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Come un cane in moschea

Vita da cani, essere trattati come un cane in chiesa, è già una ottima situazione per questi nobili mammiferi carnivori che accompagnano l’uomo, in caccia e pastorizia, da millenni, dando molto più di quanto, spesso, ricevano: ma in moschea è molto peggio. L’islamica repulsione verso questo animale è arrivata al parossismo, ma diciamo pure al grottesco: l'ayatollah Naser Makarem Shirazi è arrivato a lanciare una fatwa contro questo animale, impuro per l’Islam al pari dei suini.

Le culture andrebbero tutte rispettate, esige il politicamente corretto, ma quando si  arriva a certi punti l’unica reazione possibile è una risata di superiore, sdegnoso, compatimento. Neppure la CEI, che pur entra in maniera fin troppo invadente nella vita dello Stato e nelle nostre, pur condividendo lo stesso dio di Naser Makarem Shirazi, mai è arrivata a simili livelli di interferenza nel quotidiano di una nazione, senza dimenticare che, di fatto, anche se formalmente non di diritto, certe religiose masturbazioni mentali sono praticamente legge in un paese teocratico camuffato da democrazia. Non basta il voto per eleggere un parlamento, e Ahmadinejad, piaccia o no, le elezioni le ha vinte senza brogli come Berlusconi. Per fare una democrazia, sono altri i diritti nella vita comune di tutti i giorni che vanno rispettati, e, nonostante in Europa la situazione della libertà sia tetra, almeno qui non si arriva a vietare i cani. Al massimo si impone loro, giustamente, il sacchetto per la cacca della bestia, e si scatenano ingiustificate crociate contro le museruole.

Naturalmente lì, come purtroppo qui, la legge non è uguale per tutti, se un iraniano comune non può detenere o portare in pubblico un cane, salvo multa per il reato di “camminata in pubblico”, il servo della “CEI islamica” ha avuto la sua brava fatwa per poter detenere quattro cani da guardia comprati in Germania a 110.000 euro l'uno. Va bene difendere i diritti internazionali dell’Iran, specie verso Israele con cui condividono lo stesso dio e le stesse idiosincrasie verso gli animali, curiosamente proprio quelli orwellianamente più uguali degli altri stile Ahmadinejad, ma quando si guarda la loro politica interna e le libertà dei singoli cittadini di vivere come vogliono, la posizione è indifendibile.

Solo una debole linea di difesa potrebbe essere concessa all’ayatollah Naser Makarem Shirazi ed è quando dice che in occidente i cani sono più amati di mogli e figli. Questo è vero, chi bazzica, ad esempio,  faccialibro lo sa: c’è più sensibilità verso i “diritti” delle bestie che verso la dignità dell’uomo. È difficile trovare qualcuno che, nelle molte pietose pagine di parole sprecatesi si schieri, senza ipocrisie, per la pena di morte verso i più spregevoli assassini ma tanti, al contempo, vorrebbero veder giustiziati coloro che abbandonano i cani. Va bene punire, ma con una multa, un uomo che si macchi di questo supremo delitto, ma pretenderne l’esecuzione è un isterico dare ragione a chi sostiene che l’occidente stia andando in vacca (con tutto il rispetto per il nobile bovino, sia ciò chiaro per mantenere l’appoggio politicamente corretto degli integralisti dell’animalismo).

A favore del cane, va però detto, essere posto nella scala del rispetto dopo la donna - che infatti l’ayatollah non definisce così ma chiama “moglie”, perché ha valore sociale solo in quanto tale non certo in quanto “femmina” - è un vita terribile, è una deminutio capitis inaccettabile anche per un animale, fosse anche una bestia impura come un porcello da prosciutto, piacere che l’Islam, ma non solo lui, nega ai sui “sottomessi”. Non siamo certo fanatici dell’animalismo, magari quello ipocrita che salva il povero gatto investito per poi castrarlo perché fa puzza marchiando il terriotorio seguendo la sua natura: meglio morire sotto un’auto che vivere da eunuchi viziati. Essere, però, considerati peggio di una donna nell’Islam è troppo anche per la più infame delle forme viventi: pensate a questo povero cane che per essere accettato debba camminare velato e a cinque metri dietro il maschio, non è accettabile neppure per una bestia figuriamoci ancor meno per una donna, quella chi i latini prima di cristo chiamavano Domina, Signora.

Esageriamo, è vero, nell’amore per animale, in occidente, e difettiamo di amore per l’uomo, ma questa fatwa chiama veramente una maledizione di ritorno: possano questi “animali sporchi”, eroi di terremoti e valanghe, che “trasmettono malattie” non fiutarvi e, quindi, contaminarvi quando ne avrete bisogno. Ma non tutti gli Iraniani sono succubi della loro “CEI”, quasi come da noi, non è un caso infatti che praticamente tutti i registi iraniani mettano animali domestici nei loro film, ma come i cani finiscono accalappiati e in galera anche loro, da noi chi va contro gli ayatollah alla peggio non lavora più o diventa di nicchia.

L’Iran può anche essere usato come esempio di incoerenza occidentale nella gestione dei diritti di uguaglianza fra nazioni, ma qui ci si ferma, perché le sanzioni saranno infami: ma un regime che impedisce di mangiare l’animale impuro che si desidera bevendo tanto alcol quanto si vuole accarezzando il proprio cane, magari dopo una giornata di caccia che cementa l’antica fratellanza uomo-cane del neolitico, merita solo una risata di superiore arrogante sdegno. Con uno solo spunto di riflessione: prima delle bestie sappiate amare gli uomini, perché così è nelle leggi della natura che l’integralismo animalista viola credendo di seguire.

 

Ferdinando Menconi


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