Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Pomigliano. C’è chi dice no

Alla larga da qualsiasi trionfalismo. Il referendum di Pomigliano non è una guerra vinta e a rigore, stando alla prevalenza dei sì sui no, non è nemmeno la vittoria in una singola battaglia. Benché siano stati inferiori a ciò che si pensava, e a ciò che era sembrato emergere dopo lo scrutinio delle prime schede, i consensi hanno comunque raccolto il 62,2 per cento dei voti, che equivale a una maggioranza piuttosto netta. Adesso, sempre che non ci siano clamorose marce indietro, la Fiat potrà proseguire con la sua ipotesi di ristrutturazione (degli impianti) e di ridimensionamento (dei diritti sindacali) vantando il sostegno dei lavoratori. Non il plebiscito sollecitato da Marchionne, che sperava in un’adesione così vasta da ridurre il dissenso a un fenomeno marginale e da delegittimare totalmente la Fiom, ma una prevalenza sì. Una prevalenza che in un altro contesto sarebbe ritenuta un successo inequivocabile, anche alla luce dell’altissima affluenza alle urne.

Allo stesso tempo, però, quel 36 per cento di oppositori è un risultato importante. Una prova di coraggio e di indipendenza, da parte di persone che hanno saputo guardare al di là dell’immediato presente. Per quanto in condizioni di oggettiva debolezza, vista la recessione generale e la minaccia di chiudere definitivamente gli stabilimenti, non si sono lasciate ricattare dalla logica sprezzante utilizzata dal management. In quasi duemila hanno avuto la forza di dire, di affermare, che l’alternativa non può essere quella tra disoccupazione e schiavitù. Prendere a modello i costi e le modalità di produzione in Polonia, o in qualsiasi altro Paese con standard di retribuzione e di tutela normativa così inferiori a quelli dell’Italia e del resto dell’Europa occidentale, è una mistificazione in piena regola. Fare paragoni tra realtà completamente diverse è inaccettabile: e la risposta a disuguaglianze così forti dovrebbe essere, al contrario di ciò che postula la globalizzazione caldeggiata dal Wto, l’imposizione di robusti dazi doganali sulle merci “low cost”, che possono essere tali solo perché provengono da quegli Stati in cui i salari sono infimi e le garanzie sindacali nulle, o quasi. 

La sfida non è competere con chi produce sotto costo, ma concentrarsi su quello che altrove non sono in grado di fare. Se l’industria pesante non è più praticabile a prezzi concorrenziali, e se non si vuole ricorrere a quelle misure protezionistiche che sarebbero sacrosante, è meglio lasciarla perdere e occuparsi di altro. Invece di accettare supinamente le imposizioni della Ue, mirate ad abbattere ogni residua barriera e a vietare gli interventi statali in nome della libera concorrenza, i governi dovrebbero focalizzare una politica economica a medio e a lungo termine. E, dopo averla individuata, predisporne l’attuazione e verificarne assiduamente gli sviluppi. 

Limitarsi ad assecondare i mutamenti del mercato, come fa il ministro Sacconi che si bea del risultato del referendum di Pomigliano dichiarando che adesso «il Paese è più moderno», significa abdicare al proprio compito di guida della nazione. Che lo si faccia per mero conformismo, o per motivi ancora peggiori, rimane altrettanto imperdonabile: e se gli elettori lo capissero potremmo avere, finalmente, un’inversione di tendenza. Al posto della riconversione industriale, la rigenerazione della società. A cominciare dai partiti, appunto. 

Federico Zamboni

Secondo i quotidiani del 23/06/2010

Umano, troppo umano