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Secondo i quotidiani del 14/06/2010

1. Le prime pagine

Roma - Corriere della Sera: In apertura: “Belgio, il voto scuote lo Stato”. Di Spalla editoriale di Francesco Giavazzi: “Le barriere alla crescita”. Al centro pagina: “Pomigliano non può chiudere, Epifani detta le condizioni” e “Azzurri, attenti a quel pallone”. A fondo pagina: “Se il relativismo culturale aiuta la società multietnica” e “Riposo obbligato per neo papà”. 

La Repubblica: In apertura: “Niente inno, bufera su Zaia”. Di spalla: “Tremonti: Pomigliano un esempio per tutti, basta conflitti sul lavoro. Più in basso l’editoriale di Luciano Gallino: “La globalizzazione dell’operaio”. Al centro pagina: “Casini: Fini non ceda alla legge-bavaglio” e, accanto: “Trionfo dei separatisti, il Belgio si spacca in due”. In basso: “Tocca agli azzurri. Lippi: Vi Stupiremo”. 

La Stampa: In apertura: “Tremonti sfida le Regioni”. Di spalla, l’editoriale di Mario Deaglio: “La spallata del cipputi cinese”. Al centro pagina: “In Belgio trionfa il separatista”. Accanto: “Berlusconi da Gheddafi, la diplomazia della tenda”. In basso: “Verdi al posto di Mameli. Bufera sul leghista Zaia” e “Pechino, prove di libero sindacato”. 

Il Messaggero: “La Lega vieta l’inno di Mameli”. Di spalla: “Il gioco dell’odio sulle vite degli altri”. Al centro pagina: “Mondiali, tocca agli azzurri e Lippi sfida gli scettici: Siamo pronti a stupirvi”. Accanto: “Sedici appalti nella mani della ‘cricca’”. In basso, “Berlusconi in Libia, libero lo svizzero” e “Caravaggio boom, Roma sfida la crisi”. 

Il Sole 24 Ore: In apertura: “Pensioni, una riforma continua”. Di spalla editoriale di Elsa Fornero: “Giusta la via ma occorre più flessibilità”. Al centro pagina: “Meno vincoli sull’impresa”. In basso: “Finto hacker per un giorno con il kit fai da te”. 

Il Giornale: In apertura: “L’inno di Zaia e le battute del Cavaliere”. Di spalla editoriale di Salvatore Tramontano: “Gli applausi a Tremonti e la verità sul fisco”. Al centro pagina: “Così le intercettazioni moltiplicano i reati”. In basso: “La carica dei 500 funzionari dell’economia”, e ancora: “L’Italia va in campo, Paolo Rossi in soffitta”. 

L’Unità: In apertura: “Uomini che odiano le regole”: In basso: “per rispetto del Pd ho chiuso anche con la massoneria” e accanto: “Così il Canard beffò la censura e pubblicò gli scritti di Sartre”. Intervista a Francesco Guccini: “La verità? Già stanco di avere settant’anni”. 

Il Tempo: In apertura: “Silvio l’africano”. In basso: “il Cavaliere azzurro e le camicie rosse”. E accanto: “Non esiste la libertà di intercettare”. Al centro pagina: Mondiali, Forza Italia”. In basso “Zaia deve rispettare l’inno”. (red)

 

 

2. Tremonti sfida le Regioni

Roma - “Finora alle Regioni è stato dato. Anche se si fermano un giro, non è che succede...». Giulio Tremonti, ministro dell’Economia, sta spiegando la necessità di semplificare la burocrazia per le imprese «lasciando giù un po’ di zavorra per competere» nell’età della globalizzazione. Ma quando- si legge su La Stampa -, alla festa della Cisl a Levico Terme, in Trentino, mentre tesse gli elogi di una manovra «di grande impegno e coraggio» gli fanno notare come i governatori delle regioni - il lombardo Formigoni in testa - protestino per lo squilibrio dei tagli che punisce loro e salva lo Stato, sbotta: “Il governo è stato tagliato tante volte negli anni passati. Il taglio del 10 per cento è oggettivamente al limite». Andare oltre «vuol dire bloccare i ministeri. Non credo sia nell’interesse nazionale”. All’accusa secondo cui la manovra non divide tra regioni virtuose e no, assicura che nella manovra «c’è l’obiettivo generale. Entro autunno, speriamo prima, si farà il patto in cui le regioni si dividono tra di loro l’entità, riconoscendo vizi e virtù delle regioni stesse». Ragionamenti che non convincono i governatori. Che si mobilitano: Vasco Errani, presidente della Conferenza delle regioni, ha convocato per domani un riunione straordinaria. “Nessuno mette in dubbio la necessità di interventi finanziari adeguati - spiega -, ma occorre una manovra più equa”.

Quasi a rispondere a un Roberto Formigoni che come “unico risultato della manovra” vede quello di “spazzare via il federalismo fiscale”, Tremonti conferma l’impegno di portare a termine la riforma cara alla Lega. Perché «non è accettabile un sistema come il nostro che ha tutta la fiscalità nazionale e metà della spesa locale», col paradosso che era «più federalista la finanza di Mussolini, e quella della Costituzione. La follia è nata negli Anni 70». Il lavoro sta portando a galla aspetti poco conosciuti del sistema dei trasferimenti dallo Stato: «Il ministero degli Interni dà a 4.600 comuni, su un totale di 8 mila, quasi 16 miliardi: a voi sembra civile un Paese che dà un punto di pil a metà dei comuni in base a criteri che nessuno conosce? Neppure il presidente dell’Anci li ha presente». Sempre a proposito della manovra, ai comuni dice: «Rispetto a quello che abbiamo dato, sono 5-600 milioni di tagli in più, non mi sembrano cifre pazzesche». Del resto, dice, «i comuni avranno da subito l’avvio del trasferimento del potere fiscale-immobiliare». Ma qui a Levico Tremonti rilancia la battaglia contro la burocrazia per le imprese, illustrata due giorni fa agli industriali di Santa Margherita Ligure. Un’operazione di semplificazione che passerà da una legge ordinaria, poi blindata con una modifica agli articoli 41 e 118 della Costituzione, per sgravare il sistema dalla «quantità impressionante e crescente di regole, che hanno l’effetto di un blocco, di una ragnatela, di un labirinto che fa paura».

