Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 21/06/2010

1. Le prime pagine

Roma -

CORRIERE DELLA SERA – In apertura: “La confusione di Lippi e un’Italia senza qualità”. Editoriale: di Sergio Romano “Caso Ustica e un esempio da Londra. Le verità impossibili”. Al centro: “Il restauro fantasma di Sepe”; “Bossi; Il Federalismo è mio”. In basso: “pubblico e privato” di Francesco Alberoni “Le personalità autoritarie sbagliano con più facilità”; “Domenica di giugno. Con la neve”.

LA REPUBBLICA – In apertura: “I pm a Napoli. Sepe: Collaboro”. Editoriali: di Stefano Rodotà “Chi svuota la Costituzione” e di Marc Lazar “La Sinistra ritrovi se stessa”. Al centro: “Flop Italia, ora rischia di tornare a casa”; “Bossi: Sono io il federalismo”. Di spalla: “Se la tecnologia cambia l’antica Via della seta”. In basso: “Anima gemella cercasi. Con lode”; “Il Lingotto ora pensa a un piano C per Pomigliano; “Lui altoatesino lei marocchina la burocrazia vieta le nozze”.

LA STAMPA – In apertura: “Sepe: pronto a collaborare”. Editoriale: di Gian Enrico Rusconi “Ratzinger paga anche per gli altri”. Al centro: “Mondiali, Italia flop, rischia di tornare a casa”. Di spalla: “Se l’estate diventa virtuale”; “Bossi a Brancher: Al federalismo tanto ci penso io”; “Il popolo padano ha paura di non farcela”. In basso: “Mediocrità azzurra specchio del Paese”; “Ora a Lippi resta una carta sola: Pirlo”.

IL SOLE 24 ORE – In apertura: “Rischi fiscali per 100mila società”. Editoriale: di Angelo Provasoli e Gaudenzio Albertinazzi “I soli numeri non dicono l’intera realtà”. Al centro: “Paesaggi protetti. Soprintendenti più severi nel concedere le autorizzazioni alle opere”; “Confini più stretti alla classa ction”. Di spalla: “idee” di Michele Ainis “Sui reati degli immigrati due pesi e due misure”. In basso: “La suggestione ingrediente dei nuovi sapori”.

IL MESSAGGERO: In apertura: “Il Vaticano: Sepe collaborerà”. Editoriale: di Romano Prodi “Un cambiamento nella continuità. Salari e moneta, ci sono tante novità in Cina”. Al centro: “Un’Italia piccola piccola: solo pari, rischia l’esclusione”; “Si indaga sull’assunzione all’Anas del nipote dell’arcivescovo”; “La provocazione di Bossi: i ministeri via da Roma”; “Alemanno: appello ai romani, insieme per il futuro della città”. In basso: “Dal vino senza uova al formaggio senza latte, così l’Europa cambia il menù degli italiani”; “Estate al via con neve e nubifragi”.

IL TEMPO: In apertura: “Ora indaga il Vaticano”. Editoriali: di Raffaele Iannuzzi “Papa Ratzinger è stato chiamato a salvare la Chiesa”, di Susanna Novelli “51nuove parrocchie da costruire a Roma”. Al centro: “Bossi a un bivio, gli serve la meta”; “Intesa scritta tra Silvio e Fini”; “Questa Italia è agli antipodi del calcio”; “Le grandi d’Europa hanno steccato tutte”. Di spalla: “Parlano qui i ragazzi della Luiss”; “La vera posta in gioco a Pomigliano”; “La guerra dei Popolari stende il Pd”.

L’UNITA’ – In apertura: “Il pasticcio di Pontida”. In basso. “G8, i pm ora chiedono gli elenchi al Vaticano”; “Solo un pari. Buio Italia. Sfida drammatica con la Slovacchia”.

ITALIA OGGI – In apertura: “Occupazione al punto di svolta. Nel secondo semestre dell’anno è prevista la ripresa, ma resta forte l’asimmetria tra le necessità delle aziende e i profili sul mercato”.

 (red)

 

 

2. Sepe: tanta invidia dentro e fuori la Chiesa

“Quanto pesa questa croce, cardinale? Crescenzio Sepe impone le mani, paterno, sulle teste dei cronisti, sospira: ‘Ogni croce è croce, ma sempre croci sono... non c’è vita di cristiano senza croce!’. La gente gli si stringe attorno, lui accarezza mille facce, mille labbra gli baciano l’anello uscendo dalla basilica di San Lorenzo Maggiore nella sera napoletana fradicia di pioggia: ‘Sì, il popolo mi sta molto vicino’, sorride. Lo staff lo sospinge sull’auto dai vetri oscurati: ‘Tra poche ore saprete la verità! Sarete soddisfatti...’. È pronta una sua lettera pastorale alla diocesi, per spiegare, spiegarsi ai fedeli: ‘Mi metto a disposizione dei magistrati, ecco com’è andata nei dettagli...’. Bene e male sempre stanno nei dettagli”. Si legge sul Corriere della sera. “È il giorno più lungo, che finisce così, dopo l’amaro in bocca, arriva il conforto. Già al mattino presto, al secondo piano di palazzo Donnaregina, squilla il telefono: è Fernando Filoni, sostituto della Segreteria di Stato. Il Vaticano si fa vivo, dopo il primo gelo: ‘Eminenza, parliamone’. Si concorda la linea, ‘stima e vicinanza in un momento difficile’, è quello che dirà padre Federico Lombardi alla stampa di lì a poco. Arriva anche la telefonata di Angelo Bagnasco: ‘Ti sono accanto con affetto, tutto si chiarirà’. Forte di questo viatico, il cardinale si alza dalla graticola e affronta la sua domenica. Prima tappa, dieci del mattino, la chiesetta di Sant’Onofrio dei Vecchi, sul corso Umberto, che festeggia i 150 anni di promozione a parrocchia. Folla smisurata all’evento: il vero evento è Sepe e tutti lo sanno. Lui intreccia le grandi mani contadine nella preghiera. Abbassa appena la voce potente e cita il Vangelo di Luca, stando come Gesù davanti agli apostoli: ‘Voi, chi dite che io sia?’. Nella chiesa stracolma, tra messali e telecamere, sacro e profano, i fedeli capiscono, lo guardano con occhi lucidi. È confessione e penitenza, rito di purificazione collettiva celebrato sul corpo e sulla natura stessa del pastore di queste anime: bene omale, salvezza o impostura, ‘chi credete che io sia?’. Le metafore evangeliche e la logica della proprietà transitiva lo conducono a un passo dal transustanziare i suoi guai terreni nel sacrificio del Redentore (‘l’identità del cristiano è la stessa di Gesù’, del resto) nel cuore di una città di nuovo scossa da uno scandalo attorno al suo cardinale: prima Michele Giordano, adesso il successore, questo teologo popolano che benedice i fedeli in dialetto (‘ a maronna v’accumpagna ‘), macchiato da una storia miserabile di corruzioni romane. Il cardinale conosce le parole di rito per i microfoni: ‘La verità vince sempre, sono sereno, ho operato secondo coscienza!’, ripete, una, due, dieci volte in una ressa selvaggia che per qualche minuto lo rende drammaticamente simile a un qualsiasi povero ladrone di Tangentopoli sballottato dagli eventi. Ma sa soprattutto, Sepe, che l’assoluzione deve venire dal suo popolo. E questo è il giorno giusto, giorno di omelie, di visite pastorali ai nigeriani, ai romeni e nel pomeriggio alla basilica di San Lorenzo per la quarantaduesima festa napoletana della comunità di Sant’Egidio. ‘Dopo il calvario c’è sempre la resurrezione’, dice dunque dall’altare, e tutti capiscono chi sia il crocifisso. C’è un grande silenzio, in cui risuona il pianto di qualche bambino (ce ne sono tanti, glieli portano per la benedizione). ‘E Gesù chiese ai suoi apostoli: chi dicono che io sia?’. Silenzio, pausa. ‘Gesù non fa come fanno certi opinionisti di oggi, che vogliono sapere quanti e non quanti... La domanda di Gesù è sapere se i suoi discepoli credono nella sua identità’. Eccolo, il punto, l’identità bruttata, resa grottesca da una pochade tangentista, il rischio che lo strumento diabolico della risata possa seppellire il suo prestigio. ‘Il figlio dell’uomo dovrà patire, soffrire... C’è tanta invidia fuori e dentro la Chiesa... Io non sono un politico, non un industriale, non un ricco, non uno che viene a dire parole, ma a dimostrare l’amore di Dio. Quanti martiri anche oggi vengono torturati, disprezzati, umiliati, infangati! Ma noi non dobbiamo aver paura, come diceva il grande Giovanni Paolo II’, e anche questa citazione del Papa che gli diede la porpora, contrapposta al silenzio su Ratzinger che l’ha sfrattato da Propaganda Fide, non appare casuale. Sacro e profano, inscindibili nell’omelia: ‘Siate fedeli a Cristo nonostante le tentazioni e lemalversazioni, a Maronna v’accumpagna, amen’. Un applauso che diventa ovazione parte dai banchi. In sagrestia c’è la torta, ci sono i botti e i coriandoli, Sepe sta nel suo come uno scugnizzo invecchiato alla prima comunione del migliore amico. Chi sono mai Balducci e Bertolaso? Addentando il dolce le loro ombre sono così lontane... All’uscita, uno scatolone si apre e dieci colombe si levano in volo. ‘Cardina’, la Madonna t’accompagni a te, ne hai bisogno!’, strillano le donne. A San Lorenzo Maggiore ancora applausi e lacrime. Ancora un bagno di folla, anche se qui ci sono le istituzioni, i comandanti di carabinieri e Finanza. In verità manca il sindaco (con la Iervolino non si sono mai amati), ma il prefetto Pansa, lungo pedigree di lotta ai clan, si alza come una delle dieci colombe e lo bacia due volte sulle guance. La nottata non è ancora passata, no, ma stanotte, da queste parti, pare meno buia”.

 (red)

 

 

3. Sepe, Vaticano: Collaborazione secondo Concordato

Roma -

“Chiarire al più presto, chiudere la faccenda, tenere fuori Propaganda Fide, anche perché ne va delle offerte dei fedeli. La preoccupazione più urgente in Vaticano, a cominciare dal Papa, è evitare che ci vada di mezzo l’immagine pubblica di un dicastero chiave come quello per l’Evangelizzazione dei popoli: i 9 miliardi abbondanti del suo patrimonio, frutto di proprietà e donazioni di quasi quattro secoli, sostengono un terzo abbondante della Chiesa universale— 1.077 circoscrizioni ecclesiastiche su 2.883— nelle zone più povere del pianeta, dall’Africa all’Asia, e quindi missioni, ospedali, opere di carità. ‘Per questo giorni fa si è detto che eventuali responsabilità, se davvero esistono, sono personali: bisogna dissipare ogni dubbio, mettere in chiaro che la Congregazione non fa affari’, spiegano Oltretevere”. Si legge sul Corriere della Sera. “ Di qui le riunioni di ieri mattina, la telefonata dalla Segreteria di Stato al cardinale Sepe che, per parte sua ‘è disponibile a parlare ai magistrati appena lo chiameranno, rinuncerà a ogni privilegio, è pronto a chiarire pubblicamente tutto’. La sera anche il cardinale Angelo Bagnasco ha telefonato all’arcivescovo di Napoli: per dire la sua ‘affettuosa vicinanza in questo momento’, confermare ‘la stima per la sua intensa attività pastorale’ e soprattutto ‘auspicare che il sollecito accertamento dei fatti da parte della competente autorità giudiziaria porti piena luce sull’accaduto’. La posizione ufficiale della Santa Sede è nelle parole, pesate una ad una, che padre Federico Lombardi ha affidato ieri mattina alla Radio Vaticana. ‘Anzitutto, desidero dire una parola di stima e di solidarietà per il cardinale Sepe, in questo momento difficile’, ha premesso il portavoce vaticano. ‘Il cardinale Sepe è una persona che ha lavorato e lavora per la Chiesa e per il popolo che gli è affidato in modo intenso e generoso, e ha diritto a essere rispettato e stimato’. Dopodiché, ‘naturalmente, auspichiamo tutti e abbiamo fiducia che la situazione venga chiarita pienamente e rapidamente, così da eliminare ombre, sia sulla sua persona, sia su istituzioni ecclesiali’. Del resto ‘il cardinale Sepe, come ha già detto egli stesso, collaborerà ovviamente per parte sua a questo chiarimento’. ‘Per parte sua’. È a questo punto che padre Lombardi dice la frase più importante: ‘Naturalmente bisognerà tenere anche conto degli aspetti procedurali e dei profili giurisdizionali impliciti nei corretti rapporti fra Santa Sede e Italia, che siano eventualmente connessi a questa vicenda’. Niente polveroni, la Santa Sede garantisce trasparenza ma anche la magistratura italiana è chiamata a fare chiarezza nel rispetto delle regole, a cominciare dal Trattato del Laterano, dove all’articolo 11 si stabilisce che ‘gli enti centrali della Chiesa Cattolica sono esenti da ogni ingerenza da parte dello Stato italiano’. Tra l’altro, Sepe era stato informato dell’indagine su di lui, ma Oltretevere un’alta personalità fa notare: ‘Non so se sia corretto inviare un avviso di garanzia a mezzo stampa il sabato sera, non si può trattare un cardinale così’. Ma ‘se si fanno domande competenti e sensate si cerca di rispondere per aiutare la magistratura a fare il proprio dovere’. L’importante, appunto, è distinguere le ‘eventuali’ responsabilità, separare persone ed istituzioni. Al di là dell’aspetto penale la Santa Sede sede ha già mostrato di non avere una grande opinione circa la ‘gestione non esemplare’ di Propaganda Fide ai tempi in cui era prefetto il cardinale Sepe, dal 2001 al 2006. Tanto che Benedetto XVI lo trasferì a Napoli, nominando al suo posto l’indiano Ivan Dias, estraneo ai giri di amicizie romani”.

