Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 11/06/2010

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA – Editoriale di Vittorio Grevi: “Scelte preoccupanti”. “Intercettazioni, sì tra le accuse”. In un riquadro: “I mondiali di Mandela”. A centropagina: “Appalti, colpo ai Pm di Firenze. L’inchiesta trasferita a Roma”. In un riquadro: “Asta record per i Bot e il Tesoro ne fa un’altra”. Fotocolor: “‘L’intransigenza su Gaza rafforza i nemici di Israele’”. In basso: “Se il cemento seppellisce i limoni amati da Goethe”. “Così possiamo salvare otto milioni di bambini”.

LA REPUBBLICA – Fotonotizia: “La legge-bavaglio nega ai cittadini il diritto di essere informati”.

LA STAMPA – Editoriale di Mario Calabresi: “Il sipario sugli scandali”. “Intercettazioni, sì del Senato”. A centropagina: “Tagli e pensioni, c’è l’ok del governo”. Fotocolor: “Oggi in Sudafrica si apre uno storico mondiale di calcio”. “Vip e dittatori caos in tribuna”. “‘I nostri premi all’Unità d’Italia’”. “I campioni mai visti”. In un riquadro: “Le miniprovince sono salve”.

IL GIORNALE – Editoriale di Alessandro Sallusti: “Le cose non dette sulle intercettazioni”. “Salvatigli stipendi d’oro”. Fotocolor: “Berlusconi e Zapatero show (con giallo)”. A centropagina: “I turchi trattano il prete martire come un pacco”. In un riquadro: “Pomigliano, gli operaicontro la Fiom: ‘Vogliamo lavorare’”. “Ecco i palinsesti Rai: Santoro c’è, Annozero (per ora) no”. In basso: “Sono i mondiali del pallone, non di Mandela”.

IL TEMPO – Editoriale di Davide Giacalone: “Intercettazioni, una legge inefficace”. “Così sputtanavano Silvio”. Fotocolor: “Donne al comando, dame di ferro”. In un riquadro: “La Carta è nata già vecchia”. A centropagina: “La corrente di Veltroni fa scuola”. In basso: “Gli azzurri danno una lezione alla Lega”. In un riquadro: “Ricicli il vetro e bevi con lo sconto”. “Prender eil taxi non può costare di più”.

L’UNITA’ – Fotonotizia: “Approvatala legge bavaglio”. In basso: “Sindacati e centrosinistra si mobilitano”. “‘Non abbassiamo la testa’”. “‘Troppi velocisti in politica..’”. “Il Pd sardo: ‘Via Cappellacci’. Soru: ‘Basta con l’omertà’”.

LIBERO – Editoriale di Maurizio Belpietro: “Se il Pm indaga i giornalisti per quel che lui fa”. “A Casini una casona gratis”. Fotocolor: “Il bebè che terrorizza la sinistra”. “Il berluschino della terza generazione”. A centropagina: “La vendetta del governo: tagli spietati in Rai”. In un riquadro: “L’inganno, Province alla fine tute salve”. “Rivolta contro Giulio.Con qualche ragione”. “Carlo si incorona re di Londonistan”. “Complotto anti-Cav, via intercettazioni”.

IL FATTO – Editoriale di Peter Gomez: “Vi faremo un sito così”. “Legge criminale per i criminali. Ma con internet si può aggirare”. “Hanno la faccia come il Foglio”. A centropagina: “Napolitano e chi parla ‘a vanvera’”. In basso: “I furbetti del bavaglino”.

IL SOLE 24 ORE – “Le nuove pensioni delle statali”. “La privacy ostaggio del Grande Freddo”. Fotocolor: “Fiat, confronto finale su Pomigliano”. “In un riquadro: “Ora la marea nera di Pb diventa un problema politico”. “Olanda: l’estrema destra al governo?”. “‘Telecom difenderà la rete’”. A centropagina: “La Bce rinvia la stretta. Fprte domanda di BoT e sprint delle Borse”. (red)

 

 

2. Intercettazioni, sì del Senato tra le polemiche

Roma - “Dopo la fiducia scontata, incassata ieri al Senato, il ddl intercettazioni affronta l’ultimo giro di boa alla Camera con l’obiettivo di diventare legge entro luglio, se reggerà l’accordo raggiunto nell’ufficio di presidenza Pdl – scrive il CORRIERE DELLA SERA -. L’approdo in commissione Giustizia a Montecitorio è probabile già per mercoledì prossimo: a seguire è previsto un dibattito snello, solo sui punti modificati al Senato, coordinato dalla relatrice Giulia Bongiorno (Pdl). Poi, la discussione generale in aula a fine giugno e il voto con tempi contingentati (la terza fiducia è praticamente nell’aria) a metà luglio. Dopo 15 giorni di vacatio, le norme che limitano il diritto di cronaca— insieme alle nuove, severe, regole imposte a magistrati e investigatori per attivare e proseguire le intercettazioni— saranno applicabili anche ai procedimenti in corso. ‘Oggi si realizza un punto del programma perché noi consentiamo l’uso delle intercettazioni impedendone l’abuso’, ha detto il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, dopo che l’aula del Senato semideserta (senza il Pd che non ha partecipato al voto, per protesta) ha approvato con 164 sì e 25 no il primo ddl presentato (ormai due anni fa) dal governo Berlusconi. La seduta ha avuto qualche momento di tensione quando il presidente Renato Schifani ha fatto sgomberare i banchi del governo che erano stati occupati dai senatori dell’Idv: ‘Si è trattato di una rigorosa applicazione del regolamento: la correttezza della decisione è stata riconosciuta dallo stesso senatore Li Gotti, dell’Idv’, ha poi spiegato Schifani”.

“Già la prossima settimana, dunque, si riparte dalla Camera. Donatella Ferranti (Pd) ha annunciato che l’opposizione sarà dura, senza sconti, e ha invitato il presidente della commissione, Giulia Bongiorno, a prevedere una serie di audizioni. I nodi irrisolti nel testo sono molti: il più delicato è quello che impone un termine massimo di 75 giorni alle intercettazioni, salvo la possibilità per il pm di disporre le mini-proroghe di 72 ore. Ci sono poi i nuovi confini del diritto di cronaca, oltre i quali i giornalisti rischiano anche il carcere e gli editori sanzioni economiche molto pesanti fino a 464.700 euro. In nome della tutela della privacy— ‘Voi volete tutelare solo la vostra privacy’, ha detto Anna Finocchiaro (Pd) rivolta alla maggioranza — il governo ha innalzato l’asticella per l’attivazione delle intercettazioni (i ‘sufficienti’ indizi di reato diventano morte’ e a Giuseppe Cascini dell’Anm che ‘il ddl dà una mano ai criminali’. Ma molti dubbi insidiano ancora l’accordo raggiunto dal Pdl. Servono miglioramenti alla Camera? ‘Certo che me lo auguro’, ha osservato il presidente dell’Antimafia Giuseppe Pisanu. AMontecitorio il ‘ falco ‘ Luigi Vitali (Pdl) avverte i finiani: ‘Il testo del Senato non mi soddisfa, perché rivisto al ribasso, quindi lo subisco con lo spirito indicato da Berlusconi perché frutto di una sintesi più politica che tecnica. Però se qualcuno volesse ancora intervenire in materia, allora anch’io non mi sentirei più vincolato a quel testo’. Il ministro Alfano, tuttavia – conclude il CORRIERE -, è convinto che l’accordo reggerà: ‘Abbiamo raggiunto un buon punto di equilibrio, i cittadini apprezzeranno’”. (red)

 

 

3. Intercettazioni, Pdl vuole archiviare il braccio di ferro

Roma - “Il primo ostacolo è stato superato, secondo le previsioni. E adesso si intuisce una gran fretta di archiviare la legge sulle intercettazioni – scrive Massimo Franco sul CORRIERE DELLA SERA -. Il governo la difende come miracolo di equilibrio. Il Pd, che al momento della votazione di ieri mattina al Senato ha lasciato l’aula per protesta, rinvia lo scontro al prossimo mese, quando approderà alla Camera. E l’Idv insiste nell’appello alla ‘resistenza’ e chiama in causa il Quirinale, ricevendo una risposta abrasiva. ‘I professionisti della richiesta al presidente della Repubblica di non firmare spesso parlano a vanvera’, risponde Giorgio Napolitano al partito di Antonio Di Pietro, che gli replica con parole stizzite. Ma le proteste più dure arrivano dalla magistratura, dagli editori e dai giornalisti che pensano ad una ‘giornata del silenzio’ il 9 luglio. Per il centrodestra, tuttavia, i problemi sono altri. A preoccupare è la manovra finanziaria, sulla quale piovono altolà e distinguo. È quella la vera fonte dei contrasti nella maggioranza. Anche i colloqui come quelli di mercoledì tra il presidente della Camera Gianfranco Fini, il ministro dell’economia Tremonti ed il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, riguardavano la manovra. La minoranza finiana del Pdl sa di non poter rompere con Berlusconi; e non vuole offrire pretesti al grosso del partito per arrivare alla resa dei conti. Non solo. Se Fini vuole arginare il principale alleato di Umberto Bossi nel governo, il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, non può prescindere dal Cavaliere. Si spiega anche così il ‘sì’ alla legge sulle intercettazioni, che l’opposizione rimprovera a Fini come un cedimento. D’altronde, qualunque manovra per destabilizzare il governo sa di velleità, in questa fase. I vincoli europei impongono misure possibili in una cornice di stabilità. Il timore non è quello di un complotto ordito dagli avversari interni del Cavaliere”.

