Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 24/06/2010

1. Le prime pagine

Roma -

CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “‘Lavoriamo con chi ha firmato’”. Editoriale di Angelo Panebianco: “La questione non è padana”. Fotocolor in taglio alto : “Obama rimuove il capo a Kabul. E torna Petraeus”. Al centro: “Tensione sulla manovra fra Regioni e Tremonti”. In basso: “Napolitano in difesa del crocifisso”. LA REPUBBLICA – In apertura: “Fiat delusa, Pomigliano a rischio”. Editoriale di Ezio Mauro: “Esercizio di responsabilità”. Al centro con fotocolor: “Obama licenzia il generale ribelle”. Di spalla: “Trichet: la crisi si può battere, l’Italia faccia come la Germania”. In basso: “Novanta minuti per ritrovare gli Azzurri” LA STAMPA – In apertura: “Fiat: avanti con il piano”. In taglio alto, sopra l’apertura: “Bossi da Napolitabi. Preoccupazione per il federalismo”. Editoriale di Luigi La Spina: “Un voto che non va travisato”. Fotonotizia al centro: “Afghanista, Obama caccia il generale ribelle”. IL GIORNALE - In apertura: “Il governo nel pallone” di Alessandro Sallusti. Editoriale di Vittorio Feltri: “Pasticcio a Pomigliano, adesso per la Fiat serve un piano Alitalia”. Fotonotizia centrale: “Il brindisi dell’‘Unità’ con la cricca”. Al centro: “Il galateo è legge per gli autisti della casta”. In basso: “Salvate il soldato Francesco Cossiga”. IL SOLE 24 ORE - In apertura: “Ai comuni tassa unica sulla casa”. Editoriale di Chrisitan Rocca: “Come non perdere la guerra di Kabul”. Fotocolor centrale: “Pirelli in Formula Uno. Tre anni di fornitura esclusiva delle gomme”. Al centro: “A Pomigliano la Fiat va avanti” e “Il generale Di Paolo: ‘Il segreto bancario è da abolire’”. IL MESSAGGERO - In apertura: “Fiat: lavoreremo con chi ha formato”. Editoriale di Oscar Giannino: “La svolta di cui il Paese ha bisogno”. In un box: “Manovra, niente sconti alle Retgioni”. Fotocolor al centro: “Italia, se ci sei batti un colpo” e “L’ex procuratore Vecchione indagato per abusi su bimba”. In basso: “Kabul, Obama rimuove il generale” e “Italpetroli-Unicredit, accordo rinviato: le parti divise da 300 milioni di euro”. IL TEMPO – In apertura: “Bossi chiede scusa”. Editoriale di Francesco Perfetti: “Lo Stivale di Rodomonte”. Fotonotizia: “Brunetta vietal’Italia agli statali”. Al centro: “Mazzetta per appalti. Tre funzionari indagati”. In basso: “Quelle streghe al Laterano”. L’UNITÀ - Apertura a tutta pagina su Pomigliano: “Secondo tempo”. Di spalla: “Una nuova tassa dal governo dell’amore” e “Italia nel pallone, specchio di un Paese a caccia di gloria”.

 (red)

 

 

2. Fiat, 62% di sì. Il Lingotto: trattare con chi ha firmato

Roma -

“Lo spoglio definitivo arriva pochi minuti dopo le 4 del mattino. Il 62,2% dei votanti dei lavoratori di Pomigliano d’Arco vota sì all’accordo con la Fiat siglato da Fim-Cisl, Uilm-Uil, Fismic e Ugl per spostare la produzione della Panda dalla Polonia allo stabilimento campano”. La cronaca del CORRIERE. “Il 36% è la quota dei no che dà ragione alla Fiom. Ancora un po’ di numeri per valutare bene il peso del più importante referendum nel mondo del lavoro: hanno votato 4.642 lavoratori su 4.881 aventi diritto al voto, 2.888 i sì, 1.673 i no, 20 le schede bianche e 59 le nulle. L’accordo dunque passa senza però le cifre da plebiscito che qualcuno si aspettava e ponendo sin dalle prime ore del mattino di ieri la possibilità che la Fiat ci ripensi e abbandoni la partita. Ma da destra e da sinistra, da governo e sindacati, arriva subito l’invito al Lingotto a procedere agli investimenti promessi. I 700 milioni di euro per riprogrammare lo stabilimento campano devono arrivare. Il leader della Pd Pier Luigi Bersani sprona la Fiat ‘a procedere senza tentennamenti, senza se e senza ma’. E così il segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni tenta di blindare l’amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne. Un abruzzese contro l’altro. ‘Mi rifiuto di pensare che Marchionne non garantirà l’accordo. Se si dovesse verificare un’ipotesi del genere con la stessa forza con la quale abbiamo difeso i posti di lavoro così saremo contro un abbozzo di ripensamento’. Maurizio Landini, il nuovo segretario della Fiom-Cgil, che senza dubbio ha ottenuto un risultato superiore al 17% della quota dei suoi iscritti tra i lavoratori di Pomigliano, chiede all’azienda di ‘riaprire il negoziato’ per cercare di raggiungere l’intesa che comunque la Fiom ‘non boicotterà’. ‘Noi siamo pronti ad assumerci tutte le nostre responsabilità — ha aggiunto Landini nel corso di una conferenza stampa — ma non si può ottenere il consenso a comando, ma attivo e partecipato’. In tarda mattinata, alle 13 e 20, arriva l’atteso comunicato della Fiat che in Borsa ha accusato una flessione di quasi il 2%. ‘La Fiat ha preso atto della impossibilità di trovare condivisione da parte di chi sta ostacolando con argomentazioni dal nostro punto di vista pretestuose — si legge — il piano per il rilancio di Pomigliano’. ‘L’azienda lavorerà con le parti sindacali che si sono assunte le responsabilità dell’accordo al fine di individuare — continua la nota — ed attuare insieme le condizioni di governabilità necessarie per la realizzazione dei progetti futuri’. Un passaggio quest’ultimo che secondo alcuni corrisponde alle indiscrezioni uscite nei giorni scorsi che prevedono la chiusura della vecchia Pomigliano e la nascita di una newco, una nuova azienda che assuma solo i lavoratori favorevoli all’intesa. La partita vera dunque, quella che garantirà sul serio un futuro alla Giambattista Vico deve ancora cominciare. Non va però intesa come una svolta, né come un modello da importare nel resto del Paese, si premura di dire il vicesegretario generale della Cgil Susanna Camusso: ‘Non credo che quest’accordo farà scuola e non mi trovo d’accordo con il ministro Sacconi che nella notte ha parlato svolta storica’. E da Bruxelles anche il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia fa sapere che ‘siamo di fronte ad un caso specifico’”.

 (red)

 

 

3. Fiat, due mesi per la Panda in Campania. O altro scenario

Roma - “Contento non è, Sergio Marchionne, dell’esito del referendum di Pomigliano. Anche perché i conti non gli tornano. L’amministratore delegato del Lingotto, ieri mattina, avrebbe avuto un contatto telefonico con il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni: perché oltre al 20% di no in quota a Fiom-Cobas, c’è quell’altro 14% che deve pur essere uscito dagli iscritti agli altri sindacati. D’altro canto, Fiat – si legge i un retroscena su LA STAMPA- vuole dimostrare che non cercava un pretesto per chiudere lo stabilimento, ma una soluzione condivisa con tutte le parti in causa. Marchionne è un manager che passa molto rapidamente all’azione e così, accertato il risultato finale del referendum, poco prima di partire per gli Stati Uniti dove lo attende qualche giorno di lavoro in Chrysler, ha cancellato quell’ombra di disappunto che gli ha attraversato il viso martedì sera alla lettura dei primi risultati e s’è mostrato di buon umore ai suoi collaboratori più stretti. Il lavoro continua, ora bisogna rimettersi a studiare i ‘progetti futuri’ per Pomigliano. Non sarà un lavoro semplice. Più di un dipendente su tre ha votato contro l’accordo: chiaro che a queste condizioni lo stabilimento sarebbe ingovernabile. D’altro canto non si vuole prescindere dal 60% (e oltre) di lavoratori che hanno votato sì, dall’atteggiamento del governo - favorevole al piano - e dall’opposizione, da cui sono arrivati segnali concilianti. E poi Marchionne col nuovo piano della Fiat vorrebbe dare un contributo importante per dimostrare da un lato che l’Italia resta un paese competitivo a livello industriale e dall’altro che il Sud, con Pomigliano, può giocare questa partita”.