E segnala come nel titolo V della Costituzione ci sia «un’altra cosa che ci spiazza: l’idea che le infrastrutture nazionali siano di competenza regionale. E’ una contraddizione: bastano due parole per modificare anche questo». Quindi rivendica la manovra - «dal prossimo anno le politiche economiche saranno comuni in Europa» - disegnata «nel modo socialmente meno incisivo». «Mai - dice - un governo ha fatto un decreto come questo: altri erano pappa e ciccia con la Svizzera, pappa e ciccia con San Marino». L’efficacia della lotta all’evasione preoccupa però il leader Cgil Guglielmo Epifani di dover affrontare altri tagli: «Se non raggiungono gli 8-9 miliardi previsti sarà necessaria un’altra manovra». (red)

 

 

3. Gli applausi a Tremonti e la verità sul fisco

Roma - “Non solo scioperi. In Italia c’è e comincia a farsi sentire il partito della manovra. Tremonti lo ha scoperto anche dove forse non se l’aspettava: la festa della Cisl. Il ministro parla – si legge in un editoriale di Salvatore Tramontano sul Giornale - e il sindacato storico degli statali, quelli su cui questa manovra pesa in modo particolare, quelli con lo stipendio bloccato, quelli che l’opposizione spera di portare in piazza, applaude. C’è un’Italia, quella che non fa notizia e non va sui giornali che sta di nuovo scommettendo sul futuro. È quella che firma gli accordi con la Fiat per Pomigliano. Il partito della manovra è quello che spera di uscire da questa crisi con i conti più chiari. È quello degli imprenditori che non hanno paura di rischiare. Il partito della manovra è quello che crede sulla possibilità di riequilibrare i conti per aprire la strada alle riforme strutturali. È quello di chi è stanco dell’atteggiamento disfattista di certi salotti che teorizzano muoia «Sansone con tutti i filistei», gente con le valigie sempre pronte e che purtroppo non parte mai. Il partito della manovra è quello dei lavoratori che si stanno mostrando responsabili di fronte a questa crisi che fa tremare la Grecia, sconquassa il Danubio, e preoccupa terre solide come la Germania e la Gran Bretagna. Hanno capito che l’Italia non è immune".

"Non si salva invocando la fortuna o la piazza. Lo Stato è grasso e costa miliardi di spese e di interessi ogni anno. Serve una cura dimagrante. Non solo sul fronte delle uscite. Deve dimagrire anche il fisco. Sono anni che gli italiani scalano e sfidano una montagna di debiti. Sono anni che la reazione della Cgil e della sinistra è lo sciopero generale, questo rito catartico che ha perso il suo significato originale. Lo sciopero che molti ormai considerano un déjà vu. Eppure è questa protesta che tiene ban¬co su tv e giornali. Ma c’è anche un’Italia che applaude, o che sta zitta e tiene duro. Non è un’Italia masochista. Non è neppure cieca. Sa che la manovra Tremonti ha sforbiciato molto, ma non ha estirpato la mala erba dei privilegi di casta. Sa che la pressione fiscale è ai limiti della morale e sa che c’è tanta gente che le tasse ancora non le paga. Sa tutto questo, ma sa anche che la ricetta non è sostituire Tremonti con Visco".

"La cura Tremonti è un antibiotico e ha le sue controindicazioni. Si sente un certo senso di stanchezza. È inutile nasconderlo. Le tasse sono alte e la manovra intende recuperarne ancora con la lotta all’evasione. Ma il fisco da solo non basta. Per risanare il Paese bisogna eliminare gli sprechi. È questo il patto. È questa la scommessa. Attenti, però. Il futuro deve essere chiaro. Nessuno può più permettersi di chiedere sacrifici per arricchire le cricche e i parassiti, i professionisti dello scialo e i vampiri degli aiuti pubblici, i falsi invalidi e i ricchi con la dichiarazione dei redditi da pezzenti. Questa volta, davvero, chi ba¬ra è perduto. La fiducia, come il debito pubblico, non è illimitata". (red)

 

 

4. Pomigliano, Epifani apre: Pronti a discutere su regole

Roma - La “settimana di Pomigliano” comincia in montagna, a mille chilometri di distanza dalla fabbrica della Fiat, con una mezza apertura di Guglielmo Epifani. Il segretario generale della Cgil – si legge sul Corriere della Sera - prende la parola alla Festa nazionale della Cisl. Seduto in prima fila il ministro dell'Economia Giulio Tremonti, che ha appena finito di spiegare (e difendere) i contenuti della manovra. Dall'altro capo del tavolo, il padrone di casa, Raffaele Bonanni, leader della Cisl. Entrambi aspettano un segnale. "Voglio essere chiaro - comincia Epifani - l'Italia non può permettersi di perdere Pomigliano e noi vogliamo difendere lo stabilimento, come abbiamo sempre fatto, insieme con gli altri sindacati e mobilitando anche la società civile". L'appuntamento con i vertici della Fiat è fissato per domani. I sindacati di categoria delle tre sigle (Fim-Cisl, Uilm-Fiom) più Fismic e metalmeccanici Ugl dovranno dire "sì" o "no" all'offerta dell' amministratore delegato del gruppo torinese, Sergio Marchionne. Circa 700 milioni di investimenti per trasferire la produzione della Panda dalla Polonia all'impianto campano. In cambio di un'intensificazione dei turni, degli straordinari e una stretta sull'assenteismo”. “Tutte le organizzazioni sono pronte a firmare. Tutte tranne la Fiom-Cgil, guidata da Maurizio Landini, che ha finora respinto in toto la bozza di accordo. A questo punto Epifani deve uscire allo scoperto. E lo fa con chiarezza davanti ad almeno un migliaio di militanti della Cisl che lo ascoltano seduti sull'erba di Levico: "Sbaglia chi pensa che la Cgil sia contraria per principio alla saturazione degli impianti (cioè all'aumento dei turni di lavoro nel corso della giornata ndr). Abbiamo concluso accordi in questo senso già in altri settori, dal tessile al chimico. Siamo arrivati a coprire sette giorni su sette, anche accettando condizioni di lavoro difficili». Tutto risolto allora? No, un momento, Epifani chiede di intervenire su due punti della «bozza Marchionne".

La Fiat vuole sanzionare gli assenteisti, prendendo come parametri anche la presenza media nelle linee di produzione. “Non siamo d'accordo con questo meccanismo - spiega Epifani - siamo consapevoli che a Pomigliano si sono registrate tassi anomali di assenteismo in prossimità delle elezioni amministrative per esempio. Ma la sanzione deve colpire gli eventuali abusi, non la generalità degli operai che continua a lavorare”. L'altro punto riguarda il diritto di sciopero, che, secondo il leader della Cgil, viene messo in discussione nella "nuova" Pomigliano. Epifani chiude con un annuncio. La segreteria della Cgil, che si riunisce oggi, «prenderà una decisione che dovrà valere per tutto il sindacato». Nella platea e al tavolo del dibattito sembra di cogliere un' aria nuova. Bonanni prende il microfono e lo dice apertamente: «Oggi mi è piaciuto molto l'intervento di Guglielmo, perché di fatto ci ha fatto capire che su Pomigliano è d'accordo con noi. D'altra parte di fronte a uno scenario di questo tipo, con 700 milioni di investimenti per uno stabilimento del Sud, chi è quel fesso che può perdere ancora tempo?". In realtà lo stesso Epifani, prima di lasciare la festa di Levico si è fermato qualche minuto a parlare con Bonanni e Alberto Bombassei, vicepresidente di Confindustria. Solo un cenno alle "difficoltà" di una trattativa all'interno della Cgil e poi con il Lingotto. Il calendario preme alle porte. Riassumendo: oggi posizione ufficiale della Cgil; domani ritorno al «tavolo» con la Fiat; tra giovedì e venerdì referendum sulla bozza tra i 5 mila lavoratori di Pomigliano. Anche la politica «stringe» su Epifani e la Fiom. Il ministro Tremonti ha definito Pomigliano come «la svolta necessaria, fondamentale».