“Si tratta semmai di recuperare il controllo di una situazione confusa; e che moltiplica le incognite sui provvedimenti economici. Tra Fini e Tremonti, in filigrana si intravedono più che giochi di sponda uno scontro di potere. Il presidente della Camera che chiede la vigilanza sulle fondazioni bancarie affidate al Parlamento oltre che al ministero dell’Economia, invade una riserva tremontiana. Ed invocando certezza sui costi del federalismo, incalza e punzecchia una Lega già nervosa per il destino incerto della riforma: imalumori di leghisti e Pdl nei confronti di Tremonti per i tagli di spesa negli enti locali ieri sono apparsi vistosamente. Fini confida nella voglia di Palazzo Chigi di circoscrivere il ruolo del superministro dell’Economia. Su questo sfondo, le intercettazioni sono qualcosa che appartiene ai rapporti ‘esterni’ della maggioranza: un aspetto che, a torto o a ragione, Berlusconi e la stessa Lega considerano meno insidioso della manovra. Il vicesegretario del Pd, Enrico Letta, ritiene che alla Camera esistano ‘margini perché il governo venga battuto’ quando arriverà il disegno di legge approvato ieri dal Senato. Ma la discussione – conclude Franco -, comincerà fra un mese e più: un tempo assai breve, che con le accelerazioni possibili nei prossimi giorni potrebbe però rivelarsi lunghissimo”. (red)

 

 

4. Intercettazioni, Fini rallenta il sì a Montecitorio

Roma - “È un brutto risveglio per Fini e i finiani. Invasi i blog, una pioggia di mail, telefonate su telefonate. I fans bocciano senza appello la nuova legge – riporta REPUBBLICA -. Criticano un inciucio prematuro e inopportuno con Berlusconi siglato nell’ufficio di presidenza di martedì. Chiedono che alla Camera si faccia presto marcia indietro e si cambi il testo. Il dissenso nel gruppo man mano si allarga tra i fautori del compromesso e i duri e puri. E poi gli occhi puntati sul Quirinale il cui ostinato silenzio e il rinvio al giudizio finale viene interpretato come la manifestazione di un evidente malcontento sul provvedimento. Fa riflettere la notizia di un Napolitano che si rifiuta di ricevere informalmente il testo del maxi-emendamento dalle mani del Guardasigilli Alfano, perché non vuole essere coinvolto, né tantomeno rimanere impigliato nella trattativa sulle modifiche. Tutto ciò porta Fini a dire ai suoi: ‘Non potevamo far cadere il governo sulle intercettazioni alla vigilia della discussione sulla manovra, la gente non avrebbe capito. Ma forzare la mano e mettere la fiducia al Senato è stato un errore di Berlusconi perché ha impedito un ulteriore confronto, ha congelato il testo, ha bloccato altre e possibili migliorie’. È questo il tormentone dei finiani. Che s’intreccia con il gelido silenzio del Colle. Venti di guerra cattivi per il Cavaliere. Come quello dell’accordo tra Fini e Tremonti per anticipare la discussione sulla manovra alla Camera a discapito delle intercettazioni che finirebbero per slittare a fine luglio. Quando lo apprende il premier reagisce malissimo, lo interpreta come un atto di ostilità: ‘Come al solito Gianfranco non sta ai patti e vuol far saltare l’accordo’. Magari con la speranza che nel frattempo escano sui giornali quelle che si preannunciano come succose intercettazioni dell’inchiesta sugli appalti di Perugia. Potrebbe saltare il governo e si aprirebbe la via per un esecutivo tecnico-istituzionale. Mentre Berlusconi vede i fantasmi, Fini delinea una possibile strategia. Ricevere il testo del Senato, mandarlo in commissione Giustizia dove c’è Giulia Bongiorno, accogliere le richieste delle opposizioni che vogliono più tempo per discutere”.

“Dibattere senza ipotizzare una nuova fiducia. Anche perché la prospettiva alla Camera, dove prima si vota la fiducia posta dal governo e poi di nuovo in segreto sull’intero ddl, ci sarebbero sorprese. Diceva ieri un finiano: ‘Il dissenso è molto forte. Molti voterebbero la fiducia per disciplina, ma si esprimerebbero contro il ddl che non condividono. Il governo ne uscirebbe malissimo’. Le perplessità non sono un segreto. Basta leggere Ffwebmagazine, il periodico online della fondazione finiana Farefuturo dove il direttore Filippo Rossi, a quanto pare ispirato dallo stesso Fini, scrive: ‘Tanto è cambiato, è vero, ma tanto forse poteva ancora cambiare. È inutile nasconderla questa delusione verso se stessi. Il ddl poteva limitare le esagerazioni di una pratica spiona, senza limitare la libertà d’informazione’. Fabio Granata chiede che il testo cambi: ‘Auspico un percorso di revisione concordato e limitato ad ambientali e reati spia’. Il presidente della commissione Antimafia Beppe Pisanu, la cui vicinanza a Fini non è un mistero, vota la fiducia al Senato, poi esce e dichiara: ‘Ben vengano le migliorie al testo. Come si fa a non augurarselo?’. Le brutture della legge sono lì, sono quelle che inquietano i tecnici del Colle. La censura sulle intercettazioni che non avranno lo stesso status di altre carte non più coperte da segreto ma pubblicabili. Il pasticcio della norma transitoria tra vecchi e nuovi processi. La durata breve e brevissima per intercettazioni e microspie. Granata e la Bongiorno riescono a leggere il testo del maxi-emendamento solo quando il Senato lo ha già votato. Esplode Granata: ‘C’è stata un’eccessiva accelerazione nel voler chiudere l’accordo politico. Anche tra di noi ha prevalso il partito della mediazione per la mediazione. O peggio quello dei teorici del mutuo che vogliono tranquillità e quieto vivere. Ma io posso vantare di aver sempre avuto ragione, su Cosentino, su Scajola, sui medici spia. Vincerò anche questa volta’. Carmelo Briguglio disegna il possibile futuro: ‘C’è tutto il tempo per far maturare una nuova consapevolezza nel Pdl sul fatto che è necessario migliorare il testo. La moral suasion del Quirinale – conclude REPUBBLICA -, è maggiore proprio per via del silenzio imposto da Napolitano’. Si cambi allora e si ritorni al Senato”. (red)

 

 

5. Intercettazioni, editori e giornalisti sul piede di guerra

Roma -

“I giornali hanno deciso di fare sciopero contro il disegno di legge sulle intercettazioni. L’ultimo giorno di esame del provvedimento sarà la giornata del silenzio per la stampa italiana – riporta LA STAMPA -. Lo sciopero generale dei giornalisti, secondo quanto rileva il segretario della federazione della stampa, Franco Siddi, al momento è previsto per il 9 luglio prossimo, ma la data potrà cambiare a seconda del calendario di esame del provvedimento. Dovrà essere una giornata di ‘rumoroso silenzio’, come chiede Siddi in una lettera invita ai comitati di redazione dei giornali. Siddi spiega anche che la Fnsi ‘in questi giorni mantiene uno stretto rapporto con gli editori per mettere in atto una comune iniziativa, mediante la pubblicazione nelle prime pagine di tutti i giornali di un testo di protesta’. Infatti molto dura è stata anche la reazione della Fieg, la federazione degli editori dei giornali, che avverte come il disegno di legge ‘non realizza l’obiettivo dichiarato di tutelare la privacy, ma ha semplicemente un effetto intimidatorio nei confronti della stampa’. ‘Puniscono - spiega la Fieg - semplicemente l’editore per una responsabilità senza colpa, che non è in grado di evitare. Non è, infatti, possibile né pensabile, se solo si conosce l’organizzazione di un giornale, che l’editore intervenga sul contenuto degli articoli o sulle fonti delle notizie’. Alle proteste di editori e giornali hanno aderito in molti. Sky ha mandato in onda da ieri sera le edizioni dei tg listate a lutto, e un segno nero accompagna anche i siti Internet di Sinistra e Libertà, di Italia dei Valori e di Lettera 21. L’associazione per la libertà di stampa nel mondo, Information Safety and Freedom, ha lanciato un allarme internazionale per ‘il grave attacco censorio lanciato ai media dal Governo Berlusconi’ con il ddl intercettazioni. Stesse parole sono quelle usate dall’Usigrai, il sindacato dei giornalisti Rai, che rivolgono un appello alla Camera e ai deputati: ‘Ripensateci!’. E anche dalla stampa cattolica. Il presidente dell’Ucsi (Unione cattolica stampa italiana) Andrea Melodia, secondo il quale il provvedimento ‘porterà l’Italia agli ultimi posti tra i Paesi occidentali nella classifica sulla libertà di informazione, e aprirà una nuova stagione di scontro tra le istituzioni e di dubbia autorevolezza nel nostro sistema dei media’”.

