Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 16/06/2010

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA – In apertura: “Manovra, le regioni fanno muro”. Editoriale di Sergio Rizzo: “Verità e sprechi”. Di spalla: “La Fiat e il referendum: ‘Pomigliano, serve un sì a larga maggioranza’”. A centro pagina: “No al piano di protezione per il pentito Spatuzza”. A fondo pagina: “Brunetta plenipotenziario a Venezia”.

LA REPUBBLICA – In apertura: “Fiat Pomigliano, accordo separato”. Di spalla, la lettera di Roberto Saviano: “Sandokan pentiti, il tuo potere è finito”. A centro pagina: “Bertolaso: casa gratis da Propaganda Fide”. “Manovra, l’allarme dei chirurghi: ‘A rischio 10 mila interventi’”.

LA STAMPA – In apertura: “Tagli, la rivolta delle regioni”. “Pomigliano, firma senza la Fiom. Referendum il 22”. A centro pagina: “‘Andai a Palazzo Chigi per ottenere gli appalti’”.

IL SOLE 24 ORE – In apertura: “Accordo separato su Pomigliano”. In un riquadro: “Satelliti tv, maxi-offerta di Murdoch per il controllo di BSkyB”. A centro pagina: “No delle regioni alla manovra: ‘Un testo incostituzionale’”. “Catricalà: l’Antitrust non può obbligare Mediobanca a ridurre la quota Generali”-

IL FATTO QUOTIDIANO – In apertura: “Spatuzza, vendetta di governo”. Editoriale di Paolo Flores d’Arcais: “Tu lavorerai con dolore”. Di spalla: “La serva è ladra, la padrona è cleptomane”. A centro pagina: “Le regioni passano all’opposizione”.

Il TEMPO – In apertura: “Pomigliano fabbrica assenteisti”. Di spalla: “Berlusconi non tratta con i finiani”. A centro pagina: “Intercettati i pm che spifferavano le intercettazioni”. “Roma, condoni in procura”.

LIBERO – In apertura: “I cento regali di Silvio”. Editoriale di Maurizio Belpietro: “Le buone ragioni di chi non spreca”. In un riquadro: “Gianfranco fa ricco il fotografo di corte”. A fondo pagina: “I vescovi che con l’Islam fanno i don Abbondio”. Di spalla: “Ocse o scemi” di Filippo Facci.

IL MESSAGGERO – In apertura: “Manovra, no delle regioni”. A sinistra: “Pomigliano, firmato l’accordo separato. Si va al referendum”. Editoriale di Enrico Cisnetto: “Il coraggio di aprire una nuova stagione”. In un riquadro: “Lega sciupona al Nord tra spese folli e stipendi raddoppiati”. A centro pagina: “Bertolaso: Propaganda Fide mi offrì la casa di via Giulia”. A fondo pagina: “Spatuzza, negata la protezione”.

L’UNITA’ – In apertura: “Gioco d’attacco. Intervista a Pier Luigi Bersani”. A fondo pagina: “Dai campi rom ai maxischermi: l’Italia tifa Italia”. “Sto protezione a Spatuzza. Il Viminale liquida il pentito”. (red)

 

 

2. Manovra, no delle regioni: i tagli sono insostenibili

Roma - Le Regioni non ci stanno. E bocciano i tagli ai loro bilanci. ‘La manovra è stata costruita dal governo senza condivisione. È irricevibile e presenta profili di incostituzionalità’: questo il succo del documento approvato all’unanimità dai governatori che sottolineano come ‘sostanzialmente si riducono i margini della riforma del federalismo fiscale’. Per Formigoni ‘i sacrifici vanno redistribuiti’. L’Ue comunque promuove il piano anticrisi. L’Antitrust: sì alla libertà d’impresa, ma serve una legge sulla concorrenza. Scrive LA STAMPA: “Per uscire allo scoperto hanno atteso, non a caso, la settimana nella quale la manovra entra nel vivo in Parlamento. Pur fra i distinguo di alcuni (Roberto Cota e l’abruzzese Gianni Chiodi) e i battibecchi fra altri (il friulano Renzo Tondo e Roberto Formigoni), il documento alla fine lo hanno firmato anche i governatori di centro-destra: ‘La legge finanziaria è stata costruita senza condivisione né sulle misure, né sull’entità del taglio’. Un provvedimento che ‘riduce i margini del federalismo fiscale’. La Conferenza dei governatori chiede invece ‘garanzie perché la legge che lo introduce possa essere applicata dal 2011’. Preoccupati dalle ricadute di 4,3 miliardi di minori trasferimenti, i presidenti di Regione alzano la posta con il governo. E lo fanno toccando un punto delicato, il destino del progetto caro alla componente leghista. Dice l’emiliano Vasco Errani, le cui dichiarazioni scateneranno i distinguo: ‘Sono tagli irricevibili e insostenibili’, perché ‘caricano il peso sulle Regioni per oltre il 50 per cento. Non è equa, perché avranno ricadute su persone, famiglie e imprese’. La lista dei servizi che, a loro dire, subirà le conseguenze della manovra è lunga: trasporto pubblico locale, edilizia residenziale pubblica, fondi per le imprese, ambiente”. 

 

“La protesta delle Regioni contro i tagli - prosegue il quotidiano torinese - non è una novità. Né si può dire sia un problema solo italiano: in questi giorni in Germania, patria simbolo del federalismo continentale, si discute la proposta di un gruppo bipartisan di deputati che dimezzerebbe da 16 a 8 il numero dei Laender. Il punto è che in prima linea contro la manovra questa volta c’è il governatore più influente, nonché esponente della maggioranza, il lombardo Roberto Formigoni. Al termine della Conferenza è lui a farsi carico delle parole più dure: ‘Ci tolgono i soldi ma non le funzioni: questo contraddice quanto dice la Corte Costituzionale. C’è un rischio di incostituzionalità della manovra’. Ed è sempre lui a spiegare gli obiettivi della protesta: ‘Occorre distribuire i sacrifici in modo proporzionale, come nelle famiglie un buon padre distribuisce il carico dei sacrifici sui figli’. In poche parole le Regioni chiedono di ridurre l’entità dei loro tagli e di aumentare quelli dei ministeri. Una richiesta alla quale, almeno per ora, il governo non da risposta. Ieri, durante la presentazione dell’ultimo libro di Maurizio Sacconi, l’unico accenno di Giulio Tremonti alla questione è polemico. Mentre Gianni De Michelis parla della necessità di combattere la moltiplicazione degli enti regionali, Tremonti lo interrompe: ‘Stiamo portando avanti un censimento, ma è un lavoro complesso data la vastità del fenomeno’. Come a voler sottolineare che se vogliono, le Regioni hanno spazio per ridurre gli sprechi. Resta in silenzio anche il vertice della Lega, che con Roberto Calderoli aveva lanciato una mediazione: far decidere alle Regioni come ripartire fra di esse il peso dei tagli. Una proposta che peraltro Errani ha già respinto al mittente: ‘Non si può fare’”. (red)

 

 