O si fa l'accordo o salta un pezzo importante del Sud. Bombassei ha riportato a Levico la posizione della Confindustria: pieno appoggio alla Fiat (naturalmente). Paolo Pirani, segretario confederale della Uil, chiede alla Fiom-Cgil di non prendere tempo, sperando in una bocciatura dell'accordo nel referendum. Anche l’opposizione spinge Epifani. Il vicesegretario del Pd, Enrico Letta, invita «tutto il sindacato a firmare insieme per Pomigliano, perché si tratta di un passaggio cruciale » . Sull'altro fronte, quello della manovra economica, l'attenzione si è concentrata sulle parole di Tremonti. Il ministro ha in gran parte ripercorso gli argomenti usati negli ultimi giorni («Stiamo scalando una parete di sesto grado»), aggiungendo una risposta indiretta ai governatori delle Regioni che protestano per i tagli (a cominciare dal lombardo Roberto Formigoni): «Certo, le Regioni dovranno concorrere ai sacrifici, oggi c'è una diatriba che riguarda 600 milioni su 170 miliardi di spesa di competenza. Non mi pare una grandezza enorme. Se poi si guarda a quello che hanno preso negli ultimi cinque anni, penso non sia un male se le Regioni salteranno un giro». (red)

 

 

5. L’inno di Zaia e le battute del Cavaliere

Roma - “La notizia politica del giorno arriva da Franzolo di Vedelago, provincia di Treviso, nota fino a ieri solo per ospitare sul suo territorio una villa palladiana. Per il sito de la Repubblica è il fatto più importante della domenica, quello del Corriere della Sera invece lo mette al secondo posto, dopo l’ennesima strage in Irak. È successo che, pare, forse (le versioni sono contrastanti), il governatore leghista, nonché ex ministro, Luca Zaia, avrebbe inaugurato la nuova scuola elementare facendo suonare dalla banda locale Va’ pensiero invece dell’inno di Mameli, o meglio prima l’uno e poi l’altro invece che viceversa. Nonostante i giornali di sinistra abbiano scatenato i loro migliori cronisti – si legge sul Giornale -, la verità tarda a venire a galla. L’opposizione, ma anche alcuni ministri, si sono detti preoccupati e non è da escludere che qualche magistrato zelante, anche se già oberato di lavoro, apra un’inchiesta (mettendo ovviamente sotto controllo i telefoni dei leghisti veneti). Proprio non ci voleva, a pochi giorni dal caso dell’azzurro Marchisio, il giocatore che cantando l’inno pare (anche qui non c’è certezza) abbia pronunciato un «ladrona» di troppo appiccicato a “Roma”. Per fortuna dicono che la situazione del Paese è drammatica e che nessuno si occupa delle questioni serie. Non vogliamo sottovalutare l’impatto sull’opinione pubblica di quali note escano dai tromboni dei musicanti di Franzolo. Ma premesso che personalmente preferiamo il Va’ pensiero al Bella Ciao che Santoro ci propinò in diretta tv, crediamo che il caldo giochi davvero brutti scherzi. E che una certa Italia è pronta ad abboccare come un pesce all’amo della Lega, che di provocazioni come queste ne inventa una al giorno proprio per fare arrabbiare i suoi detrattori, per conquistare titoloni sui giornali che altrimenti non avrebbe".

"Sono certo che stamane, leggendo i quotidiani, Zaia se la riderà alla grande: un’altra missione compiuta. Dico questo perché se c’è una cosa certa nell’incerto scenario politico attuale è che Bossi è la gamba più solida del governo nazionale, che si riconosce solo nel tricolore che campeggia ben in vista anche dietro la scrivania dei ministri Maroni e Calderoli. Chi ha dubbi su questo è in malafede. Certo, quando torna sui suoi territori la Lega si cambia d’abito, urla, sbraita, minaccia, provoca. Dagli immigrati alla sicurezza fino al fisco, interpreta le paure e le proteste della gente come pochi riescono a fare. Per questo è votata, per questo i suoi elettori gli perdonano tutto, comprese le contraddizioni come quella di essere la paladina di costosi e inutili carrozzoni come le Province. Per certi versi è la tecnica che usa anche Silvio Berlusconi: spiazzare gli avversari, far inorridire i benpensanti, strappare sorrisi. Ieri il Cavaliere se ne è inventata un’altra. Ha detto che gli toccherà governare fino a 120 anni, che è assediato da uno stuolo di fanciulle che lo vogliono sposare perché è giovane, bello, ricco e potente ma che lui terrà duro e non si concederà. Apriti cielo. La politica politicamente corretta si è profusa in condanne. Poi però Berlusconi ha preso un aereo ed è andato in Libia a liberare uno svizzero che Gheddafi teneva in ostaggio in carcere da mesi. Come? Semplice, se l’è fatto consegnare e lo ha riportato a casa, magari raccontando anche qualche barzelletta al suo amico colonnello. È riuscito là dove aveva fallito la diplomazia di mezza Europa, quella che di donne in pubblico non parla mai ma che probabilmente spesso in privato le paga per soddisfare i suoi vizi inconfessabili. Basta moralisti. Giudichiamo Berlusconi e la Lega per quello che fanno per il Paese (a volte anche per la Svizzera), non per cosa dicono o cantano. Che tanto stasera alle 20.30 saremo tutti lì davanti alla tv ad ascoltare l’Inno di Mameli. Anche a Franzolo di Vedelago". (red)

 

 

7. Riforma della giustizia, la road map di Alfano

Roma - “Prima le intercettazioni, poi la riforma della giustizia. La nuova «road map» della maggioranza sul tema giustizia è stata lanciata nel fine settimana. Sabato scorso è stata la volta del premier Silvio Berlusconi, ieri è toccato al guardasigilli Angelino Alfano annunciare che a settembre arriverà la sua proposta: separazione degli ordini tra pm e giudicante, due Csm e un nuovo meccanismo disciplinare. Il tutto – si legge su La Stampa -, ovviamente, dopo che alla Camera sarà arrivato il sì al disegno di legge sulle intercettazioni, fresco di approvazione a Palazzo Madama. Insomma, un uno-due al quale le repliche non sono mancate. Infuocate come sempre, e forse di più, non foss’altro perché la contrastata fiducia al Senato con la quale si è dato il via libera al ddl sulle intercettazioni continua a innalzare il livello di scontro tra maggioranza e opposizione, a sollecitare pesanti contro iniziative tra giornalisti, Fnsi, editori e magistrati, nonché dubbi anche all’interno della stessa maggioranza, dove i finiani “auspicano” modifiche al ddl. Insomma, se per il ministro alla Giustizia, Angelino Alfano “il provvedimento uscito dal Senato ha già recepito molte indicazioni proposte dai finiani”, e comunque ai commentatori che si “aggrappano” all’articolo 21 ricorda che dimenticano “l’articolo 15 che sancisce come libertà e segretezza della comunicazioni sono inviolabili”; per il presidente della Fieg (Federazione editori) Carlo Malinconico, invece, si tratta di “un’intimidazione per chi fa informazione» che comporterà «lo stravolgimento nel nostro settore”.

