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Pomigliano, la Waterloo dei lavoratori

I pezzi del puzzle cominciano ad andare a posto. Il disegno inizia a essere visibile anche agli occhi di chi finora non era in grado di scorgerne le linee e di afferrarne il significato. La parola d’ordine, in nome della semplificazione normativa e di una maggiore competitività sui mercati internazionali, è spazzare via gli intralci della contrattazione collettiva e lasciare che in ogni impresa si decida autonomamente. Beninteso: a decidere autonomamente è solo la proprietà. Per le maestranze la decisione “autonoma” si riduce a scegliere se chinare la testa e dire di sì, su tutta la linea, o se dire di no e levarsi dalle palle. Una versione aggiornata, e più che mai subdola, dell’antico laissez-faire. O, se si preferisce, della deregulation degli anni Ottanta. 

L’accelerazione è recente. Ma arriva dopo una lunghissima fase di preparazione, che ha avuto la strada spianata dall’acquiescenza e dall’ipocrisia dei sindacati (CGIL inclusa, checché ne dicano i vertici da Epifani in giù). Queste associazioni elefantiache e intorpidite, e questa pletora di funzionari in carriera, che con l’andare del tempo sono diventati sempre più autoreferenziali e sempre meno combattivi. Capacissimi di difendere l’indifendibile e di fare il diavolo a quattro per evitare il licenziamento di un singolo lazzarone, o persino di qualche conclamato malfattore, ma accomodanti fino alla remissività sulle grandi questioni, come la fine della scala mobile, la precarizzazione dei contratti e il lavoro interinale. Adesso, con la disapplicazione dello Statuto dei Lavoratori, e in attesa di riscriverlo daccapo e di svuotarlo anche formalmente, quella fase preliminare giunge al termine. La manovra a tenaglia ai danni dei lavoratori dipendenti si fa stringente. E non c’è davvero da sorprendersi che a guidare l’attacco ci sia proprio la Fiat, che più di ogni altra è l’azienda simbolo della connivenza tra potere politico e industriale nel nostro Paese. 

Può invece sorprendere, ma solo se ci si era lasciati affascinare da certe sue disquisizioni e, quindi, si nutrivano delle illusioni sul suo conto, il sostegno strategico che viene assicurato da Tremonti. Il quale non si limita a non contrastare gli ultimatum di Marchionne ma li giustifica, e addirittura li esalta, come un esempio da seguire. «La via giusta – afferma intervenendo alla Festa nazionale della Cisl – è quella dell’economia sociale di mercato. La via giusta è quella di Pomigliano». A fargli eco è il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi. A sentire lui l’accordo proposto/imposto dalla Fiat segna «un punto di svolta nelle relazioni industriali. Lo ricorderemo come un passaggio importante e dimostra che da oggi questo Paese è ancora più moderno perché si è adeguato alla competizione. Vale più questo accordo di molti incentivi perché non c'è incentivo finanziario che possa compensare un disincentivo normativo». E ancora: «Pomigliano è un modo di investire senza l’intervento della finanza pubblica in cui Fiat compie una scelta che non costa al bilancio dello Stato». Insomma: qualcosa che arriva come la manna dal Cielo e che riesce a fare, in un colpo solo, «la fortuna dei lavoratori del sito, della Campania e dell’intero paese e che dimostra come tutte le organizzazioni sindacali, tranne una, hanno saputo assumersi la responsabilità».

Commovente. Di fronte a un accordo capestro – che tra le altre cose prevede il lavoro su 18 turni, le sanzioni a carico di chi proclami lo sciopero in coincidenza col turno di straordinario del sabato notte, e il mancato pagamento dell’indennità di malattia (individuale!) qualora il tasso di assenteismo (collettivo!) superasse un certo limite – Sacconi grida al miracolo. E travolto dal suo stesso entusiasmo non si rende conto di inanellare una serie di affermazioni al limite dell’assurdo, a cominciare dalla succitata «Pomigliano è un modo di investire senza l’intervento della finanza pubblica in cui Fiat compie una scelta che non costa al bilancio dello Stato»

Sembrerebbe assolutamente doveroso, il fatto che un’impresa, specie se di grandi dimensioni, si paghi da sé i costi dei propri investimenti. Secondo Sacconi, invece, è indice di chissà quale correttezza. Di chissà quale benevolenza. Secondo Sacconi, che in questo modo riesuma il peggio del capitalismo industriale di stampo ottocentesco, imprenditore fa rima con benefattore. Bisogna profondersi in ringraziamenti, se qualcuno ti concede il privilegio di lavorare per lui. Bisogna garantirgli non solo una corretta esecuzione degli incarichi ricevuti, quand’anche non commisurati allo stipendio, ma una disponibilità totale e calorosa. Bisogna fargli sentire, ecco, la propria affettuosa riconoscenza. Come ha detto lo stesso Marchionne, ammonendo i “sediziosi” delegati della Fiom a non ostinarsi nella loro contrarietà, «non si scherza con la vita degli operai». Meglio schiavizzati che niente. E belli allegri, se e quando si degnerà di venire in visita a Pomigliano Sua Maestà John Elkann, il nuovo Re del Lingotto. 

Federico Zamboni

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Secondo i quotidiani del 14/06/2010