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E Marchionne torchia i suoi schiavi

Se non è taglieggiamento questo, allora le parole hanno poco senso. Quanto affermato da Marchionne in merito allo stabilimento di Pomigliano, e relativamente al suo ipotetico riutilizzo, è la rappresentazione pratica del ricatto che i lavoratori, in senso lato, devono subire. Frutto marcio tangibile della globalizzazione nella quale viviamo, del mondo della competizione e più in generale dello sfruttamento del capitale nei confronti del lavoro.

Sinteticamente, visto che i dettagli sono ovunque: per lavorare, ovvero per far riaprire lo stabilimento, la Fiat impone ai lavoratori contratti capestro e salari strettamente legati alla produttività. Altrimenti andrà altrove e tante grazie.

Trattati come mera merce, i lavoratori di Pomigliano non hanno scelta: o accettano, senza ribellarsi, le condizioni imposte, oppure andranno a spasso.

Beninteso, ogni volta che si parla di Fiat si dovrebbero fare almeno altri diversi discorsi congiunti, come il fatto che si tratta di una azienda privata tenuta in vita dallo Stato, come il fatto che produce un bene in decadenza, come il fatto che a fronte di un marchio italiano - aspetto sul quale basa tanto della sua identità a livello di marketing - non ha remore a produrre in altri Paesi dove la forza-lavoro, considerata appunto merce, costa meno. Ovvero dove non ci sono lavoratori, ma schiavi. Oppure bisognerebbe parlare del fatto che lo Stato italiano permetta tali contrattazioni. E di tante altre cose.

Eppure l'argomento chiave per capire il fondo della cosa è altrove. E serve centrarlo per non rimanere coinvolti nella spirale dei vari sindacati, comunicati, proteste e altre cose del genere. 

Il punto è che, Fiat o altro, in Italia o altrove, è il concetto stesso di merce a essere profondamente in crisi. Ovvero l'assunto secondo il quale il nostro mondo si reggerebbe solo sulla capacità dei cittadini di consumare a più non posso per consentire alle aziende di continuare a produrre, e dunque a generare la gara al ribasso dei prezzi e dei salari con la macelleria sociale - stavolta sì - che si compie a ogni latitudine.

Fanno tristezza gli operai in guerra per difendere il proprio posto di lavoro. Fanno tristezza due volte. Perché sono alla fame, grazie a questo bel mondo, e perché non si rendono conto del reale motivo per il quale hanno perso il lavoro. Chiunque abbia capito il motivo di fondo in sé dello sfacelo attuale, non potrebbe chiedere - pretendere, come molti fanno: dall'azienda, dal governo, non si sa da chi - di riavere il proprio posto di lavoro. Il clic fondamentale, difficile, a volte impossibile da far scattare anche se lo si sente latente, è che posto - come è posto - che il nostro sistema è in disfacimento per la sua stessa natura, non è certamente battagliando per continuare a rimanerci dentro che si può risolvere la situazione.

Beninteso, il problema reale, del momento, di non avere denaro e dunque, in questo mondo che si basa sul denaro, di non riuscire a sopravvivere è comprensibile. E la battaglia e la rabbia che ne discendono anche. Ciò che voglio sottolineare è il fatto che sino a che non si riuscirà a capire che le battaglie da fare sono altre, che è proprio dal sistema in sé che si deve uscire, che è nella elaborazione di un nuovo modello che si deve investire, a vincere saranno sempre i soliti. E a perdere gli altri. Tutti gli altri.

Pomigliano riprenderà con condizioni terribili per i lavoratori. Oppure chiuderà. Ma in ogni caso si rimarrà nel solco decadente e auto distruttivo di un sistema che per sua stessa logica prevede, e le attuerà sempre di più, in futuro, situazioni analoghe.

 

Valerio Lo Monaco

Prima Pagina 10 giugno 2010

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