 (red)

 

 

4. Allarme dei giudici: Soldi a Sepe senza motivo

Roma -

"Nell’autunno del 2003 la facciata del palazzo di Propaganda Fide in piazza di Spagna viene completamente avvolta da un ponteggio esterno. ‘Manutenzione provvisoria e restauro’ si legge sulla targa che segnala lo stato dell’opera. Il progettista è l’architetto Angelo Zampolini, che sette anni dopo diventerà noto per essere l’uomo di fiducia di Diego Anemone, il custode di molti dei suoi segreti. L’impresa a cui sono affidati i lavori è la ditta Carpineto, che in una recente informativa del Ros viene definita ‘vicina’ ad Angelo Balducci, ex Provveditore alle Opere Pubbliche”. Si legge sul Corriere della sera. “‘Incongruo’ È solo l’inizio di quegli interventi che nel 2005 beneficeranno di un finanziamento statale da 2,5 milioni di euro, sul quale anche alcuni organi di controllo avevano sollevato molte perplessità. Il primo allarme, infatti, arrivò dalla Corte dei conti, sollecitata da una denuncia del sindacalista della Uil Gianfranco Cerasoli. L'iscrizione nel registro degli indagati del cardinale Crescenzio Sepe, presidente di Propaganda Fide del 2000 al 2006, e dell’allora ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi, è stata decisa dalla Procura di Perugia dopo l’acquisizione di una relazione della Corte dei conti nella quale si definisce ‘incongruo’ e ‘non motivato’ lo stanziamento della cifra, destinata a un palazzo extraterritoriale, essendo di proprietà del Vaticano. La stranezza di quella vicenda, e il fatto che i lavori non ebbero mai fine, hanno convinto i pubblici ministeri di essere in presenza di una contropartita concessa da Lunardi— firmatario del decreto insieme all’ex ministro della Cultura Rocco Buttiglione— in cambio dell’acquisto a prezzi decisamente vantaggiosi di una palazzina di Propaganda Fide in via dei Prefetti, a Roma. L’andamento di quel restauro ha sempre avuto una sorte accidentata. Il primo ponteggio venne smontato nel febbraio 2004. I lavori ripresero nell’estate del 2005, sempre con lo stesso progetto, dopo che all’interno degli ‘interventi in materia di spettacolo ed attività culturali’ previsti per il varo di Arcus, la spa governativa che si occupa di edilizia culturale, venne deciso uno stanziamento di 2,5 milioni di euro per il restauro del palazzo. Cambiò la ditta appaltante, con l'ingresso della Italiana Costruzioni. La Corte dei conti Il totale delle spese previste per un secondo blocco di 26 lavori deliberato da Arcus era di 24,70 milioni di euro. La voce più alta nel capitolo riguardante gli ultimi 13 interventi previsti era proprio quella relativa alla palazzina del Vaticano. Al secondo posto, i lavori per la Metropolitana di Napoli, nelle stazioni Duomo e Municipio (1.5 milioni). In una relazione sul funzionamento generale di Arcus, la Corte dei conti critica pesantemente l’assenza di un regolamento attuativo, previsto in origine ma mai redatto. In questo modo, scrivono i giudici, le scelte non vengono mai fatte da Arcus, ma direttamente dai vertici dei ministeri, senza la necessità di alcuna spiegazione. ‘Il soggetto societario in mano pubblica è stato trasformato in un organismo che in concreto ha assolto prevalentemente una funzione di agenzia ministeriale per il sostegno finanziario di interventi, decisi in via autonoma dai ministri e non infrequentemente ed a volte anzi dichiaratamente, indicati come integrativi di quelli ordinari, non consentiti dalle ridotte disponibilità correnti del bilancio’. La mancata esplicitazione della logica delle decisioni operate ‘dai ministeri e non da Arcus’, scrive nel 2007 la Corte dei Conti, ‘avrebbe portato a decisioni apparentemente non ispirate a principi di imparzialità e trasparenza’. Il sospetto L’episodio della palazzina di piazza di Spagna viene considerato importante perché fa emergere il contesto di presunte reciproche utilità tra il ministro e il religioso. Ma all’esame degli investigatori c’è la gestione complessiva del nutrito comparto immobiliare di Propaganda Fide ai tempi in cui la congregazione era presieduta dal cardinal Sepe. Tra il 2001 e il 2005 molti appartamenti e palazzi di Propaganda Fide vennero ristrutturati proprio da Diego Anemone. Nei giorni scorsi i carabinieri del Ros di Firenze hanno acquisito dal ministero delle Infrastrutture altri appalti e stanziamenti decisi da Lunardi, per verificare se tra quelle carte non vi sia qualche altra utilità fatta giungere tramite Balducci e il ministero a Propaganda Fide. Inoltre sarebbero in corso accertamenti sull’assunzione di un nipote del cardinal Sepe presso l’Anas, azienda pubblica dipendente dalle Infrastrutture. Candidamente, Lunardi ha raccontato che a gestire gli immobili della congregazione era Balducci insieme a Pasquale De Lise, ex presidente del Tar laziale, recentemente nominato presidente del Consiglio di Stato, e al genero di quest’ultimo, l’avvocato Patrizio Leozappa. Gli investigatori avevano già segnalato in una informativa gli ‘stretti contatti’ tra Balducci e De Lise, senza ulteriori precisazioni. In una conversazione del 4 settembre 2009 l’alto magistrato chiama Balducci e gli accenna al fatto che, su input di Leozappa, si è anche ‘occupato’ — le virgolette sono dei carabinieri del Ros— di un provvedimento di rigetto del Tar del Lazio che avrebbe favorito il Salaria Sport village, la struttura riconducibile a Diego Anemone dove Guido Bertolaso avrebbe usufruito di alcune prestazioni sessuali. È un provvedimento per il quale Leozappa incassa i complimenti telefonici di Anemone, per poi replicare: ‘Io il mio lo faccio’. Neppure il nome di Leozappa è inedito. Appare nell’inchiesta fiorentina sulla presunta cricca, perché lavora spesso con l’avvocato d’affari Guido Cerruti, scelto da Balducci per aiutare l’imprenditore Riccardo Fusi in un suo contenzioso con Lo Stato e arrestato lo scorso marzo.Il magistrato L’ultimo nome noto ricorrente in questa nuova fase dell’inchiesta perugina è quello di Mario Sancetta. Il regolamento di Arcus del quale la Corte dei conti lamenta la mancanza era stato affidato in origine proprio a lui, magistrato di quell’organismo, attuale presidente di sezione, indagato a Perugia per corruzione. Gli investigatori si stanno rileggendo alcune intercettazioni riportate in una informativa del Ros dello scorso settembre. Il 25 giugno 2009, Sancetta è al telefono con Rocco Lamino, socio del Consorzio Stabile Novus, di cui faceva parte anche Francesco Piscicelli, l’imprenditore che rideva la notte del terremoto dell’Aquila. Sancetta si lamenta dell’atteggiamento inconcludente che hanno nei suoi confronti Lunardi e ‘il cardinale’, identificato poi come monsignor Sepe, perché ‘non sufficientemente solleciti al soddisfacimento di richieste di commesse’ che il magistrato gli avrebbe fatto pervenire. ‘Non è che sia molto conclusivo, sto’ cardinale — dice —. Io spero allora di incontrarlo, così gli do sto’ depliant… perché l’altra volta gli diedi tutto quel fascicolo che non serve a niente, insomma… come pure ora devo vedere la prossima settimana a coso… Lunardi… anche lui, perché lui mi ha obbligato… ma la gente si piglia le cose degli altri e non gli fa niente… quella è una cosa indegna’. Il canovaccio si ripete in altre telefonate, nelle quali Sancetta accenna alla possibilità di sfruttare il suo rapporto con Lunardi per far avere a Lamino qualche commessa da parte di Impregilo (‘Ma non so se dargli fiducia…’) oppure nell’ambito dei lavori post terremoto, magari facendo leva sul fatto che l’ex ministro ha ancora un procedimento pendente presso la Corte dei conti. ‘Con Lunardi — dice — c’abbiamo una questione ancora in sospeso’. ”.

 (red)

 

 

5. Sepe, per cardinale immunità e segreto professionale

Roma -

“‘Il significato di quella frase mi pare chiaro. Cioè che ora l’autorità giudiziaria italiana deve informare ufficialmente la Segreteria di Stato della Santa Sede che si sta iniziando un procedimento contro un alto ecclesiastico. Non c’entra la Conferenza Episcopale. Parliamo di un arcivescovo nonché cardinale... l’unica sua autorità superiore è il Pontefice, quindi l’interlocutore è la Segreteria di Stato’. Il professor Enrico Vitali, docente di Diritto ecclesiastico e canonico all’università Statale di Milano, decifra così la frase di padre Federico Lombardi, portavoce vaticano (‘bisognerà tenere anche conto degli anche della cittadinanza vaticana, ma a patto che risiedano nella Città del Vaticano e in Roma’.” Si legge sul Corriere della Sera. Il cardinale Sepe ha un passaporto della Santa Sede... ‘Evidentemente deriva dalla sua antica condizione di Prefetto di Propaganda Fide, uno dei dicasteri vaticani’. Facciamo un’ipotesi. Un cardinale come Sepe può essere formalmente convocato per un interrogatorio? ‘Facendo valere la sua condizione speciale, potrebbe chiedere che l’interrogatorio si svolga in un luogo terzo o addirittura presso il suo stesso domicilio’. Sempre in pura teoria: potrebbe essere arrestato? ‘Escludo che qualcosa del genere possa accadere, anche per l’assoluta mancanza di un pericolo di fuga. Ma inseguendo sempre le ipotesi e le congetture, Sepe potrebbe nel caso sostenere che all’epoca dei fatti contestati non era arcivescovo di Napoli ma Prefetto di Propaganda Fide. Ora, l’articolo 15 del Concordato del 1929, tuttora vigente, attribuisce a quel palazzo le stesse immunità che si riconoscono, secondo il diritto internazionale, agli agenti diplomatici di Stati esteri. E quindi, sempre in teoria, potrebbe sostenere che quanto possa essere avvenuto tra quelle mura è di assoluta e totale pertinenza dello Stato Vaticano e non riguarda minimamente la Repubblica Italiana’. Viene in mente lo Ior... ‘Infatti. Ai tempi, la Santa Sede sostenne che Pellegrino de Strobel e Marcinkus erano "soggetti esponenziali di un ente centrale della Chiesa", quindi completamente esenti da qualsiasi ingerenza dello Stato italiano’. Ci sono poi altri fattori da tenere nel conto? ‘Certamente. Per esempio l’articolo 4, al punto 4, del Concordato attuale del 1984 recita: "Gli ecclesiastici non sono tenuti a dare a magistrati o ad altra autorità informazioni su persone o su materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero". Una sorta di segreto professionale, insomma. Ed è evidente che in quel "ragione del loro ministero" ci si può inserire, volendo, un po’ tutto. E l’articolo fa il paio con l’articolo 200 del Codice italiano di procedura penale secondo il quale i ministri dei culti non sono obbligati a deporre su quanto conosciuto sempre in ragione del loro ministero...’. Lei come pensa che procederà tutta la vicenda? ‘La vedo improntata, per ora, al totale fair play. Credo che il cardinale Sepe si sottoporrà all’interrogatorio se saranno osservate tutte le formalità richieste. Non vedo polemiche, come accadde nel caso del cardinal Giordano che si ritrovò la Finanza in casa...’. Cosa accadde, in quel caso? ‘ Molto semplicemente che c’era l’obbligo del preavviso. E che gli italiani se ne erano dimenticati...’”.