“Dunque, spiegano al Lingotto, da oggi si apre un percorso con cui si proverà a trovare un consenso più ampio: ci sono due mesi di tempo per imboccare la strada giusta. Passati quelli, però, non ci saranno più gli spazi per portare in Campania la produzione della Nuova Panda e bisognerà pensare ad altro. Insomma, al momento l’ipotesi di chiudere lo stabilimento campano Gianbattista Vico è uscita dall’ordine del giorno. A questo punto le strade aperte sono molte e molto diverse l’una dall’altra. La Nuova Panda è una produzione strategica per il gruppo: accettare di riportarla in Italia, il paese in cui il costo del lavoro è più alto, obbliga l’azienda a fissare degli obiettivi di produzione molto alti (250 mila vetture all’anno) e a mantenerli nel tempo. Il Lingotto, che punta a raggiungere entro il 2014 una produzione di 6 milioni di auto nel mondo, non può correre il rischio di incappare in continui stop. Il messaggio – spiega ancora il giornale di Torino – è chiaro: si può discutere ancora ma il Lingotto non intende fare marcia indietro sui punti che considera fondamentali. La decisione di escludere dai tavoli chi non ha firmato la prima intesa pare sia nata dalle dichiarazioni del segretario Fiom, Maurizio Landini, che ieri mattina aveva proposto di ripartire da zero anche col negoziato su quell’accordo. Ipotesi respinta al mittente: dopo il referendum - e dopo la vittoria del sì che comunque c’è stata a larga maggioranza, anche se meno marcata di quanto avrebbe desiderato Fiat - si possono cambiare i programmi, ma non si tratta sui principi. La parola d’ordine è cercare la strada per fare un nuovo tentativo e centrare l’obiettivo di un rilancio pieno dello stabilimento di Pomigliano. La scommessa è quella di non perdere l’occasione di tenere in Italia una produzione strategica. Si tratta di cercare un dialogo che parta da chi finora ha giocato nella partita un ruolo positivo per allargarsi a tutti gli interessati. L’obiettivo finale è Fabbrica Italia, sotto il piano c’è la firma di Sergio Marchionne”. (red)

 

 

4. Fiat, Sacconi: Il voto una svolta oltre le attese

Roma - “Ministro, il 36% dei lavoratori della Fiat di Pomigliano ha bocciato l’accordo per portare nello stabilimento la produzione della Panda. Tra gli operai la percentuale è ancora più alta. Numeri superiori alle attese”. Questa la prima domandaposta dal CORRIERE DELLA SERA al ministro del Welfare Maurizio Sacconi sul caso di Pomigliano. “‘Non sono d’accordo — risponde—. Guardiamo ai tre quarti del bicchiere pieno e non alla piccola porzione vuota. Il risultato, che apre una prospettiva per l'intero Mezzogiorno, è oltre le mie aspettative. Conosco le fabbriche. So che un accordo come questo che chiede di lavorare tre turni per sei giorni è impopolare perché cambia la vita delle persone, soprattutto a Pomigliano che è piena di giovani che considerano sacro il sabato sera. Non a caso l’intesa prevede due ipotesi sul sabato lavorativo che le parti sceglieranno sono disposti ad accettare una riorganizzazione della vita in cambio del rilancio dello stabilimento. E anche questa volta i lavoratori hanno scelto con lungimiranza’. Molti hanno osservato che in realtà non avevano scelta perché l’alternativa era la chiusura dello stabilimento. ‘Ogni giorno i lavoratori affrontano queste alternative, tra forme di maggiore produttività e concreto rischio di perdere il lavoro’. Forse l’alta percentuale di no si spiega anche col fatto che molti lavoratori non hanno mai creduto che la Fiat abbandonasse Pomigliano. ‘Può essere che una parte abbia considerato questa minaccia non credibile. Io preferisco interrogarmi sull'altissima percentuale dei sì’. E ora che farà la Fiat? ‘Il comunicato dell’azienda è inequivoco e spazza via le supposizioni delle “bocche storte”, quelle che quando le cose vanno bene sperano in una negatività supplementare. Fiat conferma l’accordo, aggiunge un giudizio fortemente critico su chi non ha voluto sottoscriverlo e dice che lo attuerà con i sindacati firmatari. Altro che rimetterlo in discussione’. La Fiom chiede proprio questo. ‘Ma come si può pensare che la Fiat e tutti gli altri sindacati riaprano la trattativa dopo che la Fiom li ha offesi accusandoli addirittura di mettere in discussione i diritti fondamentali dei lavoratori e la Costituzione?’. Quindi non c’è possibilità di recuperare la Fiom-Cgil? ‘Se il consenso si allargherà, tanto meglio. In ogni caso decideranno i firmatari dell'accordo come procedere’. Prima del voto molti dicevano che la Fiat, senza una vittoria bulgara, non avrebbe fatto l’investimento. Nel comunicato oggi Fiat parla di non meglio definiti ‘progetti futuri’. Cosa nascondono? ‘Bisogna dare atto a questo gruppo dirigente, in parte rinnovato, al giovane ma già così bravo John Elkann e a Sergio Marchionne, di essere molti chiari nelle loro posizioni e di portarle avanti con determinazione. L'investimento si farà secondo un percorso concordato innanzitutto con le organizzazioni firmatarie’. In passato ci sono state tensioni tra i governi Berlusconi e la Fiat, soprattutto sugli incentivi e i prepensionamenti. Ora cosa è cambiato? ‘Le tensioni sono ormai alle nostre spalle. Questo gruppo dirigente della Fiat ha presentato piani industriali credibili, cercando convenienze non negli incentivi pubblici ma nella responsabilizzazione e nel coinvolgimento dei sindacati attorno a obiettivi condivisi di produttività e rilancio competitivo. Il governo non può che guardare con favore a tutto ciò’”.

“Che farete – chiede ancora il CORRIERE – per aiutare la realizzazione dell’investimento? ‘Con l’accordo che prevede turni di notte e straordinari, un operaio di terzo livello finirà per prendere circa 3.200 euro lordi in più in media ogni anno. Il governo valuterà quale parte di questo salario aggiuntivo potrà essere oggetto di detassazione e decontribuzione, secondo quella linea di incentivazione del salario aziendale già adottata da tempo e ora allargata ai redditi fino a 40 mila euro’. Pomigliano è una svolta nelle relazioni industriali, nel senso che ci saranno molti accordi come questo oppure resterà un caso isolato? ‘Segna una svolta, ma nel metodo non nei contenuti. Nel senso che questi dipendono dalle singole realtà aziendali e locali. E del resto ci sono già stati altri accordi che derogano al contratto nazionale. Ma nel metodo è innovativo e resterà come una pietra miliare nelle relazioni industriali’. Perché nel metodo? ‘Perché le parti hanno scelto di assumere a baricentro delle loro relazioni il livello aziendale e questo farà scuola, aiutando soprattutto il Sud’. Cosa replica a chi dice che così si destruttura il contratto nazionale? ‘Che il contratto nazionale sarà sempre più una cornice leggera per assicurare i livelli essenziali di salario e tutele, ma che è al livello aziendale e territoriale che si giocherà il futuro delle nuove relazioni industriali collaborative, con l’obiettivo di avere più produttività e più salario legato ai risultati, in futuro spero anche agli utili. La stessa riforma dello Statuto dei lavoratori potrebbe rendere adattabili dalle parti sociali alle circostanze di azienda o di territorio le norme che non implicano diritti fondamentali’”. (red)

 

 

