Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 22/06/2010

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Meno tagli alle Regioni virtuose”. Editoriale di Pierluigi Battista: “L’enigma Brancher”. Di spalla: “I pm di Perugia al Vaticano: dateci tutti i conti su appalti e case”. Al centro foto-notizia: “Perché dobbiamo salvare le balene dai cacciatori” e “Di Pietro indagato per truffa”. In taglio basso: “I nostri dieci consigli per la maturità”. LA REPUBBLICA - In apertura: “Legge-bavaglio, monito del Colle”. Di spalla: “Pomigliano vota è in gioco il suo futuro”. Editoriale di Curzio Maltese: “Finale di partita”. A centro pagina: “Fini: la Padania non esiste Bossi: taci, qui non prendi voti”, con il commento di Ilvio Diamanti: “La patria immaginaria”, e la foto-notizia “L’autodifesa del cardinal Sepe ‘La Santa Sede approvava tutto’ ”. In un box: “Rimborsi elettorali, Di Pietro indagato per truffa”. In taglio basso: “Anche in farmacia la ‘ruota degli esposti’ ” e “La tentazione di Como ‘Diventiamo svizzeri’ ”. LA STAMPA – In apertura: “Fini-Lega, lite sulla Padania” e in taglio alto: “La procura di Perugia indaga nei bilanci di Propaganda Fide” e “Rimborsi elettorali, Di Pietro inquisito per le Europee 2004”. Editoriale di Paolo Mastrolilli: “Vecchia Europa, calcio e politica gli stessi vizi”. Al centro foto-notizia: “Moby Dick, il summit non ferma il massacro”. A fondo pagina: “Bloody Sunday, miracolo dopo 38 anni”. IL GIORNALE - In apertura: “Così impari”, con l’editoriale di Vittorio Feltri. Di spalla i commenti: “Lo sciopero suicida di Termini”, “Fisco e casa: il balletto dei condoni”, “Niente tagli alla sanità che salva vite”. A fondo pagina: “Perché Milano deve pagare meno tasse”. IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Yuan subito al record da 5 anni”. Editoriale di Barry Eichengreen: “Cina più cara, il mondo ci guadagna”. Al centro la foto-notizia: “Trichet all’Europarlamento: ‘Controlli di bilancio più severi nella zona Euro” e “Tremonti ter verso la proroga”, “pomigliano vota. Marcegaglia: sì al buonsenso”. Di spalla: “Addio a Guillet Comandante Diavolo”. A fondo pagina: “L’assenteista ringrazia, la crisi allenta le visite fiscali”. IL MESSAGGERO – In apertura: “Vaticano, le case nel mirino” e in un box: “Fini: la Padania è un’invenzione della Lega”. Editoriale di Oscar Giannino: “Pomigliano, un voto che vale il futuro”. Al centro foto-notizia: “Lippi cambia l’Italia: tre attaccanti contro la Slovacchia” e “Napolitano: la priorità va alla manovra. Il governo: no ai condoni edilizio e fiscale”. In un box: “Olimpiadi a Roma, Gianni Letta disponibile a presiedere il comitato”. In taglio basso: “Maturità, oggi la prima prova. E’ giallo per le tracce su Internet” e “Stupro in hotel, un altro indagato”. IL TEMPO - In apertura: “Fini dice una cosa giusta”. Editoriale di Mario Sechi: “Il federalismo si costruisce con un Paese unito”. Al centro foto-notizia: “Caccia agli invidiosi del Papa rosso”. In un box: “Di Pietro indagato per truffa”. In taglio basso: “Questo Mondiale sembra un ‘western’ ” e “L’Italia Campione ormai non esiste più”. LIBERO – In apertura: “Dove ha messo i soldi?”. Editoriale di Maurizio Belpietro: “Serve un giudice vero che faccia luce sui misteri di Tonino”. Di spalla i commenti “In attesa dei tagli la Camera si alza le spese”, “Liberi dalle tasse. La data arriva sempre più tardi” e “strategia di Fini: tutto fa brodo contro la Lega”. Al centro: “I venti chili d’oro del cardinal Sepe”. A fondo pagina: “Il fascistissimo Balbo ultimo eroe della tv”. L’UNITÀ – In apertura foto-notizia a tutta pagina: “Allo sbando”. A fondo pagina: “Pomigliano. Oggi il referendum che spacca tutto”. IL FOGLIO – In apertura a sinistra: “Così Pechino blandisce Obama ma in verità pensa al cortile di casa”. In apertura a destra: “Il giallo del ministro Brancher agita la Lega. C’è un super sospettato”. Al centro: “Chi bloccherà il via vai di navi ‘pacifiste’ verso Gaza?” (red)

 

2. Meno tagli alle Regioni virtuose, sì di Tremonti

Roma - “La Lega Nord e il ministro dell’Economia – riporta il CORRIERE DELLA SERA – studiano la rimodulazione dei tagli al bilancio delle Regioni previsto dalla manovra economica. L’entità complessiva della riduzione dei trasferimenti resterebbe invariata, 4 miliardi nel 2011 e 4,5 nel 2012, ma la sforbiciata non sarebbe più lineare. Non colpirebbe, cioè, tutte le Regioni allo stesso modo. Roberto Calderoli e Umberto Bossi, che ne hanno discusso ieri sera ad Arcore con il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, chiedono che la legge preveda esplicitamente un meccanismo di salvaguardia per le Regioni più virtuose, quelle che sprecano di meno. Riducendo il sacrificio a loro carico e spostando il peso sulle altre. L’emendamento che stanno studiando con il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, lascerebbe alcuni mesi di tempo alle Regioni per decidere tra di loro i criteri per la suddivisione degli oneri. ‘Massima rigidità a monte, ovvero sui saldi, massima flessibilità a valle, cioè sul modo in cui conseguire il risultato’ spiegano al ministero dell’Economia. Come è stato fatto l’anno scorso per il Patto sulla Sanità, dovrebbe essere un nuovo Patto tra i governatori a stabilire i meccanismi. Il Tesoro, però, pretende una precisa clausola di garanzia per blindare il risparmio previsto. Se non ci fosse l’intesa tra le Regioni entro la fine dell’anno, sarà il governo a metter mano alle forbici. Non si esclude che la nuova norma possa prevedere fin da ora sanzioni ‘politiche’ più forti di quelle già previste dalla manovra per le Regioni che non rispettano gli obiettivi. Il decreto le obbligherebbe a versare al bilancio dello Stato una somma pari allo scostamento, ma una delle ipotesi allo studio prevede anche l’aumento obbligatorio delle addizionali Irpef regionali. Verrebbe dunque rafforzato ancor di più – prosegue il CORRIERE DELLA SERA – il principio già introdotto con la Finanziaria del 2010, che impone alle Regioni che presentano un deficit nel bilancio della sanità e che non adottano piani di rientro credibili di aumentare l’addizionale Irpef di 0,3 punti oltre il tetto massimo dell’1,4 per cento. Un rischio che oggi corrono seriamente almeno quattro regioni: Abruzzo, Lazio, Campania e Calabria (...)”. (red)

 

 

3. Manovra, Stop del governo a ipotesi condono

Roma - “La manovra arriva a Palazzo Madama. Ed è subito polemica. Ieri – riporta il CORRIERE DELLA SERA – era il giorno degli emendamenti in commissione Bilancio. E nell’’assalto alla diligenza’, fra le oltre 2500 proposte di modifica al testo varato dal governo, è comparsa la proposta di riapertura del condono fiscale e di quello edilizio: la norma è stata presentata da tre senatori del Pdl, Paolo Tancredi, Cosimo Latronico e Gilberto Pichetto, con tanto di timbro dell’ufficio legislativo del partito del premier Silvio Berlusconi. La sanatoria edilizia prevedeva una riapertura dei termini del condono 2003, per sanare (entro la fine del 2010) gli abusi commessi fino al 31 marzo scorso. Immediate le reazioni del centrosinistra e delle associazioni ambientaliste: ‘Vergogna, vergogna, vergogna’. Anche Confindustria ha bocciato l’ipotesi: ‘Non è questa la strada’, ha commentato Emma Marcegaglia. E nel Pdl l’imbarazzo è stato evidente fin dall’inizio. Quindi è partita la retromarcia. E alla fine l’emendamento è stato ritirato. ‘Nella confusione ho firmato per sbaglio quell’emendamento’, si è giustificato il senatore Tancredi. ‘Era già stato deciso che la scrematura degli emendamenti sarebbe stata fatta in un secondo momento’, ha aggiunto Gaetano Quagliarello, vicepresidente dei senatori del Pdl. E nel pomeriggio prima il sottosegretario all’Economia Luigi Casero, poi il ministro Giulio Tremonti, hanno escluso ‘qualsiasi ipotesi di condono: non sono nel programma del governo’. Il sottosegretario Paolo Bonaiuti se l’è invece presa con ‘la sinistra bugiarda’ che ‘fa passare per legge un emendamento che non sarà sostenuto certo né dalla maggioranza, né dal governo’. Pd e Italia dei Valori – prosegue il CORRIERE DELLA SERA – hanno invece contrattaccato: ‘La proposta dei condoni è stata presentata dal Pdl, non certo da noi’. Rientrato sia pur fra polemiche e veleni il caso dei condoni, ora comincerà l’esame degli emendamenti. Pasquale Gramazio (Pdl) da destra e Donatella Poretti e Marco Perduca da sinistra con iniziative diverse hanno chiesto di revocare il blocco degli stipendi degli statali, previsto nella manovra fino al 2013. E non è stata questa l’unica richiesta bipartisan: Vincenzo Vita e Luigi Lusi, del Pd, hanno sottoscritto insieme ad Alessio Butti un emendamento per chiedere di far slittare almeno fino al 2012 i tagli ai giornali di partito e dalle cooperative. E, ancora, diverse sono state richieste, anche in questo caso bipartisan, di proroga della Tremonti-ter, la norma che stabilisce la detassazione degli utili investiti per l’acquisto di macchinari, in scadenza a fine giugno. La Lega ha chiesto invece di inasprire il taglio agli stipendi e ai bonus dei manager, mentre alcuni senatori ‘finiani’ hanno proposto la tassazione fissa al 20 per cento dei redditi da locazione (cioè gli affitti). E, ancora, fra la raffica di proposte, per finanziare vari capitoli di spesa c’è chi ha suggerito l’aumento delle accise su birra e alcolici, chi invece sulle sigarette. Ma fra le proposte che hanno fatto discutere di più – conclude il CORRIERE DELLA SERA – la ‘tassa sulla prostituzione’, richiesta da Lucio Malan (Pdl) e Donatella Poretti (Pd)”. (red)

 

 

4. Il richiamo del Colle: “Priorità alla manovra”

Roma - “È la Grande Crisi a dettare i tempi della politica. O almeno così dovrebbe essere – scrive Marzio Breda sul CORRIERE DELLA SERA – secondo Giorgio Napolitano. A suo avviso, infatti, ‘nell’attuale grave momento’, ‘tutte le forze politiche e sociali e tutte le componenti istituzionali’, dovrebbero focalizzare l’attenzione e le priorità sulla manovra economica e finanziaria. Dovrebbero, insomma, ‘concentrarsi su questo difficile adempimento’, evitando ‘che il confronto su una materia già tanto ardua sia negativamente condizionato da tensioni politiche già acute su tutt’altra materia’. E l’’altra materia’, per quanto il capo dello Stato non la citi, è la legge sulle intercettazioni, su cui è in corso uno scontro durissimo e che il premier Berlusconi giudica ‘vitale’. Tanto da voler chiudere la partita entro luglio. Costi quel che costi. Una prova di forza, quest’ultima, dalla quale il Quirinale si è sempre tenuto fuori. Respingendo il pressing di chi gli chiedeva avalli, o rifiuti di firma, preventivi e sottraendosi così anche a quei negoziati impropri con Palazzo Chigi ipotizzati da qualcuno e che potrebbero legargli le mani al momento della ratifica. La verità è che ‘c’è poco tempo’ per pensare di far bene l’una e l’altra cosa ed evitare un conflitto a tutto campo per una sorta di contagio, sembra pensare il presidente della Repubblica quando prende la parola davanti ai vertici del Cnel, in udienza sul Colle. Evidentemente ha in mente i 40 giorni che restano per convertire in legge il decreto da 24,9 miliardi indispensabile per allinearci agli sforzi del resto d’Europa, in questa fase convulsa per l’economia globale. Un margine cronologico molto breve – prosegue Breda sul CORRIERE DELLA SERA – se si considera che sulle 150 pagine del provvedimento giacciono alle Camere più di 2.500 richieste di modifica e che il lavoro per trovare una sintesi - fermo restando il saldo finale - sarà dunque complesso. Ecco perché per lui ‘l’agenda parlamentare’ non può che essere ‘dominata’ da questo appuntamento decisivo, piuttosto che dalla poco praticabile logica del tutto e subito, a costo di sbilanciarsi in forzature. Ciò che ‘significa anche esprimere, nella massima misura possibile, il senso di una comune responsabilità nazionale’. Napolitano lo dice dopo ‘una pacata e meditata esortazione’, in cui lega la ‘incontestabile’ necessità di ‘bloccare l’aumento del debito pubblico e di avviarne la riduzione’ al rilancio dell’economia. ‘I due punti appaiono abbinati e il secondo non può essere posto trascurando il primo’, per quanto ‘la combinazione risulti controversa e difficile’, insiste il presidente. Per il quale l’esito della scommessa sul futuro dipenderà da ‘una positiva combinazione tra risanamento finanziario e crescita’. Da questo combinato disposto, ‘dall’equilibrio e dall’equità di tale manovra potranno discendere effetti importanti in termini di dialogo e coesione sociale’, in una prospettiva non solo di breve ma ‘di medio e lungo periodo’. E ciò va tenuto in conto anche se in Italia la situazione ‘si presenta (per aspetti essenziali come lo stato finanziario delle imprese, a cominciare da quelle bancarie, e delle famiglie) ben più solida dei Paesi più esposti della zona-euro’. Un appello che raccoglie doppie letture. Per il segretario del Pd Bersani sono ‘parole illuminanti’, su quella che dovrebbe essere la tempistica di Montecitorio. E lo stesso dichiara la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia: ‘La manovra va approvata prima possibile’. Il portavoce del Pdl, Capezzone – conclude Breda sul CORRIERE DELLA SERA – richiama invece il centrosinistra a ‘non strumentalizzare l’intervento del capo dello Stato’ e, evocando la legge sulle intercettazioni, precisa: ‘È evidente che prima viene la manovra e poi gli altri provvedimenti... che però sono anch’essi urgenti e possono e devono essere approvati’”. (red)