3. Manovra, Ue: brava Italia ma spese vanno ridotte davvero

Roma - “‘Noi valutiamo il passato e ragioniamo sul futuro’, sillaba Olli Rehn con tono sobrio. Lo dice mentre spiega che, per la Commissione, l'Italia sta compiendo ‘i progressi adeguati verso la correzione del suo deficit eccessivo’; è un modo per sottolineare che sinora siamo andati come si doveva. Oltretutto, afferma il responsabile Ue per l'Economia, la manovra da 24,9 miliardi appena varata ‘sostiene gli sforzi di consolidamento aggiuntivi per il 2011 e 2012’. Bisogna pertanto – scrive LA STAMPA – procedere così, ricordando che ‘è importante assicurare una stretta realizzazione dei tagli alla uscite’ e prepararsi a reagire ‘al possibile venir meno delle entrate fiscali, anche per assicurare che il debito intraprenda una strada in discesa entro la fine del periodo di correzione’. È un punto per il ministro Tremonti e il piano anticrisi, nel giorno della rivolta delle Regioni che fa tremare la maggioranza e il governo. Eppure, le belle parole di Bruxelles non possono essere un pretesto per allentare la tensione, vale per l'Italia come per tutti i paesi dell'Ue. La Commissione, riunita ai margini della plenaria del Parlamento europeo, ha posto ieri il suo sigillo alle manovre con cui la maggior parte dei dodici paesi nel mirino per il deficit troppo alto ha reagito alla procedura speciale a cui è stata sottoposta. E ha aggiunto alla lista nera altri tre nomi, Cipro, Danimarca e Finlandia. La crisi, si vede, non è finita. Rehn ha fatto intuire che presto all'elenco si aggiungerà anche la Bulgaria, sospettata di aver presentato dati di bilancio inattendibili. Con termini prudentissimi ha persino segnalato le difficoltà della Spagna e del Portogallo, per evitare possibili attacchi speculativi come quelli contro il governo di Atene, e magari anche di essere accusato di non aver mai parlato del caso, se proprio tutto andasse male. A Madrid la Commissione chiede di aumentare la correzione per il 2011 all'1,75 per cento del pil (dal previsto 1 per cento). La nota positiva è l'annuncio di una stima di crescita nell'Ue più ‘solida’ nel 2011, intorno all'1,75 per cento. L'Italia ha una situazione diversa da quella di altri Paesi perché è entrata nella crisi con un livello di debito elevato, ha detto Rehn. Ma è anche vero che, a differenza di altri Stati, ‘non ha varato stimoli di bilancio’. Su questo presupposto il commissario finlandese ha ritenuto giusto che il governo ‘intensifichi il consolidamento delle proprie finanze’. Bruxelles, assicura, continuerà a vigilare: sull'Italia, si precisa, ‘la valutazione approfondita delle misure è ancora in corso’. Di ricette anti deficit e di come rafforzare il governo dell'economia europea si parlerà domani al vertice di Bruxelles. Con un dissidio annunciato. C'è infatti l'Italia che è pronta a mettere il veto alle conclusioni se il concetto di debito non sarà la somma di pubblico e privato. Rehn ieri ha fatto il pesce in barile. Sul caso ‘la mia valutazione è evolutiva’, ha detto. A priori, nemmeno lui, vuole innervosire i tedeschi, gente per i quali il debito è solo pubblico. Perché se così non fosse, si scoprirebbe che la loro sostenibilità non è poi troppo diversa da quella italiana”. (red)

 

 

4. Manovra, Tremonti non arretra: vanno ridotti gli sprechi

Roma - “‘Decidano loro dove e come tagliare. L’unica cosa che non si discute è la cifra’. A maggior ragione dopo aver incassato il sì di Bruxelles alla manovra – spiega il CORRIERE DELLA SERA – con la raccomandazione a dare efficacia reale ai tagli di spesa previsti dal decreto, il ministro dell’economia, Giulio Tremonti, non è disposto a fare sconti alle Regioni. ‘Invece di lamentarsi, cominciassero a tagliare ciò che non è necessario’ ha detto ieri sera il ministro ai capigruppo della maggioranza in Senato. In vista di una battaglia durissima, al Tesoro si preparano a ribattere colpo su colpo alle accuse dei governatori. E, per cominciare, si sono messi a contare tutte le agenzie, gli enti regionali, le società controllate e quelle partecipate direttamente (410) e indirettamente (addirittura 1.473), con l’idea di passare presto al censimento delle ‘ambasciate’, a Roma, a Bruxelles (sono 21, contando le province autonome di Trento e Bolzano) e nelle altre capitali del mondo. Via gli sprechi, innanzitutto. Anche se la soluzione politica che il governo è pronto a mettere sul tavolo per aiutare la digestione della manovra alle Regioni è un’altra. Ovvero l’anticipo del federalismo fiscale, una mossa che suonerà anche un po’ beffarda a chi sostiene, come molti governatori, che i tagli della Finanziaria significhino la morte della devolution, con la scomparsa di tutti quei servizi (trasporto locale, viabilità, edilizia residenziale, opere pubbliche, servizi sociali, incentivi alle imprese) che domani dovrebbero essere mandati avanti con la sospirata autonomia fiscale. I calcoli del governo dicono altro. Le spese delle Regioni ammontano a 175 miliardi, dei quali 110 riguardano la Sanità, che non viene toccata dalla manovra. Tutte le altre funzioni costano 65 miliardi, e il taglio è di 4. Da finanziare con l’autonomia impositiva ci resterà, dunque, parecchio. Nè può essere messa in discussione, sostiene il governo, la correlazione tra le funzioni trasferite e le risorse necessarie per svolgerle: i tributi con cui oggi vengono finanziate non sono vincolati (l’Irap, ad esempio, non è una tassa finalizzata alla sanità, anche se serve a questo), e in questo sistema senza compartimenti stagni il governo vede la soluzione. Come? Anticipando il passaggio dal criterio dei costi storici a quello dei costi standard, per renderlo operativo dal 2012, ad esempio. Il meccanismo è semplice: invece di rimborsare a piè di lista il costo dei bypass coronarici, che in alcune Asl costano il doppio che in altre, domani le regioni avranno il diritto a vedersi riconosciuto solo il "costo standard", calcolato sulla spesa media delle più virtuose. all’applicazione del nuovo principio soltanto alla sanità (ma il costo standard verrà applicato a tutte le funzioni attribuite alle Regioni) potrebbero derivare risparmi molto consistenti, capaci di compensare ampiamente i tagli della manovra anticrisi. La Corte dei Conti stima prudenzialmente un beneficio di 2 miliardi di euro, alcuni istituti di ricerca”. (red)

 

 

5. Pomigliano, firmato accordo separato: si va al referendum

Roma - “Alla fine si va al referendum, nonostante l’opposizione della Fiom. Martedì 22 giugno – scrive IL GIORNALE – i 5.200 dipendenti Fiat di Pomigliano d’Arco avranno in mano una scheda molto pesante, dalla quale dipenderà il loro destino, quello delle rispettive famiglie, degli altri 10mila addetti tra indotto e fornitori e, in particolare, il futuro dell’economia campana. Dall’esito della votazione, inoltre, dipenderà l’avvio concreto del progetto ‘Fabbrica Italia’, che porterà il Lingotto al raddoppio della produzione automobilistica entro il 2014. Al via libera di Pomigliano, infatti, è legato l’intero progetto di rilancio del gruppo in Italia. Se saltasse questo tassello l’intero mosaico produttivo sarebbe da rivedere: insomma, Sergio Marchionne tirerebbe fuori dal suo cassetto il fatidico Piano B, non certamente positivo per il Paese. Anche ieri, comunque, la Fiom guidata da Maurizio Landini è stata irremovibile. E neppure l’inserimento di un punto che prevede una commissione paritetica incaricata di stabilire sanzioni sulla base di eventuali inadempienze, rispetto all’intesa, è servito a Landini per far mettere la firma sul documento già condiviso dalle altre sigle (Fim, Uilm, Fismic e Ugl) al sindacato legato alla Cgil. Tre gli scenari che potrebbero presentarsi al termine delle votazioni della prossima settimana: il successo dei ‘no’ alla riorganizzazione del lavoro (la conseguenza sarebbe la chiusura dello stabilimento con tutti i problemi di ordine pubblico e sociale che ne deriverebbero); la prevalenza non plebiscitaria dei ‘sì’, ipotesi più verosimile (in questo caso il rilancio di Pomigliano proseguirebbe, ma a certe condizioni); un risultato ‘bulgaro’, con l’improbabile passo indietro della Fiom, che spianerebbe la strada ai piani di Marchionne. Nel caso la seconda delle tre ipotesi dovesse, come si pensa, prevalere (ovvero, il successo dei ‘sì’ non al 100 per cento) il gruppo di Torino si troverebbe a che fare con l’incubo costante del boicottaggio da parte della Fiom, e dei suoi esponenti all’interno dell’impianto”. 