5. Fiat, come è cresciuto il fronte del no

Roma - “Il day after di Pomigliano è fatto di nuvole barocche cariche di pioggia e dei volti scuri dei pochi operai che a passo svelto, quasi furtivi, oltrepassano le barriere dell’ingresso 2 dello stabilimento Giambattista Vico. È tornata alla normalità la fabbrica dove il referendum sull’accordo per la produzione del futuro ha visto vincere i sì con il 62,2%, ma anche guadagnare un inopinato 36% ai no, ben più di quanto valgano insieme le sigle del no, Fiom e Slai Cobas (20% circa). Normalità da queste parti – si legge in un reportage della STAMPA – significa da due anni produzione quasi ferma e cassa integrazione generalizzata. Sul grande piazzale niente più presìdi, slogan, cartelli e striscioni. Rimane un lungo lenzuolo rosso che recita ‘Con i lavoratori di Pomigliano contro i ricatti della Fiat’. Lavorano solo 345 operai, divisi su due turni, del reparto stampaggio. Devono produrre lamiere per rifornire la fabbrica di Melfi dove si fa la Bravo e la Sevel di Val di Sangro. Pochi accettano di commentare l’esito di una votazione che ha avuto, come al solito, tante interpretazioni. Uno avvicina di sua sponte il cronista. ‘Vuole sapere come mai così tanti no? Glielo spiego io’. Prego. ‘Mi chiamo Carmine, ho 35 anni, non sono della Fiom né dei Cobas, però ho votato no, come tanti. Cerco di tenermi informato e di ragionare con la mia testa. Perché no? Perché lavoro alla catena di montaggio. Si sono fatti tanti discorsi sull’assenteismo o sul diritto di sciopero. Balle. La gente alla catena di montaggio non ne può più dei ritmi infernali a cui è sottoposta. Figuriamoci di quelli che vuole imporci domani Marchionne’. Carmine insiste. ‘Non sono un barricadiero, ho sempre lavorato, mai un giorno di malattia, altro che fannullone. Ma qui vogliono imporci condizioni capestro, prendere o lasciare, perché alla Fiat interessa solo aumentare i carichi di lavoro: una macchina al minuto, 350 auto al giorno per tre turni lavorativi’. Si affianca Antonio. ‘Ma perché vi stupite dei tanti no? In fabbrica non ci sono solo gli iscritti ai sindacati. E non è detto che un iscritto voti secondo le direttive della sua organizzazione. C’è un ventre molle di disagio che con un referendum ha l’occasione di manifestarsi. Dove? Nei reparti più usuranti. A Melfi avevano imposto un’organizzazione del lavoro non molto diversa da quella prevista qui. Dopo un anno i lavoratori sono scoppiati. Risultato? Ventuno giorni di sciopero. Certo che siamo preoccupati. Noi vogliamo lavorare, ma non con ‘sta fetenzia’. E infatti, sottolinea la Fiom, tra gli operai il no ha raggiunto il 40%. E per il no si sono pronunciati anche 16 capi. Stefano, invece, ha votato sì, ‘ma sono stato molto combattuto, credo che qui dentro dovremmo tutti immedesimarci con chi sta alla catena, però è anche vero che abbiamo bisogno di lavorare, con 800 euro siamo sulla soglia di povertà’. Intanto arriva una giovane coppia di trentenni. Lui, alto, capelli a zero, fisico prestante, tiene in braccio un bimbo di tre anni. Ma è lei che varca il cancello dello stabilimento. ‘Abbiamo accompagnato la mamma - dice con un sorriso -. Anch’io lavoro qui. O meglio siamo tutti e due in cassa integrazione, ma oggi mia moglie è stata richiamata, alla lastratura c’è qualche commessa da finire. Poca roba. E noi siamo fortunati, la cassa si moltiplica per due. Ma se salta il banco diventa un disastro: in due in mezzo a una strada. Ho votato sì, che potevo fare? E anche mia moglie’”.

“Proprio sul fronte femminile – osserva ancora il giornale di Torino – si registrano le sorprese più significative. Radio fabbrica dice che la percentuale di donne che ha votato no sarebbe molto più alta del previsto. Fra loro gente tosta, come Maria Capasso, 32 anni, da Giordano, cintura napoletana, addetta alla linea dell’Alfa 159, in Fiat da 9 anni. Ha votato no (‘Non me ne pento, spero che ora il signor Marchionne apra un dialogo per ridiscutere alcune parti di questo accordo’), ma non è iscritta alla Fiom. ‘Aderivo a un sindacato, poi ho capito che anche loro la fiducia dei lavoratori dovrebbero conquistarsela. Pensi che a un certo punto mi sono ritrovata nuovamente iscritta. Qualcuno aveva falsificato la mia firma. Ho fatto casino e mi hanno rimborsato 120 euro di quote’. Maria (‘Ma anche tante altre come me’) teme che l’inasprimento delle condizioni di lavoro penalizzi molto le donne: ‘Non chiedo favori, non mi fa paura l’orario notturno. Ma grazie a Dio non sono sposata, non ho figli. E chi li ha? Avevano fatto tante promesse, ma qui andiamo a peggiorare. Poi ci sono tutta una serie di rimborsi che spariranno e i corsi che non ci verranno pagati. Cose di cui si parla poco o nulla, ma che alla gente interessano assai’. Annamaria Carennante invece non ha votato: è impiegata a Pomigliano, però fa parte di un altro ente, Fiat Service. ‘Non so che cosa avrei fatto. Chi si è espresso per il sì era di fronte a un voto obbligato. Perché esistono la libertà - puoi scegliere fra carne e pesce - e la libertà condizionata - puoi scegliere solo carne. Ma mi fa piacere che una parte, anche se minoritaria, di lavoratori abbia fatto una scelta di dignità. Mio marito lavora qui e ha votato no’. Dicono che a Pomigliano non si rida più. Che la crisi stia uccidendo lentamente la fiducia nel futuro di un’intera generazione di trentenni. Massimiliano, fronte del sì, non ci sta. ‘Questa fabbrica ha ancora una speranza. Qui siamo in tanti in grado di fare un prodotto di qualità. Resto ottimista: nonostante le troppe amarezze e le innumerevoli circostanze negative che hanno portato ai tanti no, riusciremo a portarli dalla nostra parte’”. (red)

 

 

6. Bossi sul Colle, irritazione per Brancher?

Roma - “Non è che Napolitano abbia alzato la cornetta per chiamare il senatùr e dirgli ‘senta, senza le scuse alla nazionale italiana il nostro incontro rischia di farsi difficile’... Però, con i modi discreti che contraddistinguono da sempre l’istituzione, il Quirinale – spiega un retroscena su LA STAMPA – ieri ha fatto in modo che Umberto Bossi capisse che sarebbe certo stato ricevuto volentieri dal capo dello Stato: ma che lo sarebbe stato ancor più volentieri dopo le scuse alla squadra di Lippi, accusata di voler ‘comprare’ la partita di oggi con la Slovacchia. Le scuse - come era a questo punto inevitabile - sono arrivate poco dopo l’ora di pranzo, e la pagina è stata voltata. Del resto, meglio far retromarcia prima, piuttosto che dopo l’incontro: perché se c’è una cosa che si può dar per certa, è che Giorgio Napolitano - gran sostenitore dell’Italia, presente alla finale di Berlino nel 2006 e ‘portafortuna’ degli azzurri - quelle scuse le avrebbe comunque fortemente sollecitate. Non è stata questa faccenda, dunque, il cuore dell’incontro che il capo dello Stato ha avuto ieri pomeriggio con i ministri Bossi e Calderoli. Due, infatti, erano i problemi che Umberto Bossi voleva affrontare con Giorgio Napolitano (il colloquio ha avuto luogo su richiesta del leader leghista). La prima: assicurare anche al Presidente che il capitolo riforme - e in particolare il federalismo - resta competenza unica e assoluta della Lega in generale e di Bossi in particolare, nonostante alcune discusse nomine di nuovi ministri; la seconda: che il Carroccio è sempre più preoccupato per il crescere delle tensioni politiche, avendo il timore che a ‘rimetterci le penne’ possa essere proprio il faticosamente avviato processo federalista. E allora: che pensa di quest’ultima questione il Presidente della Repubblica? E che consigli ha da dare? È un Bossi così, insomma, quello che ieri si è accomodato di fronte a Giorgio Napolitano: un leader che, al di là delle ‘sparate’ e della professione di ottimismo, non ha nascosto né preoccupazione né irritazione”.