 

 

5. Finale di partita

Roma - “Bisogna essere grati – scrive Curzio Maltese su LA REPUBBLICA – al presidente Giorgio Napolitano per aver ricordato al ceto politico che siamo, saremmo un paese serio. Una grande nazione che oggi deve concentrare tutti gli sforzi possibili nella lotta alla crisi economica. Non una repubblica delle banane dove si blinda il Parlamento per mesi, in piena discussione sulla finanziaria, per far approvare in fretta una legge bavaglio da Sudamerica, condannata da tutto l’Occidente. Con l’intervento del capo dello Stato la vicenda del ddl sulle intercettazioni è virtualmente chiusa. La legge è rimandata a settembre, ma in pratica è bocciata. Per Silvio Berlusconi è la peggior sconfitta da quando è tornato a Palazzo Chigi. È una vittoria per Gianfranco Fini, che trova un’autorevole sponda nel Quirinale. Ma sarebbe sbagliato leggere un’intenzione politica nelle parole di Napolitano. La realtà banale è che qualsiasi presidente della Repubblica, in qualità di garante della Costituzione, prima o poi è condannato a entrare in conflitto con l’insopprimibile spinta eversiva incarnata dal berlusconismo. E’ accaduto quando era presidente Oscar Luigi Scalfaro, subito identificato come un nemico. Si è ripetuto con Carlo Azeglio Ciampi e ora con Giorgio Napolitano. Tre personaggi assai diversi l’uno dall’altro. Un grande leader del cattolicesimo democratico, un economista laico cresciuto nel Partito d’Azione, un capo del comunismo italiano. Ma tutti e tre con un paio di difetti in comune, agli occhi del premier, quello di essere galantuomini e di dovere e voler difendere i valori costituzionali. Del resto, lo stesso Berlusconi ha ormai smesso di attaccare gli inquilini del Quirinale quando gli negano la cortesia di approvare leggi ignobili, per concentrarsi sul vero obiettivo: l’attacco alla Costituzione. Con l’aiuto della Lega, che mira ancora più in alto (o in basso), puntando alla dissoluzione dello stato nazionale. Il finale di partita della seconda Repubblica si gioca tutto qui. O si cambia la Costituzione o si cambia Berlusconi. Le due entità non sono più compatibili. La legge sulle intercettazioni serviva anche a questo, a tracciare di fatto una fuoriuscita dal sistema di garanzie democratiche. Oltre che a ergere un gigantesco scudo di protezione intorno alla casta politica più corrotta della storia repubblicana. Perché poi di questo si tratta. Di un paese, il nostro – prosegue Maltese su LA REPUBBLICA – devastato da una corruzione senza precedenti, neppure per gli incivili parametri italiani. Di una nazione costretta a pagare ogni anno alla corruzione una tassa di 60 miliardi, secondo le stime della Corte dei Conti: l’equivalente di tre finanziarie. E siccome la crisi rende la tassa sempre più immorale e impopolare, esattamente come avvenne al principio degli anni Novanta, la legge bavaglio sarebbe servita a scongiurare il rischio di una nuova Tangentopoli. A stroncare dalla radice la possibilità che le inchieste della magistratura e l’informazione dei giornali possano provocare nell’opinione pubblica italiana una rivolta contro il malaffare. Si capisce come, in presenza di una simile posta, il ceto politico berlusconiano fosse disposto a tutto pur di condurre in porto l’approvazione della legge bavaglio. Ma i cittadini hanno capito anche le ragioni di quanti, magistrati e giornalisti, hanno condotto contro questa vergogna una battaglia che era ed è di vita o di morte per la democrazia italiana. Ed è stato grazie all’improvvisa rinascita di un’opinione pubblica indipendente che si è realizzata la sconfitta del progetto di Berlusconi. La nota del presidente Napolitano arriva dopo, prende atto con intelligenza e realismo di una battaglia civile già risolta nella coscienza del Paese e indica al presidente del consiglio la strada di una resa onorevole. C’è soltanto da sperare che il Berlusconi di fine corsa sia in grado di cogliere l’opportunità e ordinare alle sue truppe una saggia ritirata. È stata già una sfortuna avere Berlusconi come presidente del consiglio durante la crisi economica, avere insomma un brillante demagogo quando c’era bisogno di un austero amministratore. Ritrovarsi un Berlusconi estremo, dominato dalla logica del ‘dopo di me, il diluvio’, sarebbe una tragedia”, conclude Maltese su LA REPUBBLICA. (red)

 

 

6. Fini: Padania invenzione contro l’unità del Paese

Roma - “Nel grande caos che sembra regnare nella maggioranza – scrive Paola Di Caro sul CORRIERE DELLA SERA – dove per dirla con un uomo vicino al Cavaliere ‘l’impressione è che sia partito un generale ‘rompete le righe’, e non si capisce chi comanda e su cosa’, ieri è stata un’altra giornata difficile. Perché, alla vigilia del vertice del centrodestra che Berlusconi terrà oggi a Roma per discutere di intercettazioni, manovra, rapporti con gli alleati e con Fini in particolare, esplode un nuovo caso. Proprio nella serata in cui il premier ha ripreso a invitare a cena ad Arcore Umberto Bossi (che è arrivato accompagnato dai ministri Brancher e Calderoli), ecco che il presidente della Camera ha sparato alzo zero contro la Lega, rea di aver di nuovo evocato a Pontida la Padania e di aver ridato fiato alle ricorrenti tentazioni secessioniste. ‘La Padania non esiste’ dice stentoreo il presidente della Camera e con questo tipo di invenzioni si intacca la coesione nazionale, che ‘rischia di affievolirsi senza un contrasto alle sortite separatistiche’. Parole durissime, accompagnate dall’invito a rivedere ‘presto’ il titolo V della Costituzione che così com’è non va. Parole alle quali replica il governatore del Veneto Luca Zaia: ‘Allora nemmeno il Sud esiste’, e che fanno infuriare la Lega tutta. Ma al di là di quello che può sembrare un botta e risposta piuttosto scontato — non è la prima volta che Bossi alza i toni sul federalismo quando ha la sensazione che le difficoltà aumentino, e non è nemmeno la prima volta che Fini gli risponde a brutto muso guadagnandosi uno spazio che in pratica occupa da solo— quel che fa effetto è che un rapporto che sembrava cementato nei giorni scorsi (con l’intesa sulla necessità di modificare il ddl sulle intercettazioni) sia già passato nel dimenticatoio. È davvero così? Piuttosto, c’è chi nell’entourage del Cavaliere interpreta la mossa di Fini come quella di chi va a occupare il vuoto lasciato libero da Berlusconi, ovvero quello della resistenza a una Lega che appare a molti del Pdl troppo prepotente nelle richieste e dominante, anche nell’imporre i contenuti della manovra. E in assenza di parole chiare da parte del premier – prosegue Di Caro sul CORRIERE DELLA SERA – su come davvero potrà essere cambiata la Finanziaria, se lo sarà davvero, e di quali saranno le priorità da mettere in cima alla lista pur mantenendo i saldi invariati, le parole di Fini possono far breccia nel variegato e sempre più confuso corpaccione del Pdl. Anche per questo ieri sera Berlusconi ha voluto incontrare Bossi, per mettere punti fermi su quel federalismo al quale il Senatur lega la sorte della legislatura, e secondo alcuni anche per verificare se esiste una possibilità che l’alleato possa sostenerlo nel caso in cui, nei prossimi mesi, il voto anticipato diventasse qualcosa più di una chimera. E l’assenza di Tremonti all’incontro forse un significato ce l’ha, se è vero che il premier non ha intenzione di lasciare l’intera gestione della manovra solo al suo ministro dell’Economia. Tanto più alla vigilia della sua partenza per il Canada prima, per il Brasile e Panama poi (e alcuni non escludono una puntatina ad Antigua), che lo terrà fuori dall’Italia e dal controllo quotidiano della situazione da dopodomani al 5 luglio. E aperti resteranno con ogni probabilità gli altri due capitoli che attendono risposte: quello dei rapporti con Fini, visto che continua lo scambio di carte e verbali di accordo tra gli incaricati alla trattativa dell’una e dell’altra parte, ma la sensazione è che la navetta proseguirà per molto; e la scelta del nuovo ministro per lo Sviluppo economico, ancora aperta: le ultime danno sempre per favorito l’ad delle Poste Sarmi, ma si fa il nome anche di Paolucci della Microsoft e spunta anche un nome a sorpresa, quello dell’imprenditore bresciano delle cravatte Luca Roda”, conclude Di Caro sul CORRIERE DELLA SERA. (red)

 

 

7. Bossi: “Fini teme chi lavora, paga tasse e vota noi”

Roma - Intervista di LA REPUBBLICA a Umberto Bossi: “‘Fini dice che la Padania non esiste perché ne ha paura. È la parte del Paese che produce e paga le tasse e per questo vuole il cambiamento. Ecco perché molti ne sono intimoriti’. Umberto Bossi replica a muso duro al presidente della Camera secondo il quale la Padania è una pura e semplice invenzione della propaganda leghista. ‘Parole senza senso di chi da noi non prende voti’, taglia corto il leader del Carroccio che invece identifica la Padania in un popolo che ha un forte senso di appartenenza e che con il suo lavoro tiene in piedi il Paese, o meglio ‘la baracca’. Quindi spiega l’attacco dell’ex leader di An con la paura del decentramento, l’idea lanciata domenica scorsa dal Senatur dal palco di Pontida che punta a spostare i ministeri nelle città dotate delle eccellenze che meglio li rappresentano, come Milano, Torino e Venezia. Noi la vediamo come ‘un’opportunità e una necessità’ per arrivare là dove già sono Francia e Germania. Per i centralisti che campano ‘nelle pieghe dello Stato’, invece, è solo un motivo di preoccupazione. E sulle intercettazioni il capo del Carroccio scommette: ‘Se Berlusconi la affida a me parlo con Napolitano e la legge passa subito e in modo condiviso. Altrimenti rimane lì dov’è’. Ministro Bossi, come risponde alle critiche di Gianfranco Fini? ‘Non ho bisogno di rispondere. Lasciatelo parlare che la gente lo ascolta e capisce. Bisogna aver fiducia nella gente. Non ho bisogno di rispondere’. Però il presidente della Camera ha detto che la Padania non esiste. Insomma, ha negato il fondamento della sua vita politica, la ragion d’essere della Lega e del suo elettorato... ‘Guardi, la Padania è talmente inesistente che a noi ha dato più voti che a tutti gli altri partiti. Prima di parlare basterebbe riflettere su questo e si eviterebbe di dire cose che non hanno nessun senso’. Secondo lei perché Fini la attacca? ‘Non so se è un attacco. Però un’altra cosa la so: Fini abita molto lontano dalla Padania, non gira casa per casa, non conosce questo territorio e per questo qui da noi non becca un voto’. Ma c’è tensione tra voi? ‘C’è un po’ di gente incazzata in giro. Me ne sono accorto perché a Pontida ho parlato di decentramento che è un’altra idea della Lega che fa paura si conservatori’. Perché fa paura? ‘Perché io voglio realizzare quello che è già stato fatto in Francia e in Germania, voglio spostare i ministeri in città come Milano, Venezia e Torino. Per me è una necessità e un’opportunità. Per molti invece è una rivoluzione: sono i centralisti che stanno acquattati nelle pieghe dello Stato’. Cos’è la Padania per Bossi? ‘È un luogo abitato da un popolo che sa benissimo di appartenere al Nord e alla Padania. È quel mondo che sta sopra al Po dove una volta Cavour voleva fare il regno del Nord. I padani sono gente che produce, che paga la tasse e che tiene in piedi tutta la baracca. A Fini non piace perché i voti non li dà a lui ma a noi’. Ma scusi ministro, settimana scorsa si è visto con Fini per parlare di intercettazioni. Non avevate trovato un accordo? ‘Sì, sulle intercettazioni siamo arrivati a un punto tale che la soluzione è una sola: Berlusconi deve dare a noi il compito di portare avanti la legge e allora passa subito. Altrimenti non va avanti’. E perché con lei la legge passerebbe? ‘Perché io sono uno che sa dialogare e ragionare. Perché vado subito a parlare con il presidente Napolitano per capire i punti della legge che non vanno e quali sono gli emendamenti da fare. È inutile spaccarsi la testa per niente. Io posso arrivare ad una soluzione condivisa’. Cambiando la legge anche negli aspetti più criticati da opposizione, editori, giornalisti e magistrati? ‘È chiaro che a questo punto parte della legge devi lasciarla per strada, è l’unico modo per portare a casa qualcosa’”. (red)

 

 