 

“Da qui – prosegue IL GIORNALE – la decisione del Lingotto di volersi cautelare attraverso la consulenza legale delle Unioni industriali di Torino e di Napoli, con il beneplacito di Fim, Uilm e Fismic nazionali e campane. Le parti, ieri, han­no siglato un accordo nel quale ‘l’azienda ribadisce che, al fine della realizzazione del “Piano”, si debbano concretizzare le condizioni che rendono operativo e praticabile, mediante l’adesione dei soggetti interessati, quanto convenuto con la sottoscrizione della presente ipotesi d’accordo’. Più semplicemente, Fiat ha incaricato un team di avvocati affinché preparino un piano d’azione che contenga tutte le soluzioni possibili per ovviare, Codice alla mano, a tutte quelle azioni capaci di danneggiare la normale attività produttiva. Fiducioso è il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi: ‘Sono convinto che ci siano oramai le condizioni, meglio con la firma formale di tutti, per realizzare l’investimento e dare un futuro all’auto e al Sud; sono ottimista perché c’è già il consenso della maggior parte delle organizzazioni sindacali. Nello stabilimento di Pomigliano c’è un sindacato coraggioso che si mette in gioco, si compromette e accetta la sfida della competizione, e c’è un sindacato (la Fiom, ndr ) paralizzato da un blocco ideologico’. Il sindacato rosso è consapevole che quello di Pomigliano è un banco di prova decisivo per la tenuta della stessa sigla metalmeccanica: dall’esito della vicenda si leggerà anche il futuro delle relazioni industriali del Paese”. (red)

 

 

6.Il ritorno della "tuta blu" Camusso per governare i ribelli

Roma - “Nel giorno in cui la Fiom ribadisce il no all’accordo per il salvataggio dello stabilimento Fiat di Pomigliano, la Cgil promuove vicesegretario vicario Susanna Camusso, che nella stessa Fiom si costruì come dirigente sindacale tra il 1977 e il 1997 e dalla quale fu ‘estromessa’ sotto la segreteria del duro Claudio Sabattini. Socialista, riformista, Camusso si scontrò, insieme con tutta l’allora nutrita pattuglia dei riformisti Fiom, con ‘Sandino’, come veniva chiamato l’allora leader dei metalmeccanici Cgil. E ne uscì perdente, come tutti gli altri che tentarono di opporsi alla deriva massimalista imposta alla Fiom. Lei – scrive il CORRIERE DELLA SERA – andò prima alla Flai (agroindustria) e poi alla Cgil Lombardia, Gaetano Sateriale a fare il sindaco di Ferrara, Cesare Damiano passò dopo un po’ al Pd e poi divenne ministro del Lavoro, Giampiero Castano lasciò il sindacato e da 4 anni guida la task force del ministero dello Sviluppo sulle crisi aziendali. Succedeva tra la fine degli anni Novanta e il 2002. In questi ultimi 10 anni la Fiom, sotto Sabattini, Rinaldini e ora, da 15 giorni, Landini ha proseguito nella sua linea intransigente. Che l’ha portata a cogliere qualche parziale successo, come nel caso della battaglia alla Fiat-Sata di Melfi nel 2004, ma anche molte sconfitte. E l’ha condannata a uno ‘splendido isolamento’, non solo nei confronti degli altri sindacati dei metalmeccanici, ma anche rispetto alla stessa Cgil. I rapporti con la ribelle Fiom sono stati sempre un problema per i segretari generali della Cgil, almeno dai tempi di Sergio Cofferati. Che ebbe bisogno del sostegno di Sabattini, ma poi non potè fare a meno di scontrarsi con lui. Stessa cosa successe a Epifani con Gianni Rinaldini, segretario dal 2002 a due settimane fa. Adesso tocca a Susanna Camusso che, dopo l’investitura di ieri, sarà senza più alcun dubbio la prossima segretaria generale della Cgil, a ottobre. La prima donna a guidare il più grande sindacato italiano”. 

 

“La pancia della Fiom – prosegue il quotidiano di via Solferino – non ha mai amato Camusso. Molti ricordano quando Sabattini, nel ’96, le tolse la conduzione di una difficile vertenza, anche allora con la Fiat, perché del tutto insoddisfatto di come la portava avanti. E nonostante sia passato tanto tempo molti hanno visto nella strana alleanza tra Rinaldini, l’ex leader della Funzione pubblica, Carlo Podda, e quello dei bancari, Mimmo Moccia, stipulata nel congresso della Cgil contro Guglielmo Epifani, proprio un modo per sbarrare la strada alla Camusso. Una battaglia anche questa persa. Il leader della Cgil Epifani e la sua candidata alla successione Camusso hanno stravinto il congresso, un mese fa. Dopo questo epilogo, Rinaldini è uscito di scena e così anche Podda eMoccia. La Funzione pubblica e i bancari sono già stati ‘normalizzati’ con l’avvento di segretari generali fedeli alla maggioranza congressuale. Cosa che non è avvenuta invece nella Fiom dove, nonostante i passi in avanti degli epifaniani guidati da Fausto Durante, la maggioranza resta saldamente in mano alla sinistra antagonista, che ha eletto appunto Maurizio Landini nuovo segretario generale solo 15 giorni fa. Toccherà a lui, al ‘giovane’ Landini, entrato nella segreteria della Fiom nel 2005, otto anni dopo che Camusso ne era uscita, vedersela con il prossimo leader della Cgil, il primo, dopo Bruno Trentin, che viene dalla Fiom. Solo che se nel ’97 era Camusso in posizione di debolezza, adesso i rapporti di forza si sono ribaltati”. (red)

 

 

7. Fiat, Fassino e Chiamparino con Marchionne

Roma - “‘Non sono un pentito, al contrario’: il sindaco di Torino Sergio Chiamparino è un ‘irriducibile’ dell’ala del Pd filo-Marchionne. Neanche la vicenda di Pomigliano d’Arco gli ha fatto cambiare idea: ‘Non mi pento degli apprezzamenti che gli ho rivolto. Anzi, non capisco come il sindacato non possa cogliere l’occasione che viene offerta: credo che nel referendum il sì all’accordo vincerà e quindi penso che la Fiom dovrà ripensarci’. Sin dall’avvento dell’era Marchionne – scrive Maria Teresa Meli sul CORRIERE DELLA SERA – la sinistra, persino quella cosiddetta alternativa, ha subìto il fascino dell’amministratore delegato della Fiat. Fausto Bertinotti ne tesseva le lodi. Lo collocava tra i ‘borghesi buoni’ e non aveva paura di dichiarare apertamente: ‘Mi piace’. Ora però l’ex presidente della Camera ha cambiato idea e capeggia il fronte dei "pentiti": ‘L’accordo di Pomigliano è un disastro e quello che sta facendo Marchionne è peggio di un ricatto, è un atto di violenza: la Fiat cambia con un colpo di maglio il sistema delle relazioni industriali perché questo accordo verrà esportato in tutta Italia e il contratto nazionale di lavoro verrà sospeso. L’intesa che viene offerta ai lavoratori, costringendoli in uno stato di totale dipendenza dall’impresa, è incostituzionale’. Bertinotti è un fiume in piena: ‘Mi sbalordisco che i leader, i dirigenti e gli intellettuali di centrosinistra si mobilitino contro la legge bavaglio delle intercettazioni e si disinteressino del fatto che questo accordo mette il bavaglio agli operai. Anch’io, non lo nego, ho parlato bene di Marchionne, ma se poi fa cose come queste, con la stessa libertà con cui ho detto che era un bravo manager ora dico che è un personaggio pessimo’. Insomma, l’ex presidente della Camera cambia idea e lo rivendica. Nel Pd, invece, eccezion fatta per Cofferati, il fronte pro-Marchionne resta sulle sue posizioni. Tanto che Pierluigi Bersani arriva a compiere una piccola svolta e prende le distanze dalla battaglia dei duri e puri della Fiom. La linea prevalente è quella che aveva dettato il giorno prima il vice segretario Enrico Letta”. 