“L’irritazione è legata soprattutto alla vicenda della nomina a ministro per il Federalismo di Aldo Brancher (da sempre uomo di raccordo tra il premier e la Lega), un vero ‘giallo’ di cui sono ancora incerti i vari passaggi, mentre è sicurissimo il nome del ‘danneggiato finale’, Bossi appunto. I ben informati sostengono che, nell’idea di Berlusconi, Brancher avrebbe dovuto occupare il ministero lasciato da Scajola (con una redistribuzione delle deleghe tra Brancher stesso e Romani, sottosegretario): bloccata questa scelta per dissidi all’interno della stessa maggioranza, Berlusconi ha fatto retromarcia, nominando Brancher ministro per il federalismo (addirittura convinto che la scelta sarebbe stata apprezzata dalla Lega). Ne è nato un piccolo pandemonio: che oltre all’irritazione di Bossi (che domenica scorsa ha dovuto fare i conti con lo sconcerto del ‘popolo leghista’ radunato a Pontida) ha portato alla luce l’ambizione del Carroccio di avere un nuovo ministro (‘Ce ne manca sempre uno - ha spiegato il senatùr - dopo che ci hanno tolto l’Agricoltura che era di Zaia). Un problema. In queste faccende, naturalmente, il Presidente della Repubblica si è ben guardato dall’entrare, ricordando - però - di aver soltanto raccolto la firma di un nuovo ministro senza portafoglio, e che le deleghe sono responsabilità esclusiva del presidente del Consiglio... Molto diverso, invece, l’interesse mostrato da Napolitano verso le preoccupazioni leghiste circa il deteriorarsi della situazione politica. Ai ministri del Carroccio che chiedevano una sua opinione sul da farsi, però, il capo dello Stato non ha potuto che spiegare di essersi già più volte espresso. Inizialmente - ha ricordato - era intervenuto per sollecitare (in materia di intercettazioni telefoniche, per esempio) un confronto parlamentare che svelenisse il clima e coinvolgesse maggiormente l’opposizione. Poi, di fronte alla ‘voglia di accelerazione’ di parte del Pdl e dello stesso presidente del Consiglio, Napolitano aveva fatto sapere che buon senso - e soprattutto gravità della situazione economica - consigliavano di non alterare un calendario di lavori che prevedeva prima l’approvazione della manovra economica e poi il prosieguo della discussione sulla legge per le intercettazioni. Certo che se poi un giorno sì e l’altro pure il premier va ripetendo che quest’ultimo provvedimento andrebbe approvato d’urgenza perché ‘ci sono dieci milioni di italiani spiati’, beh, allora tutto diventa più difficile. Ed è proprio questa la preoccupazione di Umberto Bossi. Preoccupazione che il capo dello Stato ha raccolto, non ignorando - e anzi dando atto - di qualche tentativo di distensione operato proprio dalla Lega. Se tali tentativi sortiranno risultati, lo si vedrà. Napolitano ci spera: Umberto Bossi, forse, ancora di più...”. (red)

 

 

7. Ribaltone, se la Lega lo cerca nei ministeri

Roma -

“Quel fugace passaggio nel discorso di Pontida non è passato inosservato: ‘Non posso dire il perché e il per come, ma tra pochi giorni capirete... Adesso siete disperati ma io non vi ho dimenticati, la Lega risolverà i vostri problemi...’. Cosa nascondeva quel sibillino messaggio rivolto da Bossi al popolo degli allevatori e ai Cobas del latte, storico bacino elettorale leghista, nel raduno-celebrazione del Carroccio? Qualcosa si sta muovendo, e probabilmente si muoverà a breve, non solo nei rapporti Lega-Pdl, ma pure nell’assetto dei ministeri, soprattutto quelli che stanno a cuore ai padani: Agricoltura e Federalismo (anzi, Sussidiarietà), oggi occupati da Giancarlo Galan e Aldo Brancher. Una cosa è chiara - si legge in un retroscena sul GIORNALE -: Bossi rivuole il ministero che fu di Luca Zaia, mentre la nomina di Brancher è stata digerita sì, ma con difficoltà. La condizione avanzata dal Senatùr, se all’Agricoltura non potrà andarci un leghista, è che si trovi il modo di far traslocare Galan, che sui temi degli Ogm e delle quote latte (cavalli di battaglia del Carroccio) sta imprimendo una radicale inversione di rotta rispetto alla precedente conduzione leghista. È per questo che Bossi si sta spendendo per candidare Galan alla successione di Scajola, come ministro dello Sviluppo economico. ‘Lo vedo bene, è uno pratico...’, ha detto ieri. Nell’entourage del leader raccontano di una coincidenza che ha colpito molto Bossi. Proprio nel giorno di Pontida, domenica scorsa, la Stampa di Torino dava conto di una nuova possibile ondata di proteste, con trattori sull’autostrada Torino-Savona, degli allevatori del latte guidati dal presidente di Copagri Piemonte, che spiegava: ‘Siamo pronti a partire per far colazione nella villa del ministro delle Politiche agricole Giancarlo Galan...’”. “Per la Lega, che ha nella galassia dei piccoli imprenditori agricoli una riserva strategica di consenso, una protesta di massa contro il governo sarebbe una iattura da scongiurare in tutti i modi, e che già adesso sta provocando forti nervosismi nei vertici leghisti (così si spiegano anche il coup de théâtre come la battuta su Italia-Slovacchia...). Il modo individuato dal Senatùr, è che all’Agricoltura si cambi rotta. Come? La voce più accreditata tra i parlamentari della Lega disegna all’orizzonte uno scambio di questo tipo: Galan allo Sviluppo e il fidato Brancher all’Agricoltura, per poter controllare meglio la linea di quel fondamentale dicastero. E il ministero della Sussidiarietà? ‘Quello non esiste ancora, è solo carta, quindi...’ spiega un importante deputato della Lega, facendo capire che c’è tutto il tempo per tornare indietro. Non è un mistero che l’agricoltura sia percepita come un ‘asset’ indispensabile dalla Lega. Nei Comuni, nelle Province e nelle Regioni dove governa anche il Carroccio, l’assessore all’Agricoltura è nel 90% dei casi uno dei loro. Nell’ottica pragmatica di Bossi, infatti, quel comparto è, tra tutti, quello che più facilmente si traduce in voti, ed è poi naturaliter una competenza leghista, dato che la maggior parte dei piccoli imprenditori agricoli sono collocati geograficamente a Nord di Roma (per non dire a Nord del Po...). Altrettanto note sono le divergenze profonde tra il ‘conservatore’ Zaia e il ‘pro-tech’ Galan. Divergenze che si sono tradotte anche in un gioco di piccoli sgambetti. Per dire, nella Lega fanno notare che Galan, appena arrivato al ministero, ha rimosso (ma spesso se ne sono andate loro) quasi tutte le prime linee della gestione Zaia. La lista, nel giro di due mesi, è già folta: via Giuseppe Nezzo, ex numero uno del dipartimento Agricoltura; via il capo della segretaria tecnica del ministero, Franco Contarin; via il commissario dell’Unire, Tiziano Baggio; via il presidente di Buonitalia. Pericolante, si dice, la poltrona di Giuseppe Ambrosio, capo gabinetto nominato da Zaia... E se Zaia, impegnato in Veneto, ha altro a cui pensare, la Lega vede. E cerca di provvedere”.

 

 (red)

 

 