8. La patria immaginaria

Roma - “‘La Padania non esiste’, ha sostenuto il presidente della Camera, Gianfranco Fini – scrive Ilvio Diamanti su LA REPUBBLICA – all’indomani della manifestazione di Pontida. Capitale simbolica della Patria ‘padana’. Dove sono echeggiati discorsi che evocano il federalismo, la secessione. Distintamente o in alternativa. Come ha fatto il viceministro Castelli, minacciando: ‘Federalismo o secessione!’. Si potrebbe dire che, mai come oggi, la Lega abbia assunto centralità politica e culturale, in questo Paese disorientato. Perché mai come oggi il dibattito politico appare contrassegnato dal linguaggio introdotto - e imposto - dalla Lega. Tutto interno e intorno all’appartenenza e all’identità territoriale. Gianfranco Fini ha, infatti, pronunciato le sue critiche intervenendo a un seminario sul tema: ‘Patriottismo repubblicano e Unità d’Italia’. Appunto: l’Unità d’Italia. Divenuta un tema centrale dell’agenda politica, proprio in vista del 150enario. Come tutto quel che riguarda l’Italia: l’inno di Mameli, la nazionale di calcio, il Tricolore. E, sotto il profilo dell’organizzazione dello Stato: il federalismo. Anche questa, una definizione largamente in-definita. Perché non è mai stato chiarito, fino in fondo, cosa si intenda. Quale Italia, con quali e quante regioni, macro-regioni, meso-regioni. Tanto noi siamo ormai un laboratorio avanzato del riformismo. A parole. Capaci di lanciare la corsa al federalismo fiscale e, al contempo, di asfissiare Regioni e Comuni, dotati di poteri che non possono esercitare per assoluta mancanza di risorse. Capaci di affidare la stessa materia - il federalismo - a 3 (tre) ministri: Bossi, Calderoli e, da qualche giorno, Brancher. Questo Paese, ormai politicamente diviso tra Nord, Centro e Sud. Assai più che fra Destra e Sinistra. Oggi si trova, di nuovo, a discutere di Padania. Che è una patria immaginaria. Ma, tanto in quanto se ne parla, tanto in quanto diventa l’etichetta di prodotti e manifestazioni (dai campionati di calcio ai concorsi di bellezza ai festival della canzone), tanto in quanto è discussa: esiste. Come ‘invenzione’, operazione di marketing. Ma c’è. Per questo – prosegue Diamanti su LA REPUBBLICA – le polemiche di questi giorni confermano l’importanza della Lega, come attore politico e - ripeto, senza timore di ironie - culturale. Perno di una maggioranza di centrodestra, altrimenti povera di radici e identità. Il problema, per la Lega è che anch’essa rischia di essere danneggiata dal crescente successo dei suoi miti e del suo linguaggio. Perché le impedisce di usare, come sempre, le parole e le rivendicazioni in modo plastico e allusivo. E, dunque, di muoversi in modo agile sulla scena politica. Anche in passato, d’altronde, l’invenzione della Padania, dopo un primo momento di successo, divenne un vincolo. Il ‘lancio’ della Padania, lo ricordiamo, avviene tra il 1995-96, dopo la fine burrascosa dell’esperienza di governo con Berlusconi. Allora la Lega smette di parlare di federalismo - lo fanno tutti. E comincia a rivendicare prima l’indipendenza e poi la secessione. Per smarcarsi, per posizionarsi là dove nessuno la può raggiungere. Allora nasce la Padania. Che non è semplicemente il Nord. La patria dei produttori e dei lavoratori contro Roma ladrona e il Sud parassita. No. La Padania è una Nazione. Altra. Diversa dall’Italia. E quindi alternativa. In nome della Padania, Bossi e la Lega trionfano alle elezioni del 1996 (il risultato in assoluto più ampio raggiunto fino ad oggi). Promuovono una marcia lungo il Po, nel settembre successivo. A cui partecipano alcune decine di migliaia di persone. Poche per proclamare la secessione. Da lì il rapido declino della Lega Padana. Abbandonata da gran parte dei suoi elettori, che la volevano (e la vogliono) sindacalista del Nord a Roma. Non movimento irredentista di una Patria indefinita. Per questo nel 1999 Bossi rientra nell’alleanza di centrodestra, accanto a Berlusconi. Per questo riprende la tela del federalismo. La secessione scompare. La Padania diventa un mito. Un rito da celebrare una volta all’anno. Che, tuttavia, oggi suscita imbarazzo. Come gli altri miti su cui poggia l’identità leghista. L’antagonismo contro Roma. La lotta contro l’Italia e contro lo Stato centrale. Perché oggi la Lega governa a Roma, a stretto contatto con i poteri centrali dello Stato nazionale italiano. Usa un linguaggio rivoluzionario, ma è un attore politico normale e istituzionalizzato. Nel 1992 Gian Enrico Rusconi scrisse che la provocazione della Lega ci ha costretti a ragionare su cosa avverrebbe se cessassimo di essere una nazione. Ci ha imposto, cioè, di riflettere sulla nostra identità nazionale. Oggi, per ironia della storia, è la Lega - come ha sottolineato Fini - a trovarsi di fronte alla stessa questione. Se le sia possibile, cioè, ‘cessare di essere padana’. Spiegando, apertamente – conclude Diamanti su LA REPUBBLICA – ai suoi stessi elettori e agli elettori in generale, dove si ponga. Fra l’Italia e la Padania. Federalismo e secessione. Opposizione e governo”. (red)

 

 

9. Strategia Fini: tutto fa brodo contro la Lega

Roma - “Insomma – scrive Renato Besana su LIBERO – va bene che la politica è anche o forse soprattutto narrazione, anche minima, come dimostrano le barzellette del Cav, ma come ha fatto il vice ministro Castelli, sul piovoso palco di Pontida, a minacciare la secessione senza che gli venisse da ridere? Il suo avrebbe dovuto essere un monito (ovviamente severo) rivolto ai nemici palesi e occulti del federalismo che non arriva mai, una sollecitazione dell’applauso come avviene nei talk-show con pubblico cammellato, una carineria rivolta alla platea intirizzita e con la luna di traverso, ansiosa di sentire ‘qualcosa di leghista’. Invece l’ingegnere, per il resto uomo concreto, s’è trovato a togliere dal congelatore una parola d’ordine ammosciata. La secessione infatti appartiene, nel migliore dei casi, al novero patetico del vorrei ma non posso. Più che un anelito, una fantasia: non si vede infatti, né mai si è visto, chi possa tradurla in pratica, e in che modo. La nostra Storia recente ha conosciuto altre Utopie, sempre che questa possa considerarsi tale, che tuttavia traevano nutrimento dal terreno friabile del contingente. Negli anni Settanta una cospicua parte della sinistra credeva nella società senza classi, nella dittatura del proletariato e nell’inevitabile conflagrazione rivoluzionaria che l’avrebbe resa possibile. Ma c’era stato il gran trambusto del Sessantotto, in Italia esisteva il maggior partito comunista dell’Europa occidentale, il blocco sovietico era all’apice della potenza, la classe operaia egemonizzata dal sindacato contrastava il modello di sviluppo capitalista. Per le strade si combatteva una guerra civile strisciante e fino al delitto Moro anche il terrorismo poté contare su una diffusa base di consenso, dentro e fuori le fabbriche. Le camicie verdi, al massimo, hanno basi operative nei bar di paese. In Lombardia, e soprattutto in Veneto – prosegue Besana su LIBERO – hanno assorbito gran parte dell’elettorato democristiano, propenso al mugugno, non all’insurrezione. Del popolo padano pronto a mobilitarsi per l’indipendenza non c’è traccia, e se pure ci fosse poco cambierebbe. Perfino i separatisti fiamminghi, che sono partito di maggioranza relativa, si accontentano di addivenire a una confederazione con i valloni, in un Belgio dalle profondissime divisioni storiche, linguistiche e religiose. Per ottenere una minima riforma in senso federale, la Lega s’è dovuta alleare con il PdL, che conta il proprio serbatoio di voti nelle regioni meridionali. L’unica secessione possibile, al momento, è dal governo di centro destra, con il bel risultato di dover ricominciare tutto daccapo. L’unico a credere, o a fingere di credere, nella minaccia pronunciata da Castelli, è Gianfranco Fini: la politica, ha detto, deve contrastare le invenzioni, e ha proseguito richiamando, con i toni aulici che gli sono congeniali, la coesione nazionale, il grave rischio per il senso di italianità, la necessaria azione pedagogica contro le sortite separatistiche, e via così. A una retorica ha opposto una retorica di segno opposto, ma altrettanto labile. Certo che Bossi e i suoi hanno più d’un motivo per non sentirsi sereni. L’ultimo, in ordine di tempo, è costituito dalla nomina di Brancher a ministro per l’Attuazione del federalismo. Gelosia di poltrone, ma non soltanto: il nuovo dicastero istituito da Berlusconi ricorda infatti quello per la Riforma burocratica, nato nel 1950 e perpetuatosi per quasi mezzo secolo senza che la burocrazia abbia avuto modo di accorgersene. Gran brutto segno – conclude Besana su LIBERO – quando le parole cominciano a prendere il posto delle cose”. (red)

 

 

10. Il giallo Brancher agita la Lega. C’è un super sospettato

Roma - “Chi l’ha voluto? Perché? E adesso? Domande ansiose – scrive IL FOGLIO – rimbalzano tra Roma e via Bellerio. Sullo sfondo il solito gioco leghista su due tavoli: uno di lotta e uno di governo. Il giallo della nomina di Aldo Brancher a ministro per l’Attuazione del federalismo ha guastato la festa padana di Pontida. E infatti agli esegeti dei comizi di Bossi non è sfuggito che domenica scorsa il Capo ha fatto un discorso che sembrava più rivolto al suo movimento (‘quasi si fosse a un consiglio federale’, dicevano alcuni ieri in via Bellerio) che all’esterno. La supposizione che Brancher sia stato fatto ministro per sfuggire ai suoi guai giudiziari pare troppo riduttiva, anche agli avversari della Lega, dentro e fuori dal Pdl. I pretoriani di Bossi sono preoccupati, persino arrabbiati. Convinti che a Bossi sia stato presentato un pacchetto che non era quello giusto. E che l’ha costretto poi a correggere il tiro, a dire che il federalismo è cosa sua e nessuno glielo tocca. I pretoriani sono convinti che la nomina di Brancher sia da attribuire a una fuga in avanti di Calderoli, e non sarebbe la prima, anche se non si capisce se lo abbia fatto per assecondare gli alleati o per aumentare il proprio potere. Altri invece dicono che la nomina di Brancher, per molto tempo pontiere fra il movimento padano e quello forzista, è stata strumentalizzata. Sia come sia, il presidente della commissione Bilancio della Camera, Giancarlo Giorgetti, uno che parla poco e mai a vanvera, ieri ha dovuto ribadire che la competenza sul federalismo resta a Bossi. Mentre il titolare del Viminale, considerato a torto o a ragione più stratega di Calderoli, tace. O meglio sta a guardare come si risolve la faccenda. A modo suo, ovviamente, visto che pochi hanno colto che Roberto Maroni ha mandato uno dei suoi elementi più validi, Sonia Viale, già capo della sua segreteria tecnica, a fare il sottosegretario di Tremonti in un momento cruciale della partita federalista. Proprio quando si devono tirare fuori questi benedetti costi standard, che nessuno riesce a calcolare, se non nelle regioni virtuose. E’ difficile – prosegue IL FOGLIO – dire se il malumore nei confronti di Calderoli, sia così acuto o costruito ad hoc dai pretoriani di Bossi, ma la Lega sta attraversando una fase molto delicata. Non solo per la prova federalista che l’attende al varco ma anche per alcuni ormai evidenti pulsioni anti leghiste presenti nella maggioranza. Vedi anche le parole con cui ieri Fini ha risposto alle provocazioni dei leghisti: con la Lega – ha detto il presidente della Camera – ‘il vero pericolo è che la coesione nazionale rischia di affievolirsi’. L’ascesa elettorale ha poi avuto una serie di effetti collaterali, fra cui il più impellente è questo: ci sono più poltrone che dirigenti. Ecco perché due giorni fa Bossi ha detto a Calderoli, che è anche coordinatore del partito: ‘Falli studiare’. Qualcuno forse dovrebbe contare tutte le (tante) sezioni commissariate, paralizzate dai conflitti interni, personali e politici, dovuti soprattutto a scontri fra i vecchi guardiani delle stanze del partito e le nuove figure emergenti (di cui ormai tantissime donne) che hanno un approccio diverso e sono (talvolta) più preparati. Dissidi che hanno obbligato forse Bossi a dire a Pontida: ‘Noi non litighiamo’. Anche se i sindaci scalpitano, i governatori sono nervosi (per i tagli agli enti locali) e la macchina territoriale del partito sembra essere in affanno. Ma siccome queste cose accadono al piano terra nessuno, finora, se n’è accorto”, conclude IL FOGLIO. (red)

 

 

