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Nutella offensiva

Tutti i giornali si sono schierati a favore della difesa del sedicente “prodotto italiano” a base di “nut” contro le cattiverie dell’unione europea, quegli stessi giornali che nelle pagine mediche o di cronaca lanciano gli allarmi obesità. Fa eccezione un minimo di decoro da parte di Repubblica che titola, giustamente, "vietate le pubblicità salutiste", gli altri, invece tutti allineati e coperti contro il “proibizionismo” della UE che vorrebbe indebitamente informare i consumatori quando i prodotti non sono poi così sani come lo spot ci vuol dare a bere, o a spalmare.

Come poteva, però, essere altrimenti? Addirittura nelle anticipazioni delle televisioni sulle prime pagine dei giornali è stato dato ampio spazio alla questione nutella, come se nel mondo non ci fossero cose vagamente un po’ più importanti delle invenzioni dei creativi ingaggiati dalla Ferrero. Tutti schierati come un sol uomo, dai giornalisti agli europarlamentari, a parlare di scandaloso “divieto” di nutella, mentre viene, ribadiamo, solo vietato alla nutella di dichiararsi un prodotto nutrizionalmente equilibrato. Lo scandalo vero è che fino ad ora è stato permesso alla nutella di spacciarlo come tale, invece i giornalisti non comprendono come si possa oltraggiosamente pretendere di mettere in etichetta che prodotti come la nutella possano favorire l’obesità. 

Ma come si fa? È chiaro al mondo che la nutella non fa bimbi grassi, come tutte le merendine con cui vengono rimpinzati. Tanti servizi, al limite del terrorismo psicologico, su stampa e tv, su quanto sia dannosa una alimentazione non equilibrata, che fanno più anoressia delle modelle stecco perché testimoniate da medici, e di come si debbano evitare i cibi che piacciono a favore di quelli sani, ma poi, come interviene l’inserzionista pubblicitario, tutto va in vacca.

“Inserzionista pubblicitario”, questa è la parola magica, la libertà di stampa, il diritto ad essere correttamente informati svaniscono come entra in campo chi sponsorizza l’informazione: la Costituzione è nulla di fronte allo sponsor. Fate caso a quante pubblicità di prodotti alimentari vanno in televisione o sulle pagine stampate, come stupirsi quindi se i giornalisti si schierino indignati sulle tesi Ferrero, tirando in campo l’italianità della pizza comparandola a quella della nutella, per dare ipocritamente forza a tesi che altrimenti non ne avrebbero. Altra abile tattica è concentrarsi sul titolone, ben sapendo che dei giornali si leggono più i titoli degli articoli, che è l’ingiustificata dichiarazione sul divieto, inesistente, di alimentarsi come si conviene che resta impresso.

Tutti convinti adesso che la nutella sia sana e non ingrassi, che sia un italianissimo prodotto, di una italianissima multinazionale olandese, al pari della pizza, che ingrassa pure lei: nulla di scandaloso in ciò, non è che la tradizionalità, che la nutella non ha certo, renda sano un prodotto, pensate a un wurstel o a un hamburger che sono tradizionalissimi nei loro paesi. Abbiamo diritto a mangiare ciò che vogliamo, ma abbiamo anche il diritto di non essere presi per il culo della pubblicità e, ancor più, che questa non interferisca con la correttezza dell’informazione non pubblicitaria. 

Questo della nutella è un problema che va oltre un barattolino di crema con grassi vegetali non identificati. È un sintomo di come l’informazione sia controllata dal pubblicitario, che non esistano più editori puri ma fogli e schermate al servizio dello sponsor più o meno occulti, che influenzano l’opinione soprattutto quando non è uno spot. Questa non è stata tanto una “offensiva nutella”, ma una “nutella offensiva”, verso le nostre intelligenze e la libertà e competenza dei nostri giornalisti tesserati.

Ma concludiamo dando ragione alla nutella e alle sue pubblicità, cediamo anche noi al potere dell’inserzionista pubblicitario: Nutella ® è la colazione della nostra nazionale di calcio, e visti i risultati della saluberrima nutella è un messaggio da non dimenticare.  

Ferdinando Menconi

Secondo i quotidiani del 25 giugno 2010

Disoccupati sì, ma con la partita Iva