8. Mondiali: i tedeschi alla tv, Brunetta la spegne nella Pa

Roma -

“L’aveva già detto, il ministro Renato Brunetta, che non avrebbe consentito agli statali di guardare le partite dell’Italia in orario di lavoro. Era successo la settimana scorsa, quando - incredibilmente - era stata la Confindustria tedesca a lanciare l’idea di permettere ai dipendenti pubblici di accendere la tv in ufficio per tifare Germania. I tedeschi che vogliono fare gli italiani: questa sì, è una notizia. Ma le parti si erano subito invertite, perché – si legge sul GIORNALE – l’inflessibile Brunetta aveva tagliato corto: ‘Il lavoro è lavoro, il divertimento è divertimento’. E quindi tv spente, via le pile dai telecomandi, capuffici in allerta. I lavoratori pubblici dovevano allinearsi alla produttività dei loro colleghi teutonici. Dieci giorni fa le parole di Brunetta erano cadute nel vuoto: con il Paraguay si giocava di sera, all’ora in cui i pubblici travet dell’orbe terrestre hanno le gambe sotto il tavolo. Con la Nuova Zelanda sono scesi in campo alle 16, ma era domenica. Oggi è il giorno della verità, la granitica severità di Brunetta si scontra con un pomeriggio lavorativo e la partita è di quelle decisive. Tuttavia il ministro ieri ha replicato il diktat. Nessun cedimento: ‘Chi lavora non accende la tv’, ha ribadito a chi gli chiedeva se si sarebbe concesso due ore di pausa calcistica e soprattutto se l’avrebbe accordata agli statali. Col piffero: ‘Io lavoro così come lavoreranno tutti i tre milioni e 650mila dipendenti della pubblica amministrazione’. Tolleranza zero. D’altra parte, che cosa c’era da aspettarsi dal banditore della crociata contro l’assenteismo? Brunetta non si piega davanti al tifo intercontinentale. Gioca l’Italia, la nazione si ferma: classico titolo dei giornali della vigilia. Stavolta no, gli uffici pubblici continuano a funzionare. Nelle aziende private c’è maggiore elasticità: alla Cartiera del Sole di Sora (gruppo Burgo), per esempio, la produzione viene fermata tra le 16 e le 18. Ma c’è anche chi tira dritto, incurante della sfida che sta mobilitando i politici quasi più dei tifosi: succede a Torino dove è in corso il fittissimo programma di manifestazioni per il patrono San Giovanni, con il corteo storico, il palio dei borghi, la regata sul Po, la sfilata di auto storiche e altre decine di altri appuntamenti che costringono a chiudere il centro al traffico. In compenso, i centri commerciali della periferia (oltre che la storica piazza San Carlo) saranno tappezzati di maxischermi con gli azzurri in diretta”. “La linea dura di Brunetta comincia a fare scuola, ma non tutta Italia si ferma. Gli Stakanov non abitano a queste latitudini. Il consiglio comunale di Milano è convocato per le 12, ma in una saletta è pronto un televisore se i lavori dovessero andare per le lunghe: si sospende e poi si riprende. Il consiglio regionale della Sardegna rischia di andare deserto. Il comune di Cosenza ha concesso ai dipendenti il pomeriggio libero, con l’obbligo di recuperare martedì prossimo, quando però l’Italia potrebbe essere nuovamente di scena. Perfino i solitamente seriosi aderenti a Generazione Italia, la neonata associazione dei fedelissimi di Gianfranco Fini, hanno chiesto di rinviare la direzione nazionale del Pdl convocata alle 14,30 di questo pomeriggio per approvare il bilancio del partito. Per mesi hanno protestato perché l’organismo non veniva riunito, ora sul più bello ne chiedono lo slittamento perché Berlusconi ha convocato la seduta con 24 ore di preavviso. ‘Data la solita mezz’oretta di tolleranza prima delle 15 non inizierà - si legge sul sito dei finiani - e poi alle 16 c’è Italia-Slovacchia, decisiva per la nostra amata Nazionale, e quindi è probabile che la riunione finisca poco prima durando di fatto solo pochi minuti. A meno di non voler discutere del bilancio del più grande partito italiano con il frastuono delle vuvuzelas nelle orecchie’. Per carità: salvate il soldato Bocchino e il suo udito. Anche la cultura si ferma: oggi alle 16 i cantanti lirici del Festival Puccini di Torre del Lago interromperanno le prove per assistere alle gesta degli uomini di Marcello Lippi, che è nato e vive nella confinante Viareggio; ma c’è tempo, si debutta il 16 luglio. E perfino la giustizia si piega al rito della pedata. Un detenuto in isolamento a Regina Coeli ha chiesto al magistrato di sorveglianza di Roma la revoca parziale dell’isolamento per seguire l’incontro con gli altri compagni di pena. E a Bologna l’interrogatorio di Cinzia Cracchi, la donna che con le sue rivelazioni ha messo nei guai l’ex sindaco diessino Flavio Delbono, è stato anticipato alle 10 anziché alle 15. La procura si è premurata di far sapere che lo spostamento d’orario non è legato alla nazionale. In ogni caso, nessuno si è opposto”.

 

 (red)

 

 

9. Mentana: condurrò il tg su La7 contro Rai e Mediaset

Roma -

“Il ritorno. Enrico Mentana, Chicco per gli amici, Mitraglia per la cronaca televisiva in virtù del modo di offrire notizie a raffica, 55 anni, si riprende la sua fetta di video. Vuole scalare la classifica, parte da un piccolo 3 per cento. Punta alla serie A, ‘come il Chievo’, dice. Da luglio sarà il nuovo direttore del TgLa7, al posto di Antonello Piroso: 320 mila euro lordi l’anno. Più i premi. Per il momento è una coabitazione, infatti Mentana non ha ancora firmato. Ma Piroso sembra destinato alla conduzione di Matrix, su Canale 5. Sono passati 16 mesi dal traumatico addio a Mediaset, dopo lo speciale annullato sulla morte di Eluana Englaro”. L’intervista di REPUBBLICA. “Ha detto che in questo periodo il suo lavoro è stato ostacolato da qualcuno. Il solito Berlusconi? ‘Non è Berlusconi l’elemento di ostruzione. O almeno, non il solo. Gli ostacoli sono nel sistema, in Italia sono in tanti a non volere una 7 competitiva. Per loro il duopolio è modello perfetto’. Però stava tornando a Mediaset. ‘Ho incontrato Berlusconi. Per caso. Mi ha detto: "Vieni da noi". Ha capito, alla fine, quanto fosse utile avere qualcuno diverso dagli altri sulle sue reti. Ci ho riflettuto a lungo. C’era un’idea di maggiore pluralismo ma non un vero progetto su di me. Gli spazi lì ormai sono tutti occupati. È molto più interessante la sfida strategica di un tg a La7, anche se di nicchia. È una rete piena di solisti cui manca un prodotto collettivo come può essere un tg forte’. Sarebbe stata una bella rivincita tornare a Canale 5. ‘Non era quello lo spirito. A Mediaset ho lavorato benissimo. Ho fatto cose che restano nella mia storia professionale e credo, immodestamente, anche nella piccola storia del giornalismo tv. Ma quell’avventura si è conclusa in maniera traumatica. Poteva ricominciare solo con un nuovo progetto’. È incredibile che nel novero delle offerte ricevute in questi mesi manchi la Rai. ‘Mi ha cercato Mauro Masi per offrirmi il Tg3. Ho chiesto il voto unanime del cda e il gradimento preventivo della redazione. Sapevo che sarebbero state condizioni tombali, così è stato. Poi mi hanno offerto un’altra direzione. Non valeva nemmeno la pena di parlarne’. Il Tg1 di Minzolini fa informazione libera? ‘Non faccio le pagelle dei colleghi. Ho lavorato nove anni al Tg1 e 12 al Tg5. Sono due bastimenti, io mi metto in scia con la mia goletta. So solo che quando si è tanto grandi si hanno dei difetti di agilità. Cercherò di approfittare dei loro punti di debolezza’. Sarà in conduzione? ‘Certamente sì. Non solo per vanità. Il tg è più competitivo se chi ne ha la responsabilità può cambiare in corsa la scaletta, scegliere al volo la notizia che merita di più. Penso a un tg specchio della realtà, che dà tutte le notizie, completo. E voglio uscire dallo schema bloccato di chi è filo governativo e chi è antiberlusconiano’. Ha sempre fatto spallucce di fronte al conflitto d’interessi. Ora che l’ha provato sulla sua pelle? ‘Il conflitto d’interessi esiste, mi pare ovvio’. Anche nel ddl intercettazioni? ‘Non c’è bisogno del conflitto d’interessi per sostenere che quella è una legge sbagliata. Il potere, tutto il potere, vive l’informazione non filtrata come un fastidio. Detto questo, i vincoli della legge si possono superare. Il giornalista deve saper rischiare e il coraggio garantito per legge non te lo dà nessuno. Non credo che una notizia vera possa essere sanzionata. Anche se c’è una legge che lo dice’”.

 (red)

 

 

