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No-Global o New-Global? Comunque, Non Pervenuti

Che fine hanno fatto i “no-global”? Si rifanno vivi solo quando c’è da stringere d’assedio il G8 di rito o quando organizzano i propri forum come a Porto Alegre. Per il resto, nel dibattito pubblico non esistono. E non esistono per il semplice motivo che il loro messaggio passa attraverso i media mainstream che li digerisce e li risputa fuori solo come “contestazione di sinistra” ad un modello, la globalizzazione, dato per scontato, inevitabile, naturale. Non solo veri no-global. Sono new-global: avversari non della globalizzazione in sé, ma della sua applicazione iperliberista e americanista. 

La marea "alternativa", tutti quei movimenti e gruppi che aspirano ad una globalizzazione "diversa" ("un altro mondo è possibile", è il loro slogan) si accontenterebbero che essa fosse liberata dalle disuguaglianze economiche e dallo sviluppo insostenibile, che per loro potrebbe benissimo diventare sostenibile se corretto e riformato secondo superate ricette  terzomondiste (in pratica la redistribuzione di risorse dal Nord al Sud, perpetuando così l'invasione economica e culturale dell'Occidente in Africa, Asia e America Latina). E invece è ipso facto un delitto contro l'umanità l'omologazione di ogni centimetro della Terra al nostro totalitario modello di produzione e consumo, ai nostri stili di vita e al nostro immaginario sociale. Non è ai presidenti e primi ministri dei G8 che si deve chiedere il conto della fame che attanaglia intere popolazioni, della miserie delle bidonvilles africane, delle discariche di rifiuti occidentali disseminate nei paesi del Sud del globo. I primi responsabili siamo noi, che quando produciamo all'impazzata per tenere in piedi il baraccone industriale e quando diamo credito (la famosa "fiducia") al sistema finanziario, ci macchiamo della colpa di distruggere mezzo mondo. E spiace sentire che anche Ratzinger, questo papa per altri versi apprezzabile, si accodi alla schiera "riformista" sostenendo, come ha affermato l’anno scorso, che bisogna "convertire il modello di sviluppo globale, rendendolo capace di promuovere uno sviluppo umano integrale". Ci aspetteremmo dai cristiani, quelli veri, che almeno loro dicano una parola chiara su questo e si ribellino ad una società che contraddice i vangeli dalla prima all’ultima riga. Invece, al massimo qualche flebile voce minoritaria e strozzata. 

L'alternativa, quella vera, c'è. È il no alla globalizzazione in quanto tale. Sono le piccole patrie. È riportare la misura dell'esistenza dei popoli al più piccolo grado di prossimità con le comunità che si auto-riconoscono come tali. Una misura declinabile in forme differenti: tribali dove ancora esiste il senso di tribù, o nazionali, o bioregionali, o politico-civiche. Per l'Italia, il pensiero di chi scrive va alla scrostazione della posticcia maschera di "Stato nazionale" uscita dal Risorgimento, risultato di maneggi cavouriani e monopolio di elites senza seguito, e alla riemersione delle feconde peculiarità comunali, o regionali, o isolane, o addirittura valligiane, caso per caso, in base a tradizioni, dialetti, senso di appartenenza ma anche, elemento decisivo, alla presenza di un interesse territoriale comune qui e ora, in questo frangente storico. Il tutto modulabile secondo la necessità di far fronte all'oggi, su su fino ad una Grande Europa che faccia da cappello protettivo. Detto con un esempio: il mio Veneto, terra di antichi costumi municipali ben amministrati dalla liberalità del Leone di Venezia, una piccola patria all'interno di un'Italia confederata, neo-rinascimentale (senza più l'eterna conflittualità del Quattro-Cinquecento, si capisce), a sua volta inserita in un'Unione Europea dei popoli, indipendente dall'alleanza-capestro con gli Stati Uniti e svincolata dalla dittatura dell'euro.

Dice: ma se i no-global fossero coerenti e perciò abbracciassero un localismo potenzialmente esplosivo per l’ordine costituito degli Stati-nazione, allora sì che la censura mediatica li eliminerebbe del tutto da ogni visibilità. Verissimo. Però il loro potenziale non sarebbe disinnescato in partenza dalla comune raffigurazione che in fondo li mostra per quello che sono: i migliori alleati della globalizzazione in quanto le forniscono l’alibi democratico di una protesta connivente e quindi, piaccia o meno, impotente.

 

Alessio Mannino

Secondo i quotidiani del 18/06/2010

Nutella e libertà di condizionamento