 (red)

 

 

6. Berlusconi bis, Cicchitto: Non se ne parla

Roma - “‘Di Berlusconi bis non se ne parla. Berlusconi ci ha messo la faccia. E la manovra correttiva, dura ma meno di quanto abbiano fatto altri Paesi europei, non va stravolta, qualche punto può essere modificato mantenendo intatti i saldi’. Fabrizio Cicchitto, che guida i deputati del Pdl ed è uno degli esponenti più ascoltati dal Cavaliere, esclude al momento ‘un allargamento della maggioranza con l’ingresso dell’Udc’ – scrive il CORRIERE DELLA SERA -. Prevede invece ‘possibili convergenze con il partito di Casini che fa un’opposizione diversa da quella con il coltello tra i denti dell’Idv, che a sua volta condiziona troppo fortemente larga parte del Pd’. È davvero convinto che data la gravità della situazione non serva ampliare la base parlamentare dell’esecutivo? ‘Certo. La maggioranza è coesa. Quanto abbiamo deciso non sconvolge il welfare, non aumenta la pressione fiscale e apre uno spiraglio di crescita grazie alla fiscalità di vantaggio per il Mezzogiorno e attraverso gli accordi salario-produttività’. Lei ritiene quindi che l’impianto della manovra sia più che sufficiente. ‘Noi, a differenza di Grecia e Spagna che li hanno ridotti drasticamente, ci limitiamo a congelare gli stipendi dei dipendenti pubblici che hanno avuto, nel corso di questi anni, un andamento migliore dei privati. Aggiungo e non è una cosa di poco conto che Berlusconi ci ha messo la faccia. Ed è prevedibile che alla Camera farà un discorso approfondito: sarà una riflessione complessiva della situazione’. Qual è la situazione? ‘Ci sono tre opposizioni: la prima, che è sempre con il coltello tra i denti e le manette in mano, è l’Italia dei valori, che condiziona il Pd. Bersani, infatti, nei suoi interventi prescinde dal quadro internazionale e ripropone ricette che hanno portato Grecia e Spagna alla situazione a tutti nota. Accanto a Idv e Pd, però, c’è l’opposizione di Casini’. Come la giudica? ‘Non è pregiudiziale, non ha il coltello tra i denti, è ragionevole sui contenuti e poi non demonizza Berlusconi, ma fa l’opposizione. Quindi mi sembra legittimo dire che con questo tipo di opposizione cercheremo di colloquiare. Chiarisco subito però che non sono ipotizzabili sconvolgimenti politici’”.

“Esclude quindi un allargamento all’Udc? ‘Lo ripeto: nessun Berlusconi bis’. Casini dialoga anche con Fini, e ciò non rischia di indebolire gli assetti della coalizione? ‘Sono due cose diverse. Fini e i finiani sono all’interno della maggioranza e seguono linee di condotta diverse da quelle di chi sta all’opposizione. Loro sollevano questioni, propongono temi, che vengono vagliati e in alcuni casi accolti. Se non si trova una composizione le questioni vengono discusse nelle sedi di partito o nei gruppi e lì si vota. Chi va in minoranza resta del proprio parere ma nelle sedi istituzionali vota come è stato deciso. Chi sta fuori, come Casini, ha maggiore libertà di manovra: può votare contro o votare a favore’. Ma da questo dialogo non c’è il rischio di snaturare la manovra? ‘Alcune proposte sono già contenute nella manovra. Berlusconi è stato chiaro: la manovra si può modificare in Parlamento. Per rendere più snelli i lavori parlamentari proporrò riunioni congiunte tra senatori e deputati per vedere quali proposte possano trovare rappresentazione nel corso dell’esame in aula’. Come giudica l’incontro tra Tremonti e Fini? Berlusconi teme aria di fronda? – conclude il CORRIERE -. ‘Non credo. Fini ha ben chiaro il quadro che rende necessaria la manovra correttiva. E ha ammesso pure lui che i margini sono ridotti. Noi abbiamo l’esigenza di emendarla senza però stravolgerla. E del resto sono convinto che Tremonti abbia un atteggiamento costruttivo in base al quale, a parità di saldi, si potranno spostare delle voci’”. (red)

 

 

7. Manovra, niente tagli alle Province

Roma - “Per essere un bluff, come l’avevano definito in molti, il taglio delle province ha retto fin troppo: 48 ore sotto i colpi delle lobby locali e via d’incanto il colpetto di scure che alla fine avrebbe fatto solo 4 vittime su 108, Vercelli, Fermo, Isernia e Vibo Valentia – scrive LA STAMPA -. Con una mossa a sorpresa, colui che ne aveva decretato la fine, Donato Bruno, relatore del Pdl al Codice delle Autonomie votato martedì dalla Commissione Affari Costituzionali, gli ha ridato la vita, proponendo ieri la soppressione del “suo” articolo 14 mirato a tagliare le province sotto i 200 mila abitanti. Una parte del retroscena lo fornisce il vercellese Roberto Rosso: ‘Ho spiegato al presidente Bruno che un conto era tagliarne nove, come previsto all’inizio. Ma visto che erano state risparmiate quelle con il 50 per cento di territorio montano, si era scesi a quattro e la norma di fatto era già svuotata. Allora abbiamo concordato che io avrei presentato martedì in aula un altro emendamento, per salvare quelle a forte insediamento rurale con più di 50 comuni, il che avrebbe di fatto azzerato il taglio colpendo solo la provincia di Fermo. E lui quindi mi ha detto che avrebbe ritirato l’articolo. Ora l’operazione va ripensata’. E se a questo siparietto si sommano le pressioni del governatore della Calabria Scopelliti per accontentare ‘le popolazioni calabresi’, le minacce di occupare l’autostrada del sindaco di Fermo, l’uscita di Bossi su ‘un taglio che non serve a niente’, si spiega meglio quest’ultimo colpo di scena. ‘Una vicenda grottesca’, la bolla il Pd, ‘un balletto indecente’, che fa dire a Di Pietro ‘pagano sempre i soliti e mai la Casta’. Ma è un tira e molla partito da lontano, addirittura dal programma di governo del Pdl del 2008 in cui si garantiva ‘ il taglio delle province inutili’”.

“Per due anni non se ne fa nulla, se si esclude la discussione in aula il 13 ottobre 2009 di un progetto di legge dell’Idv, congelato dal Pdl con la motivazione che la materia richiedeva un’esame più organico. Poi il 22 aprile di quest’anno, durante la famosa direzione del Pdl, Fini protesta anche su questa promessa inevasa. E Berlusconi gli risponde che nel programma si parla ‘di abolizione delle province inutili, come quelle delle grandi aree metropolitane su cui stiamo lavorando’, mentre sul resto ‘uno studio ci dimostra che si risparmiano poco piu' di 200 milioni e ci sembra troppo poco’. Ma il pressing politico e mediatico riporta in auge il tema delle province al punto che una sforbiciata a quelle sotto i 220 mila abitanti finisce dentro una prima bozza della manovra anti-crisi rilanciata dalle agenzie il 25 maggio. Ma poi scompare nel testo finale, per essere reinfilata al volo nel Codice delle autonomie, ma con una limatura della soglia a sotto i 200 mila. Soglia ancora rimpicciolita al momento del voto in Commissione, che altrimenti avrebbe fatto scomparire nove province: Vercelli, Biella, Verbania, Sondrio, Fermo, Rieti, Isernia, Crotone e Vibo Valentia. Troppe e per di più Sondrio guarda caso ha dato i natali a Tremonti, ma il Pdl trova una soluzione: salvare tutte quelle sotto i 150 mila abitanti con il 50 per cento di territorio montano e quindi lunga vita a Sondrio, Biella, Verbania, Rieti e Crotone. Ma le altre quattro – conclude LA STAMPA -, strepitano e quindi non se ne fa più niente, con massima soddisfazione di tutti, tranne l’Udc e Idv che votano contro e i finiani che ora vogliono infilare in manovra il taglio di quelle sotto i 400 mila abitanti per fare sul serio. Mentre per il Pd ‘è bene sia finita così perché questa norma era incostituzionale’”. (red)

 

 

8. Manovra, manager: via ai tagli ma è scontro con le Regioni

 Roma - “La discussione in Parlamento non è ancora iniziata, ma sulla manovra economica il cantiere delle modifiche - e delle polemiche - è apertissimo. Alle modifiche ci pensa per primo il governo con due novità che introducono nuovi tagli ai compensi di chi guadagna danaro pubblico – scrive LA STAMPA -. Ad alzare il tono della polemica sono le Regioni, ormai allo scontro frontale sui tagli ai trasferimenti. Anzitutto le modifiche: il consiglio dei ministri ieri ha introdotto un tetto ai compensi dei grand commis. È il terzo tentativo in quattro anni. Questa volta però il governo non mette un tetto alle retribuzioni (sulla quale la manovra prevede già un taglio), ma alle indennità extra: partecipazione a consigli di amministrazione, arbitrati, collaborazioni. Nessun dipendente pubblico potrà ricevere, oltre allo stipendio, extra superiori ai 311 mila euro annui, ovvero lo stipendio del primo presidente della corte di Cassazione. L’idea è di porre fine ai redditi da favola che pochi fortunati (soprattutto dirigenti di ministeri e consiglieri di Stato) riescono a sommare grazie a questo o quell’incarico. Secondo i calcoli del ministero della Funzione pubblica, gli interessati dalla scure sarebbero poco meno di trecento, per la precisione 290. D’altra parte la norma prevede parecchie eccezioni: non si applica ai manager delle quotate, né ai vertici delle autorità, da Bankitalia alla Consob. Ci potranno essere deroghe, per tre anni e solo dopo il sì della Funzione pubblica. Il governo, come già prevedeva la norma voluta dal governo Prodi, potrà stilare una lista di 25 ai quali non si applicherà il tetto. ‘La norma è ragionevole. Quel che deve essere chiaro è che d’ora in poi su queste indennità ci dovrà essere la massima trasparenza’, dice Renato Brunetta. Sono invece ben più di trecento i dipendenti della televisione pubblica ai quali si applicherà il taglio agli stipendi già deciso per gli statali. Chi guadagna più di novantamila euro l’anno dovrà rinunciare al 5 per cento della parte eccedente, stessa cosa (ma il taglio in questo caso sarà del 10 per cento) per le retribuzioni sopra i 150mila”.

