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Disoccupati sì, ma con la partita Iva

Primo elemento: la disoccupazione continua a crescere. In base ai dati Istat, nel primo trimestre del 2010 abbiamo perso un altro punto percentuale rispetto allo stesso periodo del 2009. Altre 208 mila persone (disgraziato più, disgraziato meno) che prima lavoravano e adesso non più. E che si vanno aggiungere agli oltre due milioni già a spasso, per un totale che si avvicina ulteriormente al 10 per cento. Su base nazionale, sia chiaro. E considerando la generalità della popolazione. Se le cifre vengono disaggregate, per area geografica e per età, i dati diventano ancora più allarmanti: al Sud si sale al 14 per cento; tra i giovani si è vicinissimi al 30. L’Istat non manca di sottolineare che «la caduta è meno intensa», ma sorvola sull’altro aspetto della questione: per quanto rallentata l’emorragia prosegue. Non è che il malato stia guarendo. È che si è già dissanguato parecchio, da due anni in qua.

Secondo elemento: il governo accelera sulla legge che mira a rendere più agevole e rapida l’apertura di nuove imprese. Il presidente del Consiglio, manco a dirlo, ne mena gran vanto e ne sbandiera ai quattro venti gli effetti benefici. Quasi miracolosi. In un proprio messaggio, pubblicato sul sito “forzasilvio.it”, ribadisce la volontà di emanare al più presto la nuova normativa, «che già qualche ministro ha chiamato, bontà sua, la Legge Berlusconi». Infatti, prosegue, «se il mancato rispetto dei tempi da parte delle amministrazioni è assurdo in tempi di crescita, in tempi di difficoltà economica è un vero e proprio delitto». Una parte di ragione c’è: troppo spesso la burocrazia trasforma gli adempimenti in un labirinto e i controlli in vessazioni. Il resto, invece, è propaganda da quattro soldi: la «semplice comunicazione di inizio attività sostituirà la richiesta di permessi, di autorizzazioni, di concessioni, di licenze: che sono, tutte queste cose, un linguaggio da Stato totalitario, da Stato padrone che concepisce i suoi cittadini come sudditi». Viva Silvio-Braveheart. Lui sì che porterà il suo popolo alla sospirata libertà (d’impresa). 

Adesso proviamo a metterli insieme, questi due elementi. Proviamo a chiederci se vi possa essere, oppure no, una correlazione strategica tra l’uno e l’altro. Di qua la massa dei disoccupati. Di là una maggiore facilità nell’apertura di nuove aziende. Aggiungiamoci, se mai ci stesse sfuggendo, la tendenza ormai consolidata a ridurre la tutela del lavoro dipendente, tra la revisione dello Statuto dei Lavoratori e gli aut-aut alla Marchionne. La conclusione verosimile, se non proprio certa, è che tra gli effetti che si vogliono conseguire ci sia anche quello di indurre un numero cospicuo di disoccupati ad abbandonare la speranza di trovare un posto retribuito, sostituendola con l’idea di trasformarsi in “imprenditori”. Essendo divenuto così facile, perché non tentare? Magari si dà fondo agli ultimi risparmi, o si strappa un finanziamento ipotecando la casa, e si fa il grande salto. Si alza una saracinesca e ci si improvvisa commercianti, artigiani, venditori di questo o quel servizio. Si tenta di sfuggire all’immobilismo precedente, quando tutto quello che ti offrivano era un contratto temporaneo e sottopagato in un call-center (o in qualche altra trappola analoga), e ci si mette in proprio.

Non importa che vada bene a tutti. O alla maggior parte. O a una percentuale abbastanza alta da configurare un successo collettivo. Gli obiettivi sono altri. Sono far sì che la disoccupazione si nasconda, almeno per un po’, sotto il crescere delle partite Iva, e indurre quelli che non ce la fanno a dare la colpa a se stessi. Non è lo Stato-Padrone a non avergli trovato un lavoro decente. Sono loro che mancano di talento e di spirito imprenditoriale. Poveri incapaci che non sanno competere in un mercato finalmente libero e de-burocratizzato. Cittadini non solo “meno fortunati” ma anche meno dotati, che non hanno alcun diritto di lamentarsi. Men che meno di protestare. E figuriamoci di insorgere.  

Federico Zamboni

Economia? Non per la difesa

Prima pagina 24 giugno 2010