale del Paese. Il mondo politico tedesco – scrive il CORRIERE DELLA SERA – è stato preso di sorpresa, la stessa Angela Merkel è stata avvertita poco prima dell’annuncio e ora dovrà affrontare un passaggio difficile per eleggere il nuovo presidente, entro un mese. Più in generale, nel cuore del sistema democratico tedesco si solleva il velo di una certa ipocrisia che va avanti da anni, quella tra un’opinione pubblica in grande maggioranza pacifista e una classe dirigente che finge di assecondarla ma è costretta dal ruolo rilevante di Berlino nel mondo a intraprendere azioni anche militari, come in Afghanistan. Proprio in Afghanistan hanno origine le dimissioni di Köhler, le prime dal 1969, quando l’allora presidente Heinrich Lübke lasciò l’incarico con tre mesi di anticipo sull’onda di accuse di collaborazionismo con i nazisti. In visita ai militari tedeschi, la settimana scorsa il presidente ha detto, tra le altre, una frase che ha fatto scandalo: ‘Siamo sulla strada del capire, persino nella società allargata, che un Paese delle nostre dimensioni, con il nostro orientamento verso il commercio internazionale e quindi dipendente dal commercio internazionale, deve sapere anche quando è in dubbio che in caso di emergenza schierare i soldati è anche necessario per proteggere i nostri interessi. Per esempio, nelle rotte del libero commercio, per esempio per prevenire l’instabilità in un’intera regione che certamente avrebbe un impatto negativo sulle nostre opportunità in termini di commercio, posti di lavoro, reddito (...)?”. (red)

Prima Pagina 1 giugno 2010

Israele, il delirio di onnipotenza