“Viene introdotto un taglio del 20 per cento alle collaborazioni esterne, ma soprattutto d’ora in poi la Rai non potrà sostenere per il personale una spesa complessiva superiore al 25 per cento dei costi operativi. La mannaia salva invece i ricchi appalti di tutte le società esterne alla Rai, come ad esempio quelli che la legano ad Endemol. La manovra, inutile dirlo, scontenta tutti. E con il passare dei giorni la lista delle doglianze si allunga. Ieri è arrivata al dunque la protesta delle Regioni. Ai governatori - di destra e sinistra - il pesante taglio ai trasferimenti non va giù. ‘Sono a rischio fondi per scuole, imprese, trasporti pubblici’, dice il presidente della Conferenza delle Regioni, l’emiliano Vasco Errani. ‘Le distanze con il governo sono enormi’. D’accordo il lombardo Roberto Formigoni: ‘La manovra spazza via il federalismo fiscale’. Giulio Tremonti, non ci sta, e in conferenza stampa affonda il colpo: ‘La spesa per pensioni di invalidità in pochi anni è cresciuta da 6 a 16 miliardi, e si tratta di fondi finora gestiti dalle Regioni. Non c’è Paese al mondo che destina un punto di Pil a questa voce’. Poi, per spiegare il perché, a suo dire, ‘i tagli sono del tutto sostenibili per le Regioni’, passa all’attacco delle scelte della giunta pugliese di Nichi Vendola – conclude LA STAMPA -: ‘Il suo programma elettorale è straordinario per le forme di impiego dei fondi pubblici: ci sono le fabbriche di Nichi, che sono centri sociali e il cineporto’. Replica di Vendola: ‘Tremonti non distingue un carciofo da un’astronave. Confonde iniziative istituzionali che danno lavoro perché investono sull’industria della creatività, come i cineporti, con attività di volontariato politico’”. (red)

 

 

9.Sanità,maggioranza sotto alla Camera. Scontro tra i finiani

Roma - “Maggioranza battuta due volte in Aula ed è subito scontro tra i finiani che accusano il gruppo per i ‘doppi incarichi’, e gli altri che sottolineano la ‘decina’ di assenti tra le truppe del presidente della Camera – scrive il CORRIERE DELLA SERA -. Al di là del merito degli emendamenti bocciati, c’è la sostanza politica, ovvero la sconfitta numero 50 della maggioranza. Sotto accusa i doppi incarichi, ovvero i deputati (tutti Pdl e Lega) che ricoprono anche altre cariche: sindaci, presidenti di provincia, assessori e consiglieri regionali. Andrea Ronchi attacca per primo: ‘Troppi parlamentari sono costretti a stare lontano da Roma a causa del doppio incarico. La soluzione non può essere rinviata’. Per il direttore della finiana Generazione Italia, Gianfranco Mariniello, ‘è una situazione inaccettabile sia politicamente sia moralmente’. Per i consiglieri regionali l’incompatibilità è costituzionale: c’è un termine per optare. Inizialmente c’era una dozzina di casi, ridotti a quattro con le dimissioni di ieri del ministro Mara Carfagna e di Alessandra Mussolini. Poi c’è una quindicina di deputati presidenti di provincia (tre), sindaci e assessori. Fino al 2004 vigeva l’interpretazione secondo cui era incompatibile, da parlamentare, candidarsi a quelle cariche. Poi il ribaltone (per superare l’incompatibilità di Diego Cammarata, deputato e sindaco di Palermo). Da allora, la maggioranza pdl della Giunta per le elezioni ha ribadito questa interpretazione, suscitando le proteste dell’opposizione, come ripete il presidente pd Maurizio Migliavacca: ‘È un’interpretazione sbagliata e illogica: ora un sindaco non può diventare parlamentare, il contrario invece è ammesso’. Il problema, dunque, ora è di opportunità politica. Per Italo Bocchino, la questione si deve risolvere: ‘Chiediamo che si riunisca l’ufficio di presidenza Pdl e dia l’aut aut a quelli che hanno il doppio incarico: devono scegliere’. Beatrice Lorenzin ribatte: ‘Su 76 deputati del Pdl assenti, solo sei ricoprono un doppio incarico. Mentre mancavano una decina di finiani’. Assenze ‘in linea’ con le altre, ribatte Bocchino: ‘Mica vogliamo paragonare i doppi incarichi assenti a uno come Mirko Tremaglia, che si è rotto il femore? E poi, come solo sei assenti con il doppio incarico? Sei sono decisivi, visto che abbiamo perso per cinque voti’”. (red)

 

 

10. Rai, Calderoli: "L'abbiamo messa 'a dieta'"

Roma - “Due colpi secchi. Due brevi emendamenti che ieri hanno mandato in fibrillazione la Rai – scrive LA STAMPA -. Del resto, il ministro Roberto Calderoli li aveva annunciati. E, ieri, dopo il consiglio dei ministri, soddisfatto ha detto: ‘Abbiamo messo a dieta mamma Rai. In tempi di crisi è giusto che ognuno faccia la sua parte’. Sacrosanto. Ma se si tiene conto delle simulazioni economiche Rai su cosa potrà accadere con i due emendamenti a regime da qui al 2013, forse più che di dieta, a breve, si rischierà di parlare di fuga dalla Rai. Non solo quella degli artisti (ma anche dei contrattisti autonomi da dodici mila euro annui lordi, il provvedimento infatti riguarderà tutti), che si vedranno decurtato il 20 per cento di stipendio sui contratti ma, soprattutto, per quel concerne il comma f della normativa che stabilisce che ‘La Rai non ecceda il 25 per cento dei costi operativi complessivi. Facciamo due conti. La Rai spende complessivamente per il personale dipendente (9.800 dipendenti più consociate per un totale di poco inferiore ai 13 mila) 903,6 milioni di euro tra retribuzioni e previdenza, mentre i costi operativi ammontano a 3 miliardi 750 milioni di euro. Secondo i dati, messi nero su bianco dallo staff di direzione generale, l’impatto del provvedimento dovrà portare ad un risparmio gestionale tra i 650 e i 750 milioni di euro che messi in relazione ai costi del personale portano ad una riduzione di circa 200 milioni di euro l’anno. Questo significa - commentavano a viale Mazzini - che in base ai tagli di personale (a seconda delle strutture) che si andranno a fare per legge, rischieranno il posto tra i 2mila 600 dipendenti ai 3mila. ‘Un colpo mortale per l’azienda - spiega il consigliere Nino Rizzo Nervo - che si può comprendere solo per due ragioni: o distruggere la Rai o metterla sotto ricatto’. ‘Perché così facendo - spiega un altro consigliere Rodolfo De Laurentis - con la demagogia si arriverà a dire che per ridurre i costi è necessario diminuire anche il numero dei giocatori della nazionale italiana’. Insomma, l’allarme è alto. Si teme che la Rai rischi di non essere competitiva sul mercato a solo vantaggio della concorrenza, ma soprattutto a sentir Carlo Verna (Usigrai) che ‘si tratti di una vendetta contro la schiena dritta’”.

“Ma al di là delle prese di parte il nodo centrale resta la concorrenza sul mercato. Tant’è spiega Enzo Carra (Udc vigilanza Rai) che ‘le disattenzioni del direttore generale Mauro Masi che ieri l’altro ha preferito disattendere l’impegno con la Vigilanza, non migliorano la situazione. E di questo credo, anche sul fronte manovra, dovrà occuparsene seriamente il Parlamento’. Perché come sostiene un alto dirigente Rai ‘se i nostri artisti, ad esempio Fazio in scadenza di contratto, scegliessero proposte più vantaggiose, noi cosa faremo? I nostri ricavi pubblicitari quali sarebbero?’. Timori che lasciano perplessi. ‘C’è da tagliare, ma queste norme si comprendono - riprende De Laurentis - solo se si vuol arrivare alla riduzione drastica del personale. Con conseguenza pericolose per la centralità del servizio pubblico’. Quindi, il nodo palinsesti. Ieri il cda li approvati con sette voti favorevoli e due contrari (no di Rizzo Nervo e Giorgio Van Straten). C’è Saviano, due ancora le x da definire. Riguardano Michele Santoro (nel palinsesto c’è scritto: informazione/Santoro o altro) e il programma di Serena Dandini . ‘Parla con me’ ci sarà, assicurano ma si dovrà contestualizzare quando chiara sarà la collocazione dei programmi sull’Unità d’Italia. Certo è, però, che per Masi la trattativa con Santoro non è chiusa. E all’obiezione di Rizzo Nervo sul giornalista ha replicato che ‘la legge gli impone di affidargli uno spazio in prima serata ma non dice Annozero’. Quindi, la replica ironica: ‘Affidagli allora ti lascio una canzone...’. Battute e polemiche a parte – conclude LA STAMPA -, il presidente Paolo Garimberti ha sottolineato, però, che il suo ‘sì al palinsesto allo schema presentato potrebbe essere stato diverso se non fosse stato presente lo spazio informativo per Santoro’”. (red)

 

 

11. Immigrati, Consulta boccia aggravante della clandestinità

Roma - “Stop agli aumenti di pena per gli immigrati irregolari. La Corte costituzionale boccia l’aggravante di clandestinità, ma dà il via libera al reato d’immigrazione clandestina – scrive REPUBBLICA -. Una bocciatura parziale alle politiche migratorie del governo, salutata dall’opposizione come una ‘buona notizia’. A sollevare la questione di legittimità costituzionale, tanto dell’aggravante, quanto del reato di clandestinità sono state decine di giudici in tutta Italia. Oltre 100 i ricorsi. Ieri è arrivata la decisione della Consulta, adottata a maggioranza in camera di consiglio. Stando alle indiscrezioni, la Corte avrebbe deciso per l’illegittimità dell’aggravante di clandestinità (pene aumentate di un terzo se a compiere un reato è un irregolare) prevista dal primo pacchetto sicurezza del luglio 2008. Un via libera sarebbe arrivato invece al reato di clandestinità (punito con ammenda da 5mila a 10mila euro) introdotto dal secondo pacchetto sicurezza, nel luglio 2009. L’aggravante di clandestinità sarebbe stata bocciata - stando alle prime anticipazioni, non smentite dalla Consulta - per violazione degli articoli 3 e 25 della Costituzione. In primo luogo, dunque, per irragionevolezza perché secondo il principio ‘ne bis in idem’ l’aggravante andrebbe a collidere con il reato di clandestinità introdotto nel 2009. Inoltre, l’aumento di pena violerebbe il principio costituzionale del "fatto materiale" quale presupposto della responsabilità penale: l’aumento di pena sarebbe cioè collegato solo allo status del reo (il trovarsi irregolarmente in Italia) e non alla gravità del reato o alla pericolosità dell’autore. I giudici costituzionali avrebbero invece considerato legittimo il reato di clandestinità, dichiarando infondate le questioni sollevate dal tribunale di Pesaro e da numerosi giudici di pace (tra cui Orvieto, Lecco, Torino, Cuneo, Vigevano e Gubbio)”.