11. L’enigma Brancher

Roma - “La nomina di Aldo Brancher a ministro per l’Attuazione del federalismo è il nuovo, conturbante mistero politico italiano. È stato promosso – osserva Pierluigi Battista sul CORRIERE DELLA SERA – con velocità fulminea, all’insaputa di tutti, imponendo un doppione creato dal nulla. Se ne sono mostrati sorpresi un ministro di primo piano (La Russa) e il capogruppo del Pdl al Senato (Gasparri). Bossi, il federalista per eccellenza e che per il federalismo ha una esplicita competenza di governo, ha accolto la notizia con una tale contrarietà da suggerirgli sul pratone di Pontida una pubblica e clamorosa sconfessione della scelta di Berlusconi. Perché tutta questa fretta? E che così impellente bisogno c’era di aggiungere il nome di Brancher a quelli della compagine ministeriale? Mistero. Mistero politico. È misterioso che il presidente del Consiglio abbia deciso di appesantire un governo che si vantava di aver costruito snello, essenziale, senza quelle escrescenze correntizie su cui aveva penato il precedente governo Prodi. È misterioso che, in tempi di austerità finanziaria, si istituisca un nuovo ministero il cui costo viene approssimativamente valutato da Enrico Letta del Pd in un milione di euro: uno spreco. È misterioso che, invece di nominare speditamente il ministro che da oltre un mese e mezzo dovrebbe prendere il posto di Claudio Scajola allo Sviluppo economico, cioè in un dicastero clou, si cincischi, si rinvii la decisione sine die e nel frattempo si aggiunga un ministero controverso, affiancandolo a uno che già esiste e il cui titolare, Umberto Bossi, lo considera una molesta interferenza. Siamo inoltre, l’ha notato Emma Bonino, al terzo ministero metodologico di stampo orwelliano (il ‘Ministero della Verità’ di 1984), il cui compito dovrebbe essere quello di sorvegliare il lavoro degli altri colleghi: Rotondi e il ministero per l’Attuazione del programma, Calderoli e il ministero della Semplificazione e ora quello per l’Attuazione del federalismo. Uno spreco di competenze, uno sciupio. Senza nemmeno avvertire gli alleati – continua Battista sul CORRIERE DELLA SERA – i ministri, gli esponenti di punta della stessa coalizione. Neanche la stampa. Nella più totale clandestinità. Ancora una volta: perché? Anche i meno sospettosi, anche chi è più disponibile a rilasciare un credito all’attuale governo e chi ha appena ritenuto positive le ultime scelte, specialmente in economia, è costretto a immaginare che in tanta segretezza frettolosa molto abbia pesato il nome del nuovo ministro, Aldo Brancher, che potrebbe avvalersi, come tutti i ministri, delle nuove norme sul ‘legittimo impedimento’ per procrastinare le vicende giudiziarie che lo riguardano. È un sospetto ingiusto, ma la singolarità della nomina di Brancher autorizza qualsiasi malevolenza. Nemmeno la spiegazione politica a favore della Lega, visti gli stretti rapporti tra Brancher e il movimento di Bossi, appare minimamente convincente. Allora sarebbe il caso che i responsabili del governo spiegassero qualcosa di più. Mettessero a parte gli italiani di una scelta tanto estrosa. Altrimenti alimenterebbero ogni tipo di sospetto. Diano un significato politico – conclude Battista sul CORRIERE DELLA SERA – a una decisione che sembra solo molto personalizzata. E di tutto abbiamo bisogno, tranne che di un governo ad personam”. (red)

 

 

12. Intercettazioni, vertice Pdl su tempi e modifiche

Roma - “La sfida – scrive Dino Martirano sul CORRIERE DELLA SERA – è sempre quella di chiudere definitivamente la partita intercettazioni. Ma Silvio Berlusconi ancora una volta ha scelto di convocare i capigruppo del Pdl e il ministro della Giustizia prima di decidere quanto ampie devono essere le modifiche al ddl Alfano chieste dai finiani. Le alternative sarebbero due: accelerare l’iter in Parlamento, proponendo emendamenti minimali; concordare aggiustamenti di un certo spessore con la minoranza interna, accontentandosi di avere, se non la legge, almeno un testo blindato approvato dalla Camera prima delle vacanze in attesa del via libera del Senato dopo l’estate. La seconda opzione, senza imporre corse a Ferragosto alle Camere, coglierebbe almeno in parte l’invito del capo dello Stato che ha indicato nella manovra economica la priorità assoluta dell’agenda politica. Il vertice di Palazzo Grazioli è previsto per le 14 di oggi. A casa di Berlusconi, ci saranno i capigruppo di Senato e Camera, Maurizio Gasparri e Fabrizio Cicchitto, il ministro Angelino Alfano e il consigliere giuridico del presidente, Niccolò Ghedini. La presenza del sottosegretario Gianni Letta testimonia, poi, che nella partita intercettazioni il premier deve tentare di prevedere quali saranno le reazioni del capo dello Stato al momento della promulgazione. Se, dunque, oggi verrà indicata la linea - sull’allungamento dei tempi delle intercettazioni e sui limiti al diritto di cronaca - questa dovrà essere ratificata da un ufficio di presidenza del Pdl (nel quale sono rappresentati anche i finiani) per poi passare la palla alla conferenza dei capigruppo della Camera. ‘Il tempo parlamentare non lo stabilisce il governo, se ne occuperà la conferenza dei capigruppo anche se dopo due anni di lavoro riteniamo che sia maturo il tempo per una decisione’, ha detto il ministro Alfano. Ma ieri sera i capigruppo convocati a Montecitorio hanno parlato di tutto tranne che di intercettazioni. Tutto rinviato al 30 giugno – prosegue Martirano sul CORRIERE DELLA SERA – quando presumibilmente prenderà corpo il calendario d’aula definitivo per il mese di luglio: manovra economica, riforma dell’università, intercettazioni. Una scansione che consente di incardinare la discussione generale del ddl a metà luglio e di votare con i tempi contingentati solo all’inizio di agosto. In contemporanea con la probabile terza lettura della manovra al Senato. ‘Certamente, come afferma il presidente Napolitano, la manovra economica deve avere la priorità, ma nulla impedisce alla Camera in terza lettura di arrivare a una definizione della legge sulle intercettazioni’, afferma il capogruppo Fabrizio Cicchitto. Ieri, però, in un Transatlantico tradizionalmente deserto di lunedì, più di un deputato del Pdl sottolineava i rischi di un voto così delicato nella prima settimana di agosto. ‘Le modifiche devono essere concepite dopo un adeguato confronto con le opposizioni e i soggetti interessati dal provvedimento’, chiede il capogruppo del Pd in commissione Donatella Ferranti. Per Pier Ferdinando Casini, leader udc, ‘la manovra è la priorità e la legge sulle intercettazioni va cambiata’. Intanto, in commissione Giustizia, il ddl sarà accantonato fino a domani. Una pausa – conclude Martirano sul CORRIERE DELLA SERA – per lasciare spazio al provvedimento che amplia i permessi alle detenute madri e sul quale si profila un’alleanza per il ‘no’ tra Pdl, Lega e Idv”. (red)

 

 

13. Così impari

Roma - “Antonio Di Pietro – scrive Vittorio Feltri su IL GIORNALE – ha gridato per anni al lupo e stavolta il lupo è arrivato e minaccia di mordergli le caviglie. Riuscirà il nostro uomo ad ammansirlo e a farla franca? Glielo auguro di cuore. Intanto però avrà modo di riflettere su certe sue dichiarazioni avventate. Ne ricordo una per aiutarlo a far mente locale: fuori gli inquisiti dal Parlamento; i rappresentanti del popolo siano senza macchie e neppure sospettati di averne una. Già. E adesso come la mettiamo, caro Antonio, visto che anche tu hai ricevuto, proprio ieri, la notizia di essere indagato, tra l’altro per un reato bruttarello quale è la truffa? Si tratta di una vecchia sto- ria di rimborsi elettorali che Di Pietro non avrebbe gestito correttamente: addirittura, secondo i suoi accusatori (per esempio Elio Veltri, cofondatore dell’Italia dei Valori ‘smarriti’) molti soldi sarebbero finiti in una cassa diversa da quella del partito. Delle presunte irregolarità amministrative nel1’Idv si è parlato molto in passato con il contributo, particolarmente appassionato, del Giornale. Se non erro, vari magistrati hanno dato un’occhiata alle carte del preteso scandalo e sempre hanno concluso: meglio archiviare, non esiste materia per procedere. Adesso invece c’è, almeno a sentire la Procura della Repubblica di Roma. Sta di fatto che il dottor Antonio risultata indagato. Se egli fosse coerente con i propri precetti, trasferiti nel codice morale del partito di cui è leader, a questo punto sarebbe obbligato a togliere le tende e a trascorrere le giornate a casa, da privato cittadino, in attesa che la giustizia faccia il suo corso e accerti di aver magari fallito il bersaglio. Sottolineo, questo non è il mio pensiero; non lo è più da quando ne ho verificato i potenziali effetti distruttivi sulle persone coinvolte nelle indagini. Occorre quindi prudenza – prosegue Feltri su IL GIORNALE – altrimenti un semplice avviso di garanzia è soggetto a trasformarsi in condanna preventiva. Vabbè, la solita storia del garantismo che tutti apprezzano per sé e trascurano di applicare agli altri. In ogni caso questo benedetto garantismo, verso il quale Di Pietro ha mostrato insofferenza, lo chiedo anche per lui e non dirò una sola parola sulla sua posizione in merito alla vicenda giudiziaria. Ne aspetto l’esito. Però sull’aspetto politico dell’incidente non sorvolo. L’ex Pm di Mani pulite se non si dimette dal Parlamento, ed è un suo diritto, deve pubblicamente riconoscere di aver preso un granchio: è una follia pretendere che gli inquisiti, come lui e parecchi altri, rinuncino a sedere alla Camera o al Senato. Le regole che si predicano o si rispettano o si cessa di predicarle dicendo chiaro e tondo di averle scartate perché inique. Per il resto – conclude Feltri su IL GIORNALE – Di Pietro si comporti come crede; gli consigliamo però di compiere un atto di coraggio, cioè confessare di aver avuto torto cercando di imporre a terzi quello che lui rifiuta per sé”. (red)

 

 

14. Un giudice vero faccia luce sui misteri di Tonino

Roma - “Immagino – scrive Maurizio Belpietro su LIBERO – l’esultanza di qualche lettore di fronte alla notizia che il capo dei moralisti è indagato dalla procura di Roma per una faccenda di rimborsi elettorali, fondi che invece finire nelle casse del partito sarebbero direttamente transitati in quelle dell’associazione di famiglia. Per quel che mi riguarda, però, ci andrei cauto. E non solo perché chi è garantista lo deve essere senza eccezioni, pure con un tipo come Di Pietro, il quale garantista non lo è mai stato, ma, al contrario, dei guai giudiziari altrui ha sempre goduto, sbattendo la gente in cella e approfittandone per costruirsi una solida carriera politica. Ma anche perché negli ultimi 16 annidi inchieste a carico dell’ex pm ne ho viste di tutti i colori e però pure da quelle più brutte, che per chiunque sarebbero state esiziali, il capo dell’Italia dei valori è uscito candido come un giglio, atteggiandosi pure a vittima dei calunniatori e degli avversari politici. Chi ha seguito i traffici con l’ex proprietario della Maa assicurazioni, Gorrini, o i ‘regali’ del costruttore di Milano, D’Adamo, sa che l’eroe di Mani pulite ha sempre avuto dei lati oscuri, se così volete chiamare il denaro che all’inizio degli anni Novanta girava intorno a lui. Prestiti senza interesse e senza contratto, auto concesse in comodato d’uso gratuito, case in pieno centro, abiti grillati e soldi restituiti senza imbarazzo in una scatola di scarpe. E poi un banchiere che sembrò dire d’essere stato sbancato, ma il tribunale accertò che in realtà diceva sbiancato, altri milioni, appartamenti comprati con grande facilità e un mucchio di dubbi mai chiariti, ma subito archiviati. Sulle ombre che hanno accompagnato l’ascesa di Tonino, il nostro Filippo Facci ha scritto un libro di oltre 500 pagine ritenuto la bibbia dei misteri di Di Pietro e infatti tutti quelli che vogliono occuparsi dell’irresistibile scalata del procuratore molisano vi attingono a piene mani, anche il Corriere della Sera che una settimana fa ha riacceso i riflettori su certi aspetti della sua carriera. Alle domande che gli pongono – prosegue Belpietro su LIBERO – il leader dell’Italia dei valori risponde invariabilmente opponendo i proscioglimenti da tutte le accuse ottenuti in vari tribunali d’Italia. E quando, come nel caso della cricca degli appalti, non ha carte da sventolare, si attribuisce un ruolo di fustigatore dei pubblici sistemi, come ha fatto la scorsa settimana, quando i pm hanno voluto ascoltarlo a proposito dei suoi rapporti con Balducci e soci: c’è mancato poco che dicesse d’esser stato lui a scoperchiare il marcio, nonostante sotto la sua gestione dei lavori pubblici nessuno abbia denunciato un fico secco. Certo, questa volta le accuse provengono da un giustizialista a 24 carati come Elio Veltri, uno che di Tonino era amico della prima ora e pure di Travaglio. Con loro Veltri ha combattuto contro il Cavaliere e dunque non è sospetto di partigianeria per l’attuale governo. Ciò nonostante siamo convinti che anche stavolta si cercherà di far calare il silenzio attorno alla vicenda, cercando di archiviarla in fretta, così che Di Pietro possa continuare la sua opera demolitrice della prima e anche della seconda Repubblica. Per parte nostra, pur essendo pessimisti sull’esito dell’indagine, possiamo dirvi che faremo quanto possibile perché la storia non sia sepolta in cantina. E dal tempo di Mani pulite che aspettiamo la fase due, quella delle manette pulite e, nonostante tutto, continuiamo a credere che un giorno arriverà. Perché un giudice, anche uno solo, basta a far crollare il muro che difende l’Ultracasta e il suo principale rappresentante”, conclude Belpietro su LIBERO. (red)

 

 

