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Frattini come Marzullo. «Si faccia un’inchiesta, si dia un’assoluzione»

Frattini come Marzullo. Anzi, molto peggio. Perché l’ormai proverbiale «Si faccia una domanda, si dia una risposta» era solo una trovata da quattro soldi, affondata tra mille altre banalità salottiere di nessun conto, mentre la versione del ministro degli Esteri è una mistificazione della peggior specie, applicata a una strage che si sarebbe potuta e dovuta evitare. E che, del resto, ha suscitato sconcerto e indignazione anche all’interno di Israele, tra quei cittadini che giustamente non sono disposti a confondere l’amor di patria con un avallo indiscriminato alle decisioni del governo in carica. Come ha sottolineato il celebre scrittore David Grossman, che pure esclude una decisione preesistente di sparare sui passeggeri della “Mavi Marmara” e pensa a un tragico errore da parte di chi ha deciso e gestito l’intervento dei militari dell’Idf, «nessuna spiegazione può giustificare o mascherare il crimine commesso da Israele e nessun pretesto può  motivare l’idiozia del suo esecutivo e del suo esercito».

L’inchiesta internazionale promossa dal Consiglio dei diritti umani dell’Onu nasce esattamente a questo scopo: verificare l’accaduto e pervenire a delle conclusioni autonome. Ovverosia sottratte a qualsiasi influenza da parte di quelle autorità locali che hanno appena dato prova della criminosa idiozia di cui parla Grossman. Sembrerebbe la cosa più logica e naturale del mondo, specie provenendo da un organismo che è per definizione sovrannazionale e che postula, almeno in teoria e con la cospicua eccezione del diritto di veto, l’assoggettamento dei singoli membri al rispetto delle regole comuni e agli eventuali controlli decisi dall’assemblea.

Secondo Frattini non è così. Nello spiegare i motivi che hanno indotto l’Italia a votare contro la proposta, unitamente agli Stati Uniti e all’Olanda, il titolare della Farnesina ha  puntualizzato per bocca del portavoce Maurizio Massari che  Israele è «uno Stato democratico e perfettamente in grado di condurre un’inchiesta credibile e indipendente, il che non significa necessariamente internazionale». In realtà, però, la questione andrebbe rovesciata. O per meglio dire “raddrizzata”, visto che il vero rovesciamento è quello che abbiamo appena visto. Il punto non è l’attitudine astratta di Israele a svolgere «un’inchiesta credibile e indipendente». Il punto è che Israele è pesantemente indiziato di aver agito in maniera a dir poco scorretta e che tuttora, a tre giorni dall’accaduto, i suoi vertici politici e militari si ostinano non solo a negare di aver commesso il più piccolo errore ma rivendicano l’utilità – e addirittura la necessità – di ciò che è stato fatto. A chi andrebbe affidata, dunque, questa attività di accertamento? Chi dovrebbe essere a nominare gli incaricati? Lo stesso premier Benyamin Netanyahu? La stessa maggioranza che lo sostiene? O il comandante in capo delle forze armate?

Frattini lascia capire che la correttezza delle indagini è assicurata dal fatto stesso che Israele è uno Stato democratico. Margherita Boniver, deputato del Pdl e presidente del Comitato Schengen, lo dice chiaro e tondo: «Esattamente come si farebbe con qualsiasi altra democrazia confidiamo con assoluta sicurezza che l’inchiesta interna alle istituzioni israeliane farà emergere tutta la verità attorno al tragico episodio». Un teorema adamantino, non c’è dubbio. Soprattutto se scodellato dai politici di un Paese, come l’Italia, in cui le commissioni d’inchiesta sulle stragi hanno operato con la tempestività e i risultati che sappiamo. Un teorema, come dire, a prova di bomba. 

Federico Zamboni 

 

 

 


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