“Le motivazioni delle due decisioni si conosceranno solo tra una decina di giorni, quando i giudici relatori, Gaetano Silvestri e Giuseppe Frigo, le avranno messe nero su bianco. E dalla Corte potrebbero venire anche interpretazioni restrittive del reato di clandestinità: come l’indicazione che spetta al giudice di pace valutare la grave entità del fatto, così da escludere eventuali giustificati motivi per cui l’immigrato si sia trattenuto illegalmente in Italia. Le indiscrezioni sono bastate a scatenare i commenti politici. Tutti soddisfatti, stando alle prime reazioni. Il sottosegretario all’Interno, Alfredo Mantovano: ‘Saranno così fugate tutte le critiche, spesso pretestuose, che hanno accompagnato l’approvazione e l’applicazione del reato di ingresso clandestino’. Soddisfatta Livia Turco, presidente del Forum Immigrazione del Pd – conclude REPUBBLICA -: ‘È una sentenza scontata, che mette un punto su una questione di grossolana incostituzionalità, di una norma animata solo da furore ideologico’. Intanto, ieri, il Consiglio dei ministri ha approvato il ‘Piano nazionale per l’integrazione’ e l’accordo che introdurrà dal 2011 il permesso di soggiorno a punti”. (red)

 

 

12. Corsa ai Bot.Bankitalia, bene manovra ma frenerà crescita

Roma - “È il rovescio della medaglia. Con le Borse che continuano a bruciare miliardi su miliardi, gli investitori hanno riscoperto i titoli di Stato – riporta il CORRIERE DELLA SERA -. Ieri l’asta dei Bot organizzata dal Ministero dell’Economia ha fatto non solo il tutto esaurito ma ha ricevuto richieste quasi tre volte superiori all’offerta, tanto che Via XX Settembre ha deciso di fare oggi un’asta supplementare da 1,1 miliardi di euro di titoli con scadenza giugno 2011. Era dal 2004 che non si registrava un interesse così forte sui titoli italiani, giustificato dalla fuga di capitali dalla Borse e dalla ricerca di un rifugio dove parcheggiare la liquidità in attesa di tempi migliori. E gli investitori, che di questi tempi navigano a vista, hanno puntato sui Bot con scadenze brevi: quelli a tre mesi, in asta ieri per complessivi 3miliardi di euro, sono stati richiesti per 10,5 miliardi. Su quelli annuali, invece, la domanda è stata di 12,9 miliardi su 5,5 miliardi offerti. Le forti richieste hanno contribuito a ridurre gli spread, che si erano allargati nei giorni scorsi, facendo salire il rendimento dei Bot a tre mesi ieri allo 0,83 per cento, 0,427 punti in più rispetto all’ultima asta, mentre per i titoli a un anno invece il tasso è sceso di 0,065 punti all’1,37 per cento. Oggi è prevista una ulteriore asta per soddisfare le richieste rimaste inevase, ma l’offerta riguarderà solo Bot annuali, per un importo pari al 20 per cento dell’asta di ieri, e quindi circa 1,1 miliardi. L’attesa ovviamente è per il tutto esaurito. Le buone notizie non sono arrivate solo da Via XX Settembre. Sul fronte dell’industria ne sono arrivate forse anche di migliori. L’Istat ha reso noto ieri che la produzione ad aprile ha subito una vera e propria impennata crescendo dell’8,7 per cento. Non succedeva da quasi dieci anni. Allargando lo sguardo ai primi quattro mesi del 2010, l'aumento già accumulato arriva così al 4,4 per cento. Va tuttavia considerato che il confronto è con l’inizio del 2009, ossia con la fase più nera della crisi”.

“Ma l'industria fa comunque progressi anche mese su mese, ad aprile rispetto a marzo l’aumento della produzione è stato dell'1 per cento. Anche questo è un rovescio della medaglia, dell’euro per la precisione, o meglio, del mini-euro, che con la discesa sotto quota 1,19 rispetto al dollaro sta spingendo le esportazioni. E la cartina di tornasole è l’andamento del made in Italy, che nel settore più ‘glamour’, la moda e l’abbigliamento, ad aprile ha visto un aumento della produzione del 13 per cento. A confermare il buono stato di salute dell’industria è stata anche Confindustria, che vede rosa per i mesi a venire. Il Centro Studi di Viale dell’Astronomia prevede infatti un rafforzamento della ripresa anche a maggio, quando la produzione su aprile accelererà ancora, crescendo dell’1,8 per cento. E sempre secondo il Csc, già nel secondo trimestre del 2010 si può contare su una crescita acquisita del 2,4 per cento. Parlare di ripresa in atto, e di recessione ormai alle spalle, nonostante i buoni dati diffusi ieri potrebbe tuttavia essere prematuro. Almeno per la Banca d’Italia per la quale ‘nella seconda parte dell'anno la crescita del prodotto interno lordo potrebbe indebolirsi’. Lo ha detto ieri in audizione alla commissione Bilancio al Senato il direttore centrale di Via Nazionale, Salvatore Rossi, che ha giudicato la manovra appena varata dal governo ‘adeguata’ pur esprimendo dubbi sull’efficacia nel lungo periodo: ‘Nel biennio 2011-12 — ha detto Rossi— lamanovra potrebbe cumulativamente ridurre la crescita del Pil di poco più di mezzo punto percentuale, attraverso una compressione dei consumi e degli investimenti’. Secondo il direttore centrale di Bankitalia – conclude il CORRIERE -, ‘potrebbero essere necessari ulteriori interventi qualora si presentasse uno scenario più sfavorevole’”. (red)

 

 

13. Bce, Trichet resiste all'assedio tedesco

Roma - “Al vertice della Banca centrale europea (Bce) la divergenza tra la linea tedesca del rigore a ogni costo e quella francese e di altri paesi dell’eurozona, favorevole ad affiancare all’austerità misure di sostegno della crescita e dei paesi in difficoltà, appare ormai uno scontro aperto. A conclusione della consueta riunione mensile del Consiglio direttivo della Bce, ieri a Francoforte – riporta REPUBBLICA -, il presidente dell’istituto, Jean-Claude Trichet, ha annunciato che il costo del denaro nell’area della moneta unica non cambia perché ‘i tassi all’1 per cento sono a un livello appropriato’, ha ammonito sulle incertezze gravanti sulla congiuntura, ha rassicurato sulla credibilità dell’euro. Ma soprattutto ha difeso a spada tratta le continue e perduranti operazioni di acquisto di bond dei paesi a rischio (come Grecia, Spagna, Portogallo), contro le dure critiche in merito formulate dal presidente della Bundesbank e membro tedesco del board, Axel Weber. Il conflitto resta aperto, e si proietta ormai sul dopo-Trichet, sui futuri assetti al vertice della Eurotower. ‘La nostra volontà di lottare contro l’inflazione è inflessibile’, ha sottolineato Trichet, ponendo in rilievo la determinazione a difendere l’euro e la stabilità dei prezzi a ogni costo. Le operazioni di acquisto di titoli sovrani di paesi in difficoltà - che finora sono costate alla Bce circa 40,5 miliardi di euro - ‘sono state e sono necessario, non abbiamo fatto nessuno sbaglio, e non è necessario dire per quanto tempo queste operazioni continueranno, non ci impegnamo in anticipo’ a indicare una data-limite per queste operazioni. È una replica fermissima alle recenti critiche di Axel Weber, che in sede di consiglio direttivo Bce aveva votato contro la decisione di sostenere i paesi in crisi acquistando i loro bond per far calare lo spread (differenziale) tra questi e quelli tedeschi”.