 

“Il più agguerrito dell’ala filo-Marchionne è Piero Fassino. Lui non ha proprio mutato idea. Spiega l’ex leader dei Ds: ‘Se Marchionne non avesse fatto tutto quel che ha fatto finora, non ci troveremmo qui a discutere di Fiat perché la Fiat non esisterebbe’. Per Fassino non si può prescindere da questo dato. Non solo, secondo l’esponente del Pd, che la ‘ristrutturazione toccasse ogni singolo stabilimento era ovvio’. Quindi un monito alla Fiom: ‘Sta passando l’ultimo treno per salvare Pomigliano e il sindacato deve rendersene conto: in un passaggio così decisivo nessuno può sottrarsi alle proprie responsabilità’. L’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano, invece, è un filo-Marchionne "malpancista". Quello che lo preoccupa è la parte dell’accordo che riguarda lo sciopero: ‘Bisogna cambiarla’. Ma anche nella sinistra alternativa c’è chi non riesce proprio ad attaccare Marchionne e a cambiare idea su di lui come ha fatto Bertinotti. È il caso di Valentino Parlato: ‘La colpa non è sua. Lui è schiavo di una situazione impostagli dal capitalismo. Non è che Marchionne è cattivo ma è costretto a compiere certi passi’”. (red)

 

 

8. Catricalà: Libertà d'impresa, sì a modifica Costituzione

Roma - “‘Massicce dosi di concorrenza’ per aiutare l’economia e tornare a crescere. È la ricetta dell’Antitrust che ieri, alla Camera, ha presentato la sua relazione annuale. Il presidente Antonio Catricalà – scrive LA STAMPA – ha dato ‘semaforo verde’ al progetto del governo di modificare gli articoli 41 e 118 della Costituzione per favorire la libertà d’impresa, ma soprattutto ha ricordato al governo che occorre approvare la più presto la legge annuale sulla concorrenza. ‘Il termine di legge è scaduto, ma il disegno governativo non è stato presentato’ sottolinea il Garante del mercato. Che aggiunge: ‘Negli ultimi mesi abbiamo denunciato che la primavera delle liberalizzazioni si era prematuramente interrotta ed il percorso riformatore procedeva con eccessiva lentezza’. Per questo ora Catricalà chiede di ‘precedere senza indugio’, perché ‘l’Italia patisce’, cresce a tassi più bassi del resto d’Europa, perché la nostra produttività pro capite diminuisce costantemente, la quota del nostro export cala e gli investitori esteri non ci considerano un paese attrattivo. Ma soprattutto perché non è possibile continuare a pagare ‘il prezzo delle politiche anticompetitive’. Che tradotto in soldoni significa - tra l’altro - i costi dell’energia superiori del 28 per cento rispetto alla media europea, fidi più cari del 6 per cento, costi dell’Rc addirittura doppi”. 

 

“Catricalà – continua il quotidiano torinese – per questo mena fendenti a destra e a manca. Bacchetta innanzitutto le banche, che piccate come sempre respingono ogni addebito. Afferma l’Antitrust: ‘Sono più attente alla loro redditività che agli interessi dei clienti. Episodi come quelli del massimo scoperto, abolito per legge ma sostituito dalle banche con oneri, certamente legali, ma più gravosi non contribuiscono al recupero della fiducia dei risparmiatori’. Il sistema insomma è restio a percorrere la strada di una maggiore competitività, anche perché perdurano ‘intensi intrecci azionari e personali tra imprese’ rivali. Il che si traduce il scarsa concorrenza e scarsa contendibilità. Idem per le assicurazioni. ‘Nonostante le recenti riforme, i premi continuano a salire secondo dinamiche non chiare’. Esemplare in questo quadro il rapporto quasi incestuoso tra Mediobanca e Generali. La relazione di ieri, di fronte al presidente della Camera Gianfranco Fini ed al gotha dell’economia (da Luca Montezemolo ad Alessandro Profumo di Unicredit, dall’ad Telecom Franco Bernabè al presidente dell’Abi Corrado Faissola), indica chiaramente su quali settori occorre intervenire. In cima alla lista dei ‘mercati ancora chiusi’ Catricalà mette i trasporti, dalle ferrovie (gare per il trasporto locale rinviate sine die e Fs sempre favorite) alle autostrade, sino agli aeroporti. Di fatto monopoli quasi ‘naturali’, difficili da scalfire. Poi occorrono interventi sul servizio postale (servono nuove regole per il servizio universale), l’energia (potenziare le interconnessioni di rete e gli stoccaggi gas) e i servizi pubblici locali (bene la riforma recente, ma ancora troppo pesante il ruolo degli enti locali), i servizi privati e le professioni”. 

 

“Nel settore delle tlc ‘va recuperato il ritardo nello sviluppo della banda larga’ e per questo non ci sono problemi, vista la mole degli investimenti, a prevedere la collaborazione di più soggetti privati e pubblici. A patto ovviamente che la gestione della nuova rete sia neutra e si prevedano paletti per garantire la concorrenza piena. Nel corso del 2009 l’Antitrust ha comminato in tutto oltre 90 milioni di euro di multe: 50 sono arrivati da sei casi in cui l’Autorità ha accertato una violazione delle norme sulla concorrenza, mentre in altri 5 casi il garante ha accettato impegni presentati dalle parti. Ben 355 i procedimenti di tutela dei consumatori (soprattutto nei settori delle comunicazioni e dei servizi creditizi e finanziari), di cui 315 conclusi con l’accertamento di violazioni ed oltre 40 milioni di euro di sanzioni. Infine l’Antitrust segnala che nel 2009 ‘si è registrato un ulteriore aumento delle pubblicità occulte’, una pratica in cui sono caduti anche operatori di rilievo come Rai e Mediaset”. (red)

 

 

9. Antitrust, pressing su Mediobanca:Ma Generali non si vende

Roma - “‘In mancanza di cambiamenti legislativi nessuno in Mediobanca si propone di scendere in Generali e nessuno può chiedere a Mediobanca di farlo’. La reazione che si raccoglie in piazzetta Cuccia dopo la nuova esternazione del presidente dell’Antitrust sulla quota del 13,2 per cento che fa di Mediobanca il primo azionista del Leone, riprende le parole che qualche settimana fa l’ad dell’istituto, Alberto Nagel, aveva pronunciato in una conference call con gli analisti. Mediobanca – scrive LA STAMPA – non deve diminuire la sua quota - è la linea del management - sia perché non è certo il presidente dell’Antitrust, come lui stesso ha ammesso ieri, ad avere il potere di chiedere questa discesa, sia perché - e qui le opinioni in piazzetta Cuccia divergono sensibilmente da quelle di Catricalà - perché la presenza dell’istituto nel Leone non ha effetti distorsivi della concorrenza nel mercato assicurativo italiano. Quel che si attende, invece, sono le disposizioni di Basilea 3 e la definizione delle disposizioni di Bankitalia sulla concentrazione del rischio, che potrebbero avere effetti sul patrimoni dell’istituto. Dalle bozze in circolazione Mediobanca ritiene che la nuova regolamentazione di Basilea non dovrebbe toccare la sua partecipazione a Trieste perchè si applicherebbe al disciplina dei conglomerati finanziari che non tocca le partecipazioni sotto il 20 per cento; se invece i ratios patrimoniali di Mediobanca venissero abbassati da una concentrazione sulla partecipazione nel Leone, allora si dovrebbe pensare a un rafforzamento patrimoniale o a una discesa nelle Generali. Ma i tempi non sono definibili”. 

