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G20. Come prima, peggio di prima

Mannaggia. Non si sono messi d’accordo neanche stavolta, i leader mondiali del G20. Nonostante l’urgenza e la gravità delle questioni da affrontare, e nonostante il fatto che i loro incontri non siano dei convegni di studi che possono limitarsi a disquisire in astratto ma dei summit politici che devono (dovrebbero) prendere decisioni operative, il meeting di Toronto lascia le cose come prima. Peggio di prima, anzi, perché è l’ennesima occasione sprecata. E perché attesta ulteriormente che la globalizzazione è l’esatto opposto di quello che servirebbe. La globalizzazione crea una interdipendenza reciproca così vasta e intricata da pregiudicare l’autonomia dei singoli Stati e, persino, di intere aree come l’Unione europea. 

Il risanamento, che presuppone un ripensamento dell’intero modello economico, diventa impossibile perché postula una concordia generale e simultanea che nei fatti non c’è e neppure si intravvede. Nel permanere dei contrasti si finisce col perpetuare l’impostazione attuale, coi vizi del sistema finanziario che riduce tutto a denaro – e quel che è peggio a credito, ovverosia a immissione nei mercati di liquidità fittizia – e del commercio senza più barriere che sta mettendo in ginocchio i lavoratori occidentali, travolti dalla concorrenza low cost delle aziende straniere e di quelle interne che trasferiscono i propri impianti all’estero. Come la Fiat di Marchionne in Polonia. Come la statunitense Whirlpool in Messico. Come innumerevoli altre nell’Est europeo o in Asia, o in qualsiasi altro Paese in cui gli stipendi siano esigui, per non dire infimi, e i diritti sindacali siano limitatissimi, per non dire nulli.

Come annota l’inviato in Canada del Sole 24 Ore, tanto per citare un giornale tutt’altro che ostile all’approccio liberista, «l’unica novità, e l’unico punto fermo, nel comunicato dei venti, è l’impegno dei paesi avanzati a dimezzare il deficit pubblico entro il 2013 e a stabilizzare, e poi cominciare a ridurre, il debito a partire dal 2016». Guarda caso, una misura che colpisce la spesa pubblica e che ha due scopi convergenti. Da un lato, l’eliminazione del rischio di default, a conforto delle banche con una fortissima esposizione nei confronti delle tante nazioni che si sono indebitate fino al collo per sostenere le deliranti politiche di espansione usualmente, e avventatamente, esaltate col nome trionfalistico di “boom”. Dall’altro, il ridimensionamento del welfare e di ogni altra protezione normativa a favore dei lavoratori subordinati e dei ceti meno abbienti.

Su quelli che sono i veri nodi, vale a dire lo strapotere delle banche e la dilagante disoccupazione che ha fatto seguito alla crisi finanziaria del 2008, è mancato qualsiasi accordo. Il testo del comunicato finale oscilla tra le constatazioni di fatto riguardo ai problemi da risolvere (quando? Chissà) e gli auspici sui miglioramenti da raggiungere (quando? Chissà). Le dichiarazioni dei Capi di Stato, e quelle dei responsabili dei grandi enti finanziari sovrannazionali, sono un inno alle loro buone intenzioni e soprattutto al sistema. Barack Obama non perde l’occasione di parlare bene di se stesso, affermando che gli Stati Uniti «stanno guidando con l’esempio: le nostre azioni audaci hanno avuto successo sulla strada della crescita economica». Mario Draghi, nella sua qualità di presidente del Financial Stability Board, ribadisce che la priorità è tenere a bada il cambiamento e impedire qualsiasi inversione di tendenza: «Ci assicureremo che le nuove regole non creino scompiglio sui mercati e non penalizzino la ripresa».

Ma cosa si intenda per “ripresa”, ovviamente, ci si guarda bene dallo specificarlo. E non ci vuole un genio per sapere che il riferimento resterà il solito: il dato finanziario che domina su tutto. La crescita del Pil che ignora qualsiasi principio di cautela nell’utilizzo delle risorse naturali e qualsiasi principio di equità nella redistribuzione del reddito. L’economia che si preoccupa solo di far correre i numeri dei bilanci e dei profitti. Se i popoli non reggono il ritmo, e rimangono indietro, affari loro. 

Federico Zamboni

Keystone, Colorado. USA.

Prima pagina 25 giugno 2010