 (red)

 

 

6. Papa ai sacerdoti: Nessuno insegua potere e ambizioni

Roma -

 “Un Papa insolitamente stanco e teso in volto ha ordinato ieri mattina nella Basilica di San Pietro 14 nuovi sacerdoti. Una sofferenza sul viso di Joseph Ratzinger che gli osservatori non hanno potuto non collegare al nuovo caso, quello dell’inchiesta per corruzione sull’arcivescovo di Napoli, cardinale Crescenzio Sepe, che imbarazza il Vaticano, già sconvolto quest’anno dalla vicenda Boffo e da quella degli abusi sessuali nella Chiesa”. Si legge su Reopubblica. “Nell’omelia pronunciata a San Pietro, Benedetto XVI ha così lanciato un monito all’integrità morale e al vero senso del ministero sacerdotale, avvertendo che aspirare al potere e al soddisfacimento delle proprie ambizioni personali contraddice la missione del prete. Quella del sacerdote non deve essere dunque una carriera. ‘Il sacerdozio non può mai rappresentare un modo per raggiungere la sicurezza nella vita o per conquistarsi una posizione sociale - ha detto il pontefice - chi aspira al sacerdozio per un accrescimento del proprio prestigio personale e del proprio potere ha frainteso alla radice il senso di questo ministero’. Nessun riferimento diretto, com’è ovvio, all’inchiesta che vede il coinvolgimento della Congregazione di Propaganda Fide nell’inchiesta di Perugia, ma un fermo richiamo a moralità e purezza nelle vocazioni sacerdotali. Sulle modalità per ascoltare Sepe le diplomazie vaticana e italiana si stanno confrontando. Il cardinale possiede passaporto diplomatico, e potrebbe dunque usufruire di particolari tutele. Ma la Curia romana desidera che il cardinale collabori pienamente con i magistrati, pur se nei limiti del Concordato. Una posizione riaffermata ieri dal portavoce vaticano. ‘Il cardinale Sepe è una persona che ha lavorato e lavora per la Chiesa e per il popolo che gli è affidato in modo intenso e generoso, e ha diritto ad essere rispettato e stimato’, ha detto padre Federico Lombardi. Che ha aggiunto: ‘Auspichiamo tutti e abbiamo fiducia che la situazione venga chiarita pienamente e rapidamente, così da eliminare ombre, sia sulla sua persona, sia su istituzioni ecclesiali’. A Sepe ha telefonato ieri sera il presidente della Cei, Angelo Bagnasco, per esprimergli la sua ‘vicinanza affettuosa in questo particolare momento’, confermando ‘stima per la sua intensa attività pastorale nella diocesi partenopea ed auspicando che il sollecito accertamento dei fatti ad opera dell’autorità giudiziaria porti piena luce sull’accaduto’”.

 (red)

 

 

7. Buttiglione: Sepe esempio d’integrità

Roma -

“‘No, non ci credo assolutamente’. Presidente Buttiglione, il cardinale Crescenzio Sepe è indagato per corruzione. ‘Non credo che sia coinvolto in questa vicenda e non capisco chi voglia tirarlo in ballo e perché’. Nel luglio del 2005 – si legge sul Corriere della Sera - il presidente dell’Udc e vicepresidente della Camera, Rocco Buttiglione, era ministro dei Beni culturali. E fu lui a firmare, in tandem con Pietro Lunardi, che allora era responsabile delle Infrastrutture, il via libera al finanziamento di 2,5 milioni per il restauro della sede di Propaganda Fide. Perché pensa che qualcuno voglia tirare in ballo il cardinale? ‘Qualcuno avrà fornito dei sospetti ai giudici’. Non ha fiducia nei pubblici ministeri di Perugia? ‘Fiducia assoluta. Non ho motivo di dubitare del loro lavoro, ma sono convinto dell’integrità di Sepe. È un sacerdote esemplare che sta facendo un lavoro magnifico a Napoli, è un punto di riferimento per la città, la sua unica speranza’. Ha parlato con lui nelle ultime ore? ‘No, ma credo di conoscerlo abbastanza per immaginare come si sente. Bisogna che questa vicenda non distrugga la sua immagine nel cuore della gente’. Lei che idea si è fatto dell’inchiesta? ‘Che lo Stato intervenga per mettere in ordine un bene di grande valore architettonico mi sembra una cosa normale, non vedo cosa ci sia che non va’. Gli investigatori ipotizzano uno scambio tra il restauro di Propaganda Fide e il palazzo che Lunardi avrebbe comprato, a un quarto del valore, in via dei Prefetti a Roma. ‘Che il cardinal Sepe paghi tangenti a Lunardi per farsi mettere a posto la sede mi pare poco credibile, anche perché il valore della presunta tangente sarebbe superiore al costo del restauro. I sacerdoti sono uomini come gli altri, anche nella Chiesa ci saranno dei malfattori. Ma non credo proprio che questo possa riguardare Sepe’. La metterebbe ancora, oggi, quella firma? ‘Quell’atto fu perfettamente legale, corrispondeva a una normativa che andrebbe però semplificata. Non c’è nessuna operazione anomala, sono anomale le norme che regolano gli interventi della Arcus’. La società pubblica attraverso la quale è passato il finanziamento a Propaganda Fide... ‘Le regole andrebbero semplificate, lo Stato dovrebbe versare gli stanziamenti direttamente ai Beni culturali per il fondo ordinario’. Lei è sicuro che dietro la sua firma, e quella di Lunardi, non ci sia stata alcuna contropartita? ‘Non saprei. Di certo, se avessi saputo di tangenti non avrei firmato l’atto. Ma non credo ci sia stato niente del genere. Sia io, che Lunardi, che Sepe, abbiamo agito dentro quella normativa. È un mondo complicato, pieno di trabocchetti, in cui non è escluso che qualcuno possa aver fatto cose non lecite’. Non il cardinale, però. ‘Dell’onestà di Sepe sono moralmente certo’. Non le sembra che il Vaticano lo abbia scaricato? ‘L’interpretazione delle cose vaticane è difficile quasi quanto la sovietologia’ (...)”.

 (red)

 

 

8. Le domande dei pm a Lunardi

Roma -

“Non ci sono solo la "svendita" del palazzetto di via dei Prefetti a Roma, quei 960 metri quadri nel centro di Roma pagato a "Propaganda Fide" 4,16 milioni di euro, e il contributo che il ministero delle infrastrutture diede in cambio per ristrutturare alcuni musei vaticani; i pm di Perugia chiederanno all’ex ministro Pietro Lunardi ed all’ ex responsabile di Propaganda Fide, il cardinale Crescenzio Sepe, entrambi indagati per corruzione aggravata in concorso con altri, chiarimenti anche su ulteriori vicende. Vicende tutte legate alle nomine pubbliche nei posti chiave per la gestione degli appalti G8 e per altri grandi lavori: Lunardi, in particolare, è chiamato in causa decine di volte nelle intercettazioni telefoniche contenute nelle ordinanze di Perugia e Firenze che hanno portato in carcere i funzionari pubblici Angelo Balducci, Fabio de Santis e Mauro Della Giovanpaola e l’imprenditore Diego Anemone”. Si legge su Repubblica. “ LA NOMINA DI BALDUCCI La nomina di Angelo Balducci a presidente del Consiglio Superiore per le Opere Pubbliche sarebbe stata sponsorizzata anche da Lunardi. I carabinieri del Ros lo apprendono il 22 ottobre del 2008, quando Mario Sancetta, presidente di sezione della Corte dei Conti di Roma e capo dell’ ufficio legislativo di Lunardi, telefona ad un funzionario del ministero, Antonio Di Nardo (anche lui indagato), informandolo di avere appena avuto un incontro con l’ex ministro. In quell’ occasione gli comunica che Lunardi ha convinto il ministro in carica, Altero Matteoli, ‘a nominare Angelo Balducci presidente...’ GLI APPALTI IN SARDEGNA In un’altra conversazione telefonica Sancetta dice a Di Nardo di essersi incontrato con Lunardi, che gli avrebbe anche parlato di ‘otto lotti in Sardegna’. Il riferimento agli otto lotti riguarda "inequivocabilmente", scrivono nel loro rapporto i carabinieri, le licitazioni private già indette ma ancora non completate con l’aggiudicazione di lavori rientranti nel pacchetto Vertice G8 alla Maddalena. Sancetta, che è interessato affinché il consorzio Stabile Novus, riferibile al suo interlocutore, si aggiudichi gli appalti stradali del G8, non riesce a comprendere bene quali ruoli stiano giocando nella vicenda ‘Denis, Pietro e Angelo’, facendo rispettivamente riferimento, scrivono i carabinieri, all’on. Denis Verdini, al sen. Pietro Lunardi e all’ing. Angelo Balducci, quest’ultimo ormai neo presidente del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici. Sancetta ribadisce di aver già da mesi chiesto a Lunardi di interessarsi alla questione. Per Di Nardo l’importante è ottenere il risultato costituito dall’aggiudicazione di lavori: ‘Ma basta che va in porto... insomma com’è ... va benissimo ... Presidente non ci importa, basta che si fa!’ IL TEATRO DI FIRENZE Sancetta è preoccupato che per queste opere che stanno andando in gara Angelo Balducci ‘si comporti come la volta precedente’, facendo verosimilmente riferimento al fatto che Balducci non ha mantenuto la promessa di far loro aggiudicare la gara del Nuovo Teatro di Firenze; in ogni caso Sancetta ritiene probabile che anche Pietro (Lunardi) abbia fatto presente a Balducci che alcuni di questi lavori interessano alla stesso Sancetta. ‘Pietro gli ha detto a Angelo ... guarda che Mario mi sollecita ste’ cose’. APPALTI IMPREGILO Sancetta, cambiando argomento, pensa di interessare Pietro (Lunardi) per far ottenere lavori dalla Impregilo, facendo leva sul fatto che egli stesso (Sancetta) come presidente di sezione della Corte dei Conti sta facendo un favore a Lunardi il quale però, sempre a dire di Sancetta, sembra voler sfuggire ai suoi doveri di riconoscenza. LUNARDI E IL CARDINALE Sancetta si lamenta dell’atteggiamento inconcludente che hanno assunto nei suoi confronti sia il cardinale Crescenzio Sepe che l’ex ministro. Meritevoli, dal punto di vista di Sancetta, di aspre critiche in quanto non ritenuti sufficientemente solleciti al soddisfacimento delle richieste di commesse che ha fatto pervenire loro: ‘... Quindi diciamo non so come vederla perché questo non è che sia molto conclusivo ‘sto Cardinale … ora devo vedere la prossima settimana a coso ... Lunardi … anche lui ... perché lui mi ha obbligato ... ma la gente però si piglia le cose degli altri e non gli fa niente ... guardi quella è una cosa indegna …’. LUNARDI E FATHI Tra i nomi che il tunisino Fathi fece ai pm di Firenze e Perugia c’era anche quello di Pietro Lunardi. Che ammise di conoscere sia Balducci che Anemone, precisando: ‘I miei rapporti con entrambi sono regolari’. In realtà l’attenzione degli investigatori della Procura di Firenze si concentra sui lavori che una delle imprese di Anemone ha fatto in una proprietà della famiglia Lunardi a Basilicanova, nella campagna di Parma. Nel 2005 la ristrutturazione della dependance della villa (lavori tra i 100 e 150mila euro) è affidato all’impresa Anemone dopo che Balducci ha presentato l’imprenditore romano a Lunardi. Fathi riferisce anche di avere portato due buste con un assegno alla figlia di Lunardi su incarico di Diego Anemone e di avere consegnato al ministro un catalogo per una tappezzeria che fu poi realizzata da Diego Anemone”.