15. L’ex amico: so bene cosa ho fatto. De Magistris: valuterò

Roma - “È morto quasi dieci anni fa – scrive Alessandra Arachi sul CORRIERE DELLA SERA – quel sodalizio che aveva portato Elio Veltri a fondare l’Italia dei Valori con Antonio di Pietro. Ha lavorato a fondo con l’ex-pm, Veltri. Sempre insieme, i due. Inseparabili. E Massimo Donadi, capogruppo alla Camera dell’Italia dei Valori, oggi allarga le braccia e non riesce a capire cosa possa essere successo fra i due tanti anni fa. Elio Veltri, invece, scuote deciso la testa. ‘Non ho nulla di personale contro Di Pietro’, dice prima di garantire di avere un’unica bussola nel suo agire: la responsabilità giuridica dei partiti. Ci ha scritto su due libri, Veltri, e presentato una proposta di legge per far inserire questa responsabilità nella costituzione. Adesso è convinto: ‘Ho sporto la denuncia contro il partito di Di Pietro e ci ho messo sotto la mia firma. La mia faccia. So bene quello che ho fatto’. Non ha paura delle ricostruzioni fornite da Di Pietro. Ripete: ‘So bene quello che ho fatto. Quando ho scritto i libri su questi argomenti, mi sono documentato con indagini molto approfondite. E lo so: dal 2001 alle ultime europee, Italia dei Valori ha incassato 60 milioni di euro di finanziamento, ma alla fine i soldi sono andati ad un’associazione, non al partito. Sono sicuro: non esiste nessun altro partito in Italia che ha messo in atto una simile anomalia’. La procura di Roma ha indagato Antonio Di Pietro per truffa. E quindi? Luigi De Magistris è il primo a mettere con prontezza le mani avanti: ‘Non conosco le carte’. Anche De Magistris, il più votato alle europee con Italia dei Valori, è un ex-magistrato. Oggi, a chiedergli un commento su questa vicenda, ripete le frasi che tante volte ha sentito dire dai suoi imputati: ‘L’iscrizione nel registro degli indagati è un atto dovuto’. Se ne rende conto anche lui, dopo averlo detto. Aggiunge quindi: ‘La verità è che io parlo soltanto quando conosco le carte. E in questo caso non posso. Non sono in grado di fare un passaggio compiuto. Dico soltanto: ho grande fiducia nella magistratura. E mi fido della ricostruzione di Di Pietro’. Gabriele Cimadoro – prosegue Arachi sul CORRIERE DELLA SERA – ha più che fiducia in Di Pietro: ripete praticamente le stesse parole di suo cognato Tonino quando gli si chiede un commento alla notizia che ha sconquassato il pomeriggio familiare. Non ha dubbi: ‘È una storia trita e ritrita. Conoscendo il soggetto penso che non sia possibile ci sia qualcosa di vero’. Ma alla fine sono quasi soltanto sue le parole che vanno a confortare l’ex-magistrato, colpito al cuore dai suoi ex-colleghi romani. Sono molti i cosiddetti ‘dipietristi’ che ieri hanno negato la loro esistenza, praticamente. Impossibile chiedere giudizi, commenti, valutazioni agli uomini abituati a tranciare giudizi. Si negano in tanti. E persino l’alfiere Marco Travaglio questa volta prende tempo: ‘Devo capire di che si tratta, ora non ho tempo di farlo’, dice. E oggi sul Fatto quotidiano non ci sarà nessun commento suo su questa vicenda. Nessun editoriale dei suoi taglienti. Così almeno garantiva ieri pomeriggio il direttore del giornale che a Di Pietro a strizzato l’occhio più volte. Antonio Padellaro, però, brandiva l’arma dell’uguaglianza e rivendicava una grande autonomia di giudizio, ieri pomeriggio: ‘Tratteremo questa notizia con il rilievo che merita. Del resto non ci siamo mai spaventati a dire le cose in faccia quando ce ne è stato bisogno, anche a Di Pietro’. Il direttore Padellaro, adesso, ricorda con veemenza, come il suo Fatto quotidiano rilanciò l’articolo di Paolo Flores D’Arcais che su Micromega aveva contestato i personaggi chiacchierati dentro l’Italia dei valori. ‘Ma anche quando Di Pietro ha candidato De Luca in Campania non abbiamo scherzato’, rilancia Padellaro, in questa giornata del Tonino ferito. Cercare alleati non è facile, oggi. Persino l’inseparabile Silvana Mura ieri sulle agenzie si è profusa in dichiarazioni sulla manovra economica e sulle intercettazioni. Ma nemmeno una parola in difesa di Tonino. Ci pensa Massimo Donadi, capogruppo dell’Idv alla Camera, a tirare fuori le parole di difesa: ‘Siamo consapevoli che non esiste il bilancio di un partito più controllato del nostro. Lo ha detto anche l’Agenzia delle entrate che l’uso dei nostri finanziamenti pubblici è assolutamente trasparente. Il problema è di questo Paese che consente ad un signore di presentare denunce ed esposti in ogni dove’. Ma è quel ‘signore’ che adesso allarga le braccia. Elio Veltri – conclude Arachi sul CORRIERE DELLA SERA – non arretra di un millimetro: ‘Sarà un giudice a stabilire la veridicità di quanto ho denunciato. Io so soltanto che sono certo che la questione è molto grave’”. (red)

 

 

16. Un’inchiesta a sorpresa e manovre dall’esito incerto

Roma - “La reazione di Antonio Di Pietro – scrive Massimo Franco sul CORRIERE DELLA SERA – è coerente con il personaggio. La sua tesi del ‘tutto in ordine’ dopo che la procura di Roma ha deciso di indagare su di lui per truffa per alcuni rimborsi elettorali sospetti dell’Idv, non sorprende. Né colpisce il tentativo di screditare in anticipo qualunque possibilità che l’indagine possa finire per metterlo nei guai. Si tratta di un ‘atto dovuto’, assicura, dopo l’ennesimo esposto che l’ex esponente dell’Idv, Elio Veltri, ha presentato alla magistratura a proposito del voto europeo del 2004; coi precedenti, ricorda Di Pietro, finiti nel nulla. Comunque vada a finire l’inchiesta, stupisce la solitudine politica dell’ex pm di Mani Pulite ed ex ministro dei governi di centrosinistra. Dagli alleati del Pd non gli è arrivata una sola parola di solidarietà: a conferma che le bordate dipietriste contro il partito di Pierluigi Bersani hanno lasciato lividi più duraturi di quanto dicano le dichiarazioni ufficiali. E il centrodestra, martellato dalle indagini su Affittopoli, assapora almeno un sentore di rivincita su un Di Pietro che tende a mettere all’indice il resto della nomenclatura. A sentire l’indagato, si tratta di cose ‘trite e ritrite’, figlie dell’ostinato risentimento di Veltri il quale, si ricorda, è già stato condannato a risarcire il capo dell’Idv per le sue accuse non provate. Il fatto che i giudici abbiano deciso di indagare ancora, però, rappresenta un motivo di nervosismo per un partito ed un leader che rivendicano una sorta di monopolio della questione morale. Non basta l’annuncio di andare dai magistrati a chiarire tutto rapidamente; né – prosegue Franco sul CORRIERE DELLA SERA – la difesa dettagliata affidata al proprio sito con ‘circa cento documenti’ chiamati a confermare la versione dipietrista. Le poche voci cautamente critiche che affiorano dall’Idv dicono che politicamente il movimento, così com’è strutturato oggi, si presta a ‘strumentalizzazioni’; che sarebbe necessaria ‘la separazione fra associazione e partito’. Se perfino fra alcuni militanti circolano dubbi sulla gestione dei rimborsi per le elezioni europee del 2004, non meravigliano né lo stillicidio di sospetti, né il ripetersi di inchieste giudiziarie, seppure senza conseguenze. L’impressione sgradevole è che l’Idv sia destinata ad essere al centro di manovre tese come minimo a screditarla, come massimo ad incastrarla. Oltre tutto, l’inchiesta arriva sulla scia delle dichiarazioni rese dall’ex ministro ai magistrati che indagano su Affittopoli; e che volevano sapere quale fosse il suo grado di conoscenza degli affari della lobby di Angelo Balducci negli anni in cui Di Pietro era al dicastero dei Lavori pubblici. Si tratta di un sottofondo fastidioso per un elettorato che guarda all’Idv come ad un movimento virtuosamente manicheo. ‘Male non fare, paura non avere’, dice ai militanti il leader nella sua memoria. Ma la scelta di rovesciare valanghe di documenti sul proprio sito – conclude Franco sul CORRIERE DELLA SERA – è la conferma di un imbarazzo palpabile”. (red)

 

 

17. I venti chili d’oro del Cardinale Sepe

Roma - “Spuntano – riporta Gianluigi Nuzzi su LIBERO – decine di lingotti d’oro tra i beni nascosti di alcuni dei protagonisti dell’inchiesta per corruzione che la procura di Perugia sta conducendo sulle attività immobiliari di De Propaganda Fide e che coinvolge l’ex ministro Lunardi e diversi alti prelati del Vaticano. Infatti, secondo quanto risulta a Libero, nella banca del Papa, allo Ior, l’istituto opere di religione, sono custoditi oltre 20 chilogrammi in lingotti d’oro in una cassetta di sicurezza riconducibile a uno dei più stretti collaboratori del cardinale Crescenzio Sepe. Protetti da una banale carta da pacchi e riposti in una scatola di cartone, i lingotti sono stati protetti in banca da diversi anni. Non è chiaro se ultimamente questa fortuna sia stata spostata in tutta fretta o se i lingotti siano tuttora siano lì, sebbene le indagini si avvicinino sempre più ai conti e ai beni a coloro che hanno gestito sia Propaganda Fide, sia lo sterminato patrimonio immobiliare. È la prima volta che si conosce il contenuto segreto di una cassetta di sicurezza aperta allo Ior da uno dei personaggi emersi nell’inchiesta della cricca. Del resto il suo nome compare con evidenza nelle carte riservate dello sterminato archivio di monsignor Renato Dardozzi, rettore dell’accademia pontificia delle scienze e negli anni’90 consigliere occulto dell’allora segretario di Stato Angelo Sodano. Chiamato a gestire ogni affare finanziario opaco che potesse imbarazzare i Sacri Palazzi dai tempi dell’Ambrosiano, Dardozzi coltivava un rapporto diretto con la gerarchia vaticana. Sia, quindi, con Karol Wojtyla ma anche con lo stesso Sepe. Dardozzi avrebbe gestito i primi delicati passaggi di questo tesoro in lingotti d’oro portati in Vaticano e in banca senza che gli impiegati conoscessero il contenuto dei cartoni. La tesi che gli stessi fossero frutto di risparmi e sacrifici – prosegue Nuzzi su LIBERO – è risultata non credibile dallo stesso Dardozzi al punto che entrò in contrasto con lo stretto collaboratore di Sepe, come risulta dalla documentazione raccolta dal monsignore. Quindi sia le operazioni di custodia dei lingotti sia l’apertura e la gestione della cassetta di sicurezza vennero inizialmente seguite in primis da Dardozzi, mentre dal 2004, dopo la scomparsa del prelato, il proprietario dei lingotti ritornò a curare questa fortuna, a gestire quindi direttamente la pratica intestando a un codice alfanumerico la cassetta contenente i chili d’oro. Una riserva aurea che non compare negli atti di indagine della procura di Perugia ma che risulta in contrasto se non addirittura incompatibile, per valore e misteriosa origine, con il tenore di vita del proprietario. Il periodo coincide sia con il Giubileo sia con la permanenza di Sepe e del suo gruppo di collaboratori alla congregazione De Propaganda Fide. Il papa rosso infatti, come viene soprannominato il prefetto della congregazione visto l’ampio potere che determina la gestione della stessa, arrivò al ponte di comando di Propaganda Fide nell’aprile del 2001 ed era considerato uno dei cardinali più apprezzati e valorizzati da Wojtyla. Chiamato quindi a gestire sia l’impero immobiliare della congregazione (duemila appartamenti solo a Roma), sia il delicato capitolo proprio delle missioni all’estero che si intrecciano inevitabilmente con la nostra cooperazione internazionale. Da qui la forza e il potere del cardinale Sepe che già nel 2000 aveva cristallizzato una posizione di rilievo quando Giovanni Paolo II gli affidò calendario eventi e organizzazione del Giubileo. Di fronte a queste prospettive – conclude Nuzzi su LIBERO – la procura di Perugia ha deciso di percorrere l’unica strada che si prospettava di qualche fattibilità, ovvero indagare sì il cardinale, viste le emergenze investigative, senza però scivolare nel clamore, negli eccessi o nelle personalizzazioni che hanno azzoppato tante altre indagini”. (red)

 

 

