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Facebook e privacy: il valore è solo per il business

Secondo il fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg, per la generazione che attualmente si aggira intorno ai trentenni, "la privacy non è più un valore". Naturalmente ben si guarda dal dire che il suo business è esattamente vendere informazioni personali a grandi aziende, per esigenze di marketing, visto che Facebook ha come modello di business quello della pubblicità.

Tale modello è semplice: quante più informazioni private (quanti amici ho, dove abito, cosa compro, quali film vedo, quale musica ascolto, dove viaggio e altre cose del genere) l'utente inserisce all'interno di Facebook, tanto più le aziende sono interessate a saperle. Il che gli serve a piazzare al posto giusto - ovvero nelle pagine che frequento - inserzioni pubblicitarie mirate. Brutalmente: utilizzano i cazzi miei per vendermi meglio ciò che importa loro.

Zuckerberg, forte della diffusione spaventosa di Facebook, si arroga il diritto di discettare come un guru della sociologia, e in merito a privacy - tutto il resto è fuffa, tutto il resto di Facebook, applicazioni, widgets, interazioni, è irrilevante ai fini del dio denaro: nessuno crederà mica che il fondatore lavori alla piattaforma animato da chissà quale mission sociale, vero? - afferma che "le cose sono molto cambiate negli ultimi sei anni." E prosegue: "il concetto di privacy che ho io non è lo stesso che ha mio padre ed è diverso anche da quello di una ragazzo di quattordici anni. Sei anni fa nessuno voleva che le proprie informazioni personali fossero sul web, oggi il numero delle persone che rende disponibile il proprio cellulare su Facebook è impressionante. Per i miei genitori la privacy era un valore, per i miei coetanei condividere è un valore".

Il punto, però, è cosa si condivide.

Dunque la privacy, le cose personali, non sarebbero più cosa privata ma valore (quale?) da condividere. 

Naturalmente Zuckerberg ben si guarda dallo spiegare il perché. Ovvero perché sarebbe un valore condividere le proprie informazioni personali. Certamente è un valore per lui, considerato il business sul quale vive. 

Ma il punto è gli altri. Cioè tutti quelli che a tale affermazione non si indignano, e ancora di più quelli che continuano imperterriti a condividere informazioni personali. Come ci fosse la volontà di mettere tutto a nudo. 

A grosse spanne - ma ci torneremo sul mensile - il motivo è molto semplice e si collega alla nostra società: oggi si ha necessità di "esistere". Nella anomia generale, visto che difficilmente si riesce ad avere un ruolo in una società, in delle comunità che non ci sono più, l'unico luogo rimasto per cercare di affermare la propria esistenza è il web, i social network. E se si ha veramente poco da dire, l'unica possibilità è quella di far sapere (a chi?, perché?, a chi mai potrebbe interessare?) le proprie cose personali. Dal numero di cellulare a quante volte si è andati al bagno durante il giorno.

Il motivo risiede tutto (o in buona parte) qui. Società Liquida (per dirla alla Bauman) e anche anomia totale, ergo necessità di esistere con le proprie risorse che si hanno. Ovvero l'ordinario. Il personale - magari importante per se stessi - che non si capisce bene perché importante per gli altri. Risultato: la parte intima di sé offerta a tutti. A beneficiarne, solo le grandi aziende. E Zuckerberg.

Beninteso: non è questa una battaglia contro il web o i social network. Si tratta di uno strumento utile, senza ombra di dubbio, se usato per veicolare qualcosa che non siano le proprie informazioni personali. Usiamo Facebook anche per la nostra rivista. Per veicolare unicamente informazioni relative alla nostra attività.

Non credo che i lettori possano essere interessati a cosa facciamo di personale noi qui, della redazione: Fini, Zamboni, Mannino, Menconi o altri. E chiunque esiste ben oltre ciò che fa: esiste in quanto è. Può essere utile comunicare ciò che si fa, se serve a uno scopo, a qualcuno, se si vuole condividere il proprio lavoro. Ma il resto, per favore, lasciamolo a noi stessi. Come è giusto che sia. E certamente non in mano alle multinazionali.

 

Valerio Lo Monaco

Prima pagina 24 giugno 2010

Secondo i quotidiani del 24/06/2010