 

“Certo è che il tema di una possibile riduzione della quota Mediobanca in Generali e l’allentamento di quello che a torto o a ragione viene considerato uno degli snodi strategici del capitalismo italiano – aggiunge il quotidiano torinese – avviene in perfetta sincronia con il passaggio da piazzetta Cuccia a Trieste del presidente Cesare Geronzi. È non pare trattarsi solo di una coincidenza temporale. Dalla poltrona più alta del gruppo assicurativo dove ha chiesto e ottenuto di arrivare, sebbene senza deleghe, Geronzi desidera probabilmente connotarsi come colui che renderà più autonome le Generali dal loro azionista di riferimento. Nagel e il neopresidente delle Generali Pagliaro, d’altro canto, hanno l’ambizione di spingere piazzetta Cuccia ad essere sempre più banca d’affari e sempre meno holding di partecipazioni, ma non ritengono al momento utile - nè probabilmente, viste le quotazioni, redditizio - cedere anche in parte quella quota strategica.Posizioni assai diverse che vanno però viste tenendo presente che l’equilibrio dei poteri è già molto mutato proprio con l’ultimo rinnovo del cda di Trieste. Per amore o per forza Mediobanca non è più sola nella stanza dei bottoni. Lo dimostra la lista di maggioranza per il cda, stesa da Mediobanca, ma nella quale hanno avuto ampio spazio gli azionisti cosiddetti ‘privati’, che vanno da Caltagirone a Del Vecchio a De Agostini, fino al ceco Petr Kellner, che ha rastrellato in fretta e furia un 2 per cento della compagnia a ridosso della formazione della lista anche perché aveva scoperto che il suo nome non compariva in quell’elenco. E lo dimostra soprattutto la nuova governance delle Generali, con l’arrivo dello stesso Caltagirone come terzo presidente, la creazione di un comitato investimenti, il ruolo rafforzato del comitato esecutivo e i poteri accentrati in mano al Ceo di gruppo Giovanni Perissinotto”. (red)

 

 

10. Intercettazioni, vertice da Berlusconi sui tempi

Roma - “Darla vinta a Fini? Giammai! Berlusconi riunisce oggi i notabili (triumviri, capigruppo e l’avvocato Ghedini) per dettare un ultimatum: sulle intercettazioni – scrive LA STAMPA – non si cambi una virgola, la Camera ci metta il timbro senza tante storie. Se a luglio non sarà possibile per colpa della manovra che ha la precedenza, si approvi la legge ad agosto. E se Fini ha cambiato idea, rimangiandosi i patti, vada via dal partito... Il Cavaliere la vuole vinta perché altrimenti la gente si convince che l’altro abbia un potere di veto, quando Gianfranco dice no è no, l’autorità del Capo andrebbe in frantumi. Quagliariello, presidente vicario del gruppo in Senato, la mette in modo elegante: ‘Trattare ancora su quel testo sarebbe una Caporetto, nessuno crederebbe più alle decisioni prese dall’ufficio di presidenza’, cioè da Berlusconi. Il quale, se cede, come despota va in pensione. Piccolo problema: alla Camera i finiani sono 25-30. Senza di loro la maggioranza traballa. Cicchitto, che dirige le truppe, mette le mani avanti, manda una cartolina-precetto a tutti i deputati Pdl, garantiscano una costante presenza in aula ‘fino alla prima settimana di agosto’, guai a chi parte per le vacanze. Paradosso: se c’è qualcuno che dubita delle grida manzoniane, quello è proprio Cicchitto. Tra l’altro minacciare sanzioni (‘non verrai ricandidato’) spingerebbe i reprobi sotto le bandiere di Fini, che autogol. La punizione sarà dunque blanda, la lista dei lavativi verrà pubblicata al massimo sul sito del Pdl”. 

 

“Il Cavaliere però è certissimo di farcela ugualmente. Al momento delle votazioni – prosegue il quotidiano torinese – convocherà i ‘peones’, li acchiapperà uno per uno. Il tempo per fare ‘lobbying’ non gli manca, l’attività di governo langue, addirittura il presidente del Consiglio può star via dall’Italia per otto giorni di fila, dal 24 al 1 luglio, con la scusa di impegni internazionali che lo porteranno in Canada (G8 e G20), in Brasile e a Panama. Né lo frenano le riserve del Quirinale, messe in piazza con poca grazia dal finiano Briguglio: ‘I grandi strateghi della soluzione finale preparano lo scontro istituzionale con il Capo dello Stato, il che passerebbe per una riapprovazione del medesimo testo eventualmente non promulgato dal Presidente...’. Protesta Osvaldo Napoli: per caso Briguglio è il nuovo portavoce del Colle? Chi gli ha detto che cosa deciderà l’Arbitro supremo? Interverrà pure la Corte costituzionale, c’è da scommettere. E di questo passo, si fregano le mani nel Pd, scenderà in campo l’Onu con i suoi caschi blu. Già ieri si è mosso l’Osce, organismo internazionale con sede a Vienna, che tramite la responsabile per la libertà dei media ha chiesto al governo italiano di non ‘criminalizzare’ i giornalisti. Plauso dell’opposizione, protesta ufficiale della Farnesina: l’intervento della signora Mijatovic è ‘inopportuno’, turba poveri noi ‘il dibattito democratico in Parlamento’. L’Osce ‘si presenti alle elezioni’, ironizza spavaldo Gasparri. Ma proprio questo è il punto: nel popolo di centrodestra comincia a sedimentarsi l’idea che Berlusconi è contro la libertà di stampa. Bene non gli fa. Sarebbe interessante controllare cosa dicono i sondaggi del Cavaliere. Descritto dall’entourage in preda a un risentimento sordo, quasi irrazionale, più forte di tutti i tentativi di mediazione messi nero su bianco (conferma Apcom) da Augello e dallo stesso Ghedini: ‘Fini si è permesso di alzare pubblicamente il dito contro di me, che pure l’ho salvato due volte. Adesso basta, tuona Berlusconi in privato. Le intercettazioni sono la scusa per regolare i conti. O il rivale si genuflette, o stavolta lo caccia davvero”. (red)

 

 

11. Intercettazioni, bocciatura dell’Osce

Roma - “Ormai la legge sulle intercettazioni è un caso diplomatico. Lo è – spiega il CORRIERE DELLA SERA – da quando l’Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa con sede a Vienna, ha sparato contro il ddl Alfano, il testo da domani di nuovo all’esame della commissione Giustizia della Camera per la terza lettura: ‘Sono preoccupata che il Senato abbia approvato una legge che potrebbe seriamente ostacolare il giornalismo investigativo in Italia’, scrive in un comunicato Dunja Mijatovic responsabile dell’Osce per la libertà dei media. E aggiunge: ai cronisti non deve essere vietato ‘l’utilizzo di diverse fonti e materiali confidenziali che potrebbero rivelarsi necessari per un giornalismo d’inchiesta al servizio della democrazia’. Per questo l’Italia dovrebbe rinunciare al ddl omodificarlo. Un’affermazione di principio, subito censurata dalla Farnesina: ‘Da parte italiana, attraverso i canali diplomatici, è stata fatta notare con fermezza l’inopportunità di tale intervento, su una misura legislativa il cui iter non è completato, che rischia di interferire e turbare il dibattito democratico in Parlamento’. E in serata anche il premier Berlusconi avrebbe criticato l’ingerenza dell’organismo internazionale. Il cui affondo apre un nuovo fronte interno: ‘L’Osce si presenti alle elezioni, conquisti seggi e chieda le modifiche alla legge’, attacca Maurizio Gasparri (Pdl). La Lega, con Claudio D’amico, rincara la dose: ‘La bosniaca Dunja Mijatovic dev’essere rimossa’. Il Pd, invece, si schiera con l’organizzazione nata nel ’73 (si chiamava Csce) in piena guerra fredda: ‘Il governo espone l’Italia a un’umiliazione che potevamo evitarci’, osserva Enrico Letta. La partita intercettazioni è chiusa, insiste però il presidente del Consiglio che per oggi ha convocato a Palazzo Grazioli coordinatori e capigruppo del Pdl, Gianni Letta e Niccolò Ghedini. Un premier che i suoi raccontano irritato con Gianfranco Fini e deciso a ‘non arretrare di un millimetro: è il momento di stanarli mettendo la fiducia’. E il vertice di oggi dovrebbe pianificare la battaglia d’estate alla Camera: se i finiani insistono (‘discutere il testo dopo la manovra’), lo Stato maggiore del Pdl ha già dato ordini tassativi e ha spedito una lettera ai deputati in cui si chiama alla mobilitazione generale anche nella prima settimana di agosto (in quel periodo si lavorerà anche al Senato) ricordando che gli assenti saranno messi alla gogna sul sito del partito. Tuttavia non è escluso il colpo di mano a metà luglio: un paio di sedute e si chiude la partita con la fiducia. Eppure i finiani non mollano. Domani, in commissione, Giulia Bongiorno illustrerà con puntiglio tutti e 18 i punti della legge modificati dal Senato. Seguirà una melina di almeno due settimane — con Pd, Idv, Udc e finiani che chiederanno ogni tipo di audizione — in attesa che il Pdl si faccia avanti per la calendarizzazione in aula della legge. Modificare il testo, insiste il finiano Fabio Granata, ‘è un dovere per chi crede nei valori della legalità’. A brutto muso gli risponde Antonio Leone (Pdl): ‘Sabotatore’. Italo Bocchino, braccio destro di Fini, argomenta: ‘Il testo è incostituzionale. Se lo vogliono approvare così, facciano pure...’. Ma per il ministro Sandro Bondi ‘è riprovevole che l’onorevole Bocchino utilizzi argomenti risibili e inappropriati’”. (red)