18. Sepe al contrattacco: i miei bilanci vistati dal Vaticano

Roma - “Non le chiama ancora per nome – scrive Goffredo Buccini sul CORRIERE DELLA SERA – ma poco ci manca. ‘Non darò tregua alle forze del male’, aveva scritto del resto due anni fa, in un libro pieno d’amore per Napoli. Adesso, nella sala al primo piano di largo Donnaregina, con vescovi ausiliari, vicari episcopali e decani schierati a testuggine per dare un’idea di compattezza dentro la tempesta, e con tre cartellette sul tavolo da leggere ai giornalisti senza accettare domande, Crescenzio Sepe fa un passo avanti sulla strada del complotto di entità oscure che forse non danno tregua a lui: ‘Hanno voluto colpirmi dentro e fuori la Chiesa’. E’ la seconda volta in 24 ore che usa quest’espressione: ‘C’è tanta invidia, dentro e fuori la Chiesa’, aveva spiegato ai fedeli nella sua domenica di passione. Alla fine dell’incontro con la stampa, viene arpionato da un cronista napoletano di lunghissimo corso: ‘Eminenza, ma chi è che vuole colpirvi?’. ‘Ne saccio doie o tre...’, due o tre li conosco, mormora il teologo scugnizzo che nei momenti topici continua a usare il dialetto della sua infanzia. Quando tutto sarà finito, se risulteranno fondate sia le accuse di questo periodo sia le tante benedizioni che i napoletani gli indirizzano da quattro anni, il cardinale dalle molte vite resterà un mistero da studiare. Nemico giurato dei camorristi (voleva scomunicarli tutti), angelo della carità (mette all’asta i doni che riceve per devolvere i soldi ai poveri), protettore dei preti di frontiera che si battono da Scampia a Forcella, questo popolano porporato, che si trasfigura come un bambino quando è immerso dentro l’abbraccio della sua gente, sta davanti ai cronisti a difendersi come un tangentista d’altri tempi (quelli di adesso se ne infischiano dell’opinione pubblica). La famosa lettera pastorale – prosegue Buccini sul CORRIERE DELLA SERA – è un atto di difesa, concordato con l’avvocato Bruno von Arx (‘accuse agglutinate senza forza, ma il tiro che gli hanno giocato è tremendo e lascerà il segno...’). I punti sono tre, ‘per la responsabilità che ho avuto come prefetto di Propaganda Fide’, dice Sepe. Che, tanto per la precisione, dà a Cesare quel che è di Cesare: ‘Ho fatto tutto nella massima trasparenza, avendo bilanci approvati dalla Prefettura per gli affari economici e dalla Segreteria di Stato che volle finanche esprimermi con una lettera di apprezzamento per la gestione...’. Traduzione: non provate a scaricarmi. ‘Mi sono sempre avvalso della consulenza specifica di tre persone con titoli ed esperienza’: i tre sono l’ormai famigerato ma allora rispettato Balducci, quel Francesco Silvano che amministrava il Bambino Gesù e Pasquale De Lise, ora al Consiglio di Stato. ‘Vi dico tutto per amore di verità’, insiste Sepe, che replica anche su Facebook (dove ha cinquemila sostenitori). La casa per Bertolaso? Il capo della Protezione civile aveva ‘difficoltà familiari’, Silvano premeva per lui e il cardinale voleva ‘ospitarlo in seminario’. ‘Ma mi furono rappresentati problemi d i inconciliabilità di orari’, dice Sepe, chissà se consapevole di un tocco di ironia involontaria. Sicché spunta ‘una soluzione della quale non mi sono più occupato’. Il palazzotto di via dei Prefetti svenduto a Lunardi? Era vecchio e mal ridotto, rimetterlo in sesto costava troppo, gli ‘dissero i tecnici della Congregazione’. Lunardi sbucò poi, i soldi della vendita finirono comunque ‘all’attività missionaria nel mondo’, nemmeno i tempi dell’affare coinciderebbero con la gestione Sepe, aggiungerà von Arx. Infine, il restauro del palazzo della Congregazione in piazza di Spagna: ‘Fu accertata la competenza dello Stato italiano’, nessun regalo, insomma. Ultimo sassolino nelle scarpe, la rimozione dall’incarico decisa da Ratzinger: ‘Il Santo Padre mi chiese con molta insistenza di restare a Roma, ma il mio cuore batteva per Napoli’, altro che cacciato con imbarazzo. ‘Cos’è la verità?’, domanda Pilato a Gesù. Vai a saperlo. In questa storia i pezzi non combaciano mai. Neppure quelli delle telefonate di solidarietà. Mentre Sepe parla, chiamano da Palazzo Chigi. Berlusconi? Letta? Chissà: il centralinista non trova nessuno perché tutti sono impegnati nella conferenza stampa, è la surreale spiegazione dello staff cardinalizio. Mario Masi, sindaco di Carinaro, ricorda come Sepe si spenda per i disoccupati del paesello d’origine ‘intervenendo anche sulle fabbriche per ottenere posti di lavoro’. Coincide quest’immagine con l’assunzione all’Anas di un nipote del cardinale dietro intercessione di Lunardi? Peggio: coincide – conclude Buccini sul CORRIERE DELLA SERA – con l’intervento di Nicola Cosentino (il sottosegretario in odore di camorra) su una ditta assoggettata ai clan, per far assumere altri due nipoti di Sepe? Ancora: cos’è la verità? Gennaro, ladro redento dal cardinale, staziona in largo Donnaregina ed è persuaso di sapere la risposta: ‘E’ un santo, mi ha salvato, vergognatevi voi giornalisti a tormentarlo’”. (red)

 

 

19. Ratzinger lo ha già scaricato

Roma - “Chi è quell’uomo vestito tutto di bianco seduto a, sinistra di monsignor Crescenzio Sepe? Era il 12 ottobre 1996 – scrive Franco Bechis su LIBERO – e quella domanda, all’epoca voleva solo suscitare un sorriso malizioso in Curia. L’uomo vestito di bianco era il Papa. E che Papa! Karol Wojtyla, Giovanni Paolo II nel giorno del festeggiamento delle nozze d’oro con l’abito talare: da 50 anni era sacerdote. Fu monsignor Sepe, all’epoca segretario della congregazione per il clero, a preparare una sorta di festa a, sorpresa per il Papa. E Giovanni Paolo II - il festeggiato - apparve dal loggione della. Congregazione con alla destra Sepe e alla sua sinistra il pro prefetto della congregazione, il cardinale Dario Castrillon Hoyos. Qualcuno sorrideva del potere di quel monsignore che sarebbe diventato l’uomo chiave del Giubileo 2000. E già mesi prima aveva spalancato la bocca vedendolo chiamato dal Papa al suo fianco in sala Nervi durante un’udienza del mercoledì. Ma si sa in questi casi in Curia c’è chi sorride e chi invece mastica amaro. Un po’ di invidia, qualche mal di pancia per quel giovanissimo ecclesiastico in grado di salire così rapidamente i gradini del potere nei palazzi pontifici. Wojtyla aveva, una predilezione per monsignor Sepe, ed era evidente a tutti. Il prescelto non ringraziava, stando nell’ombra, anzi. Aveva, accesso diretto agli appartamenti pontifici, un rapporto costante ed evidente a tutti con il segretario di Giovanni Paolo II, monsignor Stanislaw Dziwisz, attuale arcivescovo di Cracovia. Sepe era nato a pochi chilometri di distanza da. Serino, paese d’origine dell’allora potentissimo direttore dell’Osservatore Romano, Mario Agnes. Così ben prima del Giubileo era, quasi tutti i giorni nelle stanze del direttore del quotidiano vaticano. Che a sua volta celebrava Sepe con una sfilza di resoconti su ogni sua attività, tutti corredati dalla foto in evidenza, del bel faccione del futuro cardinale di Napoli. ‘Sepe è quello che risolve sempre i problemi’, si sentiva dire fra le mura degli appartamenti papali, e il Pontefice come tutti i suoi principali collaboratori dell’epoca ne sembravano incantati. Figurarsi poi con l’organizzazione del Giubileo, occasione in cui il monsignore conquistò successo dopo successo fino a strappare per meriti sul campo la, porpora cardinalizia. Fu quell’amore incondizionato dei wojtyliani a diventare ostacolo assai arduo da superare oggi. Allora l’invidia, i mal di pancia di curia. Oggi – prosegue Bechis su LIBERO – i silenzi di fronte all’esplodere dello scandalo sulla Propaganda Fide, il cardinale nel mirino invitato a collaborare con la magistratura e in fondo solo a palazzo (sia pure circondato dai fedeli di Napoli per cui Sepe - il porporato che sa risolvere tutti i problemi - è quasi un Re). Amato, molto amato all’epoca, ma non proprio da tutti nella cerchia di Wojtyla. Un cardinale fece sapere di non amare quel ritmo di celebrazioni dell’anno giubilare. Si chiamava Joseph Ratzinger. Sepe incassò i rilievi e fece spallucce. L’anno successivo, quando fu spedito da. Giovanni Paolo II e da Dziwisz a mettere a posto i conti un po’ malandati della. Propaganda Fide a lungo guidata dal cardinale Josef Tomko (cosa che Sepe fece), fra le prime mosse del porporato-manager ce ne fu una rovinosa. Allontanò dalla congregazione il segretario aggiunto, l’indiano Albert Malcom Ranjith Patabendige Don. Insieme a Tarcisio Bertone era il collaboratore preferito e più stimato dal cardinale Ratzinger. Qualche anno dopo, divenuto papa, Benedetto XVI riparò a quella ingiustizia, riportando Ranjith in curia e nominandolo nel 2005 segretario della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti. Non fu l’unico episodio che fece calare un certo gelo fra Sepe e quella che poi sarebbe divenuta la nuova curia romana. Proprio alla fine del 2004 circolò nelle segrete stanze vaticane l’indiscrezione di una pressione di monsignore Dziwisz per la sostituzione del segretario di Stato vaticano dell’epoca, Angelo Sodano, proprio con il cardinale Sepe. Non avvenne, ma la notizia giunse alle orecchie di Sodano e fu risaputa anche da. Bertone, che ne avrebbe preso il posto da lì a poco. Piccoli episodi di palazzo, certo. Ma che raccontano assai più di quanto non traspaia delle vicende di questi giorni”, conclude Bechis su LIBERO. (red)

 

 

20. E Bertone chiede tutte le carte dello Ior

Roma - “Nessun commento ufficiale – scrive Gian Guido Vecchi sul CORRIERE DELLA SERA – resoconti scabri e defilati sull’Osservatore Romano e la Radio Vaticana, una cautela che sconfina nel gelo alla lettura della nota ‘impegnativa, diciamo così’ del cardinale Crescenzio Sepe. Un gelo al quale, forse non a caso, si accompagna l’attenzione ‘costante’ del segretario di Stato Tarcisio Bertone, che oltre alle carte di Propaganda Fide si sta facendo mandare anche la documentazione su tutti in conti dello Ior relativi alle inchieste. E la disponibilità, almeno in linea teorica e senza alzare muri a priori, ad accogliere le rogatorie dall’Italia ‘se le richieste saranno fondate e coerenti con l’obiettivo’, spiegano ai piani alti della Santa Sede: ‘Non ci si oppone a procedure ragionevoli, ma a quelle irragionevoli. E la trasparenza è indispensabile, qui non si tratta di nascondere: non c’è niente da nascondere’. I primi a volere chiarezza, si ripete in Vaticano, sono del resto Benedetto XVI e il suo segretario di Stato. ‘Da mesi’, da quando cioè sono iniziati a filtrare i primi scandali, il cardinale Bertone si tiene ‘informato giorno per giorno’: e si è fatto appunto mandare i conti chiacchierati dello Ior (nel corso dell’inchiesta si è parlato, ad esempio, di un conto intestato al ‘consultore’ di Sepe, Angelo Balducci), la documentazione sugli immobili di Propaganda Fide e insomma tutto ciò che serve a vederci chiaro. Oltretevere invitano alla prudenza, ‘molto di ciò che si è detto non è vero’, ma insieme fanno notare che i tempi sono cambiati. Già nel 2006 il Papa chiamò il cardinale indiano Ivan Dias, estraneo ai giri di amicizie romani, perché sostituisse Crescenzio Sepe al vertice della Congregazione. E il 23 settembre dell’anno scorso la nomina di Ettore Gotti Tedeschi alla presidenza della banca vaticana ha avviato la nuova linea di trasparenza dello Ior, che ancora scontava gli scandali e la pessima fama ereditata dall’era Marcinkus. La nuova dirigenza, hanno fatto sapere qualche tempo fa, sta lavorando con la Banca d’Italia ‘per attuare la normativa internazionale’ in modo da ‘cautelare sia lo Ior sia i correntisti’. Da quest’anno, per capire il clima – prosegue Vecchi sul CORRIERE DELLA SERA – è tra l’altro operativa la ‘convenzione monetaria’ tra la Santa Sede e l’Unione Europea sottoscritta a Bruxelles il 17 dicembre dall’arcivescovo André Dupuy, Nunzio apostolico alla Ue, e dall’allora commissario europeo per gli affari economici Joaquín Almunia, il segno di una svolta: entro la fine del 2010 la Santa Sede si è impegnata a recepire ‘tutte le normative dell’Unione Europea sulla prevenzione del riciclaggio di denaro, della frode e della falsificazione’. Chiaro che la linea della trasparenza possa riguardare anche le richieste di rogatoria, almeno in linea di principio e purché le richieste siano ‘ragionevoli’, ripetono Oltretevere, e fatte con criterio. Anche in questo caso particolare vale ciò che, in linea generale, ha spiegato l’altro giorno il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi: ‘Bisognerà tenere conto degli aspetti procedurali e dei profili giurisdizionali impliciti nei corretti rapporti tra la Santa Sede e l’Italia, che siano eventualmente connessi a questa vicenda’. In tutto questo, la preoccupazione fondamentale è chiarire le cose ‘al più presto’ e tenere fuori dalle polemiche Propaganda Fide, il dicastero che sostiene la Chiesa nelle zone più povere del pianeta, Africa ed Asia in testa, tra missioni, ospedali e opere di carità. Di qui la cautela che ha accompagnato le parole del cardinale Sepe. Confermate la ‘stima e la solidarietà’, la difesa è ‘doverosa’ e l’auspicio è che lui per primo ‘fughi le ombre’. Ma il riferimento alle ‘stime’ fatte dai ‘tecnici della Congregazione’, il fatto che non si pronunci sulla scelta dei consulenti e ancor più l’accenno ai bilanci ‘puntualmente approvati dalla Prefettura per gli affari economici e dalla Segreteria di Stato’, ai tempi retta dal cardinale Angelo Sodano, sembra rimandare la palla oltre le Mura vaticane: proprio nel momento in cui il Vaticano vuole tutelare le proprie istituzioni, chiudere il caso e cancellare ogni sospetto”, conclude Vecchi sul CORRIERE DELLA SERA. (red)