10. Nucleare, la Consulta respinge le eccezioni delle Regioni

Roma -

“La Corte Costituzionale ha respinto i ricorsi presentati da dieci Regioni contro la legge delega del 2009 sul nucleare dichiarandoli in parte infondati e in parte inammissibili”. La cronaca di REPUBBLICA. “Toscana, Umbria, Liguria, Puglia, Basilicata, Lazio, Calabria, Marche, Emilia Romagna, Molise (la nuova giunta del Piemonte ha ritirato il ricorso) avevano contestato al governo soprattutto tre punti: l’assenza d’intesa con le Regioni interessate dalla scelta dei siti delle centrali; i criteri e le modalità di esercizio del potere sostituivo dell’esecutivo centrale in caso di mancato accordo; la possibilità di dichiarare i siti aree di interesse strategico nazionale, soggette a speciali forme di vigilanza e di protezione. La Consulta ieri ha respinto il ricorso con motivazioni che saranno rese note nei prossimi giorni. È una decisione che semplifica gli aspetti legislativi del pressing del governo per l’atomo ma non elimina altri ostacoli. ‘Il nucleare in Italia si può fare solo con i carri armati’, aveva detto pochi giorni fa il presidente della Puglia Nichi Vendola, commentando un’altra sentenza della Consulta che, in apparente contraddizione con quella di oggi, dichiarava incostituzionale una norma che sottraeva potere decisionale alle Regioni in materia di energia. Opposto il parere del ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, ha chiesto di accelerare le procedure per l’avvio dell’Agenzia di sicurezza nucleare: ‘Approfondiremo il tema domani a margine del Consiglio dei ministri. Bisogna andare avanti senza indugio per definire le scelte concrete da adottare, i costi e i benefici per i territori e per il Paese’. Anche il vice ministro dello Sviluppo economico, Adolfo Urso, ha detto che ‘il disco verde della Consulta è un’ottima notizia, che riafferma il ruolo dello Stato e consente di avviare una nuova politica energetica superando la politica dei veti e degli egoismi’. Mentre il Pd si è dichiarato ‘pronto a discutere purché il governo faccia chiarezza’, Antonio Di Pietro ha rilanciato la proposta di referendum abrogativo sul nucleare (‘L’Italia non può continuare su una strada pericolosa che arricchisce solo le lobby di settore’). E il leader dei Verdi, Angelo Bonelli, aggiunge: ‘Prendiamo atto della decisione della Corte costituzionale, ma, sul piano della legittimità costituzionale, la partita resta aperta perché la Consulta deve ancora pronunciarsi sul ricorso contro il decreto legislativo 31 del 2010 le cui procedure non solo sono anomale ma fortemente in contrasto con la Costituzione. Intanto il governo continua a non aver il coraggio di dire agli italiani dove vuole mettere le centrali nucleari né con quali soldi intende finanziarne la costruzione: in Gran Bretagna il leader tory ha già detto che per l’atomo il governo non tirerà fuori una sterlina’”.

 

 (red)

 

 

11. Trichet: euro credibile, ora riforme strutturali

Roma - “Gli esami sulla manovra italiana ‘sono in corso’: ‘Va controllata’. Rischio debito sovrano: ‘Un fenomeno globale’. L’euro sotto attacco: ‘È una moneta molto credibile’. La crisi di Eurolandia: ‘Figlia di quella finanziaria’. E soprattutto: ‘Sbagliato’ pensare che troppa austerity, come quella tedesca, strozzi la ripresa e il lavoro: fa bene Berlino a scegliere il rigore. ‘Prematuro’ parlare di Draghi alla Bce. Per il domani: ‘Servono regole’. Crisi, speculazione, rischi e rimedi: parla Jean Claude Trichet, presidente della Bce, l’uomo che decide i destini dell’euro e dunque dei nostri risparmi. REPUBBLICA lo incontra a Francoforte, nel suo studio al piano nobile dell’Eurotower, mentre i mercati sono in subbuglio, l’euro soffre, gli speculatori sono in agguato e i Grandi del mondo, a partire da domani, a Toronto, cercano la ricetta per uscire dal tunnel. Trichet sarà a Roma a fine mese, ospite della Banca d’Italia. Lei se la prende sempre con l’indisciplina dei governi nei conti pubblici. Ora, dopo il caso Grecia e con l’incalzare della speculazione, molti paesi - Italia inclusa - sono corsi ai ripari. I provvedimenti adottati bastano? ‘La delicatezza del momento richiede misure credibili: è necessario per correggere traiettorie che sono fuori linea. Politiche fiscali sane aiutano la ripresa. I governi hanno ora solennemente affermato che sono consapevoli di questa necessità; hanno deciso di accelerare il risanamento. Ma la credibilità delle loro scelte va tenuta costantemente sotto controllo’. Sta dicendo che li controllerà lei? ‘Questo è il lavoro della Commissione Ue, in collegamento con la Bce. Noi siamo molto attenti al riguardo’. Anche l’Italia ha varato una manovra la cui entità però è metà di quella di Francia e Germania. È sufficiente? O a breve ne servirà un’altra? ‘Le misure prese vanno nella giusta direzione, rinforzano il Patto di stabilità e crescita del Paese: le stiamo valutando. Attribuiamo però importanza al giudizio della Commissione che ha la responsabilità maggiore nel sorvegliare, valutare e proporre eventuali modifiche ai governi. Gli esami sono in corso’. Ma un giudizio preliminare della Commissione c’è già. ‘Si, ma manca l’analisi della manovra nei dettagli’”.

“Nel pacchetto italiano – chiede REPUBBLICA – non ci sono troppe misure per crescita e occupazione. Non sono importanti? Ha qualche suggerimento per il governo? ‘A tutti i governi, e non sono a quello italiano, chiediamo di essere determinati a fare riforme strutturali per aumentare la crescita potenziale. Io insisto sulla necessità di elevare la produttività del lavoro: nel medio e lungo periodo la crescita dipende proprio da questo. Ed è la ragione per cui la raccomandiamo come riforma cruciale a tutti , anche all’Italia’. Tagli su tagli. Secondo molti economisti c’è un rischio deflazione. Lei che ne pensa? ‘Non credo che questi pericoli possano materializzarsi. Al contrario, l’ancoraggio delle aspettative di inflazione è rimarchevole ed è in linea con i nostri target, meno del 2%, ma vicino al 2%. Ha continuato a resistere anche durante la recente crisi. L’idea che le misure di austerità possano provocare una stagnazione è sbagliata’. Sbagliata? ‘Si. In queste circostanze tutto ciò che serve per aumentare il livello di fiducia di famiglie, imprese e investitori sulla sostenibilità delle finanze pubbliche e dunque sulle scelte di rigore dei governi è buono. Per gli investimenti, per consolidare la crescita e per creare lavoro. Davvero credo che nelle circostanze attuali politiche orientate ad aumentare la fiducia rafforzeranno e non soffocheranno la ripresa: la fiducia è oggi un fattore-chiave’. Quali sono i paesi più a rischio dopo la Grecia? ‘Non ho commenti . Tutti i paesi stanno mettendo la propria casa in ordine. Stanno facendo i compiti a casa, se così si può dire’. C’è notizia di difficoltà della Spagna e delle sue banche... ‘Ho appena risposto a questa domanda’ E l’euro, è a rischio? ‘L’euro è una moneta molto credibile. Ha mantenuto il suo valore fin dall’esordio in maniera notevole ed ha garantito la stabilità dei prezzi in 11 anni e mezzo. La media dell’inflazione annuale in questo periodo per la zona euro è stata dell’1,98%, in linea con la nostra definizione di stabilità dei prezzi: è il miglior risultato dalla seconda guerra mondiale, in tutti i paesi membri. Una moneta che garantisce prezzi stabili così è un valore agli occhi degli investitori, interni e internazionali’. La crisi del debito sovrano è peggiore di quella dei subprime? ‘Ciò che stiamo sperimentando in Europa e nel mondo è stato provocato dalla crisi finanziaria, che ha avuto un grosso impatto sul deterioramento delle finanze pubbliche ovunque. È un fenomeno globale. Sono fiducioso che i governi supereranno le difficoltà’. Dica la verità: se l’aspettava tutto questo subbuglio? ‘Sono convinto che dobbiamo essere sempre all’erta. Credibilmente all’erta. Senza creare allarmismi’ Crede che si arriverà a un governo federale dell’Europa? ‘L’integrazione europea è un processo storico che può essere compreso solo in una prospettiva di lungo periodo. Vedremo se alla fine lo schema istituzionale sarà quello di una federazione politica o una confederazione di stati sovrani o se verrà esplorato qualcosa di più fantasioso. Alla fine a decidere saranno i popoli d’Europa. Detto ciò, quando si ha una moneta unica, serve un quadro di regole fiscali molto stringente’”.

