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Tibet e vera autodeterminazione, altro che Lega

Mentre noi qui in Occidente, regolarmente disinformati dai media al guinzaglio, non sappiamo di che morte dovremo morire, nel Tibet caduto in oblio si muore in manette su ordine dello Stato di polizia cinese. Leggiamo le ultime notizie dal sito dell’associazione Italia-Tibet: il 25 maggio scorso un ventitreenne tibetano, Sonam Tsering, accusato di aver capeggiato una dei tanti scoppi di rivolta anticinese del marzo 2008, è stato condannato a morte; pochi giorni prima sono finiti dietro le sbarre sei monaci buddisti per essersi rifiutati di “indottrinare” i confratelli sulla superiorità delle dottrine del Partito comunista (“rieducazione patriottica”, la chiamano gli sgherri di Pechino) e di convincerli a denunciare il Dalai Lama come elemento separatista. Oltre cinquanta tibetani, considerati a vario titolo come intellettuali, sono stati arrestati o sono scomparsi per avere comunicato al mondo, a partire dalla primavera del 2008, la propria opposizione alla politica di repressione del governo centrale cinese. Il sorriso del Dalai Lama è una smorfia di dolore, mentre il ghigno dei gerarchi-manager di Pechino avvizzisce nella coazione a uccidere il dissenso.

I tibetani vogliono ciò a cui tutte le genti del pianeta hanno diritto: l’autodeterminazione. Vivere in pace secondo i propri costumi, con un proprio governo, come più gli aggrada. Ma il dragone nazi-liberista (la Cina è comunista solo di nome: unisce capitalismo economico e autoritarismo politico) non vuole mollare l’osso spolpato per sessant’anni. Non può permettere che una regione strategica come quella tibetana si sottragga all’immenso mercato unico interno. Non può abbandonare decenni di colonizzazione forzata, con gli “invasori” dell’etnia cinese, gli Han, ormai soverchianti sugli abitanti originari, fedeli del Lama buddista. Non può accettare che un’antica nazione non si sottometta al dominio di uno Stato che conosce solo i profitti di uno sviluppo devastante e il controllo ferreo dei cittadini-sudditi. 

Autodeterminazione: a Lhasa si perde la pelle, da noi è solo una scusa per pagare meno tasse. Tutte le battaglie nostrane (“padane”) per il federalismo, l’autonomia, l’indipendenza e l’autogoverno, diventano un’insulsa vertenza burocratica da evasori fiscali se paragonate ai morti tibetani. In Italia sono vent’anni che i padroncini del Nord si riempiono la bocca di fiammeggianti proclami al limite della secessione, e poi mandano nella capitale, l’odiata Roma ladrona, i loro degni rappresentanti, dediti alla prostituzione politica né più né meno degli altri partiti. E chiedono meno centralismo per fare ancora più soldi di quelli che macinano grazie alla globalizzazione che invece dovrebbero combattere. Il sacrosanto principio dell’autodeterminazione, che ha senso anzitutto e soprattutto per difendere la propria identità storica, sociale e culturale, i polentoni l’hanno trasformata in una lotta per i quattrini. Onore alle vittime del Tibet, e vergogna per i piagnucolosi e meschini vittimisti della Padania. 

 

Alessio Mannino

 

 

Secondo i quotidiani del 11/06/2010

E Il Giornale titolerà “Ebrei antisemiti”?