 (red)

 

 

9. Bossi: Il federalismo sono io

Roma -

“È un raduno orfano dei pidiellini filoleghisti Tremonti e, soprattutto, Brancher. Entrambi invitati, entrambi assenti. Un motivo ci sarà, e ha a che fare con le forti perplessità che hanno colto non solo la base, ma anche buona parte degli stati maggiori del Carroccio, dopo la nomina di Aldo Brancher a ministro per il federalismo. Dal palco Umberto Bossi scruta il pratone infangato, vede che è meno pieno delle altre volte, sente gli slogan che inneggiano alla secessione e sparge cloroformio: ‘C’è un solo ministro per il federalismo, sono io; con Brancher non è cambiato nulla: si è passati dal federalismo al decentramento’”. Si legge su Repubblica. “Oplà. L’Umberto trasforma in parole la pensata notturna. Sa che serpeggia un’aria grama di insoddisfazione tra la sua gente, ha ascoltato la diretta di Radio Padania subito dopo la promozione di Brancher, considerata un siluro alla Lega e al suo capo. E vuole innanzitutto tranquilizzare, sopire, rassicurare. ‘Mi sono arrabbiato sentendo quelle cose. Hanno detto "ma Bossi e Calderoli che cosa stanno facendo?". E invece il federalismo lo abbiamo portato a casa’. E ancora: ‘Non è vero che Berlusconi vuole cacciarci, è troppo furbo; nessuno lo può fare, anzi tutti ci vogliono, altrimenti dove li trovano i voti?’. Bisogna stare col Cavaliere, non c’è alternativa. Se non quella, catastrofica per la Lega, del voto anticipato. E così, in nome di questa armonia un po’ forzosa, il nuovo ministero tagliato a misura di Aldo il pontiere viene subito declassato: Brancher si occuperà di Decentramento. ‘Una cosa importante’, aggiunge il Senatùr citando un maestro: ‘Quando partimmo con Miglio pensavamo che prima doveva esserci il federalismo e poi il decentramento, che significa distribuire i poteri della capitale’. Ed ecco il coniglio che Bossi estrae dal cappello: ‘Basta con i ministeri tutti a Roma, bisogna decentrarli in altre città com’è accaduto in Inghilterra e in Francia; ci vuole un capitale reticolare’’. L’annuncio di un’altra battaglia, un’altra promessa da buttare in pasto agli scettici che non si accontentano del federalismo demaniale già passato e non vedono ancora quello fiscale, messo pesantemente in discussione dalla crisi economica. Ma sotto le bandiere fradice, lo scetticismo leghista dilaga. Urlano ‘Secessione, secessione’, e del resto sembrano in buona compagnia. Un’ora prima, dal palco, l’aveva evocata pure Roberto Castelli: ‘Se non verrà il federalismo, ci potrà essere solo la secessione; non perché la chiederà la Lega, ma perché la vorrà tutto il Nord’ (e l’Italia dei valori chiede subito le dimissioni del viceministro alle Infrastrutture). Quando sente le urla secessioniste, Bossi le blocca subito. Correggendole: ‘Libertà, libertà’. Poi si mette il casco da pompiere: ‘Tranquilli, tranquilli, fratelli scalmanati; so quanti di voi sono pronti a battersi, anche a milioni, ma io ho scelto la strada pacifica rispetto a quella del fucile’. Bromuro e lisciamento di pelo, Lega di governo e pure di lotta: una lotta che ‘non finirà mai fino a quando la Padania non sarà libera’. E ci sta pure il sempiterno ‘Roma ladrona, la Lega non perdona’. Ma siccome le voci sulle divisioni che serpeggiano nel gruppo dirigente hanno raggiunto pure lui (soprattutto quella di un asse Tremonti-Calderoli nella vicenda Brancher), Bossi sente il bisogno di precisare: ‘Non siamo come gli altri partiti che litigano; da noi c’è gloria per tutti, basta non litigare e non essere gelosi’. Dalle opposizioni commenti all’unisono. Filippo Penati, capo della segreteria di Bersani: ‘Anche Bossi manda al diavolo il mediatore Brancher rivendicando il controllo sulla vicenda federale’. E se il leader Udc Pier Ferdinando Casini attacca il federalismo leghista che ‘a partire dalle province non prevede tagli ma nuovi sprechi’, Francesco Rutelli (Api) definisce ‘insopportabile il ricatto secessionista della Lega’”.

 (red)

 

 

10. Brancher: a Umberto non porterò via nulla

Roma -

“Ministro Brancher – chiede Repubblica -, a Pontida Bossi ha detto al popolo leghista che l’unico ministro per il federalismo è lui. Non è che la sua nomina a responsabile per l’attuazione del federalismo ha creato problemi con i suoi amici del Carroccio? ‘Assolutamente no, la mia è stata una nomina del tutto condivisa. Per essere più chiari e più logici vorrei che il nome venisse cambiato in ministero del Decentramento. Non porto via nulla a Bossi. Io sono il garante, colui che garantisce un coordinamento e una regia al federalismo. Sono amico di Bossi da 20 anni, sono vicino alla Lega della quale ho totale rispetto ed è giusto lasciare a Bossi la sostanza della sua battaglia e della sua vita, ovvero il federalismo. Le leggi le fa lui.’ E allora perché dal Palco di Pontida ha marcato in modo così netto il territorio? ‘Forse perché queste cose e i compiti che mi aspettano il popolo leghista non li aveva ben chiari’. Lei che ruolo avrà allora? ‘Berlusconi ha capito che il federalismo va completato entro i prossimi tre anni perché è una di quelle cose che lascerà il segno. Ogni volta che si conclude una legge sull’attuazione del federalismo bisogna accompagnarla affinché venga realizzata il più in fretta possibile. Ed è importante che sia un ministro del Pdl a fare da congiunzione tra la Lega - che fa le leggi sul federalismo - e i ministeri sui quali queste leggi impattano, che sono tutti del Pdl. Penso all’Economia, alla Funzione pubblica o all’Ambiente’. Da tempo Fini lamenta uno schiacciamento della coalizione sulla Lega. Non teme che questa nuova accelerazione sul cavallo di battaglia del Carroccio irriti il presidente della Camera? ‘No, io sono in una posizione di garanzia e coordinamento, non sto né da una parte né dall’altra. La politica è una cosa, il governo è un’altra e io sarò un ministro operativo e poco sbilanciato. I finiani non si devono preoccupare perché sarò un anello di congiunzione e a Fini dico che il mio ministero sarà anche una risposta ai timori sui costi del federalismo.’. Si è scritto che il suo ministero è stato creato per premetterle di usufruire del legittimo impedimento nei processi in cui è imputato... ‘Non ho avuto il tempo di fare questo ragionamento. Con tutto quello che ci sarà da fare dovrò ragionarci su, non ho ancora avuto modo di parlarne con i miei legali. In questo momento posso dire che di questo incarico ne parliamo da alcune settimane, non è stato improvviso. Se il legittimo impedimento fosse stato così urgente sarei diventato ministro da due mesi fa’. Dunque nega? ‘Si, totalmente. Escludo che questo incarico sia stato creato per i processi. È un lavoro enorme che mi preoccupa, più lo capisco e più mi rendo conto che è una sfida enorme. Sono stato attaccato ingiustamente e ci sono rimasto male’”.

 (red)

 

 

11. Scontro nella maggioranza su Brancher

Roma -

“Che non sia un buon momento per il Cavaliere - e i sondaggi stavolta non c’entrano poco - lo dimostrano i tanti, troppi fronti aperti sui quali deve (o dovrebbe) combattere. Va bene quello con Fini, che si capirà nelle prossime ore se è destinato a rimanere tale o se vedrà qualche schiarita; va bene quello con le tante stelle comete che stanno apparendo nel cielo del Pdl, ovvero nuove fondazioni, componenti, associazioni, mai ‘correnti’ per carità, che comunque non gli piacciono, lo insospettiscono, lo innervosiscono. E va bene anche il ‘normale’ batti e ribatti con Tremonti sulla manovra, e le diffidenze - mascherate fino a un certo punto - con la Lega su un federalismo di difficile attuazione. Ma che terreno di scontro potesse diventare la nomina di un ministro di seconda fascia come quella di Aldo Brancher all’Attuazione del Federalismo, questo probabilmente Berlusconi non se l’aspettava”. Si legge sul Corriere della Sera. “Certo, la scelta di non avvertire nessuno prima del Consiglio dei ministri nel quale è stata annunciata la promozione (da sottosegretario) dell’amico e ufficiale di collegamento tra Pdl e Lega non è stata una grande idea. E però, nello stesso Cdm in fondo l’unico amuovere garbatamente l’obiezione sul perché mai ci fosse necessità di fare un nuovo ministro è stato Andrea Ronchi. Gli altri, tra i quali Bossi e Calderoli, pare abbiano annuito tranquilli. Ieri invece le prese di distanza da Brancher si sono fatte esplicite. La più clamorosa è stata quella di Bossi, che ha rivendicato a sé la responsabilità del varo della riforma federalista. Ma anche il capogruppo al Senato del Pdl Maurizio Gasparri è sbottato: ‘Credo che non ci fosse proprio il bisogno di un nuovo ministero - ha detto al talk show di Klaus Davi -. Credo che gli italiani non avessero veramente la necessità di un nuovo ministero del federalismo anche se Brancher è un mio amico del quale ho stima’. Insomma, ‘ministri ce ne sono già tanti, c’è l’overbooking, non ho proprio capito a che serve e temo non lo abbiano capito neanche gli italiani’. Gasparri certo non dice quello che, in privato, ripetono un po’ tutti nel Pdl: se Brancher è stato promosso, è solo perché da ministro potrà usufruire del legittimo impedimento e per 18 mesi sottrarsi al processo che lo vede imputato nel caso Fiorani. Cosa che, fin dal primo momento, dicono ad alta voce i dipietristi, che ieri sono tornati all’attacco con Massimo Donadi: ‘Anche Bossi silura l'inutile ministro Brancher. Berlusconi e Brancher ne prendano atto. È un ministero inutile voluto per tenere insieme una maggioranza ogni giorno sempre più divisa. Ed anche per fornire a Brancher uno scudo contro i processi’. Dal Pd si chiedono spiegazioni sulla nomina e l’Udc la considera ‘un inutile spreco’. In verità, se la nomina ha creato tanto fastidio nel centrodestra, non è solo perché - come dicono alcuni - non si può ‘fare il quarto ministro veneto e pensare che vada tutto bene’, e neanche per un sussulto di indignazione, visto che nemmeno i finiani alzano la voce: ‘Sono affari di Berlusconi, Fini non entra nelle questioni di stretta pertinenza del premier’. Piuttosto, il nervosismo è il segno del clima molto caotico che regna nella maggioranza. Che fotografa Osvaldo Napoli, fedelissimo del premier, dando una botta al cerchio (‘I toni di Bossi a Pontida sono stati eccessivi’) e una alla botte (‘E eccessive sono state le riflessioni di Urso e Bocchino’ sul correntismo), richiamando il monito di Berlusconi: ‘Quando il premier invita la maggioranza a non farsi del male, si rivolge a tutti: da Bossi a Fini’”.

 (red)

 

 

12. Berlusconi e il “correntismo”

Roma -

“Silvio Berlusconi ricorda a se stesso e agli italiani che ‘siamo il Paese più ricco d’Europa’, che l’’opposizione non ha idee’, che lui è sopra il 60 per cento di gradimento (dati ‘Euromedia’) ‘nonostante il fango che circola’ e che nel Pdl, in ogni caso, non ‘bisogna farsi male in casa’ cedendo al correntismo. Poi, però, il presidente del Consiglio rischia di aprire un incidente diplomatico con il governo tedesco del cancelliere Angela Merkel: ‘Credo di aver reso un buon servizio al mio Paese e anche all’Europa con il veto sulla tassa sulle transazioni finanziarie’, afferma rivendicando il merito di aver bloccato ‘una proposta ridicola’ perché ‘se la misura fosse stata approntata solo dall’Unione europea e non dagli altri grandi, avrebbe spostato negli Usa e in altri Paesi’ il grosso delle transazioni finanziarie internazionali”. Si legge sul Corriere della Sera. “Le considerazioni di Berlusconi non passano inosservate a Berlino. Un portavoce del governo tedesco replica subito che, al Consiglio europeo tenutosi giovedì scorso a Bruxelles, ‘le conclusioni sono state approvate da tutti i capi di Stato e di governo’. In particolare, puntualizza, il punto 16 delle conclusioni del vertice fa riferimento ‘alla necessità che gli Stati membri introducano sistemi di prelievi e tasse a carico degli istituti finanziari per assicurare un’equa ripartizione degli oneri e stabilire incentivi volti a contenere il rischio sistemico’. Controreplica di Palazzo Chigi: ‘Ribadiamo che nel vertice di Bruxelles Berlusconi ha posto il veto dell’Italia. Tanto è vero che il vertice ha previsto la possibilità di un’imposizione sulle banche e non sulle operazioni finanziarie’. Insomma, un vero e proprio duello con Berlino in tema di finanza, che scaturisce dall’intervento telefonico del premier a un’iniziativa promossa da ‘Liberamente’, l’ultima delle fondazioni nate nel Pdl, promossa da Mariastella Gelmini, Franco Frattini e Sandro Bondi. Il premier — dopo aver rilanciato la riforma dell’Università e la ‘rivoluzione’ di un nuovo articolo 41 della Costituzione, ‘l’unico che parla di impresa’ — si era concentrato sulla dialettica interna al partito: ‘Purtroppo stiamo cercando di farci del male in casa, cerchiamo di non farlo, non credo che dobbiamo aprirci a correnti, ma dobbiamo rimanere uniti come lo siamo sempre stati’. Poi, riferendosi alle fondazioni di area, il presidente ha insistito che ‘devono concorrere a rafforzare e a rendere più forte il grande partito che è il Pdl’. Il messaggio, hanno fatto notare i promotori di ‘Liberamente’, ‘non è rivolto a noi ma ai finiani’. Eppure, Italo Bocchino, braccio destro di Gianfranco Fini, l’ha presa bene: ‘L’intervento del presidente Berlusconi al convegno di "Liberamente" rappresenta un fatto estremamente positivo perché legittima il dibattito interno quando è a fini costruttivi e non muscolari, così come auspicato negli ultimi mesi da Generazione Italia (la fondazione vicina al presidente Fini, ndr) ‘. Il sottosegretario Paolo Bonaiuti, però, preferisce un’imagine diversa: ‘Il Pdl è unmare vivo in cui confluiscono idee e pensieri ma non divisioni. Non credo a correnti, a spifferi e refoli d’aria’. Infine Fabrizio Cicchitto: ‘Nel partito nessuno mette in riga nessuno, è auspicabile che tra maggioranza e minoranza si realizzi una pacifica convivenza’”.