Uno stravolgimento che non vede, però, il ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta per il quale “siamo in una guerra per bande giornalistiche e di potere di giornali che usano i lettori e li strumentalizzano”. Quella di oggi, secondo Brunetta, “non è libertà di stampa ma un imbarbarimento. E una regolazione di questo imbarbarimento è positiva”. Positiva, da ricevere anche il plauso del governatore leghista del Piemonte Roberto Cota, “legge equilibrata” ma che, invece, trova sempre lo sbarramento più totale da parte del Pd. Mentre i finiani prendono spunto dalle dichiarazioni di Gaetano Pecorella e Beppe Pisanu per ribadire la richiesta di modifiche. Fabio Granata: “Sono parole coraggiose e di verità di cui tenere conto». Per Lorenzo Cesa dell’Udc la legge sulle intercettazioni è suscettibile di miglioramenti, ma «basta scontri perché il Paese ha già tante difficoltà». Ma su questo fronte danno battaglia, Giuseppe Giulietti (Articolo 21) e Vincenzo Vita Pd che congiuntamente affermano: “Prepariamo tutti insieme una grande e inedita manifestazione contro tagli e bavagli”.

Mentre il finiano Italo Bocchino annuncia che “la minoranza alla Camera farà il suo dovere di coscienza critica costruttiva lasciando la decisione finale su eventuali modifiche e miglioramenti al ministro competente”. Insomma, la palla torna nel campo di via Arenula, mentre il numero due del Pd, Enrico Letta si dice certo che «la legge non passerà. Noi faremo di tutto in aula - assicura il vice segretario del Pd - è la maggioranza su questo è molto slabbrata. Una cosa è difendere la privacy. Ma i magistrati devono poter lavorare”. Assist perfetto per Livio Pepino consigliere del Csm (Md, corrente di sinistra) che chiosa: “Niente di nuovo. La mancanza di un’idea complessiva di giustizia che non sia ritorsiva è una costante di questo governo”. (red)

 

 

8. Intercettazioni, la mania di spiare moltiplica i reati

Roma - "Uno degli aspetti relativi alle intercettazioni che non è stato ancora sufficientemente considerato nell’attuale dibattito, e che invece è da prendere molto sul serio, riguarda due problemi fra loro complementari. Il primo – si legge sul Giornale - attiene alla valanga di carte che di solito scaturisce dalla quantità e dalla abnorme durata delle intercettazioni che siano state disposte in un determinato procedimento. Si tratta- è bene lo si sappia- di decine di migliaia di pagine, a volte- nei procedimenti con molti indagati - centinaia di migliaia di pagine che all’improvviso vengono scaraventate sulla scrivania del giudice, dopo mesi e mesi di ascolto, con l’aspettativa e la pretesa che egli riesca in pochi giorni o poche settimane ad emettere un provvedimento dotato di senso giuridico. In certi casi poi tale provvedimento può anche riguardare la libertà personale di alcuni degli indagati, vale a dire il bene più alto e delicato che il diritto debba tutelare. Ebbene, è seriamente pensabile che un magistrato, per quanto solerte e laborioso, possa leggere, valutare, distinguere in un tempo spesso assai ridotto tutta quella mole di documenti cartacei? Che possa cioè de¬liberare sulle richieste avan¬zate dal pubblico ministero con coscienza adeguatamente informata?” “La risposta è una soltanto: no, non è pensabile in quanto oggettivamente impossibile. In simili casi, che sono peraltro frequenti, al giudice non resta altro che o sfogliare rapidamente tutte quelle carte, cercando di barcamenarsi alla meglio, o, peggio, affidarsi alla lettura che ne abbia già data il pubblico ministero che invece ha avuto un tempo più lungo per leggerle. In entrambi i casi, un errore grave ed una ferita inferta alla logica stessa del diritto e del processo e perciò, in definitiva, alla libertà delle persone da giudicare".

"Il secondo problema riguarda invece un profilo diverso e molto pericoloso per la stessa convivenza civile oltre che per i giudici stessi. Mi riferisco ai casi in cui le intercettazioni, disposte per lunghi o lunghissimi periodi di tempo, mettano gli inquirenti davanti ad una scelta che non è eccessivo definire «tragica». Infatti, può accadere - e accade - che essi si accorgano, strada facendo, che un determinato indagato stia organizzando un determinato reato, ma che questo reato sia strumentale alla commissione di un altro e più grave delitto e che perciò l’investigatore sia indotto - comprensibilmente - ad attendere che il primo illecito si consumi allo scopo di intervenire alla vigilia della commissione del secondo. Si ipotizzi, per spiegarsi meglio, che una associazione criminale, allo scopo di commettere un grave delitto di rapimento a scopo di estorsione, pensi bene, pri¬ma, di rubare un’auto di cui servirsi per il rapimento. Ebbene, la domanda per nulla inutile, suona: chi o quale norma conferisce agli inquirenti il potere di atten¬dere, pur essendone perfettamente a conoscenza, che un reato sia commesso (pur potendo evitarlo), allo scopo, sia pure nobile, di perseguire i colpevoli per un altro illecito anche se più grave? Permettere il furto per evitare l’estorsione?"

"Anche in questo caso, la risposta è una soltanto: nessuno può conferire tale potere e infatti nessuna norma lo prevede perché nessuna norma potrebbe tramutare in senso lecito ciò che è ille¬cito. Eppure, accade. Come fare allora ad evitare che i giu¬dici siano costretti a com¬mettere a loro volta reati (per esempio, quello di favo¬reggiamento o di omissione di atti d’ufficio) pur di inter¬cettare a tutti i costi? E vada pure, forse, se si tratti di acciuffare un Totò Riina o un Tano Badalamen¬ti; negli altri casi, limitare nel tempo la durata delle intercettazioni serve non solo a salvare la libertà di tutti noi, ma anche quella degli stessi magistrati ed investi¬gatori. E non è poco. (red)

 

 

9. Bocchino: Ecco le condizioni per la pace nel Pdl

Roma - “Per il Pdl sta per finire una primavera politicamente molto calda, ma ora, alla vigilia di un’estate che potrebbe rivelarsi torrida, Italo Bocchino, uomo di punta dalla squadra finiana, chiarisce senza perifrasi gli scenari che si preparano: «Siamo davanti ad un bivio. O c’è una svolta e nel Pdl d’ora in poi si discuterà preventivamente su ogni questione, decidendo tutti assieme; oppure noi continueremo a porre all’esterno le questioni, alleandoci con l’opinione pubblica. Alleandoci via via col mondo della cultura, con l’editoria, con la stampa, con l’opinione pubblica di centrodestra». E’ la prima volta che Italo Bocchino - vicepresidente dei deputati Pdl - arriva a concettualizzare la tattica e la strategia fin qui tenute dei finiani e in più preannuncia nuovi fronti di discussione, dalla manovra alla giustizia. Ad ascoltare gli spifferi – si legge su La Stampa - sembra quasi che ogni dieci giorni ci sia un nuovo tentativo di tregua tra Berlusconi e Fini. E' vero o spesso sono boatos interessati? “Dalla Direzione del Pdl in poi si è consumata una divergenza forte rispetto alla quale non ci sono novità. Tra Berlusconi e Fini è molto improbabile che si torni ai vecchi tempi. O che si risolvano i problemi con le pacche sulle spalle. Ma la vicenda intercettazioni può rappresentare il prologo di una nuova fase”.