“Secondo il presidente della Bundesbank, questa politica sarebbe ‘potenzialmente inflazionistica’ e danneggerebbe l’indipendenza della Banca a fronte dei poteri politici’. Trichet ha risposto duramente alle domande su un suo giudizio sul voto contrario di Weber. ‘Abbiamo una sola valuta comune, una sola Bce, un consiglio e una decisione’. Ha ripetuto che l’indipendenza dai governi è fuori discussione. Ricordando che gli acquisti di titoli sovrani non aumentano la liquidità, e quindi non hanno un effetto inflazionistico, perché la Bce ha ritirato e continua a ritirare dalla circolazione masse monetarie di pari valore. ‘Il rispetto dei dettami di Maastricht resta sacro, prioritario’. Per questo, ha continuato il numero uno della Eurotower con un messaggio rafforzativo per la moneta unica, l’euro è una valuta stabile e pienamente credibile, merita e continua ad avere la piena fiducia dei mercati, nonostante deprezzamenti e oscillazioni degli ultimi mesi. Eppure, anche Trichet ha ammonito che la situazione non è rosea. La crescita economica nell’area della moneta unica ‘sarà moderata e soggetta a uno sfondo di tensioni continue specie in certi segmenti dei mercati finanziari, e di incertezze a un livello insolitamente alto’. La Bce – conclude il quotidino romano -, ha rivisto con un piccolo rialzo le previsioni di crescita per l’anno in corso, dallo 0,8 all’1 per cento in media, ma ha corretto al ribasso, dall’1,5 all’1,2 per cento in media, quelle per l’anno prossimo”. (red)

 

 

14. Fondazioni, si apre il caso vigilanza

Roma - “Quella delle Fondazioni ‘è una storia a lieto fine’ dice Giuliano Amato, titolare della legge che vent’anni fa fece nascere tali enti dallo scorporo delle casse di risparmio per favorirne la privatizzazione – scrive il CORRIERE DELLA SERA -. Ed è una ‘storia che continua’, aggiunge l’ex presidente del Consiglio ed ex ministro del Tesoro. Con due temi ricorrenti: i poteri di controllo e l’interferenza della politica. A porre la prima questione, nella giornata delle Fondazioni che ha celebrato a Montecitorio i due decenni di vita degli enti, è il presidente della Camera, Gianfranco Fini in apertura dei lavori: ‘Con la manovra del Governo il ministero dell'Economia e delle finanze è chiamato a vigilare sull'intero settore e questa è un'oggettiva novità’ afferma Fini sollecitando una relazione annuale in Parlamento. In realtà l’articolo 52 del provvedimento economico riproduce la norma della legge Ciampi che affida al Tesoro la vigilanza delle Fondazioni in via temporanea fino al mantenimento delle partecipazioni bancarie in capo agli enti. Ma l’averlo riproposto fa echeggiare vecchi sospetti di ‘invadenza’. Forse è solo una necessaria sottolineatura in vista del disegno di legge Alfano che regola la vigilanza per l’intero settore del no profit, il cui esame ieri è stato rinviato dal Consiglio dei ministri. Il presidente della Cariplo e dell’Acri, l’associazione che riunisce le Fondazioni di origine bancaria, Giuseppe Guzzetti nel suo intervento comunque ribadisce: la ‘nostra autonomia non è autoreferenzialità’, ‘non c’è polemica sull’attribuzione al ministero dell’Economia del potere di controllo’ che deve essere in ogni caso solo ‘di legittimità’ e non ‘di merito’”.

“Il Direttore generale del ministero di via XX Settembre, Vittorio Grilli, concludendo il dibattito, rassicura: ‘I controlli di vigilanza non devono avere carattere invasivo. La nostra funzione viene svolta in collaborazione costante con l'Acri’ afferma accogliendo anche l’invito del Presidente della Camera ad un maggior scambio informativo tra ministero e Parlamento. Grilli sollecita poi le Fondazioni a preoccuparsi per tempo delle possibili nuove esigenze patrimoniali delle banche partecipate sulla base delle nuove regole di Basilea3. Le Fondazioni, dice, ‘saranno chiamate a scelte importanti che richiederanno un aumento di capitale per le banche. Si tratta di un percorso graduale, ma è bene non rinviare la riflessione, in modo da trovarsi pronti’. Molto è cambiato dalle pressioni dei partiti sulle nomine ai vertici delle banche di vent’anni fa, osserva ancora Amato sollecitando le Fondazioni ad essere ‘il diaframma’ fra gli interessi della politica locale e la gestione del credito. Ma è Guzzetti a porre la questione riferendosi, senza specificare, alle richieste provenienti dalla Lega di contare di più nelle banche e alle polemiche che hanno preceduto i rinnovi al vertice di Intesa Sanpaolo. ‘Non intendo in alcun modo sottovalutare i fatti degli ultimi mesi che hanno portato alla ribalta ipotesi - non certo percorribili costituzionalmente - di ingerenza di partiti politici o di organismi amministrativi nelle scelte creditizie delle banche tramite membri degli organi delle Fondazioni designati dagli enti locali’. Ricordo però – conclude il CORRIERE -, precisa, che ‘le banche sono soggetti privati profit, che appartengono alla sfera del mercato, e che le Fondazioni non interferiscono, né possono interferire, nella loro gestione’”. (red)

 

 

15. Miller: "Gazprom può dare gas a tutte le auto d'Europa"

Roma - “Energia pulita? Noi l'abbiamo già e la vendiamo a tutta Europa, il gas. Ogni punto percentuale in più di gas nel misto energetico europeo taglia di tre punti le emissioni di anidride carbonica nell'atmosfera’. Alexei Miller, numero uno di Gazprom, è un uomo molto potente e forse anche di più – scrive LA STAMPA -. In Russia, senz'altro, ma anche in Europa. È l'uomo che ha le chiavi del rubinetto del gas: il caffè del mattino, il riscaldamento, spesso e volentieri anche la corrente elettrica. Ascolta le domande disegnando ghirigori su un foglio immacolato con una stilografica d'argento, come se segnasse le parole con cui rispondere. Al polso l'orologio segna l'ora di Mosca, anche se Miller è a Cannes per l'European Business Congress. E tesse la sua tela. Ha portato i francesi di Gdf nel North Stream, il tubo che rifornirà l'Europa settentrionale (con il 9 per cento del capitale). Ha parlato in mattinata con l'amministratore delegato dell'Eni Paolo Scaroni di South Stream, il tubo destinato a rifornire l'Europa del Sud. Del terzo tubo, Nabucco, che in teoria lo taglia fuori, parla con distaccata sufficienza: ‘Non hanno il gas da metterci dentro, e un progetto del genere è molto complicato. Parlo per esperienza diretta’, dice. E dice anche che il progetto gli piace: perché gli uomini davvero potenti fanno quello che vogliono, ma non possono dire quello che vogliono. Nel frattempo Miller pensa in grande. I trasporti, le auto, le galline dalle uova d'oro della vecchia Europa. Perché no? ‘Con un piccolo investimento possiamo creare una rete europea di distributori di metano. Carburante politico ed economico’, soprattutto carburante targato Gazprom. E il solare, l'eolico? ‘Quarant'anni fa - sostiene Miller - sbarcammo sulla Luna. Sembrava che di li a poco ci saremmo andati tutti, un viaggio semplice come prendere il tram per andare in centro. E invece, niente. Datemi retta: solo il gas può sostituire il petrolio’”.

“Il gas, certo. Purché viaggi nei tubi, e soprattutto in quelli riforniti dallo stesso Miller. ‘Il gas liquefatto, quello che viaggia sulle navi, può dare soltanto un contributo marginale’ alla fornitura energetica del vecchio continente. ‘Diciamolo chiaro - aggiunge Miller - il gas tradizionale, quello che viaggia nelle pipeline, ha alle spalle tecnologie sicure e controllate’. Il resto si condensa in una smorfia incredula e molto sovietica: ‘Investiamo miliardi nei gasdotti perché sono collaudati. Funzionano’. E, esplosioni a parte, sono immuni dal rischio marea nera. British Petroleum ha avuto problemi, in Russia. ‘Dico solo che sono molto diversi da noi e dal nostro modo di lavorare’. Si riscopre il Miller diplomatico che negando un contratto è capace di mettere in ginocchio una multinazionale e l'economia di un Paese intero. ‘Resta il fatto - conclude Miller - che avremmo bisogno di standard internazionali di sicurezza per chi lavora sulle piattaforme’. Ma alla fine a sentire lo zar del gas europeo la soluzione è l'oro blu. Il buon vecchio gas che può far marciare gli impianti di riscaldamento come i condizionatori, le metropolitane come l'automobile o l'autobus che passa sotto casa. L'importante – conclude LA STAMPA -, è che sull'energia europea brilli la fiammella azzurra del colosso Gazprom”. (red)

 

 

16. Unione petrolieri,all'assemblea annuale bilancio di crisi

 

 

 

Roma - “È un bilancio di crisi quello tracciato ieri dal presidente dell’Unione petrolifera, Pasquale De Vita, in occasione dell’assemblea annuale – scrive il CORRIERE DELLA SERA -. Nel 2009, in Italia, i consumi dei carburanti sono diminuiti quasi del 3 per cento, con la benzina che ha fatto registrare il valore più basso degli ultimi 20 anni. E nei primi quattro mesi del 2010 siamo già a -4,7 per cento. ‘La caduta dei consumi di petrolio in Italia— ha aggiunto — è stata particolarmente pesante, sia in termini di volumi che di margini, rispetto agli altri principali Paesi europei’. Negli ultimi sei anni il calo per il settore petrolifero italiano, è stato di quasi 18 milioni di tonnellate, di cui oltre il 6 per cento nel solo 2009. Ci vorranno alcuni anni prima di tornare sui livelli pre-crisi. Quanto al settore del downstream (raffinazione e distribuzione) nel 2009 le perdite hanno superato il miliardo di euro e ‘i primi dati riferiti al 2010 non lasciano spazio all'ottimismo’. Malgrado ciò, rileva il presidente dell'Up, le compagnie hanno continuato ad investire oltre 15 miliardi nel periodo 1998-2008. E per il prossimo biennio si prevedono altri 5 miliardi. L’unica nota positiva è che minori consumi e i prezzi più bassi hanno permesso un risparmio nella fattura energetica rispetto al 2008: il saldo tra l’esborso per le importazioni e gli introiti delle esportazioni è sceso a 42 miliardi di euro, (-30 per cento). A beneficiarne maggiormente è stata la fattura petrolifera calata a 20,4 miliardi (-37 per cento). Per il 2010 l'Up stima una fattura energetica in aumento di 7-9 miliardi e una fattura petrolifera maggiore di circa 6 miliardi. Nel 2009 lo Stato ha ricavato, tra tasse e royalties, quasi 30 miliardi di euro nel solo downstream. ‘Quello che non troviamo corretto è che ad ogni variazione in aumento, magari di pochi millesimi da parte di un solo operatore, si costruiscano teoremi accusatori, accuse di collusione o anche peggio’, ha detto De Vita. Ma anche ieri i prezzi della benzina sono tornati a salire”. (red)