 (red)

 

 

13.Tassa su banche Berlusconi attacca, Merkel difende

Roma -

“‘Crisi? Macché, siamo il Paese più ricco d’Europa’. È domenica mattina, il premier si collega al telefono con Moniga del Garda, dove la Fondazione Liberamente promossa da Frattini, Bondi e Mariastella Gelmini muove i primi passi, e parte in quarta. ‘Non siamo l’ultimo Paese d’Europa - spiega alla platea -. Mettendo assieme i due debiti (quello pubblico e quello privato - ndr) siamo il Paese più ricco d’Europa, un pelino sopra la Germania’”. Si legge sulla Stampa. “Vero? Falso? In realtà stando ai dati ufficiali, se si guarda al cosiddetto ‘debito aggregato’, l’Italia sta certamente sopra della media dei Paesi europei. Ma di qui a dire che siamo ricchi ce ne passa. La Germania, tra l’altro, fa meglio di noi: si fermano al 206,8 per cento del Pil contro il nostro 235,9 per cento contro una media Ue del 265,1 per cento. Se invece si guarda alla ricchezza ‘vera’, calcolata in Pil pro capite, non c’è ovviamente storia, perché noi stiamo al 102 per cento della media della Ue mentre la Germania è al 116. Poco importa. Berlusconi, nonostante ciò, continua a battere sul tasto dell’ottimismo. ‘L’Italia è un paese solidissimo per quello che è il suo privato - ha ripetuto ieri - con imprese che lavorano e famiglie che lavorano e risparmiano. L’83 per cento è proprietaria di casa: per questo il nostro sistema bancario è il più solido d’Europa’. Venerdì scorso a Bruxelles Berlusconi non aveva voluto commentare l’esito del vertice europeo dove la questione del debito aggregato era stata a lungo discussa, ma ieri ha rivendicato il risultato ottenuto spiegando di ‘essere riuscito a fare inserire nei parametri di sostenibilità, la dinamica del debito ed il concetto di sostenibilità’. Portando a casa, insomma, un indubbio successo. Ieri, però, il presidente del Consiglio si è attribuito anche un altro merito svelando di aver posto il veto sulla tassa sulle transazioni finanziarie. Una misura che ieri ha definito ‘ridicola’. ‘Credo di aver reso un buon servizio al mio paese e anche all’Europa’, perché - ha aggiunto - ‘se fosse stata approntata solo dall’Unione europea e non dagli altri grandi paesi avrebbe spostato negli Usa ed in altri paesi’ tutta la mole delle transazioni finanziarie internazionali. Sorpresa, perché fino a oggi nessuno ne aveva parlato. I tedeschi ieri non hanno commentato la storia della ricchezza, ma il portavoce del governo di Berlino ha fatto sapere che sulla proposta di tassa europea sulle transazioni finanziarie il nostro premier non la raccontava giusta. ‘Tutti i Paesi hanno convenuto sulle conclusioni - ha dichiarato -. E la tassa è stata approvata all’unanimità dal Consiglio europeo’. Da Palazzo Chigi la controreplica e la conferma che Berlusconi ‘ha posto il veto dell’Italia alla proposta di una tassa europea sulle transazioni finanziarie. Tanto è vero che il vertice ha previsto la possibilità di una imposizione sulle banche e non sulle operazioni finanziarie’. A Moniga, però, ieri si parlava soprattutto di politica e Berlusconi ha ripetuto che il suo consenso personale viaggia ‘sempre sopra il 60 per cento’ (mentre il governo è al 48 per cento) e che ‘la sinistra sa solo odiare, non ha idee e non ha un leader’. Ma soprattutto ha voluto lanciare un messaggio a tutto il Pdl in una fase in cui le turbolenze non mancano. ‘Non credo che dobbiamo aprirci a correnti - ha spiegato - ma dobbiamo essere uniti come lo siamo sempre stati. Purtroppo stiamo cercando di farci del male in casa, cerchiamo di non farlo’”.

 (red)

 

14. Pomigliano verso il voto. Sacconi preoccupato

Roma -

“Per il futuro di Pomigliano d’Arco domani è il giorno della verità. I cinquemila lavoratori sono infatti chiamati a esprimersi sull’accordo ‘separato’ — perché non firmato dalla Fiom— dal cui esito la Fiat ha subordinato la decisione di investire 700 milioni di euro per ristrutturare lo stabilimento campano e per spostare dalla Polonia la produzione della nuova Panda. La lettura dei risultati del referendum sarà delicata e decisiva. Che vincano i sì è scontato ma il problema sarà vedere con quanto margine”. Si legge sul Corriere della Sera. “La Fiom-Cgil, che dentro Pomigliano ha un peso di circa il 17-20 per cento, ha definito l’intesa raggiunta tra il Lingotto e le altre sigle sindacali ‘illegittima’ in quanto, secondo loro, modifica alcuni diritti previsti dalla Costituzione. E ha quindi deciso di non partecipare al referendum. Bisognerà vedere quanti lavoratori decideranno di seguire questa strada e quale sarà la quota di successo sufficiente per il vertice torinese in grado di garantire l’investimento. Su questo si gioca tutta la partita ma la soglia di gradimento è ancora top secret. In un confronto televisivo molto acceso— su Rai3, In Mezz’ora di Lucia Annunziata— tra il ministro del welfare Maurizio Sacconi e il neo segretario della Fiom Maurizio Landini sono emerse tutte le spigolosità di questo passaggio cruciale nella storia delle relazioni sindacali del Paese. Sacconi si è detto ‘molto preoccupato politica di Antonio Di Pietro e di Rifondazione. Landini ha parlato di ‘ricatto’ da parte della Fiat — ‘prendere o lasciare’ — e ha definito la manifestazione dell’altro giorno a favore dell’intesa ‘di regime’. Tutti elementi che, alla vigilia del referendum, stanno surriscaldando l’atmosfera. Il segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni, la cui organizzazione è quella che più si è spesa per siglare l’accordo con la Fiat, è ottimista. ‘La Fiom è ormai un movimento antinazionale, luddista e non rappresenta più i lavoratori — ha detto al Corriere della Sera— la Fiat non si deve preoccupare, ci pensiamo noi a rappresentare la stragrande maggioranza dei lavoratori’”.

 (red)

 

 

15. Pomigliano, al Lingotto preparano il piano C

Roma -

“Chiudere Pomigliano per rifondare Pomigliano. Perché c’è un "piano C" che sta prendendo corpo nel quartier generale della Fiat. È un’opzione che supererebbe tutte le sacche di resistenza della Fiom e dei Cobas destinate a riapparire comunque, sotto forma di una persistente microconflittualità, al di là delle dimensioni del sì al referendum di domani”. Si legge su Repubblica. “Sarebbe lo strappo definitivo di Sergio Marchionne con l’attuale sistema di relazioni industriali. Nelle sue linee generali il progetto è già stato buttato giù dai tecnici del Lingotto ed è molto semplice: costituire una nuova società, una newco, sempre controllata da Torino, alla quale sarà la Fiat a conferire le attività produttive di Pomigliano, cioè la fabbricazione della Panda. La Nuova Pomigliano, a quel punto, riassumerebbe, uno per uno, gli oltre cinquemila lavoratori con un nuovo contratto, quello scritto con l’ultimo accordo separato, con i turni di notte, di sabato e domenica; con meno pause, più straordinari e assenteismo ricondotto a livelli fisiologici. Ritmi da ciclo continuo. Ma soprattutto la certezza del rispetto delle nuove regole aziendali. Niente più contratto nazionale, niente più iscrizione della Nuova Pomigliano alla Confindustria. Niente più sindacato, forse. Il prato verde per ricominciare. È lo schema già adottato, per altre ragioni, con l’Alitalia: la bad company e la good company. Una cesura con il passato. La decisione, come sempre, spetterà a Sergio Marchionne. Di certo è stato l’amministratore delegato italo-canadese a voler scommettere sullo stabilimento campano, anche contro il parere di altri manager della prima linea, come - pare - il tedesco, nato in Brasile, Stefan Ketter, responsabile della produzione, e uno dei componenti del Group executive council (Gec), il più importante organismo esecutivo del gruppo Fiat. Marchionne ha scelto di investire 700 milioni di euro nella vecchia fabbrica nata Alfa Romeo e diventata Fiat. Ha deciso lui di spostare dalla Polonia (Tychy) al Giambattista Vico (così ha voluto ribattezzare lo stabilimento) la produzione della Nuova Panda: 280 mila auto l’anno contro le 35 mila di adesso. E di portare in Polonia la Lancia Ypsilon assemblata ora a Termini Imerese (oltre duemila addetti) che però chiuderà alla fine del 2011. Una strategia che teneva conto del rischio di abbandonare la Sicilia e contestualmente Pomigliano. Un rischio politico, pur essendo ormai la Fiat un’azienda globale, ma soprattutto un rischio sociale per i drammatici effetti che determinerebbe nel Sud. Ma Sergio Marchionne non pensava di ritrovarsi davanti all’opposizione così radicale della Fiom. Quella che nemmeno la Cgil, con le sue aperture sul referendum, è riuscita a stemperare. Lo sfogo di qualche giorno fa del numero uno del Lingotto contro il sindacato esprimeva rabbia e anche amarezza. E ancora alla vigilia del voto in fabbrica Marchionne vuole la firma di tutti sul piano per rilanciare Pomigliano. Insomma, vuole la firma della Fiom. Perché non è affatto detto che gli basti un plebiscito al referendum. Addirittura un sì all’80 per cento potrebbe non essere sufficiente poiché - è evidente - non ci sarà alcuna garanzia che Pomigliano funzioni ‘come un orologio svizzero’ (Marchionne docet). Se la Fiom non sarà della partita (il referendum puntava a farla rientrare) e minaccia pure il ricorso alle vie giudiziarie, l’efficienza dello stabilimento sarà sempre in bilico. Così traballa lo stesso progetto industriale. Uno scenario cupo che ieri le preoccupazioni espresse dal ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, sul pericolo delocalizzazione, hanno confermato. Ecco perché è nato il "piano C", del quale i sindacati sono informalmente a conoscenza. Ecco perché si sta rimaterializzando pure "il piano B", ossia il mantenimento della produzione della Panda a Tychy, oppure il trasferimento della linea in Serbia. Il "piano B" era uno spauracchio, ora è tra le opzioni possibili. Esattamente come il "piano C" per fondare la Nuova Pomigliano”.

