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Film: "Il segreto dei suoi occhi"

“Il segreto dei suoi occhi” film argentino di Juan José Campanella che ha vinto l’Oscar 2010 come miglior film straniero, non senza polemiche, battendo a sorpresa sia il favoritissimo “Il nastro bianco” che il l’unico accreditato outsider “Un prophéte”. Polemiche, va detto, promosse soprattutto in Italia dove il film non era ancora stato visto, ma adesso che è stato distribuito si può tranquillamente affermare che non vi è nessuno scandalo in questa vittoria: si era di fronte a tre eccellenti film, solo una questione di gusti personali preferirne uno all’altro. Gusti e preferenze personali che possono trovare un punto di convergenza nel fatto che se “Il segreto dei suoi occhi” non avesse vinto a Hollywood forse non sarebbe stato distribuito e avremmo perso la possibilità di vederlo.

Una piccola, gustosa, notazione prima di procedere nell’analisi va fatta: Campanella è regista di fiction statunitensi, di quelle di classe però, stile Doctor House. È regista di fiction sì, e “fa i soldi” con quelle e sarebbe anche molto richiesto a Hollywood, invece lui preferisce girare i suoi film in Argentina: perché lì può fare il cinema di qualità che vuole. Il contrario di quanto hanno fatto celebrati registi che in Europa hanno firmato pietre miliari della cinematografia come “I duellanti”, Ridley Scott, o “Das boot", Wolfgang Petersen, ma che negli USA si sono venduti al botteghino - con qualità, va detto, per Ridley Scott - e sputtanandosi, con film tipo Troy, invece, Petersen.

La forza del film di Campanella è che sonda in profondità l’animo umano: l’essenza dell’uomo per quello che è e non per astruse tesi che si vogliono sostenere. Tutti gli aspetti del profondo dell’anima, o quasi, passano sotto la lente del regista: amore, passione, odio, meschinità, amicizia, grettezza, vendetta, giustizia. Sentimenti grandi girati senza paura, ma anche senza sentimentalismi: anche scene come quella di una partenza di treno dove viene cercato il “contatto” attraverso mani ai lati opposti del finestrino, che quasi qualunque altro regista avrebbe reso in maniera melensa, sono invece specchio di profondità di un sentimento forte.

Forte è anche la trama, solo in apparenza noir, a dare solidità e credibilità alle vicende. Viene considerato un Noir perché il protagonista, un funzionario di palazzo di giustizia in pensione, cerca, di risolvere un crimine di stupro e omicidio che 25 anni prima non ebbe giustizia, con la decisione di ricavarne un romanzo,  riavviando di fatto le indagini. Cosa che in realtà rappresenta solo la scusa che un uomo dà a se stesso per cercare di ricomporre i fili della sua vita. Un crimine che non ebbe giustizia anche per il sorgere della peggiore dittatura che l’Argentina ebbe a subire, una delle più infami del secondo dopoguerra, ma questa denuncia politica non è fine a se stessa ed esterna al corpo della storia: è anzi determinante per il coerente sviluppo di questa. La gestione alternata, poi, del doppio piano narrativo, contemporaneo e anni 70, è semplicemente magistrale.

C’è una struttura forte nel film, una “storia” coerente che sostiene l’indagine sull’essenza dell’uomo, questo probabilmente grazie anche al fatto che è una “sceneggiatura non originale” essendo, infatti, tratta da un romanzo di Eduardo Saccheri, ancora inedito in Italia ma che probabilmente lo sarà sull’onda del film, è c’è da sperarlo perché di solito un romanzo trasmette più di un film, e “Il segreto dei suoi occhi”, al contrario di altri film tratti da romanzi di intoccabili scrittori di culto, dà una gran voglia di leggere il romanzo da cui è tratto. Forse si potrà restare delusi, le aspettative ingenerate sono infatti molto alte, ma per il romanzo, quello solido che racconta storie profondamente umane, il Sud America è oggi quello che furono Francia e Russia nel diciannovesimo secolo e forse, salvo rare eccezioni, è ancora vivo e vitale solo lì.

Non è solo però l’incursione nei sentimenti dell’uomo per quello che è, primo fra tutti l’amore, vissuto come rimpianto o come irrimediabile perdita, ma sempre senza sentimentalismi o psicologismi, a rendere eccellente il film: questo è anche sorretto da un’ ottima recitazione e da spunti di regia che nel caso di una sequenza a volo d’uccello su uno stadio di calcio che termina sul volo del protagonista è da antologia del cinema.

Vorremmo potervi dire di più ma, anche se è solo l’innesco per la narrazione, c’è una vicenda noir, ottimamente gestita, coi suoi bravi colpi di scena, che non possiamo svelare rovinandola, soprattutto non quando di tratta di uno dei migliori film attualmente nelle sale e “da non perdere”, ma stavolta non è la sbrigativa, spesso prezzolata, da pagina cinema di quotidiano: è vero. 

 

Ferdinando Menconi

 

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