 

 

12. No al piano di protezione per il pentito Spatuzza

Roma - “Gaspare Spatuzza non è un pentito doc , perché fa dichiarazioni ‘a rate’. E la commissione del ministero dell’Interno per le misure di protezione - scrive IL GIORNALE - non lo ammette al programma speciale per i collaboratori di giustizia. La sua ‘lealtà e correttezza’ nelle rivelazioni sulla strage di via d’Amelio e sui collegamenti tra mafia e politici, suscitano ‘dubbi’ e ‘perplessità’, si legge nel documento che motiva la decisione, perché egli non rispetta il termine massimo di 180 giorni, fissato dalla legge del 2001. ‘Questo limite- spiega il sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano, presidente della commissione - non è un dato formalistico, ma uno dei capisaldi della legge 45, approvata all’unanimità dal Parlamento. È funzionale a garantire la genuinità delle dichiarazioni e a evitare abusi. Nel caso di Spatuzza non è stato rispettato e la legge impone di non concedere le speciali misure di protezione. Questo, anche se le stesse dichiarazioni rimangono utilizzabili per la decisione giudiziaria. I piani sono diversi. Non spetta alla commissione, che è organo amministrativo, valutare l’attendibilità di Spatuzza,a lei spetta ribadire che se ci sono delle regole vanno rispettate’. Dunque, il sicario dei fratelli Graviano di Brancaccio non entrerà nel circuito penitenziario ad hoc per i pentiti, anche se per la sua sicurezza restano confermate ‘le ordinarie misure di protezione’ ritenute adeguate al rischio segnalato. La decisione che gli nega lo status di pentito, di cui godeva da oltre 6 mesi provvisoriamente, comporta conseguenze sia finanziarie che giudiziarie, anche sugli sconti di pena. E questo mentre alla Corte d’appello di Palermo si sta concludendo il processo a Marcello Dell’Utri e alla fine del mese è atteso il verdetto. Proprio le affermazioni su Dell’Utri e Silvio Berlusconi hanno pesato negativamente sulla scelta della commissione tecnica, formata da due pm della Dna e cinque esponenti della polizia, oltre al presidente. Le indiscrezioni parlano di burrascose riunioni, una a settembre e l’altra a metà maggio, con gli esponenti della Dna che premevano per accogliere le richieste delle procure di Firenze, Caltanissetta e Palermo, appoggiate dal procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso e la maggioranza orientata a negarle". 

 

"Mentre la spaccatura non si risanava - proesgue IL GIORNALE - al Viminale tardavano ad arrivare tutte le carte richieste e si allungavano i tempi per la decisione finale. Ieri, però, un no pesante. Che ha scatenato le polemiche,con il Pd e l’Udc che criticano la ‘grave scelta’ e chiedono l’audizione di Mantovano in commissione Antimafia; Antonio Di Pietro che parla di Spatuzza come di ‘un morto che cammina’ e il suo legale che preannuncia il ricorso al Tar. Spatuzza ha iniziato a parlare agli inquirenti il 26 giugno 2008 e avrebbe dovuto dire tutto entro dicembre. Invece, ‘ricorda’ nuove cose 6 mesi dopo, a giugno 2009, e lancia le sue ‘bombe’ su Dell’Utri e Berlusconi il 4 dicembre 2009, facendo riaprire il dibattito chiuso in corte d’Appello. Siamo a un anno dalla chiusura del verbale. Né, per il Viminale, si tratta di approfondimenti di fatti già rivelati, ma di dichiarazioni tutte nuove. Lo dicono le carte esaminate dalla commissione. In cui gli stessi pm esprimono ‘riserve sulla effettiva e piena “apertura” di Spatuzza’, come scrive nel suo parere il pm di Palermo a febbraio 2010, mentre il collega di Caltanis­setta esprime ‘fondati dubbi di attendibilità ‘. E lo stesso Grasso sottolinea che, dopo le affermazioni (che hanno trovato riscontri) per ribaltare la ricostruzione dell’attentato a Paolo Borsellino e alla sua scorta fatta nelle passate sentenze e su quello in via dei Georgofili, Spatuzza fa dichiarazioni tardive oltre il limite dei 180 giorni. Solo nel 2009 racconta dell’incontro con Giuseppe Graviano al bar Doney di via Veneto, facendo i nomi di Dell’Utri e Berlusconi come soggetti da cui si era ‘ottenuto tutto’. Il 6 ottobre di quell’an­no i pm della Dda di Palermo lo incalzano: ‘Non è che scopriamo fra qualche mese che c’era qualche altra cosa?’. E poi: ‘Perché queste cose ce le ha riferite con tanto ritardo? ‘. A Caltanissetta, nel novembre 2008, Spatuzza aveva risposto con un no alle ripe­tute domande degli inquirenti su ‘collegamenti dei Graviano con personaggi della politica ‘. Anche dopo i sei mesi aveva escluso coinvolgimenti di politici nelle stragi. Poi, ad ottobre 2009, spiega di aver mantenuto il si­lenzio perché prima voleva entrare nel pro­gramma di protezione. ‘Perciò ho omessato qualche parte’. ‘Aveva paura’, dice oggi il suo legale”. (red)

 

 

13. Casalesi, manette all’erede di Sandokan

Roma - “Stesso cognome, stesso piglio da capo e stessa passione. E da ieri anche stesso ‘castigamatti’. Perché Guido Longo era capo di quel gruppo di acchiappafantasmi dell'Antimafia che nel luglio 1998 riuscirono a stanare e arrestare Francesco Schiavone detto Sandokan. Oggi, con qualche capello bianco in più, Longo dirige la questura di Caserta: ha coordinato l'operazione che ha portato alla cattura di Nicola Schiavone, il primo dei sette figli del boss dei Casalesi. Chiamato così in memoria del nonno, Nicola ha 32 anni, una maturità scientifica e studi di giurisprudenza non conclusi alle spalle. Come il padre, a cui assomiglia in maniera impressionante, non ama i riflettori e lo sfarzo. Secondo alcuni collaboratori di giustizia – scrive LA STAMPA – Nicola Schiavone avrebbe ordinato l'assassinio di tre uomini del suo gruppo. Avevano sgarrato, lasciando gli Schiavone per passare con i Bidognetti e chiedendo il pizzo a un caseificio riconducibile al clan di Sandokan. Giovanni Papa, Modestino Minutolo e Francesco Buonanno scomparvero nel maggio dello scorso anno. I cadaveri dei primi due furono trovati in una fossa al di sotto di una scarpata della superstrada Nola-Villa Literno, quello di Buonanno fu scoperto in aperta campagna tra Casaluce e Frignano. Ancora incensurato (la prima condanna l'ha rimediata in gennaio: due anni e tre mesi per intestazione fittizia di beni) Nicola Schiavone era scomparso dalla circolazione da un anno. Sarebbe stato il padre a consigliargli di cambiare aria perché c'era un pentito che stava parlando di lui ai magistrati. Il figlio ha obbedito ma non è andato lontano. La polizia lo ha trovato proprio a Casal di Principe, in via Caprera, in un'abitazione su due piani al civico 10. A poco meno di un chilometro in linea d'aria c'è la nuova sede della squadra mobile, aperta a Casal di Principe come prima mossa dell'ormai famoso Modello Caserta”. 

