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Mondiali, Mandela e culto della personalità

Cerimonia d’inizio dei campionati dal mondo di calcio: solo un innocente spettacolo per un grande business che così innocente non è, abile com’è a distogliere dai veri problemi la gente e ad aprirsi mercati multimiliardari in nazioni che avrebbero ben altre priorità. Quasi come il panem et circenses degli antichi romani. Quasi: perché se il circenses è ben evidente, manca il panem.

Ci sarebbe poco da dire, una cerimonia come tante, magari un po’ più gioiosa e meno formale del solito, giusto un filo troppo africanocentrica e dimentica del resto del mondo che, nella simbologia delle coreografie è visto quasi come una succursale di un’Africa rappresentata come madre dell’umanità. Nulla di grave salvo l’incombente presenza - nonostante la sua assenza dallo stadio - di Mandela. Assenza che, però, lo rende ancora più “Grande Fratello”.

Non si vuole criticare la persona, che ha certamente svolto un ruolo di primo piano nell’uscita del Sud Africa dall’aparthied, riuscendo anche ad evitare una guerra civile quasi certa: non è qui il punto. La questione è proprio nel faccione di Mandela che giganteggiava sul maxischermo dello stadio in una maniera che ricorda più i culti della personalità tipici delle dittature che non delle democrazie, che certi tributi, quando li concedono, di solito li riservano alle grandi personalità defunte, mentre Mandela è ben vivo.

La divinizzazione di Mandela si potrebbe liquidare come una nota di colore, magari unendosi al coro che lo idolatra, o, semplicisticamente, in maniera un po’ razzista, considerarla roba da africani, ma non è così: il culto della personalità è ben radicato anche nell’occidente “bianco”. Basta guardare la santificazione globalizzata in corso di quella specie di Padre Pio laico che è Obama, ma anche a livello nazionale la personalizzazione della politica è un aspetto dominante, basti guardare cosa rappresenta Berlusconi per i suoi fan e i suoi detrattori.

Se in Italia il fenomeno è più evidente che altrove, dove anche alcune forze dell’opposizione, come l’IDV, sono caratterizzate da una forte personalizzazione, non è che all’estero, anche nei paesi dove il liberal-parlamentarismo ha maggior tradizione, la situazione sia migliore. Nei paesi di cultura anglosassone, considerati d’esempio per le moderne democrazie, anzi, il fenomeno è stato più forte: a partire da Obama arrivando a Cameron passando per Blair.

Un fenomeno che potrebbe diventare sempre più preoccupante, da noi già lo è, perché dietro questa ricerca di “uomini della provvidenza” si nasconde una sfiducia delle genti nelle istituzioni in sé, incrociata anche con l’incapacità delle istituzioni stesse a dare risposte concrete ai problemi. La qual cosa può portare a derive pericolose. Quando una nazione sente di aver bisogno di un “uomo della provvidenza” per essere “salvata” il rischio maggiore che corre è di trovarlo, perché di solito questi “salvatori” si rivelano essere, invece, gli affossatori delle libertà e delle nazioni che dovrebbero salvare.

Certo venerdì era solo la cerimonia di apertura di un mondiale, nulla di serio, ma meglio fermarsi un attimo e riflettere su questa deriva verso la personalizzane della politica, dove i miti stanno sostituendo le ideologie e gli ideali, che non offre neppure “figure forti”, che è un bene solo all’apparenza, perché questi sono solo deboli personaggi di facciata, in mano a poteri più forti di loro che devono restare in secondo piano, la cui funzione è solo quella di addormentare le masse e di eccitarne le passioni lontano dei veri problemi.

Per adesso possiamo continuare a goderci tranquillamente il mondiale, forse Mandela, specie da un punto di vista africano, poteva meritare un simile tributo da vivo, però non facciamoci addormentare troppo in queste “notti magiche” e in quelle che seguiranno: potrebbe uscirne una notte molto, molto, lunga.

Ferdinando Menconi 

Prima Pagina 14 giugno 2010

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