 (red)

 

 

16. Ustica e la lezione dell’Inghilterra

Roma -

“I giorni della memoria stanno diventando sempre più frequentemente commemorazioni di misteri insoluti. Quando parleremo di Ustica, nei prossimi giorni, lo faremo ancora una volta elencando la lista delle ipotesi che nessuna sentenza, nel corso degli ultimi anni, sembra avere definitivamente eliminato. Ci siamo ormai abituati. Dall’assassinio di Salvatore Giuliano nel 1950 alle stragi terroristiche degli anni di piombo, dal caso della Loggia P2 a quello dello spionaggio sovietico in Italia (il ‘ dossier Mitrokhin ‘ ) non esiste vicenda italiana su cui sia calato definitivamente il sipario della verità”. Scrive Sergio Romano sul Corriere della Sera. “Vi sono state sentenze di tribunale, ma i tre gradi di giudizio producono spesso verdetti contraddittori, come è accaduto recentemente per le vicende di Genova durante il G8 del 2001. Abbiamo un sistema ‘garantista’ che protegge in ultima analisi l’imputato. Ma là dove un tribunale corregge frequentemente un altro e il colpevole di oggi può essere l’innocente di domani, o viceversa, nessuna sentenza appare agli occhi della pubblica opinione, soprattutto in casi politicamente controversi, un punto fermo, una verità indiscutibile. Quando un tribunale assolve e l’altro condanna, molti italiani, inevitabilmente, giungono alla conclusione che all’origine di ogni evento vi siano responsabilità coperte da un protettore occulto. E il Paese continua a vivere nell’impressione di galleggiare su un mare di segreti. Gli scandali, gli intrighi e la credulità della pubblica opinione, sempre pronta a sospettare il peggio, appartengono alla fisiologia di tutte le democrazie. Se il presidente della Repubblica francese non fosse un monarca, la presidenza Mitterrand avrebbe prodotto un considerevole numero di ‘casi’. Non soltanto in Italia, inoltre, quando occorre fare luce su un avvenimento, le indagini possono sembrare interminabili. Per l’accertamento dei fatti accaduti a Londonderry, in Irlanda del Nord, il 30 gennaio 1972 (il massacro di Bloody Sunday), sono state necessarie due pubbliche indagini. La seconda, decisa da Tony Blair, è durata dodici anni e ha smentito la prima, ma le sue conclusioni, rese pubbliche negli scorsi giorni, sono nette e non verranno verosimilmente contestate. Forse l’esempio britannico può aiutarci a capire perché la ricerca della verità sia più complicata in Italia che altrove. La Commissione sul massacro di Londonderry è stata presieduta da Lord Mark Saville, un uomo che ha passato la sua vita nelle aule dei tribunali, dapprima come avvocato poi come giudice, ed è oggi membro, con altri nove magistrati, della Corte Suprema, istituita un anno fa. Accanto a lui vi erano, tra gli altri, un giudice neozelandese e un giudice canadese. Il balzello sulle singole operazioni, a suo tempo proposto dal premio Nobel Tobin, torna d'attualità per l'arrivo dell'high frequency trading (Hft), la compravendita di titoli ad altissima velocità, su spostamenti infinitesimali dei valori. Per eseguire all'istante tantissime operazioni battendo coloro che arrivano a conoscere i dati di mercato un attimo dopo, gli intermediari vanno a collocarsi nello stesso immobile che ospita il sistema informatico che gestisce le operazioni. Ciò comporta rischi di asimmetria informativa, se non addirittura di abusi di mercato. Se questa è l'innovazione finanziaria, possiamo farne a meno. Una tassa magari di un centesimo ad operazione non nuocerà agli investitori; scoraggiando operazioni su differenziali minimi, anzi, eviterà malfunzionamenti o blocchi di mercato — come in maggio a New York — legati alla gran massa di operazioni. Se poi dovesse soffrirne l'Hft ce ne faremo una ragione. Quanto alla tassa sulle banche— dai profili tecnici però ancora nebulosi— essa non basta ad accantonare risorse per salvare le banche in una prossima crisi, né a recuperare i fantastiliardi già spesi per salvarle, tanto più se conteggiassimo anche le perdite di reddito innescate dalla crisi finanziaria, il che forse non sarebbe neanche giusto. La crisi ha avuto infatti anche altre cause, come le enormi disuguaglianze di reddito e gli squilibri del commercio globale. L'obiettivo deve, invece, essere ridurre il pericolo di nuove crisi, anche perché stavolta agli Stati mancherebbero le munizioni per affrontarle. Per raggiungere l'obiettivo, oltre a varare alcune misure tecniche (su capitale, liquidità, trattazione dei derivati sui mercati etc.) bisogna solo impedire alle banche — che godono della costosa protezione dell'assicurazione, esplicita sui depositi e implicita sulle altre passività — di operare nel ramo La commissione istituita da Gordon Brown sulla guerra irachena è presieduta da John Chilcot, un ‘mandarino’ che ha passato buona parte della sua carriera pubblica negli alti gradi del ministero dell’Interno. In Italia, invece, le Commissioni sono generalmente parlamentari, vengono composte con evidenti dosaggi politici e diventano spesso il luogo in cui ogni partito sostiene l’ipotesi che maggiormente coincide con la sua visione ideologica dell’avvenimento o, peggio, che maggiormente conviene ai suoi interessi. Nei casi più controversi sarebbe meglio seguire l’esempio britannico e affidare le indagini a un collegio di personalità indipendenti, possibilmente giunte alla fine di una onorata carriera. Credo che gli italiani sarebbero maggiormente disposti ad accettare le loro conclusioni”.

 (red)

 

 

17. Giovani Pd: Non accettiamo la parola compagni

Roma -

 “Colpa sua, di Fabrizio Gifuni, che ha interpretato tra l’altro Alcide De Gasperi in tv ma che sabato - invitato da Bersani alla mobilitazione anti-manovra del Pd al Palalottomatica - ha concluso un appassionato discorso sui tagli alla cultura con le antiche parole d’ordine della sinistra: ‘Compagne e compagni...è tanto che volevo dirlo!’. Liberatorio. I militanti democratici presenti si sono spellati le mani. Eccetto quelli che ieri hanno deciso di protestare. Un gruppo di giovanissimi ha scritto a Bersani una lettera di fuoco. Per noi ‘nativi del Pd’, cioè estranei alla tradizione comunista e a quella democristiana, ‘le parole compagni, festa dell’Unità, sono concetti che rispettiamo per la tradizione che hanno avuto ma che non rientrano nel nostro pensare politico e che facciamo fatica ad accettare... questo trapassato non ha noi come destinatari’. Luca Candiano, uno dei firmatari (con Veronica Chirra, Matteo Cinalli, Sante Calefati e Marino Ceci, ventenni o poco più, giovani Democratici) sostiene che ‘è un’aria che si respira dall’inizio della segreteria Bersani’ e che li fa sentire ‘fuoriposto’, anche se non è una minaccia ad andarsene. Fanno eco Lucio D’Ubaldo, senatore, e Giorgio Merlo: per entrambi, ex Ppi, ‘con i Gifuni di turno il Pd si disegna un ruolo di eterna opposizione’”. Si legge su Repubblica. “Anche il veltroniano Stefano Ceccanti su Facebook apre un dibattito sul tema: ‘Il leader dei cristiano sociali Gorrieri, agli stati generali del 1998 in cui nacquero i Ds, suscitò proteste chiedendo che la si smettesse di chiamarsi "compagni" così che ciascuno si sentisse a casa propria. Noi qui - commenta Ceccanti - torniamo al Pds e al Pci. Se l’avesse fatto un operaio nostalgico...ma lo dice Gifuni, è l’estremismo dei ricchi e uno specchio delle difficoltà del Pd destinato a essere minoranza’. Gifuni trasecola: ‘Pensavo che fossero parole ancora pronunciabili, né volevo suggerire linea o nostalgie. Ci si chiama così anche nella vita, mi è venuto dal cuore. Non ho tessere di partito, neppure del Pd’. Dopo l’applauditissimo intervento, si sono complimentati con lui: ‘Bravo, hai avuto coraggio’. Coraggio di denunciare ‘il genocidio culturale’, credeva l’attore, figlio di Gaetano, ex segretario generale del Quirinale. Invece il coraggio gli serve ora che è finito nel tritacarne delle divisioni del Pd e degli attacchi del Pdl. Gasparri gli consiglia di occuparsi dei ‘parenti giardinieri’. ‘Che tristezza’, replica lui. ‘La parola compagno esiste’, aveva assicurato Bersani a un operaio sardo. E adesso dalla segreteria sull’intera vicenda affermano: ‘È solo un pretesto’. Pure Prodi non disdegnava parlare di ‘compagni’. E Ivan Scalfarotto sbotta: ‘Lasciateci chiamare compagni che è parola piena di sentimento e solidarietà. La mancanza di innovazione sta nel fatto che D’Alema e Marini siano ancora dirigenti dai tempi di Pci e Dc. Gifuni è stato bravissimo’. Debora Serracchiani: ‘Io voglio che al Pd vengano a dire amici, fratelli, compagni e che noi ascoltiamo cosa dicono’”.

 (red)

 

 

18. Blackout del digitale terrestre in Piemonte

Roma -

 “‘Montolivo allunga, De Rossi si allarga sulla fascia’. Poi più nulla. Il segnale Rai in Piemonte è sparito al 42’ del primo tempo della partita Italia-Nuova Zelanda. Un blackout televisivo di marca Rai di un’ora e 32 minuti, record negativo per l’azienda in epoca di digitale terrestre. Un flop colossale che ha coinvolto l’intera città di Torino, tutta la provincia nord, Cuneo e, a macchia di leopardo, gran parte della Regione. In via Verdi, sede della Rai piemontese, i tecnici dell’alta frequenza si sarebbero dovuti precipitare al colle della Maddalena dove c’è il ripetitore principale ma ci è voluto un po’ di tempo per capire dove fosse il guasto e all’Eremo i tecnici sono arrivati in ritardo. ‘Era tutto buio — ha detto uno di loro — mancava l’elettricità e i gruppi elettrogeni non erano scattati’. Dalla Maddalena, il colle più alto che circonda la città, ‘il segnale televisivo che viene irradiato — spiega Gianfranco Bianco del Tg3 — serve il 75 per cento del territorio piemontese. Ciò che resta dipende dai tralicci del monte Penice (sull’Appennino Ligure) che, tra l’altro, replica il segnale dell’Eremo’”. Si legge sul Corriere della Sera. “Dunque, Rai colpita al cuore e in tilt non solo la partita di calcio trasmessa su Raiuno ma tutte le altre reti della televisione pubblica, ad eccezione di Rai Storia che ha continuato a trasmettere inossidabili immagini in bianco e nero. I centralini della tv e quelli dei giornali sono stati subissati dalle telefonate di telespettatori e tifosi. Questi ultimi hanno preso d’assalto i bar nei quali la partita veniva trasmessa attraverso Sky. Senza immagini anche il maxi-schermo allestito nella centralissima piazza San Carlo. Con il trascorrere dei minuti la protesta si è trasferita sul web con centinaia di post sui più noti social network. ‘Per noi in azienda— continua Bianco — sono stati momenti di forte tensione e abbiamo pensato seriamente ad un attentato. Poi ci sono stati i comunicati’. Due, per la precisione, diffusi dall’ufficio stampa Rai di Roma: ‘Un violento sbalzo di tensione elettrica sulla rete del gestore nazionale (l’Enel) che alimenta l’impianto principale Rai del Piemonte occidentale ha provocato lo spegnimento completo di tutti gli apparati trasmittenti’. Un evento imprevedibile: ‘Negli ultimi vent’anni — ha riferito il caposquadra Raiway (il servizio tecnico di assistenza) — non era mai accaduto’. Nel senso che sbalzi di corrente erano comunque sempre stati assorbiti dai gruppi di continuità e, all’assenza di elettricità si era ovviato con quelli elettrogeni. Un evento unico ma che potrebbe ripetersi ancora e che obbliga la Rai a ‘rapidi interventi tecnici’. Ciò che appare inspiegabile, almeno per ora, è come le difese elettriche e informatiche (tra le più sofisticate emoderne) degli impianti possano aver ceduto improvvisamente. ‘Sì — confermano i tecnici che sono intervenuti alla Maddalena fino a tarda sera —, un attacco di hacker potrebbe essere tra le cause di questo cedimento. Ovviamente è solo un’ipotesi, ma fin da subito è circolata la voce di un attentato’. Obiettivo dei pirati del computer non sarebbero stati i circuiti informatici Rai, piuttosto quelli dell’Enel, ‘cavalli di Troia’ usati per far impazzire il sistema distributivo della corrente e, di conseguenza, far saltare le trasmissioni tv. ‘Per ora non siamo in possesso di elementi che possano suffragare ipotesi di questo genere e non mi risulta ci sia stata alcuna rivendicazione’, taglia corto il capo della Digos torinese Giuseppe Petronzi ma un mistero resta: ‘All’Eremo ci sono ripetitori anche di altre emittenti televisive che sono serviti dallo stesso gestore di elettricità — osservano gli specialisti di Raiway —. Dovremo capire perché lo sbalzo di tensione abbia creato guai soltanto a noi’”.