“C’è il Patto di stabilità e crescita...’. ‘Che per noi dovrebbe essere l’equivalente di un bilancio federale, capace di garantire politiche sane. Per questo vogliamo che il Patto sia forte, solido e ben rispettato’. Maastricht andrà reso più duro: è così?. ‘Si – risponde Trichet –. Va rinforzata la sorveglianza multilaterale, a livello dei 27 e dei 16 paesi euro. È necessario un "salto di qualità" per migliorare i controlli su politiche fiscali, competitività e riforme strutturali. Abbiamo fatto le nostre proposte a Van Rompuy e ho spiegato al Parlamento europeo che dobbiamo usare tutte le possibilità offerte dalla legge per rafforzare questi controlli. Inoltre, bisogna monitorare gli indicatori di competitività come il costo unitario del lavoro e il livello di inflazione nazionale rispetto alla zona euro; vanno verificate le informazioni sulle riforme strutturali di ciascun partner’. Come fa a tenere a bada i membri del board Bce, per esempio il tedesco Weber, contrari all’acquisto di bond dei paesi deboli? ‘Non ho niente da dire: le decisioni si prendono a livello di consiglio dei governatori’. La Germania sta seguendo una austerity aspra, molto criticata: fa bene o male? ‘È importante che tutti i paesi con difficoltà di bilancio dimostrino di realizzare politiche credibili nel lungo periodo: aumenta la fiducia di famiglie, investitori e imprese e consolida la ripresa’. Quindi fa bene ... ‘Si, fa bene. Sono contento che il governo tedesco sia orientato al rigore. E quel che penso per la Germania vale anche per gli altri’. Cosa si aspetta dal G20 di Toronto per il sistema finanziario del domani. Si discute di tassazione delle banche, capitali bancari, agenzie di rating. .. ‘Sono tutti elementi importanti, già esaminati in Corea. Siamo sul sentiero giusto’. Il suo mandato sta per scadere. Il governatore Mario Draghi è uno dei candidati. Quale dovrebbe essere il profilo del suo successore? ‘Ho ancora un anno e 4 mesi prima che scada il mio mandato. È un lungo, impegnativo periodo di tempo. Perciò: è prematuro fare commenti sul mio possibile successore’”. (red)

 

 

12. L’Abi a Mussari, mugugni contro tassa Ue sulle banche

Roma -

“Hanno vinto i grandi del credito. Si riprendono la presidenza dell’Associazione bancaria italiana, come ai vecchi tempi, quelli di Piero Barucci, quando è stata avviata e gestita la privatizzazione del sistema del credito. Ieri – si legge su REPUBBLICA – i cinque saggi, cui spetta la designazione del candidato, hanno comunicato quello che tutti si attendevano: in lizza c’è solo Giuseppe Mussari, numero uno del Monte dei Paschi di Siena e sarà lui il nuovo presidente. Così il 15 luglio, quando si riunirà il Comitato Abi, ‘non ci saranno sorprese’. Un’acclamazione quella di Mussari, sostenuto da Unicredit, Intesa Sanpaolo, ma anche Bnl-Paribas e su cui concordano sostanzialmente anche le due grandi popolari, Ubi e il Banco. Un voto unanime quello dei saggi. E per questo ‘importante’ hanno commentato Corrado Passera, consigliere delegato di Intesa e Giuseppe Guzzetti, presidente di Abi e Fondazione Cariplo. S’è evitata quella spaccatura tra piccoli e grandi aziende di credito emersa nella fase di definizione delle candidature e che si stava trasformano in guerra aperta (dove la politica tra l’altro ha giocato un ruolo non indifferente). Decisivo per siglare la pace è stato Antonio Patuelli, presidente del Comitato piccole banche, che ha tirato fuori dal cappello la soluzione, quel "lodo" che porta il suo nome e che prevede l’alternanza biennale tra piccoli e grandi alla guida dell’associazione. Il resto l’ha fatto il ritiro dalla corsa dell’attuale numero uno dell’Abi, Corrado Faissola, che era sì sostenuto dai piccoli (le casse di risparmio soprattutto), ma che a un certo punto ha compreso che non avrebbe avuto la maggioranza e ha dato forfait. Non sono poche le sfide che attendono Mussari, senese d’adozione, avvocato di area diessina e banchiere atipico. Fresco di studi guida una cooperativa, passa poi alla Camera penale di Siena fino a diventarne presidente. Nel 2001 entra nel credito. Nemmeno quarantenne è numero uno della Fondazione Monte Paschi, la roccaforte che custodisce il pacchetto di maggioranza di Rocca Salimbeni. Il salto nel 2006, con la presidenza di Monte Paschi dove si dà da fare: cerca l’accordo con Bnl che poi sfuma, scioglie l’alleanza con Unipol, mette a segno l’acquisizione di Antonveneta e si allea con la francese Axa. Schivo e riservato ieri ha scelto il silenzio. ‘Non voglio essere scortese - ha dichiarato - ma fino al 15 luglio non parlo’. Una delle prime sfide per Mussari sarà la tassa sulle banche di ispirazione Ue che la Gran Bretagna ha già adottato e che è in rampa di lancio in Francia e Germania. Tassa di cui i banchieri italiani non vogliono sentir parlare, forti del fatto che il governo italiano non ha dovuto salvare istituti di credito. ‘Contrario’, Profumo, ad di Unicredit come Zanotti (Ubi Banca). ‘Una scemenza’, taglia corto Saviotti (Banco Popolare). Ieri s’è affrontato anche il capitolo salute delle banche e ripresa nel tradizionale Rapporto Abi. E sono emerse luci e ombre: i tassi applicati alle imprese sono scesi ai minimi storici, ma sono in pochi a chiedere finanziamenti. Piccola ripresa invece nell’erogazione di mutui. Cupo il quadro delle sofferenze, quasi raddoppiate dal 2009, mentre la raccolta è diminuita”.

 (red)

 

 

13. Nuova sfida per Obama: domare i generali

Roma - “Con una prova di forza personale e politica Barack Obama solleva dal comando in Afghanistan il generale Stanley McChrystal e lo sostituisce con il suo attuale diretto superiore: l’eroe della campagna irachena David Petraeus. Bersagliato dalle definizioni irridenti e offensive del team della Casa Bianca che gli stretti collaboratori di McChrystal hanno consegnato al magazine ‘Rolling Stones’, Obama – si legge in una corrispondenza su LA STAMPA – ha orchestrato una giornata disseminata di gesti, eventi e contenuti mirati a punire il responsabile riaffermando al tempo stesso, in maniera netta, la supremazia del potere civile sulle gerarchie militari. Il primo passo è stato il colloquio con McChrystal nello Studio Ovale: il generale si è presentato offrendo le dimissioni ma se pensava che il gesto lo avrebbe potuto salvare si è dovuto ricredere di fronte ad un presidente che, dopo aver accettato le dimissioni, per 30 minuti non ha fatto nulla per celare la propria irritazione. Entrato alle 9,39 del mattino alla Casa Bianca, McChrystal ne è uscito a testa bassa, senza fare alcuna dichiarazione, rifugiandosi in un Suv nero. Un’ora dopo è iniziata la riunione del consiglio di sicurezza nazionale sulla campagna afghana ma lui non c’era perché Obama nel frattempo aveva già convocato David Petraeus, capo del Comando Centrale di Tampa dal quale dipendono tutte le truppe impegnate dal Marocco al Pakistan, per comunicargli l’incarico di guidare la guerra ai taleban”.

“La missione che David Petraeus ha ricevuto da Barack Obama – spiega un retroscena sempre ul giornale di Torino – comporta un doppio incarico: vincere in fretta la guerra in Afghanistan e riportare all’ordine gli alti ufficiali che guidano la campagna. Per l’eroe del conflitto in Iraq, riuscito fra il 2005 e il 2007 a sconfiggere Al Qaeda ed espugnare il Triangolo Sunnita, si tratta di un difficile ritorno al fronte dopo aver passato l’ultimo anno a mezzo alla guida del Comando Centrale di Tampa fra la pianificazione della lotta globale alla Jihad, i test dei nuovi droni e il corteggiamento dei repubblicani che lo vorrebbero candidare alle presidenziali del 2012. Se Obama si affida a lui è perché lo ritiene l’uomo migliore per entrambe le missioni: sul fronte delle operazioni militari afghane la strategia anti-insurrezionale che Stanley McChrystal stava applicando con i rinforzi di truppe è la ripetizione di quanto a lui riuscì in Iraq mentre all’interno del Pentagono gode del prestigio necessario per poter ripristinare ‘il rispetto per l’autorità del potere civile’, come chiede la Casa Bianca. Ma la maggiore difficoltà per il generale formatosi all’ateneo di Princeton viene dal dover svolgere i due compiti sullo stesso teatro afghano. E se i nemici taleban e jihadisti sono dichiarati e visibili altrettanto non si può dire per gli ufficiali che criticano l’amministrazione. Non è un caso che l’articolo del ‘Rolling Stones’ è una collezione di dichiarazioni anti-Obama da parte di ‘collaboratori del generale’ tutti rigorosamente autonomi”.