Tra voi e Berlusconi c’è stata una trattativa e alla fine un accordo. Come fate a riaprire la partita negli spogliatoi? “Verissimo, noi abbiamo posto dieci questioni e ne abbiamo ottenute sette, tutte importantissime. Sul resto siamo pronti a votare alla Camera, ma abbiamo il dovere di dire: attenzione perché a causa di due o tre cose pasticciate, rischiano di minare la legge. Lo dice Pecorella, che è l’avvocato di Berlusconi, ma se lo dice Fini, si urla al sabotaggio”. Gli altri del Pdl li capisce? Chiudono un accordo e voi ricominciate... “Non siamo i Pierini che alzano l’asticella ad ogni giro di boa. Abbiamo fatto un accordo nel Pdl, l’abbiamo votato al Senato e siamo pronti a votarlo alla Camera, ma ci permettiamo di dire: non basta che una legge sia approvata dal Parlamento...». Le sta così a cuore la legge? “Io dico: la legge dovrà essere firmata dal presidente della Repubblica, quasi certamente valutata dalla Corte Costituzionale, Di Pietro ha annunciato un referendum. Per evitare che sia impallinata in uno di questi tre giudizi, noi ci permettiamo di offrire valutazioni a fini migliorativi”.

Quali sono le "debolezze" pericolose e migliorabili? “Ci sono profili di irragionevolezza nel meccanismo di proroga delle 72 ore. Potrebbero esserci profili di incostituzionalità nel divieto di pubblicare notizie non coperte dal segreto istruttorio, per le quali prevale il diritto di cronaca rispetto al principio di riservatezza. E ancora: se devo catturare Sandokan, il capo di una delle organizzazioni più spietate al mondo, si deve poter continuare a mettere una cimice nella macchina della moglie?”. E se non vi ascoltano? “Prendere o lasciare? Noi prendiamo. Più leali di così”. Sulla manovra pensate di essere altrettanto "incisivi"? “Non sono convinto che la manovra da 25 miliardi sia sufficiente. Quando vedo grandi paesi europei avviare manovre finanziarie maggiori della nostra, mi viene da pensare che noi tra sei mesi dovremo chiedere nuovi sacrifici. Interverremo con un pacchetto di emendamenti”.

Il Guardasigilli annuncia grandi riforme: almeno sulla separazione delle carriere in magistrature siete d’accordo? “Sì ed è indispensabile il doppio Csm. Ma siamo assolutamente contrari a subordinare il pm all’esecutivo. Nella storica contrapposizione italiana, produrrebbe uno scontro che farebbe saltare l’equilibrio tra i poteri, che si è alterato ma non si è ancora rotto». Ogni giorno un nuovo fronte, siete abili ed estenuanti... “Ma questa è la democrazia, bellezza! Berlusconi ha sottovalutato il ruolo della minoranza. Ha pensato: noi siamo il 94 per cento, loro i 6, di cosa stiamo parlando? Ma non è così. Anche a Mosca chiedevano: quante truppe ha il Papa? Ma la forza del Pontefice non sta nelle truppe, ma nei fedeli, in chi lo ascolta. Fini è un politico molto ascoltato. Se in una intervista dice che è assurdo tutelare la privacy di Provenzano, l’indomani devi cambiare la legge. La forza della minoranza sta nella sua autorevolezza e nell’avere una strategia politica”. (red)

 

 

10. Consulta, un club esclusivo da 62 milioni l’anno

Roma - “Si dirà: questo non è il momento per pensare alle riforme, meno che mai a quelle costituzionali. Dal Pd all’Udc passando per l’Idv, tutti si affrettano a dire che occorre guardare alla crisi e semmai fare le cosiddette riforme strutturali – scrive il deputato del Pdl Santo Versace sul Giornale -. Ora, un dato è certo: le riforme, i cambiamenti, si fanno in occasione delle grandi crisi, quando sono rese indispensabili e non più rinviabili. A bocce ferme, le riforme non si fanno mai per la semplice ragione che prevale, irresistibilmente, la tendenza conservatrice. In epoca di crisi economica globale come quella che colpisce anche l’Italia, giunge il momento i n cui persino i l partito del¬la conservazione per antonomasia, i l Pd, si dichiara a favore delle riforme. Ed allora, riforme siano! Ma senza pregiudizi e senza esclusioni. Io credo che, ad esempio, a proposito di taglio dei costi della politica e delle istituzioni, si imponga una seria riflessione e qual¬che decisione sulla vexata quaestio della composizio¬ne e del funzionamento della Corte costituzionale. Non può sfuggire a un osservatore attento il dato impressionante dei costi di una Corte come quella co¬stituzionale, composta da quindici giudici e che costa ogni anno all’erario poco più di 62 milioni di euro”.

“Un’istituzione così importante non può esser gestita con il criterio della lesina. Siamo d’accordo. Deve valere per la Corte costituzionale come per la presidenza della Repubblica un criterio di spese adeguate alla dignità dell’istituzione e delle cariche. Ma mi sembra che nel bilancio della Corte si possa fare qualche taglio. Il fatto che ciascuno dei quindici giudici costituzionali costi mediamente 539mila 266 euro l’anno, cioè 44mila 938 euro al m ese fa riflettere. Ma ancor più appare incomprensibile i l fatto che il personale in attività di servizio costi annualmente circa 2 8 milioni e mezzo di euro. Il costo medio annuo, in questo caso, è di 79mila 412 euro, che diviso per mese fa 6.617 euro circa. Non poco s e si considera che tra questo personale sono numerosi uscieri, commessi e segretari. Che poi si spendano 790mila euro l’anno per no¬leggio, assicurazione e par¬cheggio di autovetture è un dato imbarazzante". 