 

“Chi si aspettava una villa in stile Scarface, con tanto di complementi d'arredo kitsch, è rimasto deluso. L'abitazione – aggiunge il quotidiano torinese – era dotata di un sistema di videosorveglianza che è servito a poco, di apparecchiature per captare le frequenze delle forze dell'ordine e per rilevare la presenza di ‘cimici’ per le intercettazioni ambientali. C'erano due guardaspalle a vigilare sul sonno di Schiavone, ma alla vista della polizia hanno preferito evitare reazioni. Lo stesso Nicola, sorpreso in bermuda e maglietta, ha avuto la prontezza di spirito di complimentarsi con gli agenti. Ama l'eleganza il primogenito della famiglia Schiavone, nel suo armadio ci sono scarpe Tod's e Hogan e abbigliamento Prada. E il fumetto italiano: legge libri dedicati a Diabolik. Soprattutto ama la pittura, una saletta della villa che l’ospitava era destinata al suo hobby, lo stesso del genitore. Quando dodici anni fa Schiavone padre fu catturato, nel bunker fu trovata una serie di dipinti: alcune immagini di Bonaparte ritratto di spalle e di Gesù Cristo, il cui volto aveva le sembianze proprio di Sandokan. Genere diverso per Schiavone figlio che riproduce volti di donne stilizzati. Su uno di quei quadri si nota una scritta, vergata al contrario sul mantello nero di una figura: ‘È la scelta di una vita di solitudine’”. (red)

 

 

14. Decoder, l'Ue: il governo recuperi gli incentivi

Roma - “Il Tribunale di primo grado dell'Ue sentenzia che i contributi pagati dal governo italiano per la diffusione del digitale terrestre nel biennio 2004-2005 sono stati un aiuto di Stato distorsivo della concorrenza. Tradotto, vuol dire che incoraggiando di tasca sua l'acquisto dei decoder necessari per entrare nel mondo della nuova televisione, l'esecutivo guidato da Silvio Berlusconi ha favorito il principale attore del mercato, la ‘sua’ Mediaset. Per questo, afferma la magistratura europea, ora lo Stato deve recuperare i soldi. Tanto per cambiare – scrive LA STAMPA – è una storia senza fine. Il 24 gennaio 2007, reagendo ad una denuncia di alcuni emittenti tra cui Sky Italia, la Commissione Ue ha stabilito che i fondi stanziati per accelerare l'uscita dal tradizionale universo analogico ‘favorivano gli emittenti digitali terrestri che offrivano canali a pagamento’. Ogni nuovo utente aveva potuto percepire 150 euro per l'acquisto del decoder (sino a 110 milioni) nel 2004 e 70 euro (stessa soglia) nel 2005, somme ritenute d'incentivo per preferire questo tipo di servizio piuttosto al satellitare. Il 23 maggio, Mediaset ha presentato ricorso. Nel mese di settembre è tornata in campo Sky Italia, schierandosi con la Commissione nel chiedere il rigetto dell'opposizione. I duellanti hanno atteso tre anni, un tempo lungo e purtroppo normale, e ieri il Tribunale ha accolto le conclusioni della Commissione. ‘La misura è illegale perché ha costituito un vantaggio soltanto per la diffusione terrestre’, affermano i giudici di Lussemburgo che, però, salvano la terza ondata di incentivi del 2006, ‘neutra’ perché includeva i decoder satellitari. Le toghe dell’Ue si spiegano sottolineando che il contributo ha comportato una ‘riduzione automatica del prezzo tale da incidere sulle scelte dei consumatori attenti ai costi’. Con la prospettiva di incassare 150 euro per strumenti che - stando alle denunce delle associazioni dei consumatori - ‘costavano la metà’, la misura ha avuto l'effetto concreto di orientare le scelte dei cittadini. Si è avuta insomma una misura dal ‘carattere selettivo’ che ha privilegiato la tv di terra rispetto al satellite. Ovvero Mediaset rispetto a Sky”. 

 

“Al contempo, insiste il Tribunale, il governo ha messo in moto un meccanismo che ha permesso ai canali digitali di consolidare la posizione di mercato. E, questo, perché, anche se tutte le tv satellitari avrebbero potuto beneficiare del contributo offrendo decoder ibridi (tecnologia sia terrestre sia satellitare), ‘ciò avrebbe implicato per le medesime un costo supplementare che avrebbero dovuto riversare sul prezzo di vendita’. Non un affare, comunque la si mettesse. Mentre la Commissione si felicita per la delibera, Mediaset annuncia che intende studiare il testo per una probabile impugnazione. Ma già a febbraio ‘per senso di responsabilità’ il gruppo di Cologno Monzese aveva versato al ministero delle Comunicazioni i 6 milioni di euro (inclusi gli interessi), cioè la ‘somma imputabile - scrivono da Mediaset - a tale presunto “aiuto di Stato”‘ per la sua parte. Nel contempo il gruppo televisivo ha presentato un ricorso presso il Tribunale di Roma per riavere indietro i soldi dal ministero. Spiega Mediaset: ‘I contributi pubblici ai decoder per il digitale terrestre sono stati erogati direttamente ai consumatori e non ai broadcaster che trasmettono in digitale terrestre. E pertanto Mediaset non ne ha tratto alcun vantaggio’. Bruxelles ritiene che il vantaggio sia stato indiretto. L'opposizione insorge: ‘È la certificazione inappellabile del conflitto di interessi della famiglia Berlusconi in materia di Tlc’, afferma l'eurodeputata Patrizia Toia (Pd). Così lo scontro continua. In attesa che, entro l'estate a quanto pare, Bruxelles autorizzi o no lo sbarco anticipato di Sky sul digitale terrestre. Si cambia il canale, ma non lo spettacolo”. (red)

 

 

15. Maxi-offerta di Murdoch per il controllo di BSkyB

Roma - “Murdoch contro Murdoch: da un lato il figlio James, presidente di BSkyB, dall’altro il padre Rupert, fondatore e presidente di News Corp. Il gruppo multimediale fondato da Rupert Murdoch – scrive il CORRIERE DELLA SERA – ha lanciato una proposta — per ora non è ancora un’offerta formale— da 7,8 miliardi di sterline in contanti (circa 9,4 miliardi di euro) per comprare il 61 per cento della pay-tv satellitare britannica che ancora non possiede. Ma BSkyB ha bocciato la proposta, perché inadeguata. E ha rilanciato di un miliardo. Il gran rifiuto è arrivato, all’unanimità, dai consiglieri indipendenti (8 su 14), perché James Murdoch si è chiamato fuori dalla questione, per l’evidente conflitto di interessi non solo di sangue, visto che è anche alla guida di News Corp Europe e News Corp Asia. Un’offerta fatta oggi a 700 pence per azione, già migliorata rispetto a un valore iniziale di 675 pence ad azione proposto il 10 giugno, ‘sottovaluterebbe significativamente BSkyB’, spiegano i consiglieri indipendenti, confortati dagli advisor Morgan Stanley e Ubs Investment Bank. E in questi termini non la raccomanderebbero agli azionisti. Ma la risposta non è una porta chiusa in faccia al maggiore azionista, bensì un invito ad alzare il prezzo fino a 800 pence ad azione. E per meglio valutare ‘una possibile nuova offerta e ogni questione rilevata alla proposta’, il consiglio di amministrazione”. (red)

 

 

16. Bloody Sunday, il mea culpa di Cameron

Roma - “Il premier inglese David Cameron – scrive il CORRIERE DELLA SERA – si è scusato per il massacro passato alla Storia come ‘Bloody Sunday’: 14 manifestanti cattolici uccisi dai parà britannici il 20 gennaio 1972 in Irlanda del Nord. ‘Il comportamento’ dei soldati fu ‘ingiustificato e ingiustificabile’, ha detto Cameron in un discorso al Parlamento, che ha fatto seguito al rapporto di 5 mila pagine scritto dal giudice Lord Saville. ‘Ciò che è accaduto non avrebbe dovuto mai, mai succedere. Alcuni nelle nostre forze armate agirono in modo sbagliato’, ha detto Cameron. Il premier ha spiegato che il primo colpo fu sparato dall’esercito inglese e che nessuna delle vittime era armata. Inoltre ha detto che alcuni soldati ‘diedero consapevolmente falsi resoconti per giustificare l’apertura del fuoco’. Una folla raccolta nella piazza del municipio di Londonderry ha accolto con soddisfazione il discorso di Cameron. Alcuni parenti degli uccisi hanno esultato: ‘Erano innocenti’”. (red)