“Il sospetto di Obama, che Petraeus dovrà appurare, è che dietro quelle frasi ostili e irridenti nei confronti della Casa Bianca vi siano alcuni dei più stretti collaboratori di McChrystal ovvero ufficiali di primo piano nella guida delle operazioni, come potrebbe essere il suo vice David Rodriguez. A confermare il peso politico degli anonimi autori di questi attacchi - prosegue LA STAMPA - c’è quanto avvenuto nelle ultime 24 ore a Washington, dove analisti di area democratica con rapporti stretti con il Pentagono si sono pronunciati per McChrystal: Michael O’Hanlon della ‘Brookings Institution’ in ragione della ‘sua insostituibilità’ e Max Boot del ‘Council on Foreign Relations’ per la ‘validità del suo piano militare’. Sul fronte conservatore a dare voce al malessere degli alti ufficiali sono stati Thomas Donnelly e Bill Kristol con un articolo sul ‘Weekly Standard’ nel quale si sfida Obama a ‘non sciupare questa crisi andando fino in fondo’ liberandosi ‘non solo di McChrystal ma anche dell’ambasciatore a Kabul Karl Eikenberry e dell’inviato Richard Holbrooke’ ovvero dei principali bersagli delle dichiarazioni pubblicate sul ‘Rollings Stones’. Le fibrillazioni che trapelano dagli ambienti militari si devono al fatto che gli ufficiali alla guida delle operazioni in Afghanistan vorrebbero da Obama la stessa libertà d’azione che i loro parigrado ebbero da Bush nell’ultima fase della guerra in Iraq mentre la Casa Bianca oggi vuole avere - soprattutto su pressione di Joe Biden - un più rigido controllo su quanto avviene al fronte. Ne sa qualcosa Raymond Odierno, l’attuale comandante delle truppe in Iraq che la Casa Bianca ha ripreso per aver ipotizzato uno slittamento del ritiro delle truppe combattenti. Senza contare che Mike Mullen, capo degli Stati Maggiori Congiunti, non ha esitato a contraddire Obama al Congresso sulla necessità di consentire ai gay di servire in divisa senza alcuna limitazione di comportamento. Come se non bastasse, a complicare la missione di Petraeus ci sono le voci sulle possibili dimissioni del ministro della Difesa Robert Gates che a fine anno potrebbe lasciare il timone a Hillary Clinton, data per uscente dal Dipartimento di Stato senza che sia ancora emerso un nome per il successore”. (red)

 

 

14. Veneziani: "Che fine ha fatto il soldato Cossiga?"

Roma - “Ma che fine ha fatto Francesco Cossiga?”. Se lo chiede Marcello Veneziani dalle pagine del GIORNALE. “Si dichiara già morto. Ha annunciato per cinque anni la sua volontà di ritirarsi a vita privata, e tutti avevamo smesso di credergli vedendolo sparire. Poi l'ha fatto sul serio. Da tempo langue in un preoccupante silenzio. Depressione, annunci di catastrofe, ora ha deposto un ordigno-testamento in forma di libro in cui rivela di essere defunto. Cossiga non è solo un ex capo dello Stato, un esternatore folle, o l'inventore del Cazzeggio istituzionale. Giusto vent'anni fa, col suo formidabile piccone, Cossiga mise in cinta la Repubblica italiana, anche se poi non riconobbe la figlia che ne nacque. Voi dite Mani pulite, i referendum di Segni, la Lega, la discesa in campo di Berlusconi. Tutto vero, ma vennero dopo. In principio fu Cossiga. Che per cinque anni se ne stette a cuccia al Quirinale, rispettoso del mandato istituzionale, rigoroso osservante del ruolo e della norma, per far dimenticare le fuoruscite dal protocollo del suo predecessore Sandro Pertini. Poi, vent'anni fa, dopo che era caduto il Muro e prima che il Pci si suicidasse, Cossiga cominciò a dar di matto. Picchiò duro sui pregiudizi fradici su cui si fondava la Repubblica consociativa e partitocratica. E per due anni colpì, disse la verità, suscitò la voglia di cambiare, cavalcò per primo l'antipolitica, portò la fantasia al potere. Fu il nostro De Gaulle, ma solo nella pars destruens. Infatti a De Gaulle si ispirò quando fondò il suo partito, l'Udr, che poi lui stesso sconfessò. Tentarono l'impeachment, come avevano tentato di inguaiarlo ai tempi oscuri del suo ministero degli Interni, dopo il caso Moro. Ma oggi non saremmo qui se non ci fosse stato lui. Ricordo che in quel tempo io fondai un settimanale che guardava a lui per fondare una nuova repubblica. Gli dedicai molte copertine e appelli. Sperai in lui, ma lui in cambio mi offrì un paio di belle interviste, qualche brillante conversazione e il privilegio di entrare in Senato senza cravatta, vestito da extraparlamentare ed extracomunitario. Cossiga non è un fondatore ma un affondatore, non fondava seconde repubbliche come Pacciardi; era piuttosto uno Spacciardi, perché dichiarò spacciata la Repubblica che egli stesso incarnava. Un presidente kamikaze che aveva pilotato con sorriso beffardo la prima Repubblica a sfasciarsi sul nemico. La fortuna e la disgrazia di Cossiga fu che andò al Quirinale praticamente da ragazzo, al paragone con gli altri presidenti. E tuttora, 25 anni dopo, è il più giovane capo dello Stato vivente. Siede al Senato nello scranno col numero 007, lui che amava giocare con le spie. Ma si è barricato in casa e ha depositato una bomba a orologeria. Parlo di un bel libro dal brutto titolo, Fotti il Potere, che ha scritto con Andrea Cangini. Non va in giro a presentarlo, come ci si aspetta da ogni autore e ancor più da uno come lui. Si rifiuta, si nasconde, vive la sua solitudine depressa e dichiara di essere già morto. Al di là di alcuni lati comici e grotteschi, Cossiga è un personaggio tragico. Dai tempi di Moro ai tempi del Piccone, Cossiga ha dovuto sparare il colpo di grazia a chi più amava: la Dc e i suoi capi, la cultura del diritto, la repubblica dei partiti in cui aveva prosperato. Più il Vaticano, i grembiulini, la Gladio, il Mossad, i poteri forti (Cossiga sostiene che ci furono interessi economici alle origini di Mani pulite, citando un'inchiesta dell'Italia settimanale sulla spartizione dell'Italia a bordo dello yatch Britannia). E non si è riconosciuto nelle creature che ha via via messo al mondo, il Nuovo e tutti i suoi Testimoni, il Partito e i suoi straccioni di Valmy, come li battezzò lui”.

“Senza di lui probabilmente non ci sarebbe stato né il primo comunista alla guida del governo, dico D'Alema, né la destra postfascista al potere, e forse nemmeno l'antipolitica, dico Di Pietro, Bossi e Berlusconi. Fu precursore perfino di Sgarbi e Dagospia. È lui stesso in questo libro – prosdegue Veneziani – a notare il paradosso di D'Alema portato da lui al governo con l'okay dell'America, con il compito di far entrare l'Italia in guerra con la Serbia: e D'Alema, primo comunista al potere, fu colui che bombardò con la Nato l'ultimo regime comunista d'Europa, provocando, sempre secondo Cossiga, ‘535 morti tra vecchi, donne e bambini’. È lui lo sdoganatore dell'Msi, che poi ha criticato la svolta nel vuoto di Fini, come criticò la deriva giacobina del rustico Di Pietro, che pure era suo figliastro: la sua vanga era la versione rurale del piccone. E non solo: qui vaticina il fallimento di Berlusconi, a cui pure mostra umana simpatia e sostegno, e di cui riconosce la voglia di lasciare un segno nella storia e non di pensare alle leggi ad personam, come dicono i suoi avversari. E a differenza loro lo critica non per l'autoritarismo ma per la sua debolezza. Cossiga è tragico quando sostiene che la vita regge sulla menzogna, e la vita politica ancora di più: ‘La verità è che la menzogna ben più della verità è all'origine della vita, perché se gli uomini si sono evoluti è stato solo grazie alla loro capacità di mentire agli altri e a se stessi’, Cossiga si diverte a dire la verità che coincide paradossalmente e tragicamente con la menzogna. La sua visione tragica è ancora accompagnata da un sardonico sorriso (l'aggettivo non è casuale per il sassarese). Ma Cossiga è tragico soprattutto perché in questo libro si sente odor di morte e di sfacelo, al punto da concludere il suo libro: ‘Io ero già morto ma la gente non se n'era accorta’. Non vorrei spargere falsi allarmi e invadere la sua vita privata, ma temo che Cossiga stia accarezzando la tragica idea di rivolgere il piccone contro se stesso”. (red)

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