“È chiaro che in Italia vige il criterio per cui tutti hanno diritto a un’auto di servizio con autista. Probabilmente qualcuno di questi signori avrà diritto anche ad un’adeguata scorta con tutti i costi relativi. Quanto è diversa la Corte suprema degli Stati Uniti. In un brillante film di qualche anno fa in cui Walter Matthau interpretava un giudice della Corte suprema piuttosto misogino che si trovava a fare i conti con una brillante collega emancipata, il giudice per raggiungere ogni mattina la Corte prendeva un taxi, mentre la giovane collega raggiungeva il suo ufficio a bordo della sua vecchia auto. Tutto questo in Italia è impensabile. Eppure, non credo che la Corte suprema sia meno autorevole di quella italiana. Il fatto è che, in questo splendido paese, vi sono abitudini e privilegi dell’alta dirigenza statale e della politica che sono intoccabili. Se si proponesse di eliminare certe inutili scorte che costano all’erario somme enormi per mantenere in piedi tre turni di sorveglianza 2 4 ore s u 24, s i alzerebbe immediatamente la protesta di qualche anima bella che griderebbe all’attentato contro la democrazia. Altre spese inserite nel bilancio della Corte appaiono più comprensibili, ad esempio i 360mila euro per l’acquisto e rilegatura di libri. In fondo sono poco più di 700 milioni di vecchie lire.

Di fronte a tutto ciò il cittadino comune ha il diritto e anzi il dovere di chiedere spiegazioni, tanto più se l’organo di cui si tratta è la Corte costituzionale, il supremo garante della difesa della Costituzione. Un ultimo numero su cui riflettere, i 1 8 giudici costituzionali in pensione costano ogni anno 4 milioni 570mila euro, appena 253mila 888 eu¬ro ciascuno, non molto più della pensione sociale. Tagliare si può, senza mettere sulla paglia i pove¬ri giudici costituzionali. Una riduzione del 15, o anche del 20 o se si vuole del 30 per cento, non sarebbe scandalosa, i n fondo si può arrivare alla fine del mese anche con 30mila euro, e se si è pensionati anche 150mila euro possono bastare se non si hanno spese straor¬dinarie". 

"Qualcuno tra i tanti moralisti che popolano l’Italia si dirà scandalizzato da queste mie considerazioni e difenderà i giudici costituzionali italiani dal confronto con quelli, assai meno pagati, di tanti altri Paesi. Per concludere, s e s i vuole uno Stato più leggero si può tagliare, senza troppi rimorsi, i tanti privilegi di certo personale politico o parapolitico. Qualche com¬mentatore mi criticherà perché ho usato a proposito dei giudici costituzionali il termine «politico». Ma sappiano questi difensori del politicamente corretto che non ho fatto altro che ripetere quanto detto da uno dei più autorevoli presidenti della Corte costituzionale, Gustavo Zagrebelsky, ora uno dei 18 pensio¬nati, il quale riconobbe che «molti giudici hanno un’investitura che ha una matrice politica... e sono naturalmente orientati, al¬meno nella prima fase del¬la discussione, a sottolinea¬re alcuni o altri aspetti co¬stituzionali”. Per mettere rimedio a questa situazione vi sono molte cose da fare. Una è cambiare l’articolo 135 del¬la Costituzione che disci¬plina la composizione del¬la Corte e la nomina dei giu¬dici. Ma questo è un altro discorso e ne scriverò una prossima volta. Per intan¬to, mi accontenterei che si decidesse di dare una vera e sostanziosa sforbiciata a l bilancio di questa operosissima m a anche onerosissima istituzione". (red)

 

 

11. Rai, Bersani: Azzerare il Cda

Roma - “Caro direttore, non ci stiamo. Non si può più assistere al degrado della Rai. Non si può avallare una gestione irresponsabile che squalifica il servizio pubblico. Non si può tollerare il ricatto di un primo ministro che minaccia quando vede programmi che non lo elogiano. E dimentica che questa Rai, questo direttore generale, la maggioranza del consiglio di amministrazione dell'azienda, sono quelli che lui ha voluto e imposto – scrive il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, in una lettera pubblicata sul Corriere della Sera -. È arrivato davvero il momento di cambiare. Questa gestione governativa della Rai porta al crollo di quella che è stata una grande azienda. La spinge verso posizioni marginali del mercato, succube di Mediaset e Sky su due settori strategici, quello della raccolta pubblicitaria, e quello della concorrenza sulle nuove piattaforme. Il tutto mentre il governo si appresta a regalare nuove frequenze senza che lo stato ne tragga alcun beneficio, mentre nel resto d'Europa si svolgono aste miliardarie. Per correggere questa distorsione presenteremo opportuni emendamenti alla manovra”. “Non è accettabile che Berlusconi, principale azionista di Mediaset, primo concorrente della Rai, resti sulla poltrona di ministro dello Sviluppo economico, insensibile al conflitto di interessi che grava su di lui. E che da quella poltrona minacci di non firmare il contratto di servizio, tagliando i fondi alla Rai perché non ottiene quello che vuole: l'allontanamento di questo o quel giornalista, di questo o quel dirigente. O si cambia la governance della Rai o l'azienda andrà verso il baratro della decadenza. Ci sono due emergenze plateali: una democratica, una economico-industriale, con un bilancio in forte perdita, una prospettiva di piano industriale fatto di tagli, di sacrifici, senza alcun ripensamento complessivo della missione aziendale del servizio pubblico. Parte non piccola delle responsabilità è di questo consiglio e di questo management, che non ha saputo affrontare la sfida né mostrare la necessaria autonomia dalla politica”. 

“Lo spettacolo di quello che dovrebbe essere un organo di gestione trasformato in una sorta di parlamentino riunito per gestire e assecondare le aggressive ossessioni della maggioranza è davvero sconcertante. In attesa di una riforma più articolata e importante del servizio pubblico nell’era della svolta digitale, della rivoluzione del sistema radiotelevisivo con la presenza di molte piattaforme tecnologiche, e soprattutto in vista dell'arrivo della banda larga (che fine hanno fatto gli investimenti promessi dal governo? Dove sono finite le risorse che erano state accantonate dal centrosinistra?) facciamo una proposta seria, semplice e chiara: un amministratore delegato con poteri pieni, sia pure indicato dall’azionista Tesoro, scelto dai due terzi di un nuovo consiglio di amministrazione; un consiglio di amministrazione espresso anche da Regioni e Comuni oltre che dalla Vigilanza. Vogliamo una Rai che non dipenda più dalle segreterie dei partiti, vogliamo un'azienda che sia gestita il più possibile con le regole del codice civile. La nostra proposta non costa un euro”. “Se ci fosse in parlamento una maggioranza che sentisse, come noi sentiamo, la responsabilità di ridare credibilità al servizio pubblico, questa piccola grande legge potrebbe passare in pochissimo tempo". 