 

 

17. Bp crolla in Borsa, Cameron a Obama: L'aiuteremo noi

Roma - “La minaccia di risarcimenti astronomici per la marea nera del Golfo del Messico, che secondo la Casa Bianca dovrebbero includere anche gli stipendi per decine di migliaia di ingeneri e tecnici del settore petrolifero rimasti senza lavoro, ha portato a un ulteriore peggioramento della situazione finanziaria della BP – scrive REPUBBLICA -. L’amministrazione americana chiede inoltre che la società non distribuisca dividendi. Il colosso britannico, che ha già perso 82 miliardi di dollari di capitalizzazione di Borsa dal 20 aprile, cioè dal giorno dell’incidente sulla piattaforma Deepwater Horizon, ha visto le sue quotazioni tornare ieri ai livelli di 13 anni fa. Dopo la retrocessione delle agenzie di rating, i costi per assicurare i bond della società inglese attraverso credit default swaps sono più che raddoppiati: a conferma dei timori di un possibile fallimento. E quello che fino a due mesi fa era considerato uno dei gruppi mondiali più solidi, oltre a essere il maggiore erogatore di dividendi nel Regno Unito, si ritrova a combattere per la sopravvivenza. La tempesta finanziaria sulla BP si è abbattuta proprio in un momento di maggiore ottimismo sul contenimento dei danni ecologici. Già ora la BP è in grado di raccogliere ogni giorno 18mila barili di petrolio che fuoriescono dalla falla sottomarina e tra breve sarà in grado - secondo quanto ha precisato ieri Ken Wells, il vice-presidente per le attività produttive del gruppo - di intercettare altri 10mila barili al giorno. Intanto continuano le trivellazioni per altre due pozzi che saranno in grado di diminuire la pressione su quello esploso ad aprile. E la BP ha già speso 1,43 miliardi di dollari per gli interventi di emergenza. Ma di fronte all’indignazione dell’opinione pubblica americana, la Casa Bianca di Barack Obama ha alzato le richieste nei confronti della società petrolifera”.

“Il governo americano pretende ora il pagamento non solo dei costi per bloccare la marea nera, pulire le coste e risarcire i pescatori, ma anche per i danni indiretti: a cominciare dagli stipendi dei lavoratori colpiti dalla moratoria di sei mesi imposta sulle attività di trivellazione nel Golfo. Secondo alcuni calcoli, potrebbe trattarsi di un costo mensile di 330 milioni di dollari. Sin dal primo momento il chief executive della BP, Tony Hayward, aveva promesso di sostenere tutti i costi ‘legittimi’ legati all’esplosione della piattaforma, insistendo sulla buona situazione di cassa del gruppo. Ma le pretese della Casa Bianca, rilanciate ieri dal ministro degli interni Ken Salazar, vanno ben al di là della disponibilità dimostrata dalla BP e rischiano di innescare un difficile contenzioso giuridico. Da un lato la BP sosterrà che l’Oil Pollution act, una legge ad hoc del 1990, limita le responsabilità dell’azienda ai soli costi di pulizia; dall’altro Washington ha molte armi in mano visto che la BP è il maggior fornitore di prodotti petroliferi del Pentagono, per un controvalore di 2,2 miliardi di dollari all’anno. Il pressing della Casa Bianca e le voci ormai ricorrenti di un possibile fallimento della BP (o di una sua cessione ai cinesi) ha aperto un problema politico nel Regno Unito, anche perché molti fondi pensione britannici fanno leva sui dividendi del gruppo. Di qui – conclude REPUBBLICA -, la mobilitazione del nuovo premier conservatore David Cameron, che ieri, durante una visita a Kabul, ha promesso di aiutare la società e di discutere della questione con Barack Obama”. (red)

 

 

18. Italia-Spagna, atto di cortesia del Cav. viene travisato

Roma - “Un incontro di politica estera come tanti, con il leader di un Paese amico, con reciproci complimenti, più quelli del Cavaliere a Zapatero -. Scrive il CORRIERE DELLA SERA -. Poi però, proprio alla fine, davanti alla stampa, il fuori programma del capo del governo. Più che altro, in apparenza, un’incomprensione sul protocollo, ma che immediatamente diventa la prima notizia: Berlusconi lascia solo in sala il premier spagnolo, va via, mentre l’altro lo insegue con gli occhi e poi si guarda intorno smarrito, visibilmente ignaro di quello che accade. Sembra un destino nel rapporto fra i due leader. Alla Maddalena, al termine di un incontro analogo, settembre dell’anno scorso, Berlusconi riuscì a creare imbarazzo con un fuori programma che riguardava l’argomento veline: per la stampa spagnola, mai tenera con il presidente del Consiglio, fu uno spettacolo inatteso; per Zapatero, che rimase impassibile al suo fianco, ad ascoltare argomenti delicati e privati, fu un motivo inatteso di manifesto imbarazzo. Ieri c’è stato un piccolo bis. Al termine delle dichiarazioni alla stampa il Cavaliere stupisce tutti e dice: ‘Lascio l’amico José Luis a rispondere alle domande dei giornalisti, immagino sulla sua visita in Vaticano. Lo saluto come si saluta un santo perché ha appena ricevuto la benedizione del Papa e quindi è in stato di assoluta grazia’. Quindi il premier gira i tacchi e va via. Sorpresa in sala, visibile sul volto del premier spagnolo e degli staff. Sino a quel momento tutto era filato liscio, condito dalla tradizionale effervescenza del Cavaliere. Italia e Spagna, annuncia Berlusconi, faranno ‘interventi comuni di politica internazionale, abbiamo parlato della Libia e di altre situazioni internazionali su cui agiamo insieme. Ho potuto dire che quello che penserà di decidere Zapatero, sul Libano come su altri argomenti, sarà sicuramente condiviso’. Insomma tanta concordia e anche un pizzico di invidia da parte del presidente del Consiglio: il socialista José Luis Zapatero è un ‘esempio’, un politico ‘autorevole’, un ‘santo’, e soprattutto ‘non nascondo tutta la mia invidia per lui e per il suo governo’ vista l’entità del debito spagnolo, meno della metà di quello italiano”.

“Complimenti anche sulle ricette economiche: ‘Ho preso esempio e spunto da alcune misure effettuate in Spagna e magari le nostre potrebbero essere utili per quello che la Spagna si appresta a fare’. Fiducia da parte di entrambi infine sulla crisi, sulla stabilità della moneta unica e sulla costruzione di un’effettiva governance economica dell’Europa. Poi alla fine quel commiato molto frettoloso. Reduce da una visita in Vaticano da papa Ratzinger, Zapatero dovrebbe in effetti restare da solo, con un’altra scenografia alle spalle, la bandiera spagnola senza quella italiana al fianco, per parlare del suo incontro con il Santo Padre. Non prima però di alcune domande, già programmate dagli uffici stampa, sul faccia a faccia con Berlusconi. Berlusconi però se ne dimentica, o fa finta di farlo, secondo qualcuno per non rispondere ai cronisti. Qualche ora dopo – conclude il CORRIERE -, mentre i siti spagnoli parlano addirittura di sgarbo italiano al premier spagnolo, il portavoce di Berlusconi, Paolo Bonaiuti, chiarisce così: ‘Nella continua ossessione di trovare sempre e comunque qualcosa di strano alcune agenzie di stampa hanno superato l’inverosimile. Al termine di un cordialissimo colloquio tra il Presidente Zapatero e il Presidente Berlusconi, i due si sono recati, come previsto, in una sala per alcune dichiarazioni alla stampa. Dopo le dichiarazioni, il Presidente del Consiglio come atto di cortesia ha lasciato la sala per dare la possibilità all’ospite di svolgere autonomamente la conferenza stampa sulla sua visita romana. Nessun giallo, nessun mistero. Nessuna rottura di chissà quale protocollo. È stato interpretato alla rovescia un gesto di cortesia concordato dai due cerimoniali’”. (red)

 

 

