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Delocalizziamo Marchionne e la Fiat, per sempre

L’ultima di Marchionne, stando alle indiscrezioni pubblicate ieri da Repubblica e riprese da molti altri media, si chiama “piano C”. La prima ipotesi, il “piano A”, era trasferire la produzione della Panda a Pomigliano imponendo le drastiche condizioni su cui oggi si vota nel referendum interno; la seconda, il “piano B”, era proseguire con l’attuale assetto, continuando ad assemblare le vetture in Polonia. La terza sarebbe, appunto, il “piano C”: la Fiat chiude Pomigliano e vende gli impianti a una società nuova di zecca, sempre di proprietà Fiat, che azzera tutti i rapporti di lavoro esistenti e assume chi le pare, alle condizioni che vuole lei. Della serie: le leggi esistono per chi è così scemo da rispettarle, i contratti si stracciano quando non fanno più comodo, e i lavoratori non contano niente. L’economia globale in tutto il suo splendore. Le grandi industrie fanno quello che vogliono e, speculando sul crollo dell’occupazione a seguito della crisi, spazzano via i vincoli del precedente sistema delle relazioni sindacali e delle norme a protezione dei lavoratori.

È una questione cruciale, che va ben al di là della vicenda di Pomigliano. Una delle questioni fondamentali su cui ruota l’organizzazione sociale dei prossimi anni. Quello che si profila, come abbiamo già scritto giovedì scorso parlando della Marcegaglia, è un nuovo scontro frontale fra capitale e lavoro. Ovverosia tra una ristretta minoranza che dispone di enormi quantità di denaro – magari senza nemmeno averlo accumulato in proprio, ma solo perché gode di un credito pressoché illimitato da parte delle banche – e una stragrande maggioranza di cittadini che non hanno altri mezzi di sussistenza che il loro lavoro, alle dipendenze di terzi. 

Essendo semplicemente impossibile che il capitalismo modifichi il proprio atteggiamento, l’unica via d’uscita è che siano i cittadini a modificare il loro. L’idea di una coesistenza pacifica (o vogliamo dire succube?) deve essere accantonata una volta per tutte, per manifesta infondatezza. Al suo posto, invece, deve svilupparsi una piena consapevolezza del dissidio insanabile che si è determinato, o per meglio dire che è riemerso, e che d’ora in avanti non potrà che acuirsi. Nel momento in cui l’unica logica seguita dalle holding in stile Fiat è quella del massimo profitto, che postula l’abbattimento dei costi del lavoro sul doppio binario della riduzione sia dei salari che delle tutele normative, i popoli devono capire che il rifiuto deve essere totale e definitivo. Non si tratta più di una tensione tra interessi contrapposti che alla fine, grazie alla supremazia dell’Occidente sul resto del mondo e a un vastissimo e non più sostenibile sistema di welfare, si ricompone in un reciproco vantaggio, che permette a quasi tutti di avere stipendi almeno discreti e di alimentare, così, l’illusione del benessere. Si tratta di una lotta senza esclusione di colpi, in cui la precarietà diventa la regola e le fasce di povertà, o di indigenza, si allargano a dismisura.  

Oggi che la Fiat, o chi per essa, si ritiene sollevata da qualsiasi obbligo etico nei confronti dei cittadini/lavoratori, la sola risposta possibile è un disprezzo uguale e contrario. Che presuppone, naturalmente, la capacità di affrancarsi dal modello corrente di sviluppo e di consumo. Alla minaccia del Marchionne di turno, che agita lo spauracchio della delocalizzazione, bisogna rispondere con una “delocalizzazione” ancora più drastica: quella dell’espulsione dalle nostre vite di tutto ciò che non è davvero necessario. Costruitevele dove volete, le vostre Panda o le vostre Punto o le vostre Croma. Ma non sognatevi di venire a venderle a noi. 

Federico Zamboni

 

Prima pagina 22 giugno 2010

Freddie e Fannie (ancora) in crisi. Ma noi siamo immuni, vero?