"E se ci fosse un azionista che davvero ha a cuore il destino della Rai, non sarebbe certo impossibile intervenire rapidamente. E il nuovo amministratore delegato scelto per le sue competenze ed esperienze manageriali avrebbe — secondo la nostra proposta— 180 giorni per presentare un piano di riorganizzazione da sottoporre al parlamento. Nel tempo che viviamo, in cui la comunicazione spesso detta l'agenda alla politica, è irrinunciabile per una democrazia poter contare su un servizio pubblico gestito in maniera autonoma e indipendente, precondizione per offrire un terreno di gioco neutro a tutte le forze in campo. La nostra è una proposta di buon senso. Non si può non vedere il crescente disagio e distacco che matura nell'opinione pubblica verso un'azienda che in passato è stata una fucina di idee, e un importante fattore di coesione nazionale. E che nel futuro potrebbe essere una vera palestra di autonomia, di creatività e libertà espressiva, di innovazione. Al di fuori di questi obiettivi non ci può essere infatti un senso riconoscibile per un servizio pubblico”. (red)

 

 

12. Vincono i separatisti in Belgio, il voto scuote lo Stato

Roma - “Nuova alleanza fiamminga”, che vuole la secessione dal Belgio, è diventata la prima forza nelle Fiandre, la regione più ricca del Paese. Nella Vallonia francofona – si legge sul Corriere della Sera - primi i socialisti di Elio di Rupo. «Ora il cambiamento», ha detto il leader scissionista De Wever, che in campagna elettorale si era augurato «l’evaporazione dello Stato». E fra due settimane il Belgio avrà la presidenza Ue. “Ciò che è successo in Belgio, lo ha detto più chiaro di tutti il vecchio Mark Eyskens, ex primo ministro democristiano e figlio di uno che a sua volta ha guidato il governo per ben sei volte: le elezioni politiche anticipate sono state «un vero terremoto, che cambia il paesaggio del Paese». E infatti, secondo le prime proiezioni televisive: nelle Fiandre, cioè nel Nord abitato in prevalenza dai fiamminghi, trionfa fino a toccare il 29,5 per cento dei voti il partito separatista N-Va o «Nuova alleanza fiamminga» guidato da Bart De Wever, che supera i moderati cristiano-democratici fermi al 17,5% e diviene in assoluto la prima formazione di quella regione. In Vallonia, cioè nel Sud dove prevalgono gli elettori di lingua francese, vince con il 33% dei voti il partito socialista guidato dall’italo-belga Elio Di Rupo: e questi potrebbe ora diventare, in base ai complicati equilibri della politica federale, il nuovo primo ministro, cioè il primo premier francofono da 36 anni a questa parte. De Wever passerebbe infatti la mano, poiché ha detto di non essere candidato alla guida del governo (ma al governo, naturalmente, sì: «Ora noi dobbiamo riformare il Paese e lo faremo», ha annunciato) Sempre che questi primi dati vengano confermati da quelli definitivi, il Belgio che esce dalle urne è dunque un Paese sempre più diviso.

E l’usuale ricerca di una coalizione si preannuncia come ancor più difficile del solito. Soprattutto per chi gravita nell’area moderata: i liberali, per esempio — quelli fiamminghi dell’Open-Vld e quelli francofoni dell’Mr — hanno perso alcuni seggi, e i Verdi non hanno migliorato le loro posizioni. Mentre accanto a Bart De Wever, colui che spesso viene definito «secessionista moderato» e che comunque ha detto di augurarsi «un Belgio che evapori gradualmente», è sempre presente l’estrema destra fiamminga: cioè il blocco «Vlaams Belang», che ha perso per strada 4 deputati probabilmente «scippati» da De Wever, e ne avrebbe oggi 12; loro sono i «duri» dell’indipendentismo e anche in questa campagna elettorale hanno lanciato messaggi di tempesta. Chiuse le urne, bisogna però anche dire che i primi segnali post-elettorali tra i due fronti opposti sembrano di apertura e grande moderazione. Almeno a parole. De Wever, nel suo «discorso della vittoria», ha detto fra l’altro: «Oggi abbiamo scritto una pagina di storia ma ricordiamolo, il 70% dei fiamminghi non ha votato per noi». Perciò «bisognerà costruire dei ponti» con tutti, «bisognerà condurre in porto le riforme che si impongono, nelle finanze pubbliche e nello Stato. Io tendo la mano ai francofoni. Nessuno ha interesse a che il Paese resti bloccato». 

Di uguale tono la risposta dall’altra trincea: «Insieme, fiamminghi, valloni e cittadini di Bruxelles — ha detto Di Rupo— dobbiamo avere il coraggio di concludere un accordo equilibrato. E noi, che siamo il primo partito dei francofoni, sentiamo questa responsabilità in un momento storico per il Belgio». Applausi, ovazioni. Ma subito dopo, quasi a marcar bene la posizione e i confini del possibile dialogo, Di Rupo ha aggiunto: «Abbiamo ottenuto un successo spettacolare, i socialisti tornano il primo partito in Belgio. Con loro, ha vinto il rifiuto della società dell’egoismo». Da oggi, si comincia a trattare sul serio. E fra 16 giorni, il Belgio diventerà presidente di turno dell’Unione Europea. (red)

 

 

13. Gaza, un Nobel irlandese e cadanese nella commissione

Roma - “Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha dato mandato al segretario generale del governo, Zvi Hauser, di presentare oggi al Consiglio dei ministri il progetto di «una commissione pubblica indipendente» incaricata di indagare «le azioni compiute da Israele per impedire alla flottiglia di navi (di attivisti filopalestinesi) di raggiungere Gaza». Decisione – si legge su La Repubblica -definita in una nota dalla Casa Bianca «un importante passo avanti». Della commissione faranno parte due osservatori internazionali: l’irlandese David Trimble, primo premier dell’Irlanda del Nord e Nobel per la pace nel ’98, e il canadese Ken Watkin, ex avvocato generale militare delle forze armate. Nel blitz del 31 maggio morirono 9 persone. Ieri il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak ha deciso di non partire per la Francia, dove oggi era atteso all’apertura della fiera degli armamenti Eurosatory 2010 e a un incontro con il suo omologo Hervé Morin. Venerdì alcuni attivisti francesi della flottiglia hanno annunciato che denunceranno Barak alla Corte internazionale dell’Aja «perché responsabile ufficiale dell’attacco». Il ministro sarà denunciato anche a Marsiglia: se mettesse piede sul suolo francese rischierebbe l’arresto. A Gaza è intanto arrivato Amr Moussa, nella prima visita di un segretario generale della Lega Araba, definita «storica» dal capo dell’esecutivo di Hamas, Ismail Haniyeh. (red)

 

 

14. Cina, prove di libero sindacato

Roma - “Il giorno prima dell’inizio della tradizionale festa del Duanwu, i lavoratori dell’Honda Lock di Zhongshan, nella provincia del Guangdong, hanno concluso il loro sciopero, l’ultimo di una serie di proteste che ha messo in luce l’inizio di un nuovo movimento sindacale semi-ufficiale in Cina. Quelli di Zhongshan si sono mossi prendendo esempio dai colleghi della Honda di Foshan, ancora nel Guangdong, i quali avevano ottenuto aumenti salariali del 24 per cento. Altre proteste - si legge su La Stanpa - con conseguenze di altri aumenti salariali c’erano state nelle settimane scorse nella fabbrica taiwanese di elettronica Foxconn. Nuovi scioperi seguiranno probabilmente nelle prossime settimane in altri stabilimenti che non si adegueranno alla tendenza attuale di aumenti delle paghe nell’ordine del 25-40 per cento. È un balzo del potere di acquisto degli operai che sta portando i salari intorno ai 2.000 yuan al mese, circa 300 dollari americani, o anche di più se a questo si aggiungerà l’attesa rivalutazione della moneta cinese. Gli scioperi sono stati ampiamente coperti dalla stampa cinese e i cronisti stranieri non hanno avuto difficoltà a seguire gli eventi, segnali chiari che Pechino non si oppone alle dimostrazioni, anzi. Questa luce verde a nuove richieste di aumenti riguarderà per prime le aziende a capitale straniero, e le prossime nella lista saranno ancora aziende taiwanesi, giapponesi o di altri Paesi asiatici, che nell’immaginario cinese hanno le condizioni di lavoro più dure. Ma è difficile che dall’ondata si salvino poi anche le aziende di altri Paesi, mentre non si sa se gli scioperi arriveranno mai alle aziende cinesi, dove i sindacati ufficiali esercitano un controllo più energico. Il governo sta in qualche modo sperimentando la libertà di organizzazione sindacale. In realtà proteste e scioperi nelle fabbriche cinesi non sono una novità.