 

 

17. Fuga dal Kirghizistan, trecentomila sfollati

Roma - “Le violenze interetniche che stanno devastando il Sud del Kirghizistan, Paese strategico ma instabile dell’Asia centrale, hanno già causato, secondo un bilancio provvisorio, 170 morti e 1.762 feriti. Ottantamila profughi della minoranza uzbeka sono riusciti a varcare la frontiera prima che venisse chiusa, lunedì, e 200 mila persone sono sfollate nelle zone più calme e per sottrarsi alle violenze. Gli sviluppi sono seguiti attentamente dalle grandi potenze - in particolare Russia, Stati Uniti e Cina - che in quei luoghi hanno interessi militari ed economici. Secondo il presidente Dmitry Medvedev – scrive LA STAMPA – la situazione in Kirghizistan è ‘intollerabile’ e ‘molto pericolosa’. Mosca però non intende intervenire militarmente, come le aveva chiesto la presidente ad interim, Roza Otunbayeva, ‘per pacificare la situazione, ormai fuori controllo’. La Russia non intende andare oltre gli aiuti umanitari e il battaglione di paracadutisti inviati nella sua base militare di Kant, 20 km a Ovest della capitale, Bishkek. Lì stazionano le forze di reazione rapida dell’Organizzazione per il trattato collettivo di sicurezza (Otsc), la Nato dell’Est, che raccoglie sette Stati ex sovietici: Russia, Bielorussia, Armenia, Kazakistan, Uzbekistan, Tagikistan, Kirghizistan. L’Otsc, riunita d’urgenza lunedì, ha escluso un intervento militare, perché la crisi in Kirghizistan è ‘un problema interno’ e non un’aggressione esterna. Manderà però elicotteri, attrezzature e benzina. A Mosca si ritiene che sarebbe una follia andarsi a cacciare nel caos del Sud-Kirghizistan, dove l’odio etnico serve da pretesto per regolamenti di conti politico-mafiosi. Sullo sfondo degli attuali pogrom, infatti, non si deve perdere di vista l’assassinio, il 7 giugno, del capo mafioso di origine uzbeka Aïbek Mirsidikov, molto vicino a Akhmad Bakiev, fratello di Kurmanbek l’ex presidente deposto ad aprile e fuggito in Bielorussia. A fine maggio Aïbek era stato additato dal governo di Bishkek come l’istigatore delle prime violenze etniche nei villaggi del Sud. La sua morte, in una sparatoria per strada, non può essere estranea alla situazione”. 

 

“L’alto Commissario Onu per i diritti umani, Navi Pillay, lunedì ha parlato di scontri ‘orchestrati, mirati e pianificati’. Le violenze in Kirghizistan sono un problema per il vicino uzbeko, che deve fronteggiare l’onda di decine di migliaia di profughi. Governato con pugno di ferro dal presidente Islom Karimov, i cui oppositori vengono torturati a morte nelle carceri, l’Uzbekistan teme per la sua ‘stabilità’ e chiude spesso le sue frontiere. Anche Washington segue le vicende da vicino. La base americana di Manas, 25 km a Ovest di Bishkek, è un importante centro di transito per le truppe dirette in Afghanistan. Lontana dalla zona dei disordini, in questi giorni continua a funzionare normalmente, limitandosi a mandare aiuti umanitari agli ospedali. Washington è in contatto con il governo provvisorio uzbeko, con la Russia, l’Onu e l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (Osce) per trovare ‘una riposta internazionale coordinata’. Gli Stati Uniti vorrebbero coinvolgere l’Osce, come già avevano fatto per gestire le dimissioni e la fuga del presidente Kurmanbek Bakiev. Quanto alla Cina, ha già fatto rimpatriare i 185 cinesi che vivono a Osh, per lo più uomini d’affari o muratori. Il Kirghizistan fa infatti parte di quell’Asia centrale ex sovietica dove la Cina si è imposta economicamente dopo il crollo dell’Urss. I disordini nel Sud del Paese rappresentano un motivo di inquietudine politica per Pechino, dato che quella provincia confina con lo Xinjiang, l’antico ‘Turkestan orientale’, che circa un anno fa è stato insanguinato dai violenti scontri tra i cinesi han e i musulmani uiguri, la più grande minoranza etnica di quella regione. Il Kirghizistan, che sotto la pressione di Pechino ha dovuto mettere la museruola all’opposizione uigura installata a casa sua, ospita sempre parecchie decine di migliaia di membri di quella etnia, strettamente legata ai kirghizi sul piano religioso e linguistico”. (red)

 

 

18. Marea nera, l'annuncio di Obama: interverrà l'esercito

Roma - “Mettendola al centro del primo discorso dallo Studio Ovale della sua presidenza, Barack Obama ha trasformato ieri la marea nera nel Golfo del Messico in un’emergenza nazionale, sulla quale è deciso a mettere in gioco la credibilità e forse lo stesso futuro politico della sua Amministrazione. Una scommessa – scrive il CORRIERE DELLA SERA – molto rischiosa, per un presidente da mesi sgradito a oltre la metà degli americani. Di fronte a quello che ha definito il ‘peggiore disastro ambientale della nostra Storia’, Obama ha delineato un piano d’azione senza precedenti, basato sulla mobilitazione di ogni risorsa economica, politica, militare a disposizione del governo e mirato al completo restauro ecologico ed economico della regione, inquinata da milioni di barili di greggio, che continuano a fuoruscire dal pozzo della Bp, dopo l’esplosione della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, il 20 aprile scorso: la perdita è di 35-60 mila barili al giorno. La nuova stima (prima si calcolava una perdita di 20-40 mila barili) è di esperti del governo federale. Bp ne cattura circa 15 mila al giorno dopo una sospensione di alcune ore dovuta a un incendio scoppiato sulla nave, colpita da un fulmine. ‘Questo è un assalto alle nostre coste, risponderemo con tutto quello che abbiamo e questo comprende il più grande esercito del mondo’, aveva detto in mattinata, parlando alla base aero-navale di Pensacola, in Florida. Annunciato dalla Casa Bianca come ‘il punto di svolta’ della crisi, il discorso alla nazione è stato introdotto da un’attenta coreografia, che nei due giorni precedenti ha visto il presidente per la quarta volta in Louisiana e per la prima volta in Mississippi, Alabama e Florida, gli altri Stati colpiti dalla catastrofe”. 

 

“Il viaggio nel Golfo e il discorso – aggiunge il quotidiano di via Solferino – hanno anche preparato lo scenario per lo ‘show-down’ di stamane a Washington, dove Obama incontrerà i capi della Bp con l’intenzione di metterli definitivamente di fronte alle proprie responsabilità, sia rispetto alla chiusura della falla, che ai danni da pagare. Poco ore prima del discorso presidenziale, la Casa Bianca ha annunciato la nomina di Michael R. Bromwich alla guida della Mineral Management Service, l’Agenzia federale del petrolio, con l’incarico di risanarla e riorganizzarla su nuove basi. Nel suo intervento Obama ha dapprima indicato in che modo l’Amministrazione intenda procedere nel lavoro di ripulitura del greggio, il cui scopo è né più né meno che il pieno ripristino dell’eco-sistema della regione, restituendo mare, spiagge e paludi al loro antico splendore ed eliminando ogni pericolo di sopravvivenza per la fauna. Alle vittime della catastrofe, alle migliaia di persone la cui sicurezza economica è minacciata, il presidente ha promesso che riceveranno ‘aiuto e protezione’, che saranno risarciti senza rimanere invischiati in procedure e ostacoli burocratici. Il portavoce della Casa Bianca, Robert Gibbs, ha confermato che l’Amministrazione intende sottrarre il meccanismo dei rimborsi alla Bp, convincendola o se del caso ‘obbligandola per legge’ a creare un fondo di compensazione autonomo da 20 miliardi di dollari, che ‘garantisca rapidità, efficienza e trasparenza nelle erogazioni’”. (red)

Prima pagina 16 giugno 2010

Vade retro Osce. Vietato criticare il ddl sulle intercettazioni