 (red)

 

 

19. La Polonia volta le spalle a Kaczynski

Roma -

“La Polonia europea, la Polonia moderna, tollerante e aperta al mondo, ha vinto il primo turno delle elezioni presidenziali svoltosi ieri. Secondo exit poll e primi dati parziali, Bronislaw Komorowski, cioè il candidato del partito liberal (PO, Piattaforma dei cittadini) del primo ministro Donald Tusk, è in testa con il 45,7 per cento dei voti. Il suo avversario nazionalconservatore-populista, euroscettico e omofobo Jaroslaw Kaczynski, leader di Pis, Legge e Giustizia, è appena al 33,2. Vola con un sorprendente successo al 13,4 per cento Grzegorz Napieralski, della sinistra democratica. Siccome nessun candidato ha ottenuto il 50 per cento più uno dei consensi, si andrà al ballottaggio il 4 luglio. Ma da pochi giorni la sinistra democratica ha lanciato forti segnali di voler aiutare Komorowski al secondo turno”. Si legge su Repubblica. “Per Jaroslaw Kaczynski, da sempre lo stratega e il volto più aggressivo e politicamente temibile della destra, la sconfessione e il carattere deludente del primo turno, sono evidenti, tanto più perché la partecipazione al voto, 55 per cento degli aventi diritto, è superiore alle attese. A queste presidenziali anticipate - convocate dopo la tragica morte del fratello gemello di Jaroslaw, Lech, capo dello Stato dal 2005, scomparso il 10 aprile nella sciagura aerea di Smolensk - Kaczynski sperava di capitalizzare sull’emozione nazionale per la scomparsa del gemello e, insieme a lui, di parte della leadership militare ed economica del paese. Tutti caduti sul Tupolev che li stava portando a rendere omaggio ai 22mila ufficiali polacchi assassinati dalla Nkvd di Stalin dopo l’aggressione nazista e sovietica del settembre 1939 alla Polonia. La visita alla tomba del fratello era stato l’ultimo atto della sua campagna. ‘La chiave del successo è la fede, vinceremo perché dobbiamo vincere, per far risorgere in Polonia una vera democrazia, con priorità nazionali’, ha detto Kaczynski in toni da muro contro muro. E ha sottolineato le profonde divergenze tra lui e Komorowski, e tra i due schieramenti. Linguaggio opposto da parte di Komorowski, osannato dai seguaci nel cortile del quartier generale della sua campagna, in una Varsavia coperta dalle nuvole. Ha ringraziato tutti, ha invitato tutti a impegnarsi a fondo per il ballottaggio, e soprattutto ha pronunciato calorose congratulazioni per Napieralski, ‘perché la Polonia ha bisogno anche di una sinistra’. Parole che suonano come una porta aperta a eventuali futuri cambi di maggioranza anche a livello governativo. Il premier liberal ed europeista Tusk, che nel 2007 spodestò alle elezioni politiche l’allora premier Jaroslaw Kaczynski mobilitando gli elettori delle città, i ceti medi colti, gli operai specializzati e soprattutto i giovani, governa ora in alleanza col Partito contadino. Ma in cambio dell’appoggio a Komorowski al ballottaggio, la sinistra potrebbe avere offerte di coalizione. Già col voto di ieri è uscita dalla condizione di paria della politica. E anche questa nuova realtà è uno schiaffo cocente alla sfida dell’ultimo gemello. L’Europa di cui Varsavia è il membro-chiave nel centro est resta in ansiosa attesa del ballottaggio, ma dalla maggioranza degli elettori polacchi (sommando PO e sinistra) ha già avuto un nuovo sì”.

 (red)

 

 

20. Israele a Gaza: via libera ai beni civili

Roma -

“Tutti i beni ‘per uso civile’ potranno entrare via terra nella Striscia di Gaza. Il governo israeliano ha confermato ieri la decisione presa nei giorni scorsi, allargando la lista dei prodotti che potranno entrare nell’enclave palestinese governato dagli islamici di Hamas. Si tratta praticamente di qualsiasi bene che serva alla vita quotidiana della popolazione, resta il divieto assoluto per le armi e viene mantenuto (come già annunciato) in vigore il blocco navale”. Si legge su Reoubblica. “‘A partire da oggi, c’è il semaforo verde per l’ingresso di tutti i beni a Gaza fatta eccezione per gli equipaggiamenti militari e il materiale in grado di rafforzare la macchina da guerra di Hamas’, ha spiegato una fonte del governo alla France Presse. È l’ennesimo segnale di apertura che fa seguito alle pressioni internazionali che si erano intensificate dopo l’attacco del 31 maggio scorso da parte dei commandos israeliani contro la "Freedom Flotilla" che voleva violare il blocco navale. Una decisione che è stata salutata con favore dalla Casa Bianca di Obama e che è arrivata nel giorno in cui Netanyahu ha incontrato l’inviato del Quartetto, Tony Blair, proprio per discutere proprio dell’embargo. Il premier israeliano incontrerà il 6 luglio anche il presidente americano dopo che Obama aveva più volte definito ‘insostenibile’ la situazione della Striscia. Proprio mentre Israele "alleggerisce" il blocco, però, sale la tensione per la notizia che una portaerei e altre 11 navi da guerra Usa, accompagnate da un’unità israeliana, avrebbero attraversato il canale di Suez, passando dal Mediterraneo al Mar Rosso con l’avallo dell’Egitto. Lo riferisce la stampa israeliana citando il quotidiano arabo pubblicato a Londra, Al Quds Al Arabi. Con il blocco navale ancora in pieno vigore, la marina militare israeliana resta in stato di allerta per intercettare le imbarcazioni libanesi e quelle iraniane che hanno annunciato di voler arrivare a Gaza. E, secondo alcuni media, la presenza delle navi americane potrebbe essere legata proprio alla flottiglia iraniana diretta verso la Striscia. E nel frattempo si è aperto però un piccolo caso diplomatico con la Germania. Lo Stato ebraico ha infatti negato il permesso di entrare a Gaza al ministro dello Sviluppo Dirk Niebel, che ha definito l’accaduto ‘un grande errore di politica estera da parte del governo israeliano’. Una protesta ufficiale è arrivata per bocca del ministro degli Esteri Guido Westerwelle (‘deploro la decisione del governo israeliano’) che ha ribadito come la Germania e l’intera Unione Europea si aspettino ‘la fine del blocco’ di Gaza. A tre settimane dall’attacco alla nave turca Marmara escono nuovi dettagli su quello che parte dei "media" israeliani ha bollato come un fiasco. Secondo un’inchiesta della Marina il commando era impreparato perché non era stato informato dall’intelligence dell’eventualità di potersi trovare di fronte a una reazione violenta da parte dei militanti turchi. Nei giorni scorsi era stata l’intelligence a criticare i militari per aver lasciato andare due terroristi (tra cui un agente siriano), che si trovavano a bordo della Marmara”.

 (red)

 

 

21. Cina, rivalutazione lenta per lo yuan

Roma -

“Il mondo intero applaude la decisione di avviare una rivalutazione del renminbi. Un clamore quasi eccessivo: Pechino si affretta a sottolineare - a uso interno - che il rafforzamento della moneta sarà graduale, per non infliggere danni pesanti all’industria esportatrice. La novità sarà al centro del G20 di Toronto questo weekend. La Banca centrale europea e l’Eurogruppo, con un insolito e solenne comunicato congiunto, salutano ‘la maggiore flessibilità del renminbi come un mezzo per promuovere una crescita equilibrata nel mondo intero’”. Si legge su Repubblica. “Con l’euro debole, e l’effetto depressivo dei tagli alla spesa pubblica, il Vecchio continente spera in un boom di esportazioni verso la locomotiva cinese. Dimitry Medvedev si spinge ancora più in là. Parlando a un gruppo di banchieri di Wall Street, il presidente russo prevede un futuro in cui il renminbi sarà pienamente convertibile, e rilancia il progetto di un "portafoglio di valute" che sostituisca il dollaro come moneta universale. È uno scenario in cui lo stesso G20 verrebbe superato, mentre nella governance globale conterebbe di più il dialogo tra l’America e i Bric (Brasile Russia India Cina). La Banca Popolare della Cina ieri è tornata sulla svolta che ha suscitato l’entusiasmo generale. Mentre sabato quell’annuncio era stato divulgato simultaneamente in mandarino e in inglese, ieri la precisazione è uscita sul sito della banca centrale solo in mandarino. ‘La parità di cambio del renminbi - vi si legge - sarà mantenuta a un livello ragionevole di stabilità’. Traduzione: nessuno si aspetti un balzo improvviso, la rivalutazione sarà somministrata col contagocce. La precisazione risponde a due pressioni domestiche. La più visibile è apparsa sulla blogosfera cinese dove molti hanno criticato la banca centrale per "aver ceduto alle pressioni dell’America". Rapidamente cancellati dalla censura, i commenti confermano l’esistenza di una frangia di opinione pubblica nazionalista, suscettibile verso ogni forma di acquiescenza alle pressioni internazionali. Più importanti sono le preoccupazioni della grande industria esportatrice, che con un renminbi più forte perderà qualche margine di competitività. Perciò Pechino si comporterà come nel triennio dal 2005 al 2008: sfruttando la fascia di oscillazione del renminbi (0,5 per cento quotidiano), piloterà un rialzo lento e prudente. Nei tre anni in questione la valuta cinese si rafforzò del 21 per cento sul dollaro. Adesso la situazione è complicata dalla debolezza dell’euro. Negli ultimi due mesi la moneta cinese, restando agganciata al dollaro (con una parità fissa di 6,83 renminbi per un dollaro) si è automaticamente rivalutata del 20 per cento sull’euro. Per non infliggere all’industria esportatrice uno choc eccessivo, la previsione più diffusa è un rialzo del renminbi fra il 3 per cento e il 5 per cento sul dollaro entro la fine di quest’anno. Basterà a placare le pressioni protezioniste all’interno degli Stati Uniti? Il segretario al Tesoro Usa, Tim Geithner, parla di ‘un passo importante, ma il vero test sarà di quanto e con che rapidità si rafforzerà il renminbi’. Il senatore Charles Schumer, democratico di New York che guida una robusta pattuglia parlamentare decisa a colpire la Cina con dazi doganali, ribadisce che ‘se la rivalutazione non è rapida e consistente, spingeremo il Congresso verso misure punitive’. Con l’avvicinarsi delle elezioni legislative di novembre, in America può crescere il vantaggio politico del protezionismo. Ma la direzione di marcia imboccata dal governo cinese dovrebbe smussare le tensioni. ‘L’industria cinese dovrà perseguire un aggiustamento strutturale’ si legge sul sito della banca centrale di Pechino. Insieme con gli aumenti salariali favoriti dal governo, si delinea una strategia di lungo termine che punta a riqualificare l’industria cinese su vocazioni più avanzate, al tempo stesso sviluppando il mercato interno e il potere d’acquisto dei consumatori. Un’altra conseguenza cruciale del rafforzamento del renminbi riguarda il resto dell’Asia-Pacifico. I mercati spingeranno al rialzo anche le monete degli altri paesi dell’area, le cui economie sono legate alla Cina. Dalla Corea del Sud all’Australia, da Singapore all’Indonesia, si prevede un afflusso di capitali: se avverrà in modo ordinato avrà l’effetto virtuoso di moderare le pressioni inflazionistiche, altrimenti potrebbe alimentare nuove bolle speculative”.

 (red)

 

 

22. Comincia l’estate, Italia al freddo

Roma -

“Oggi comincia l’estate ma il meteo sembra essere tarato su un’altra stagione. Pioggia, freddo e, al nord, è tornata la neve. Invece di fare i conti con l’afa, l’intero Paese sopporta violenti temporali e temperature in calo”. Si legge su Repubblica. “Giugno pazzo, per l’arrivo della bella stagione - dicono i meteorologi - bisognerà aspettare la fine del mese. Le avverse condizioni meteo hanno complicato le ricerche di Giovanni Cattaneo, 65 anni, ex sindaco di Valleve, provincia di Bergamo, da due giorni disperso nei boschi della zona. E nella stessa provincia, a Verdello, il fondo stradale reso viscido dalla pioggia è stata una delle cause dell’incidente stradale sulla statale 42 in cui hanno perso la vita tre persone. E, sempre la pioggia, potrebbe aver fatto perdere il controllo del furgone su cui viaggiava a un uomo di 72 anni, di Pistoia, morto dopo essere precipitato in un burrone. La perturbazione che attraversa l’Italia ha portato le temperature ben al di sotto della media stagionale. In Alto Adige è tornata la neve sopra i 1.500 metri e ha reso necessaria la chiusura al traffico dei passi Rombo e Stelvio. Imbiancate le prealpi vicentine e le Dolomiti venete. Stesso scenario in Valtellina e Valchiavenna, in Lombardia, con un crollo delle temperature di 12-13 gradi rispetto ai giorni scorsi. Piogge in Friuli Venezia Giulia. In Sardegna il vento di ponente, con una forza superiore ai 25 nodi, ha creato delle difficoltà nei porti del nord e causato ritardi ai traghetti. Si sono "triplicati" gli eventi estremi, con piogge sempre più intense e vento forte, secondo Giampiero Maracchi, ordinario di climatologia all’università di Firenze, rispetto agli anni ‘60-’90. Ne fanno le spese le colture e il turismo. Secondo Coldiretti, un avvio d’estate così piovoso, dopo una primavera con precipitazioni del 12 per cento sopra la media, rischia di produrre danni di milioni di euro. La Versilia dal primo maggio a oggi ha contato solo tre fine settimana di sole: Vincenzo Lardinelli, presidente nazionale Fiba, la federazione italiana imprese balneari della Confesercenti, ha chiesto lo stato di calamità”.