19. Sanzioni Onu, Teheran furiosa con Pechino

Roma -

“Mahmoud Ahmadinejad sbarca a Shanghai e scaglia contro la Cina l’irritazione per le nuove sanzioni contro il programma nucleare votate dall’Onu – scrive LA STAMPA -. All’indomani dell’approvazione della risoluzione 1929 da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il presidente iraniano è arrivato a Shanghai per prendere parte alle celebrazioni dell’Expo e Teheran ha colto l’occasione per lanciare un duro affondo contro la Repubblica popolare, rea di non aver opposto il diritto di veto alle sanzioni che investono l’industria militare e numerose aziende legate ai Guardiani della rivoluzione. A rendere pubblica l’irritazione iraniana è stato Ali Akbar Salehi, capo dell’Agenzia atomica nazionale, che ha accusato Pechino di aver dimostrato con il suo assenso di ‘essere sotto il dominio dell’Occidente’. ‘Il sostegno della Cina alle nuove misure contro di noi è destinato a condizionare negativamente le sue relazioni con il mondo musulmano. Quando se ne accorgeranno sarà oramai troppo tardi’ ha aggiunto Salehi, accusandola di ‘fare scelte contraddittorie su Nord Corea e Iran’ perché, mentre nel primo caso osteggia le condanne dell’Onu, nel secondo le permette e le condivide. ‘Un tempo la Cina definiva gli Stati Uniti “ tigre di carta” - ha aggiunto Salehi - ora bisogna chiedersi quale definizione meriti la Cina. A mio avviso, quella di nazione a "doppia faccia" per come si comporta sui programmi nucleari di Corea del Nord e Iran’. Pechino ha tentato di gettare acqua sul fuoco con Qin Gang, portavoce del Ministero degli Esteri, che ha sottolineato la ‘grande importanze delle relazioni bilaterali’. Questo però non ha fatto rientrare la rabbia di Teheran, che evidentemente contava sui solidi rapporti commerciali - gli scambi nel 2005 sono stati di circa 9,2 miliardi di dollari - per ottenere da Pechino almeno l’astensione sulle sanzioni. Ad aumentare le tensioni con Pechino è arrivata la notizia che il presidente Hu Jintao, assieme al collega russo Dmitrij Medvedev, ha bocciato l’ipotesi dell’adesione di Teheran all’Organizzazione di cooperazione di Shanghai (Sco), di cui si è discusso al summit che si è aperto ieri a Tashkent, in Uzbekistan, e che aveva in agenda i possibili allargamenti”.
“L’incrinatura del rapporti di Cina e Russia con Teheran premia la diplomazia silenziosa con cui l’Amministrazione Obama negli ultimi 18 mesi ha puntato a coinvolgere a pieno titolo Pechino e Mosca nella gestione del dossier iraniano, scommettendo sul fatto che un impegno diretto dei cinesi e dei russi nelle trattative li avrebbe portati a condividere i timori di Stati Uniti e Unione europea. In particolare, per quanto riguarda la Cina, sembra aver avuto successo la strategia del Segretario di Stato Hillary Clinton: fare leva sui rapporti con l’Arabia Saudita per offrire a Pechino una possibile alternativa alle ingente forniture di petrolio che acquista in Iran. Sul fronte russo, invece, restano delle ambiguità per via della scelta del Cremlino di confermare la decisione di vendere alla Repubblica islamica i sistemi antimissili S-300 perché ‘non esplicitamente citati dalla risoluzione’. In serata è anche arrivata la notizia che la Russia sta discutendo con l’Iran l’ipotesi di costruire una seconda centrale nucleare dopo l’impianto di Bushehr, che sta per essere ‘acceso’. Fra le contromosse di Teheran alla risoluzione 1929 c’è l’annuncio, giunto da Alaeddin Borujerdi, presidente della commissione Esteri del Parlamento iraniano, dell’imminente varo di ‘nuove norme per ridurre le relazioni con l’Agenzia atomica dell’Onu’ al fine di ‘portare al minimo’ la collaborazione con gli ispettori, ai quali è al momento consentito di avere accesso negli impianti del programma nucleare. Sebbene non sia ancora chiaro cosa Teheran intenda per ‘portare al minimo’ una cooperazione già molto limitata – conclude LA STAMPA -, dagli ambienti Aiea trapela il timore che spossa includere di un blackout di informazioni e comunicazioni sui progetti di cui Ahmadinejad ha parlato a più riprese: dieci nuovi centri per l’arricchimento dell’uranio”.

 (red)

 

 

20. Turchia, Gates accusa l'Ue: Ha spinto Ankara verso Est

Roma - “Peserebbe sulla coscienza degli europei, se l'Occidente perdesse la Turchia. È il rifiuto dell'Europa di integrare a pieno titolo Ankara nelle sue istituzioni, a spingere i dirigenti turchi verso Oriente, cercando freneticamente rapporti più stretti con Paesi come la Russia, l'Iran, la Siria e l'Iraq – riporta il CORRIERE DELLA SERA -. Poche ore dopo il no della Turchia (e del Brasile) alle nuove sanzioni dell'Onu contro Teheran, il ministro della Difesa americano, Robert Gates, ha lanciato l'allarme preoccupato degli Stati Uniti. Ed è la prima volta, che un alto esponente dell'Amministrazione americana tira in ballo l'Unione europea, accusandola esplicitamente di essere all’origine della deriva che sta progressivamente facendo basculare l'asse storico della politica estera anatolica. ‘Personalmente— ha detto Gates parlando con alcuni giornalisti a Londra — penso che se c'è del vero nella nozione che la Turchia stia muovendosi verso Est, sia dovuto in non piccola parte al fatto che è stata ripetutamente spinta da alcuni in Europa, i quali si sono rifiutati di darle quel legame organico con l'Occidente che Ankara cercava’. Secondo il capo del Pentagono, ‘occorre adesso pensare a lungo e in modo approfondito sul perché in Turchia si stiano registrando questi sviluppi e sul modo in cui noi potremmo contrastarli, rendendo più evidente ai leader turchi come un più forte legame con l'Occidente sia nel loro interesse’”.

“L'Unione europea aveva deciso nel 2004 di aprire negoziati formali di adesione con Ankara, dopo cinquant'anni di mezze promesse, battute d'arresto e finte ripartenze, durante i quali la nazione islamica aveva cercato nell'approdo comunitario la soluzione della sua eterna ambiguità tra Est e Ovest. Ma le trattative sono andate a rilento, con buona parte dei dossier bloccati a causa del rifiuto turco di aprire i porti alle navi di Cipro. Soprattutto, sotto la pressione dell'opinione pubblica, grandi Paesi come Francia e Germania hanno più volte espresso la loro contrarietà all'adesione all'Ue della Turchia, che pure è tra i Paesi fondatori della Nato. La reazione del governo filo-islamico di Tayyip Erdogan è stata un'offensiva diplomatica a tutto campo all'indirizzo di Paesi arabi, di Mosca, perfino del Brasile. A farne le spese è stato in primo luogo il rapporto privilegiato con Israele, che datava dai primi Anni Novanta. Il progressivo allontanamento di Ankara da Gerusalemme ha avuto il suo culmine la settimana scorsa, quando una flottiglia pacifista turca ha cercato di forzare il blocco di Gaza per portare aiuti umanitari all'enclave palestinese, innescando il raid israeliano nel quale vennero uccise nove persone. Le parole di Gates – conclude il CORRIERE -, hanno però spinto proprio Erdogan a dare una rassicurazione, sia pur polemica, sulle intenzioni del suo Paese. ‘Chi dice che la Turchia abbia rotto i ponti con l'Occidente è l'intermediario di una propaganda malata. Noi siamo aperti a tutte le parti del mondo’, ha detto il premier turco, secondo il quale, ‘nessuno fa obiezioni quando la Francia investe in Siria, mentre quando la Turchia investe nei Paesi arabi, una sporca propaganda tenta di impedirlo’”. (red)

 

 

21. L'inchiesta sul G8 trasloca da Firenze a Roma

Roma - “Accolto il ricorso presentato da tre imputati della ‘cricca’. De Santis e Balducci torneranno liberi nel giro di pochi giorni Sì della Cassazione al trasferimento degli atti da Firenze – riporta il CORRIERE DELLA SERA -. Il procuratore: a noi non resta nulla senza averne la competenza. ‘Non si può che rispettare il pronunciamento della Cassazione’. Giuseppe Quattrocchi, procuratore capo, reagisce da gran signore. ‘Non abbiamo mai voluto tenerci qualcosa che non era nostro. Fino a ieri siamo stati confortati dai pareri espressi dal giudice per le indagini preliminari e dal tribunale del Riesame. Ritenevano, e noi con loro, che l’accordo corruttivo tra gli imputati si fosse perfezionato a Firenze. Altri giudici non la pensano così. Ne prendiamo atto’. Lo scorso 25 marzo il Riesame aveva stabilito la ‘piena fondatezza’ della competenza della procura toscana, in quanto era ‘ampiamente sussistente’ la prova che la corruzione fosse avvenuta a Firenze, durante un incontro tra l’imprenditore Riccardo Fusi e Piscicelli, considerato dai magistrati un emissario dei romani Balducci e De Santis. I difensori di quest’ultimo hanno invece sostenuto davanti alla Suprema Corte l’impossibilità della corruzione ‘per conto terzi’. E questa volta hanno convinto i giudici delle loro tesi. A fine aprile un ricorso simile, presentato da Balducci, era stato invece respinto, sempre dalla Suprema Corte. Nella storia del presunto sistema gelatinoso, questa nuova decisione è uno spartiacque. Quattrocchi ne è consapevole. ‘Parliamoci chiaro: a noi non resta nulla. Non sono amareggiato, ma è un dato di fatto”.

“Va tutto a Roma, e ai miei pm rimane solo la consapevolezza di aver fatto un lavoro straordinario, di elevato livello tecnico. Speriamo che altri ne colgano i frutti’. Fine corsa, dunque. La procura che aveva cominciato tutto, per poi spogliarsi del versante più romano dell’inchiesta, finito a Perugia a causa del coinvolgimento del procuratore aggiunto di Roma Achille Toro, indagato per corruzione e favoreggiamento, rimane a piedi. ‘Siamo soddisfatti’ dice l’avvocato Dresda. ‘Il principio della competenza per territorio è stato finalmente affermato’. Anche l’umore di Alfredo Gaito e Remo Pannain è ben diverso da quello crepuscolare del procuratore Quattrocchi. Per loro, difensori di Fabio De Santis, si tratta di una vittoria chiara e netta. ‘Finalmente si comincia a mettere ordine in questo processo e in questa inchiesta, segnati da troppe incongruenze. Ora speriamo di non trovare anche a Roma una nuova stanza dei segreti’. Il riferimento è alla sala d’ascolto delle intercettazioni non trascritte approntata nei giorni scorsi dai pubblici ministeri fiorentini. L’ultima di tante decisioni – conclude il CORRIERE -, che gli avvocati consideravano lesive dei diritti della difesa. Adesso, evidentemente, si cambia”. (red)

Prima pagina 11 giugno 2010

Tibet e vera autodeterminazione, altro che Lega