 

 

21. Così il Lingotto blinda l’accordo

Roma - “Blindare l’accordo separato. Non lo dicono proprio così al Lingotto – scrive Roberto Menia su LA REPUBBLICA – ma questo è il senso del ragionamento degli uomini più vicini a Sergio Marchionne alla vigilia del referendum a Pomigliano. Perché il sì scontato dei cinquemila lavoratori dello stabilimento campano non scioglierà tutti i nodi, a meno che non si trasformi in un plebiscito. La resistenza della Fiom, anche dopo il referendum, (‘illegittimo’, secondo i metalmeccanici della Cgil) continuerà ad essere una variabile chiave per l’applicazione integrale della nuova organizzazione del lavoro che dovrà portare la produzione dello stabilimento ‘Giambattista Vico’ dalle attuali 35 mila auto l’anno a circa 280 mila, a partire dall’autunno 2011. La Fiat lo sa bene, perché basterà un granello a far saltare l’intero ingranaggio. E Pomigliano - da questo punto di vista - ha fatto storia. Ma nell’epoca della competizione globale, con alle spalle un investimento da 700 milioni di euro, una struttura industriale non può convivere con questo tipo di incertezze. È la ragione per cui la Fiat ha ripreso a riflettere sulle varie opzioni: trasferire la produzione della nuova Panda dalla Polonia (Tychy) a Pomigliano (‘piano A’) forte del voto nettamente favorevole degli operai; mantenerla in terra polacca (‘piano B’); chiudere Pomigliano e riaprirlo, sempre per produrre la Panda, con una nuova società (una newco) riassumendo tutti i lavoratori con il contratto aziendale frutto dell’intesa separata (‘piano C’). Uno scenario pieno di incognite. E il pallino dopo il voto di domani tornerà nelle mani di Marchionne, non certo soddisfatto, e non l’ha nascosto, per l’evoluzione della situazione. ‘Non è detto che la soluzione finale sia il cosiddetto ‘piano C’ - spiegavano ieri fonti della Fiat - ma certo fin dal primo momento, e pervicacemente, abbiamo studiato tutte le possibilità perché sia garantita la piena praticabilità dell’accordo’. Il ‘piano C’ è in campo e, dunque, nessuna ipotesi può essere esclusa. La mancata firmata della Fiom ha cambiato la prospettiva. L’azienda, infatti, teme una sorta di ‘guerriglia’ in fabbrica, da parte della Fiom e dei Cobas, per boicottare l’intesa che salva l’impianto e l’occupazione ma introduce i 18 turni di lavoro, limita lo sciopero e penalizza, con qualche forzatura, le astensioni oltre i livelli fisiologici. Basterà un ricorso alla magistratura – prosegue Menia su LA REPUBBLICA – o uno sciopero per il turno di sabato (la Fiom non avendo firmato l’accordo non sarà sanzionabile) per far ritornare la fabbrica ai tassi di inefficienza del passato. Il ‘piano C’ sarebbe una rude blindatura dell’accordo separato che azzererebbe quasi il potere sindacale. Ma manterrebbe la produzione in Italia. L’ha detto bene ieri Roberto Di Maulo, segretario generale del Fismic, il terzo sindacato (dopo Uilm e Fiom) a Pomigliano: ‘In caso di esito non positivo del referendum, che non voglio nemmeno immaginare, preferirei che la Fiat costituisse una newco piuttosto che la produzione della Panda in Polonia. È un’utile riserva che, però, spero non si debba prendere in considerazione’. Di fronte alla minaccia del ‘piano C’ che avrebbe effetti dirompenti sul piano sociale, per stessa ammissione della Fiat, i sindacati firmatari dell’accordo, oltre la Fismic, la Fim-Cisl, la Uilm e l’Ugl, si aggrappano dunque al referendum; per la Fiom quell’ipotesi è invece la riprova ‘delle gravi forzature’ contenute nella proposta della Fiat. Duro anche il commento del vice segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, la donna che in autunno dovrebbe prendere il posto di Guglielmo Epifani: ‘Quella di creare una newco parrebbe un’ipotesi unicamente tesa a destrutturare i rapporti e le relazioni sindacali’. Una vigilia tesissima per l’ultimo atto (forse) di una partita – conclude Menia su LA REPUBBLICA – che in ogni caso la Fiat voleva stravincere. ‘E un po’ - ammette il segretario nazionale della Fim Bruno Vitali - è anche colpa nostra. Abbiamo fatto i ‘furbetti’, abbiamo spesso proclamato gli scioperi, a Melfi come alla Cnh di Modena, quando la Fiat ci chiedeva lo straordinario al sabato. Ora quelle scelte si ritorcono contro di noi. Voteranno i lavoratori, ma certo bisogna riflettere su cosa significa fare industria nell’era della globalizzazione, perché va bene più flessibilità e più regole. Ma quali sono le nuove regole per la Fiat? E le sanzioni possono valere solo per i sindacati?’”. (red)

 

 

22. Pomigliano vota, ma a Torino non basta un sì

Roma - “Alla vigilia del referendum sull’accordo per Pomigliano d’Arco – scrive il CORRIERE DELLA SERA – si apre un altro fronte per la Fiat a Termini Imerese. Ieri gli operai dello stabilimento siciliano destinato alla chiusura nel 2012 hanno scioperato per un’ora a causa delle parole, ritenute offensive, di Sergio Marchionne che lunedì scorso aveva accusato i lavoratori di avere incrociato le braccia solo per poter vedere Italia-Paraguay. ‘Gli operai di Termini hanno scioperato rispetto alla loro condizione e alla prospettiva dello stabilimento— ha spiegato il vicesegretario della Cgil, Susanna Camusso -. Condizioni che nulla c’entravano con la partita, e anche se per caso lo due cose avessero coinciso non si possono confondere le ragioni di uno stabilimento condannato alla chiusura con una polemica che considero un po’ gratuita’. Ieri hanno scioperato anche i lavoratori delle carrozzerie di Mirafiori, per solidarietà con i colleghi di Pomigliano, dove a meno di ventiquattr’ore dal referendum il clima resta incandescente, con la Fiat che non arretra di un millimetro, forte anche del via libera di Fim, Uilm, Fismic e Ugl, e la Fiom ferma nel ribadire il no incondizionato all’accordo. L’amministratore delegato della Fiat vuole la garanzia della ‘praticabilità’ dell’intesa firmata il 15 giugno. Praticabilità che, in sostanza, significa sterilizzare i microconflitti che potrebbero nascere in fabbrica dopo il no della Fiom. L’auspicio, condiviso da molti, resta certamente quello di una vittoria dei sì, ma ancor più importante è la ‘gestibilità’ dell’accordo, senza la quale gli investimenti rimangono a rischio. Si tratta di ‘fare in modo che le parti si adattino a ciascuna dimensione aziendale reciprocamente, flessibilmente e utilmente’ ha spiegato ieri il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, e ‘credo ha aggiunto - ci siano le condizioni per un largo consenso, senza né vinti né vincitori, se non l’unica vittoria, affidata agli investimenti e ai posti di lavoro’. Che è ciò che più conta anche per l’opposizione. Enrico Letta ieri – prosegue il CORRIERE DELLA SERA – è stato netto sul suo sostegno al sì, auspicando una vittoria ‘in modo convinto e largo’. Ma lo è stato altrettanto anche sulla posizione del Pd, che ritiene ‘quell’accordo un unicum. Non può essere ripetibile’. Per il vicesegretario del Pd Pomigliano è una situazione particolare e va trattata come tale. Emma Marcegaglia, che ieri ha fatto appello al ‘grande senso di responsabilità’ dei lavoratori, chiedendo alla Fiom se ‘tutelare i finti malati o gli assenteisti cronici significa tutelare i lavoratori?’, ha ricordato che in ballo ci sono ‘700 milioni di investimento e un’azienda che porta produzione dalla Polonia all’Italia, una cosa che non succede quasi mai’. Bisogna solo decidere ‘se si vuole uno stabilimento competitivo che dia un futuro a 5 mila lavoratori più altri 10 mila nell’ indotto oppure no’. La presidente di Confindustria è consapevole tuttavia che quella della Fiom è ‘una posizione molto problematica’ che rischia di rendere ingestibile Pomigliano. Per ovviare al problema – conclude il CORRIERE DELLA SERA – ieri è spuntata l’ipotesi di un ‘piano C’ messo a punto dal Lingotto, che vedrebbe la Fiat creare una nuova società con le attività di Pomigliano e l’assunzione dei lavoratori uno a uno con un nuovo contratto. ‘Un’ipotesi intermedia - ha rivelato il segretario generale della Fismic, Roberto Di Maulo - già ventilata durante la trattativa che abbiamo chiesto di accantonare perché preferiamo che una vittoria schiacciante dei sì riduca il pericolo da microconflittualità’. Tuttavia, ha ammesso, ‘se le cose non dovessero andare bene non è detto che anche noi, piuttosto che mandare la produzione della Panda in Polonia, non possiamo richiedere che sia usata questa ipotesi’”. (red)

 

23. Modesto consiglio a Marchionne

Roma - “Adesso è chiaro – osserva IL FOGLIO in uno degli editoriali a pagina 3 – perché Sergio Marchionne ha chiamato ‘Fabbrica Italia’ il suo piano di rilancio della produzione automobilistica italiana. Perché, se passasse, rivoluzionerebbe le relazioni industriali italiane, azzerando decenni di potere sindacale. Infatti il ‘piano C’ che l’amministratore delegato della Fiat aveva in mente da subito come extrema ratio per Pomigliano, dando per scontato che la Fiom-Cgil non avrebbe aderito, prevede di fatto un radicale e clamoroso aggiramento del contratto nazionale collettivo di lavoro dei metalmeccanici. Una mossa tanto estrema da risultare strumentale: o a un clamoroso voltafaccia della Fiat, che davvero continuerebbe a produrre la Panda in Polonia e chiuderebbe, dopo Termini Imerese, anche Pomigliano, scaricandone sulla Fiom la responsabilità politica; o, al contrario, per sostenere un argomento utile a costringere anche la Fiom a un accordo. Ma per comprendere come si arriva a quest’alternativa secca, occorre studiare la logica di Marchionne. Il capo azienda del Lingotto gioca oggi, per la prima volta da quando è a Torino, a tutto campo: Italia, Turchia, Polonia, Serbia ma soprattutto Stati Uniti. Qui i suoi virtuali azionisti di maggioranza sono gli operai Chrysler, rappresentati dal sindacato Uaw, che detengono il 55 per cento del capitale e, abituati alla licenziabilità facile degli States, gli hanno detto sì su tutto. Da noi, invece, i distinguo sindacali non finiscono mai. E siccome Marchionne – prosegue IL FOGLIO – sa benissimo che il suo piano per Pomigliano effettivamente vanifica, e di molto, il contratto nazionale di lavoro, sa pure che nemmeno un referendum dall’esito bulgaro – 100 per cento di votanti, 90 per cento di sì – lo porrà al riparo da azioni legali intentate da singoli o dalla Fiom contro l’accordo, che a suo tempo Fiat Auto firmò. Da qui l’idea estrema di proporre a tutti gli operai che voteranno ‘sì’ di essere trasferiti dalla Fiat Auto a un’altra società, nuova di zecca, libera dal ‘peccato originale’ di aver sottoscritto il contratto nazionale. Ma in Italia passerà mai un simile atto di forza? L’alternativa in premessa – conclude IL FOGLIO – ha una conclusione: o Marchionne cerca rogne e pretesti per chiudere lo stabilimento di Pomigliano d’Arco senza prendersene la colpa; oppure vuole costringere anche la Fiom a dire sì. Sicuri che non esista una terza soluzione e meno sanguinaria?”. (red)

 

 

24. Meno tasse per tutti (al G20)

Roma - “La presa di posizione di Silvio Berlusconi contro la tassa europea sulle transazioni finanziarie – scrive IL FOGLIO in uno degli editoriali a pagina 3 – è stata criticata dalla Germania con l’argomento formale che anche l’Italia ha sottoscritto la mozione che impegna gli stati membri dell’Ue ad applicare imposte e tasse per far pagare i costi dei salvataggi bancari e per indurre gli istituti a comportamenti virtuosi. Si potrebbe obiettare, sempre sul terreno formale, che il documento in questione è generico. Quindi la critica di Berlusconi non contrasta con la mozione firmata dall’Italia. Berlusconi infatti ha sostenuto che, a prescindere dal suo merito, questa tassa, se attuata solo dall’Europa, sarebbe inefficace e controproducente, in quanto le operazioni finanziarie emigrerebbero dai paesi dell’Unione europea in stati nei quali il tributo in questione non sarà imposto. Così le attività bancarie e finanziarie europee diminuirebbero e il fisco degli stati perderebbe materia imponibile e gettito tributario, anziché guadagnarne. Per questo Berlusconi ritiene necessario che del tema si occupi il G20 di Toronto. Ma solo una tassa applicata da tutti gli stati non avrebbe gli effetti indesiderabili segnalati dal Cav. L’imposta – prosegue IL FOGLIO – comunque distorcerebbe il mercato perché non farebbe distinzione tra i soggetti in grado di assumere elevati rischi e tutti gli altri. Non è detto perciò che tutti gli stati optino per l’uso di una simile tassa discriminatoria. L’ipotesi di una sorta di rediviva Tobin tax, inoltre, non servirebbe allo scopo di evitare speculazioni sui rischi sovrani, come si sostiene sovente a Berlino e a Parigi. Al contrario l’idea di un’imposta contribuirebbe ad alimentare una sensazione di sfiducia negli investitori internazionali verso le politiche e il futuro dell’Europa. Quindi non servono le tasse, che in genere sono un pessimo surrogato delle regole del gioco del mercato libero. Servono, al contrario, norme ispirate al principio insito nel diritto di proprietà, quello per cui – in un’economia di mercato sana – ciascuno ha diritto di correre tutti i rischi che crede, a condizione che stia rischiando i propri denari”, conclude IL FOGLIO. (red)

