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La fine delle sub-culture. Il che è un peccato

Stanno, progressivamente e inesorabilmente, scomparendo le subculture giovanili. Uno potrebbe dire: chi se ne frega. Secondo noi non è un buon segno. Se per “subcultura” intendiamo un insieme codificato di modi di comportarsi, vestirsi e divertirsi – perché l’essenza stessa del’essere “giovane”, nell’edonismo di massa obbligato e straccione, sta nel divertimento diventato un’industria – farne parte costituiva pur sempre, limitato e superficiale finchè si vuole, il tentativo di sfuggire all’indistinzione, al conformismo del socialmente corretto, alla massificazione dei gusti operata principalmente da quella grande livellatrice che è la televisione tramite l’onnipervasiva pubblicità. 

Non vogliamo rubare il lavoro ai sociologi: non è il nostro mestiere. Tuttavia, frequentando i giri esclusivi, che sanno un po’ da società segrete coi loro rituali, i loro simboli e le loro mitologie, di ciò che resta dell’ondata delle sottoculture musicali accumulatesi grossomodo dagli anni ’50 agli anni ’90, possiamo scriverne, per così dire, a occhio nudo. Tutte, senza eccezioni, nascono spontaneamente da un epicentro in cui qualcuno, di solito un deracinè, un borderline, un non-integrato, crea uno stile, un gusto, un modo di rappresentare la propria particolarità vissuta come diversa quando non nemica di un passato che viene rifiutato. Alla origini, insomma, si è sempre contro. Essendo ribellioni prive di una visione politica, storicamente germinano negli Stati Uniti e in Inghilterra. Là dove, cioè, l’uniformità al modello di vita iperlavoristico e consumista non ha conosciuto un’opposizione ideologica irreggimentata e di largo seguito, come poteva essere il comunismo in Europa continentale. I teddy boys e i bikers (come i primi Hell’s Angels) in America, i mods e i capelloni nella Swinging London, e poi gli hippie, i punk, i metallari, gli hardcore, i dark, fino ai neri newyorkesi del rap e dell’hip hop, hanno formulato ciascuno un proprio codice di vita. Che non intacca minimamente, né intende farlo, l’ordine costituito in base a concetti sistematizzati, a ideologie, ma semplicemente lo respinge e gli sovrappone un modo di vivere parallelo pur di resistergli. O illudendosi di farlo.

Perché la realtà ci dice che poi, senza eccezioni, tali movimenti generati dal basso subiscono la strumentalizzazione dello stesso sistema da cui vorrebbero estraniarsi. Così la fabbrica del consumo sforna gadget per soddisfare la componente narcisistica dei ribelli senza causa, e basta una spilla e una cresta per sentirsi punk. Il meccanismo “spendi e godi” fagocita tutto trasformando tutto in merce. Così, a sessant’anni e fischia dall’epoca di Elvis, esistono club in cui ci si raduna per sfoggiare il ciuffo brillantinato e il jeans col risvolto. E gli ultimi arrivati, gli emo, sono la prova di come, se pure ne salta fuori qualcuno di nuovo, immersi tutti come siamo nel viscidume dell’apparire per apparire e delle emozioni senza oggetto (“bisogna ascoltare le proprie emozioni”), questi gruppi sono sempre più esteriori, effimeri, vuoti, tutti estetica e zero etica (perché, quanto meno, un rocker borchiato e mezzo teppista coltivava certe regole mutuate dalla delinquenza di strada, e aveva una sua idea dell’onore, dell’amicizia, doveva saper difendersi, in casa aveva i dischi di gente, Chuck Berry, Johnny Cash, Jerry Leew Lewis, che sapeva suonare, non come certe checche anoressiche che suonano roba per ragazzine alle prime mestruazioni). 

Al fondo, però, c’è tuttora come allora il malessere genuino di chi non si riconosce negli sbocchi socialmente ammessi per dar sfogo alla naturale ansia di cambiamento insita negli ormoni dell'età. Perciò, se oggi ci troviamo di fronte a un dark, a un punk, a un metallaro, a un rocker o a qualsiasi altro fan di uno stile "alternativo", simpatizziamo per lui. Non ha più nulla, se mai lo ha avuto, di eccentrico, di scandaloso, di trasgressivo, perché ormai fa parte di un sottobosco straconosciuto e reso innocuo dal tempo e dal fatto che la trasgressione è diventata alla portata di tutti, purchè rimanga circoscritta al weekend. Ma è comunque uno che cerca, sia pure maldestramente e inconsistentemente, un’identità non conforme. Claudio Risè, psicanalista junghiano fautore del recupero del "selvatico" (e del "padre" inteso nella sua accezione più larga, quindi anche collettiva, come autorità giusta e severa), sostiene che i ragazzi che rivestono la propria identità pubblica di armamentari simbolici fatti apposta per differenziarsi, cercano in realtà l'Ombra, ovvero la parte istintiva, caotica, sensuale, dionisiaca che il piacere consumistico (ben impersonato dai cosiddetti “fighetti”) ha represso spacciandosi da "liberazione" dei costumi. C'è sicuramente del buono, quindi, in quelle ingenue contestazioni, perché affermano in ogni caso un no. Sono, cioè, sempre meglio del nulla. Il nulla di chi vive in funzione dell’esasperante normalità della maggioranza, di chi è normale, cioè allineato e ubbidiente, dentro

Alessio Mannino

 

Umano, troppo umano

Prima pagina 22 giugno 2010