 (red)

 

 

23. Lui altoatesino, lei marocchina: nozze negate

Roma -

“Lei è una ragazza nordafricana di 26 anni, lui è un trentenne di Laives. Si incontrano, si piacciono, e alla fine decidono di sposarsi. Una storia come tante nella moderna Italia multietnica, ma per i fiori d’arancio dovranno aspettare qualche mese e qualche udienza in tribunale, dall’esito ancora incerto”. Si legge su Repubblica. “Il motivo? Il Comune di Laives, piccolo centro altoatesino a pochi chilometri da Bolzano ha detto "nein" alle pubblicazioni di matrimonio dei due sposi promessi. Gli impiegati non hanno voluto sentire ragioni: alla ragazza mancava il nulla osta del Consolato del Marocco, negato perché - secondo la legge del Paese nordafricano - una donna non può sposare un uomo di fede diversa da quella musulmana. A nulla sono valse le proteste del giovane, allibito di fronte agli zelanti dipendenti del Comune e a un diniego che gli è parso incredibile. Nozze negate, dunque, dalla burocrazia. Ma i due ragazzi non hanno voluto darsi per vinti e hanno deciso di mettere la loro "storia giudiziaria" nelle mani di un avvocato per fare in modo che la "storia d’amore" potesse trionfare. E il legale, Nicola Degaudenz, si è subito mosso. ‘Sotto il profilo giuridico - spiega l’avvocato Degaudenz - quel diniego viene considerato un impedimento alla celebrazione del matrimonio. L’ostacolo si può superare, secondo le norme in vigore, se l’aspirante marito si converte e abbraccia la religione islamica’. Cambiare religione? Il giovane altoatesino non ci ha pensato nemmeno per un secondo, ma la sua sorpresa - davanti al diniego degli impiegati del Comune di Laives - è stata enorme. ‘Meglio così - dice ancora Degaudenz - perché quel diniego mi ha consentito di presentare ricorso al tribunale di Bolzano’. L’avvocato è ottimista, forte di un precedente positivo andato in scena alcuni anni fa nella vicina provincia di Trento. ‘In quel caso, i protagonisti erano un imprenditore agricolo di Cles e una ragazza tunisina. Ma il rifiuto del Comune della valle di Non era contrario all’articolo 19 della Costituzione italiana che sancisce la libertà religiosa’. E così il tribunale di Trento aveva dichiarato contrario all’ordinamento italiano il divieto per una donna musulmana di contrarre matrimonio con un non musulmano. Anche perché - hanno fatto notare i giudici - non si tratta di una legge, ma di un "impedimento", alla stessa stregua della minore età o dei legami di parentela tra i futuri coniugi. La differenza religiosa non viene nemmeno menzionata. Insomma, una sentenza che faceva diventare - di fatto - carta straccia il mancato nulla osta del Paese d’origine. Un precedente cui si aggiunge la recente approvazione alla Camera della normativa che regola i matrimoni misti. E, appunto, impone che ‘in caso di rifiuto del nulla osta, o decorsi i termini di 90 giorni, l’ufficiale di stato civile è tenuto a verificare che le leggi del Paese di provenienza di un coniuge non entrino in contrasto con l’Ordine pubblico italiano, come previsto dal diritto internazionale privato secondo cui, in tal caso, la legge straniera non può essere applicata’. Sarà così anche questa volta? Nella loro casetta di Laives i due giovani innamorati ci sperano con tutta la loro forza. La data è già stata fissata: 1 ottobre 2010. Purtroppo per loro, non sarà il giorno in cui si giureranno amore eterno ma quello della prima udienza in tribunale”.

 (red)

 

 

24. Mondiali, cosa resta dei Campioni

Roma -

“Forse la Nuova Zelanda non sarà la Corea della savana, però le somiglia abbastanza. Ha costretto a un inglorioso 1-1 su rigore l’Italia più sciatta e inoffensiva degli ultimi quarant’anni: nel 2010, unica tra le 32 del Mondiale, la Nazionale non ha ancora vinto nemmeno un’amichevole. Ora la qualificazione si decide giovedì a Johannesburg con la Slovacchia ed è appesa alle astruse combinazioni aritmetiche: il primo posto nel girone, indispensabile per evitare l’Olanda negli ottavi, figura tra le eventualità improbabili”. Si legge su Repubblica. “Il primo tempo merita un posto d’onore nella galleria degli orrori azzurri. Di fronte all’accozzaglia raccattata da Herbert tra il campionato neozelandese, quello australiano e i club minori inglesi (con l’aggiunta di Elliott, che a 36 anni una squadra non ce l’ha), gli iperprofessionisti di Lippi hanno fatto tutto ciò che non dovevano. Avrebbero dovuto giocare palla a terra. Invece hanno concesso agli avversari di trasformare la partita in una gara di lunghi rilanci sbilenchi. Avrebbero dovuto limitare i duelli aerei. Invece li hanno alimentati, incluse le gomitate del noto spaccanasi Fallon, graziato dall’arbitro guatemalteco dall’espulsione su Zambrotta e placato al 20’ con un’ammonizione. Avrebbero dovuto far valere la tecnica. Invece hanno sfornato un’infinità di cross per i saltatori oceanici, a un ritmo così impacciato da aiutare l’empirica difesa degli All Whites. Lippi si era illuso che gli stenti offensivi mostrati col Paraguay fossero dipesi dal poco collaudato modulo con Marchisio trequartista, anziché dalla fatale assenza di pressing, che suggerirebbe l’innesto di Gattuso. Ha dunque riproposto gli stessi uomini nel 4-4-2, con Marchisio esterno sinistro e Iaquinta seconda punta, per alleviare la solitudine di Gilardino. Purtroppo il problema è la qualità e la personalità degli interpreti. A destra Pepe si è confermato un corridore, sprovvisto di dribbling e di genio. L’incursore Marchisio ha manifestato totale mancanza d’intraprendenza. Gilardino si è lasciato anticipare, né le ruvide sponde del generoso Iaquinta hanno attenuato la sensazione di una coppia estemporanea e male assortita. Il precoce gol della Nuova Zelanda (8’, in sospetto fuorigioco) ha aggiunto insicurezza, tanto più che lo ha provocato il capitano. Su un calcio di punizione rugbistico di Bertos dalla trequarti, Cannavaro si è lasciato carambolare il pallone addosso: a un passo da Marchetti, scalognato sostituto di Buffon, Smeltz ha allungato la zampata dell’1-0. L’Italia ha reagito con i riflessi di un plantigrado. A parte una svirgolata sotto porta di Chiellini, il solo Montolivo ha tentato un vero tiro da fuori: palo (27’). Batres ha allora soccorso la Nazionale con un rigore magnanimo, per una piccola trattenuta di Smith a De Rossi. Dopo la goffa respinta di Paston su De Rossi appena prima dell’intervallo, dagli spogliatoi sono riemersi Di Natale per Gilardino e Camoranesi per Pepe. Il presunto 4-3-3 offensivo è stato poi ulteriormente appuntito da Pazzini (per Marchisio). L’ennesima correzione tattica di Lippi non ha dato frutti: neppure la teorica iniezione di tecnica ha funzionato. Camoranesi è stato più efficace di Pepe, ma anarchico. Di Natale ha punzecchiato qua e là, Pazzini ha perso il pungiglione. L’unica parata difficile Paston l’ha fatta su un destro da fuori di Montolivo (24’), mentre Marchetti ha rischiato il gol su diagonale a lato di Wood (38’) e Chiellini il rigore in un corpo a corpo in area con Reid. Altro che Italia camaleontica. Questa, per ora, porta il costume di Arlecchino. E le toppe, con la Slovacchia, potrebbero non bastare”.

 (red)

 

 

25. Mondiali, Lippi: a casa non ci sono dei fenomeni

Roma -

"Il vero Lippi, quello grintoso che avevamo conosciuto in Germania e prima ancora negli anni d’oro sulla panchina della Juventus, fa capolino verso la fine della conferenza stampa, preludio al primo processo al c.t.: ‘Non sono pentito delle scelte che ho fatto. A casa non c’è nessun fenomeno che avrebbe potuto cambiare questa partita’. Uno scatto d’orgoglio nel giorno in cui la nazionale prende piena coscienza dei suoi limiti e capisce che il suo Mondiale è una strada in salita piena di curve”. Si legge sul Corriere della Sera. “Prima e dopo Lippi ascolta le domande e misura le risposte. Dentro, magari, avrebbe voglia di spaccare il mondo. Sul palco, solo contro tutti, dentro l’inseparabile giacca a vento rossa che contrasta con i capelli bianchi, ringhia meno del solito e non cerca vendette. È rassegnato alle critiche che investiranno lui e la sua squadra ma consapevole, dopo una vita spesa dietro e dentro il pallone, che a volte è sufficiente un soffio di alito a cambiare una partita, un Mondiale, una vita. L’Italia è a pezzi, sorretta da un briciolo di volontà e poco altro. I giocatori, in campo, fanno l’esatto contrario di quello che Marcellone chiede: il c.t. voleva palla bassa e invece gli esterni arrivano sul fondo e crossano per la testa dei famelici giganti della Nuova Zelanda, voleva attenzione in difesa e invece al primo affondo gli azzurri si fanno infilare, voleva maggiore pressione sulle fasce e invece la squadra rilancia quasi sempre per vie centrali, tanto che nell’intervallo è costretto a sostituire Pepe. Ma Lippi, nel giorno più complicato della sua doppia vita di commissario tecnico, sa che basta niente per cambiare spartito. L’Italia è un pugile suonato che sbanda da una parte all’altra del ring, ma aspettate a darla per spacciata. L'esperienza, e Lippi indubbiamente ne ha maturata tanta, insegna. ‘Certi discorsi tra una settimana potreste essere costretti a rimangiarveli’, l’avviso ai naviganti della sala stampa, ricordando come una volta, per la precisione il 10 dicembre del ’97, quasi tredici anni fa, con la Juve era ad un passo dall’eliminazione nella fase a gironi della Champions League. E poi? ‘Poi arrivo un gol da lontano e cinque mesi dopo vincemmo la coppa...’. La memoria tradisce il c.t. Il gol di Djordjevic evitò ai bianconeri l’eliminazione al primo turno, ma la corsa si fermo ad Amsterdam, nella finale contro il Real Madrid. Poco importa, però. Il succo del discorso resta. ‘Al Mondiale dell'82 l'Italia ha superato la prima fase con tre pareggi e poi ha vinto. Potrebbe essere così anche stavolta. Però noi faremo l’impossibile per superare la Slovacchia. Perché di tornare a casa non ne abbiamo proprio voglia...’. Lippi si attacca all’imponderabilità del calcio, nell’attesa di capire perché la manovra si sviluppa lenta e gli attaccanti non arrivano mai al tiro. Questa mattina, prima dell’allenamento al Southdowns College, è previsto un lungo faccia a faccia. ‘La verità è che non si può sempre dover rimontare. Non ci manca certo la volontà, casomai un po’ di lucidità. Non è un problema di personalità. E neppure di qualità perché in campo c’erano giocatori di valore e a casa, come ho detto, non ho lasciato gente più brava di quella che è qui con me. Non sono pentito delle scelte che ho fatto e le rifarei. Però l’Italia, questa Italia, può fare molto meglio. Rimbocchiamoci le maniche e andiamo avanti. Un pizzico di fortuna ci sarebbe servita, ma non cerco scuse e non mi sto ad attaccare al fatto che la Nuova Zelanda ha segnato in fuorigioco. Non sono nel panico, sono soltanto dispiaciuto per il pareggio che complica i nostri piani. Se abbiamo difficoltà a far gol non è colpa solo degli attaccanti. Qui ci sono i migliori. Una parola di speranza ai nostri tifosi? Niente parole, soltanto il lavoro, la voglia, la determinazione con cui inseguiremo l'obiettivo. Dobbiamo vincere contro la Slovacchia. Se non vinciamo la terza partita, allora è giusto tornare a casa’. O forse no. ‘Anche il pareggio potrebbe bastare...’. Magari all’ultimo secondo, un colpo di vento che faccia strambare la barca azzurra e accenda il nostro Mondiale di sofferenza”.

 (red)

Prima pagina 21 giugno 2010

Un piccolo dettaglio: non abbiamo vinto... (autoassoluzione perenne)