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Non si sorprenda, “padrona” Marcegaglia

Razza padrona. Talmente piena di sé, e delle sue certezze economiche e politiche (rigorosamente in quest’ordine), da non rendersi nemmeno conto dell’arroganza con cui si esprime e si comporta. E con cui, ben prima di manifestarlo con le parole e le azioni, pensa e sente. Pensa che il mondo si divida tra chi ha i soldi e comanda, e chi non ne ha e deve solo ubbidire. Sente di appartenere a un’élite selezionata e ammirevole, che decide per conto suo e che non deve spiegazioni a nessuno. Il potere non si giustifica. Il potere si esercita. 

Emma Marcegaglia è la nuova campionessa del genere. Finita stabilmente sotto i riflettori dei media a partire dall’elezione a presidente di Confindustria, avvenuta il 13 marzo del 2008 col 99,2 per cento dei voti, ha trasferito nel nuovo incarico la stessa grinta che l’ha portata a diventare l’amministratore delegato dell’impresa di famiglia e che le è valso, anche perché il settore in cui il padre si è arricchito è la siderurgia, il soprannome di “lady d’acciaio”. Il risultato, per restare a questi ultimi giorni, sono un paio di affermazioni che nel loro piccolo – nella loro piccineria – meriterebbero di essere ricordate. La prima risale al 4 giugno. La “sciura Emma” è a Pechino e le chiedono un parere sull’innalzamento a 65 anni dell’età pensionabile per le donne. Lei premette la consueta ovvietà sulla vita che si fa sempre più lunga, e subito dopo se ne esce con un disinvolto «perciò non sono affatto spaventata che le donne possano andare in pensione un po' più in là nel tempo». Meno male: lei, che della pensione se ne può strafregare, non è «affatto spaventata» del fatto che le altre donne vadano in pensione a 65 anni. 

La seconda è roba di ieri. La Fiom tiene duro su Pomigliano e lei se ne mostra più che mai sorpresa. Incredula. Persino scandalizzata. «Secondo noi – commenta con genuina meraviglia – è incredibile che ci sia un no». Un “no”, si affretta a precisare, «davanti a un’azienda che va contro la storia, prende produzioni dalla Polonia e le riporta in Italia, investe 700 milioni di euro». Insomma: la Fiat è stata così generosa da sfiorare l’autolesionismo e da andare addirittura «contro la storia», e quegli ingrati del sindacato non lo comprendono. Non lo apprezzano. Non si precipitano a firmare l’accordo “by Marchionne” levando alti canti di giubilo e chiamando i loro iscritti a una grande manifestazione, finalmente, non già di protesta ma di gaudio. 

La Presidentessa se ne rammarica assai. La Presidentessa non lo capisce proprio, come ciò sia possibile. Non è che faccia finta e che reciti la parte dell’interlocutore inflessibile alle prese con una trattativa difficile. Il punto, il problema, è che lei è proprio così. L’hanno cresciuta in questo modo. L’hanno motivata a laurearsi in Economia alla Bocconi. A prendere l’inevitabile master in Business Administration in un’università americana. Anni e anni a impregnarsi della logica brutale degli affari. Prima a immaginarsi al timone delle sue fabbriche. Poi a reggere quel timone (Cosa cazzo stanno facendo, gli uomini giù nella stiva?). E infine a guidare l’intera flotta degli industriali italiani. Occhi fissi sull’orizzonte. Lo sguardo concentrato esclusivamente sulla meta prefissata. E che nessuno si metta in mezzo. Che nessuno si lamenti. Che nessuno “osi” lamentarsi. 

È la stessa iattanza dei ricchi di stampo ottocentesco. La stessa indifferenza per i destini altrui. La stessa chiusura, compiaciuta e sprezzante, ottusa e sommaria, per chi non appartiene ai club esclusivi del denaro e del potere. È lo stesso modo di essere che a suo tempo portò al marxismo e alla lotta di classe, con la loro carica di odio e la loro lunga scia di violenze. Risposte imperfette, ma a modo loro inevitabili, a una sopraffazione elevata a sistema. Ed esibita, per di più, senza alcun ritegno.  

Federico Zamboni

Prima pagina 17 giugno 2010

Prima pagina 16 giugno 2010