 

 

25. Cina più cara, il mondo ci guadagna

Roma - “La Cina alla fine ha reso più flessibile il suo tasso di cambio. Proprio mentre la Honda – scrive Barry Eichengreen riportato da IL SOLE 24 ORE – ha offerto un aumento del salario del 24 per cento agli operai della sua fabbrica di cambi per automobili in Cina per evitare uno sciopero rovinoso. La Foxconn, la società appaltatrice taiwanese che lavora per la Apple e la Dell, ha annunciato aumenti salariali addirittura del 70 per cento. Shenzhen, per evitare problemi, ha annunciato un incremento del 16 per cento del salario minimo. Le autorità municipali di Pechino hanno preventivamente alzato il salario minimo del 20 per cento. Il risultato sarà che le esportazioni cinesi diventeranno più costose e crescerà la domanda di carburante da importare. La Cina dovrebbe vedere questi incrementi salariali come la prova del suo successo. Redditi più alti sono un corollario più che normale della crescita economica. L’unica differenza in Cina è che l’aggiustamento finora è stato soffocato, e ora arriva tutto insieme. Sarebbe stato meglio se le autorità avessero incoraggiato l’aggiustamento prima e con più gradualità. Con le esportazioni di prodotti lavorati che diventano più costose, la Cina per crescere dovrà produrre qualcos’altro. Dovrà abbandonare la strategia fondata sul settore manifatturiero come motore della crescita e procedere in direzione di un’economia più matura, dove l’occupazione si concentra sempre più nel settore dei servizi. La Cina non potrà mai competere con l’India come esportatrice di hi-tech e servizi alle imprese, perché non ha, come quest’ultima, una quantità importante di anglofoni madrelingua. Ma ci sono ampi margini per espandere l’offerta di servizi al consumatore e alle imprese, per un mercato interno ancora molto poco sfruttato e sempre più prospero. Questo è uno degli aspetti sottolineati da Stephen Roach, economista capo della Morgan Stanley, nel suo ultimo libro, The Next Asia. La buona notizia, come fa notare Roach, è che il settore dei servizi, rispetto all’industria, comporta un consumo inferiore delle risorse naturali e crea più occupazione. Il primo aspetto è positivo per i cambiamenti climatici, il secondo per la stabilità sociale della Cina. Ma la cattiva notizia è che la transizione che ora viene chiesta alla Cina (passare a un’economia di servizi senza subire un calo significativo della crescita della produttività in generale) è qualcosa che non ha precedenti in Asia. Tutte le economie asiatiche ad alto tasso di crescita e forte livello d’industrializzazione che hanno provato a farlo in passato – spiega Eichengreen riportato da IL SOLE 24 ORE – sono andate incontro a un significativo rallentamento dell’economia. Il problema non è solo che nel terziario la produttività tendenzialmente cresce meno velocemente che nell’industria. Nelle economie asiatiche a forte intensità manifatturiera che sono passate a un’economia di servizi, la crescita della produttività nel terziario è stata molto bassa anche rispetto agli standard internazionali. In Corea del Sud e in Giappone, per citare due esempi chiave, il problema non è semplicemente che la produttività dei servizi è cresciuta a un ritmo pari ad appena un quarto di quello registrato per un decennio dal settore manifatturiero, è anche che la crescita della produttività nel settore dei servizi e stata appena la metà di quella degli Stati Uniti. Quali sono le ragioni di questo fenomeno? Nei paesi che tradizionalmente hanno dato la preferenza all’industria, il settore dei servizi, non sufficientemente sviluppato, è dominato da piccole imprese, società a conduzione familiare, che non hanno le dimensioni per essere efficienti, la capacità per sfruttare le moderne tecnologie informatiche e le strutture per la ricerca. In Corea del Sud, nell’ultimo decennio, meno del lodo della ricerca si è indirizzato sul settore dei servizi, contro il Sodo degli Stati Uniti. Non serve dire altro. Sia in Corea del Sud che in Giappone, l’ingresso delle grandi aziende nel settore dei servizi è ostacolato da normative restrittive, difese a spada tratta dalla potente lobby dei piccoli produttori. La legge vieta ai grossisti di operare anche nella distribuzione al dettaglio, e viceversa. Le imprese straniere, che dispongono di competenze e tecnologie organizzative, non possono entrare nel mercato nazionale. Commercialisti, architetti, avvocati e ingegneri si sono adeguati alla tendenza e sfruttano la presenza di requisiti restrittivi per l’abilitazione per limitare l’offerta, la concorrenza e l’ingresso di studi esteri. È facile immaginare commercianti, macellai, operatori sanitari cinesi seguire la stessa strada. I risultati sarebbero devastanti. Il valore aggiunto del settore manifatturiero in Cina cresce dell’8 per cento l’anno: se Pechino sarà tanto incauta o sfortunata da seguire l’esempio di coreani e giapponesi, la crescita della produttività nel settore dei servizi difficilmente potrà viaggiare a un ritmo superiore all’l per cento annuo. Creare occupazione in settori dove la produttività ristagna non è la ricetta ideale per la stabilità sociale. La Cina – conclude Eichengreen riportato da IL SOLE 24 ORE – deve evitare di seguire la stessa strada dei suoi vicini, dove il disinteresse pregresso per il settore dei servizi ha creato una classe corporativa che usa mezzi politici per difendere la propria posizione. Forse la Cina riuscirà a evitare di fare la stessa fine. Ecco almeno un vantaggio non sgradevole del fatto di non essere una democrazia”. (red)

 

 

26. Pechino blandisce Obama, ma pensa al cortile di casa

Roma - “Ieri – riporta Il FOGLIO – è stata sufficiente la promessa della maggiore flessibilità della valuta cinese, lo yuan, per far volare le Borse asiatiche e quelle europee. Come se i mercati finanziari non avessero nemmeno fatto caso al comunicato di domenica con il quale la Banca centrale cinese (Pboc) spiegava che la rivalutazione della moneta nazionale avverrà in maniera graduale. Gli operatori, forse, hanno notato che si trattava di poche righe scritte soltanto in mandarino, destinate quindi a rassicurare un’audience interna alla Grande muraglia. Ma soprattutto, sostengono gli analisti, i mercati hanno esultato per due motivi: se le autorità di Pechino si sentono pronte ad abbandonare il peg con il dollaro, ciò vuol dire che nutrono una certa fiducia nella sostenibilità della ripresa economica; inoltre la svolta rasserena decisamente il clima internazionale alla vigilia del G20 di Toronto che si tiene nel fine settimana. Jean-Claude Trichet, presidente della Bce, ha infatti salutato la scelta come ‘una decisione che va nella giusta direzione, corrisponde all’interesse della Cina, della sua economia e all’interesse dell’economia globale’. E’ plausibile che al momento dell’euforia presto succederà il tempo della riflessione, a cominciare da un punto: la decisione cinese di far apprezzare lo yuan è soprattutto a uso interno. Se conta infatti l’approssimarsi di un’assise internazionale – continua Il FOGLIO – con la pressione crescente di tante capitali, a pesare sulla decisione del colosso asiatico c’è piuttosto il dato dell’inflazione: a maggio ha raggiunto il 3,1 per cento, per la prima volta da tempo sopra la soglia programmata dal governo (3 per cento). Non solo: la rivalutazione offre una via sicura per far crescere il contributo dei consumi alla creazione della ricchezza del paese, avvantaggiando per una volta le famiglie invece delle imprese dedite all’export. Senza contare che queste ultime, come dichiarato dal ministero del Commercio di Pechino, saranno spinte a migliorare ancora la loro competitività. “All’annuncio che la Cina è disposta a rendere flessibile il cambio dello yuan – osserva Paolo Savona su IL FOGLIO – ha fatto subito seguito la dichiarazione che le rivalutazioni saranno graduali. Non a caso Pechino si è affrettata ad aggiungere che la dimensione verrà decisa sulla base dei suoi interessi. Pur essendo stata resa in vista del G20, la decisione ha forti radici nell’inflazione interna con epicentro nell’edilizia e negli aumenti salariali, che una rivalutazione del cambio è in condizioni di contrastare, purché di dimensione significativa. Forse però ha contato più la corrente politica antiwelferiana e proindustrialista, ossia di un capitalismo ‘modernista’, che vuole un cambio forte per favorire uno sviluppo capital intensive e uscire da quello labor intensive che ha contraddistinto il miracolo cinese. I problemi che solleva la decisione cinese riguardano però soprattutto il resto del mondo. Da un lato, i paesi in surplus che gravitano sull’area cinese (dalla Corea all’Indonesia e all’Australia) vedranno le loro monete rivalutarsi e le esportazioni cadere; dall’altro, le valute dei paesi in deficit, a cominciare dal dollaro, si svaluteranno, incrementando le loro vendite estere. Prima della crisi greca, l’euro poteva essere candidato alla rivalutazione, ma oggi, nella migliore delle ipotesi, può mantenere il suo attuale valore esterno. Aumenteranno però le tensioni interne all’euroarea, dato che la Germania accrescerà il suo avanzo di bilancia commerciale. Ma non è tutto: tolta l’ancora ai cambi, che la stabilità dello yuan sul dollaro garantiva, la barca valutaria si troverà in mare aperto e nessuno può prevedere a quali tempeste andrà incontro. Se la politica del cambio cinese sfuggisse di mano – conclude Savona su IL FOGLIO – il mondo si troverebbe di fronte a un’ennesima crisi nascente dalla cronica insufficienza della cooperazione internazionale, che la Cina non riconosce come essenziale per il suo sviluppo e che le riunioni dei G8-G20 mascherano con finto unanimismo e pretattiche, come quelle alle quali assistiamo”. (red)

 

 

27. Chi bloccherà il via vai di navi “pacifiste” verso Gaza?

Roma - “I convogli della pace che tentano di forzare il blocco navale israeliano al largo di Gaza – riporta IL FOGLIO – picchiano sull’equilibrio che regge la tregua, già poco speranzosa, in medio oriente. Ieri il Libano ha autorizzato la Julia a ‘salpare per Cipro’: si tratta di una finzione politica per lasciare partire dalle coste libanesi una nave che tutti sanno diretta invece a Gaza, e che come tale non potrebbe ricevere l’autorizzazione a lasciare il molo – così dice la legge. Tra Libano e Israele c’è una situazione incerta di stallo, dopo la guerra contro Hezbollah sospesa nell’agosto del 2006 dalla risoluzione 1.701 dell’Onu. Ogni pretesto, dicono gli osservatori, innescherà di nuovo la violenza, considerato che oggi Hezbollah a Beirut è dentro il governo e nel sud del paese si sta armando nell’indifferenza, o piuttosto con la benedizione, dei politici un tempo avversi: ‘Le armi di Hezbollah sono essenziali per difendere il paese contro Israele’, dice il volubile capo dei drusi, Walid Jumblatt, che fino a due anni fa era uno tra i loro convinti oppositori. Le navi pacifiste che fanno rotta ‘verso Cipro’ sono tagliate alla perfezione sulla politica del Libano, anti israeliana ma senza troppo scoprirsi. Da oggi a ottobre potrebbero salparne fino a cinquanta. Per Israele – prosegue IL FOGLIO – il guaio delle partenze dalle coste libanesi è che la rotta è corta e lascia poco tempo alle squadre della marina per intervenire, in un tipo di operazione che può finire in disastro come tre settimane fa con la nave turca Mavi Marmara. Il ministro della Difesa israeliano, Ehud Barak, avverte che riterrà responsabile il Libano se qualcosa andrà male. Il quartier generale della missione militare Unifil, da New York, dice che i soldati Onu devono bloccare le navi dirette a Gaza perché violano la risoluzione 1.701. Ma il comando locale a Naqoura smentisce: l’ordine non c’è. Il contingente prova a defilarsi dal possibile scontro. La Germania ha appena ridotto il numero dei suoi uomini da 800 a 300 e il presidente francese, Nicolas Sarkozy, in un recente vertice con il premier israeliano Benjamin Netanyahu avrebbe detto, secondo il quotidiano libanese as Safir: ‘Se intendete attaccare, prima avvertiteci’. Dall’Iran verso Gaza muove un altro gruppo di tre navi ‘umanitarie’, con lo stesso carico di provocazione travestita da aiuto che ieri ha fatto dire al generale pasdaran Rostam Qasem: ‘Americani, lasciate che vi aiutiamo noi con la nostra esperienza a tappare la falla petrolifera nel vostro Golfo’. Qasem ha naturalmente offerto l’aiuto di una delle compagnie iraniane colpite dalle sanzioni di Washington. Prima del passaggio delle navi iraniane attraverso lo Stretto di Suez, che Israele ha chiesto senza risposta di bloccare, in senso opposto sono transitate 11 navi da guerra americane e una corvetta israeliana, in rotta verso il Golfo Persico. Vanno a raggiungere tre sottomarini nucleari israeliani già parcheggiati davanti alle coste dell’Iran. Per motivi di sicurezza il canale è stato chiuso per poche ore e sulle sue rive si sono ammassati migliaia di soldati egiziani. Ora – conclude IL FOGLIO – l’opposizione è furiosa con il governo del Cairo. L’estate delle navi pacifiste è alle battute iniziali”. (red)

Freddie e Fannie (ancora) in crisi. Ma noi siamo immuni, vero?

Costituzione? Cambiarla si può. Il punto è come. E perché