Nel Guangdong, origine di un terzo delle esportazioni cinesi, sono cominciate da quasi un decennio, e nel Nord Est del Paese, casa delle aziende più arretrate, in fallimento, iniziarono dalla fine degli Anni 80. Né è una novità una relativa tolleranza delle autorità verso forme di organizzazione operaia che escano dal sindacato tradizionale, integrato rigidamente nel partito. La novità è la pubblicità concessa alla protesta e al suo successo, cosa che dà maggiore libertà alle nuove organizzazioni operaie. Vista la capacità pervasiva dell’organizzazione comunista cinese però è probabile che anche nel nuovo sindacato ci siano già cellule del partito. La stessa logica c’è dal punto di vista economico. Pechino vuole stimolare la domanda interna: ha bisogno di gente che guadagni di più e possa comprare i beni che produce. Ciò porterà inflazione, ma forse meno di quanto ne abbia portata l’espansione del credito anticiclica, finita spesso nell’immobiliare, l’anno scorso. Per il momento questi aumenti non toccano le esportazioni, tra l’altro minacciate dalla caduta dell’euro. L’export cinese a maggio ha compiuto il suo balzo più grande da sei anni registrando un +48,3%. Gli aumenti salariali sono in parte compensati dall’aumento della produttività e restano protetti da un rapporto qualità-prezzo dei beni cinesi ottimale. Nel 2009 la Cina è diventata il primo Paese esportatore al mondo, e quest’anno dovrebbe confermare il primato. Ben più pericolosa per Pechino è la pressione Usa per la rivalutazione dello yuan, specie ora che tutte le divise stanno scivolando contro il dollaro. n Nobel irlandese e un canadese nella commissione d’inchiesta su Gaza (red)

 

 

15. Mondiali, azzurri in campo stasera

Roma - Il conto alla rovescia inizia in una giornata di scrosci di pioggia e di pezzetti di cielo azzurro. Il cielo del Capo. È qui che, sembra un gioco di parole, Marcello Lippi si avvicina al capolinea della sua doppia avventura azzurra. Se gli andrà bene – si legge sul Corriere della Sera - siamo a meno 7 dal traguardo, ma il sipario potrebbe calare già tra dieci giorni all’Ellis Park di Johannesburg, una delle basiliche mondiali del rugby. Quella di stasera contro i paraguaiani, gente tosta da prendere con le molle, sarà la panchina numero 54 del c.t. che sogna di succedere a se stesso: impresa complicata, visto che soltanto Vittorio Pozzo nel 1938 era riuscito a bissare il trionfo di quattro anni prima. Preistoria calcistica. Rispetto alle attese del 2006, Lippi arriva ai nastri di partenza di questo Mondiale con un bel po’ di grattacapi in più, anche se lui nega con tenacia, sottolineando come lo scetticismo diffuso attorno alla sua nazionale cresciuta all’ombra dei reduci di Germania non abbia giustificazioni. “Che la squadra sia in grado di giocare una gara come si deve, non c’è dubbio. Cercheremo di fare una partita completa, cioè attaccando con criterio ma anche difendendoci come si deve». Pirlo (per ora) resta ai margini del Mondiale ( « Sarei contento se fosse pronto per la Slovacchia»), Camoranesi è carico di medaglie ma non scherza neppure in fatto di acciacchi e dunque lo schieramento che debutterà in riva all’Oceano avrà la qualità ridotta all’osso.

Resta il mistero di una formazione in maschera, anche se il c.t., scherzando ma non troppo, si è rivolto alle truppe cammellate dei media bacchettandole: «Se in questa settimana non siete riusciti a capire la formazione, allora dovete cambiare mestiere». Dalla prova generale di sabato è parso di intuire un ritorno al 4-2-3-1, lo schema bocciato dopo mezz’ora amichevole con il Messico, con Marchisio incursore e la premiata ditta De Rossi & Montolivo a protezione della retroguardia ma noi, personalmente, siamo sul chi va là e sospettiamo qualche colpo di teatro. Al di là dei singoli e dei risvolti tattici di una prova a suo mondo fondamentale, il secondo battesimo mondiale di Lippi è un ventaglio di emozioni: «Essere qui ti regala tante sensazioni piacevoli. È bello guardare alla tv le partite degli altri: vedi tutte le squadre di cui si è tanto parlato e vedi che, insomma, anche loro fanno fatica... E quindi lo scetticismo... Ecco, una delle cose che il Mondiale mi ha insegnato è che prima del suo inizio non conta nulla. Puoi vincere tutte le partite e poi, al momento del dunque, fallire senza attenuanti. Noi quattro anni fa non avevamo la sensazione di essere una grande squadra. Però poi abbiamo battuto il Ghana e siamo andati avanti sempre più convinti. Quando abbiamo affrontato la Germania a Dortmund eravamo carichi come molle, nessuno avrebbe mai potuto batterci. Una grande squadra nasce e cresce durante una competizione e noi vogliamo nascere e crescere qui». Dimostrare che la sua seconda Italia resta comunque una grande squadra: ecco la missione che Lippi si è imposto di completare.

Si parte stasera da questo stadio futuribile battuto da un vento gelido senza sapere dove saremo in grado di arrampicarci. Certo, ora l’appeal del made in Italy non sembra granché ma, imbattibile nel trasformare in motivazioni forti le negatività, di qualsiasi tipo esse siano, il nostro c.t. quasi si frega le mani: «Chi affronta l’Italia lo fa con timore e con grande rispetto. Anche se ultimamente ho letto dichiarazioni di gente convinta di batterci senza problemi. Un signore che è nato dalle mie parti ha detto che un bel tacere non fu mai scritto e quindi se in tanti dicono che batteranno facilmente l’Italia io sono contento. Ho una grande fiducia nei miei giocatori e so che nel loro cuore c’è la voglia di dare tutto per fare il meglio possibile». Per nascere e per crescere. Come a Dortmund. Come a Berlino. (red)

Pomigliano, la Waterloo dei lavoratori

Prima pagina 11 giugno 2010