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Borse in crash. Tutto ok, secondo i "nostri uomini all'Avana"

Urge mettere insieme un po' di dati e dichiarazioni per leggere la situazione nel complesso. Parliamo naturalmente dell'ambito economico dopo l'ennesimo tonfo borsistico di ieri, e beninteso, non che la cosa sia difficile da comprendere. Il bisogno deriva dal fatto di cercare di diradare la propria mente dalle dichiarazioni varie delle ultime ore, a forte rischio di annebbiamento.

Naturalmente è inutile soffermarsi su quella, ennesima, di Berlusconi, secondo il quale, ancora oggi, "siamo fuori dalla crisi" (ovviamente ciò non impedisce, al nostro Paese, di salire i gradini europei in base alla pressione fiscale).

Parliamo dunque, invece, di cose serie. Zamboni giorni addietro aveva spiegato bene il fallimento del G20, sottolineando le dichiarazioni di Obama secondo il quale gli Stati Uniti «stanno guidando con l’esempio: le nostre azioni audaci hanno avuto successo sulla strada della crescita economica». (G20. Come prima, peggio di prima).

Sulla bontà di tale dichiarazione è inutile insistere. Gli Stati Uniti sono in ginocchio. E il mondo collegato al suo carrozzone economico e finanziario anche. Ieri sono stati bruciati 145 miliardi, per quello che tale definizione di carattere pompieristico voglia dire. Parigi, Londra e Francoforte lasciano sul tappeto più del 3% (Piazza Affari oltre 4%).

Che succede allora? Niente di più e niente di meno di ciò che ripetiamo da tempo. La crisi stavolta assume i contorni funesti del problema liquidità.

Nonostante le parole di Obama dopo essersi incontrato con Bernanke, ovvero il fatto che il pericolo è ormai (e lo è, ma non solo) quello della situazione del debito in Europa, è scattato il nervosismo sulle Borse (partendo da Pechino) per diffondersi proprio nel nostro continente.

Il motivo è semplice: la scadenza dell'asta dei pronti contro termine da 442 miliardi di Euro, con la quale circa un anno addietro la Bce aveva finanziato - ovvero pompato - il sistema dell'Eurozona evitando il crac. Come tutte le operazioni di questo tipo, che spostano in là i problemi di oggi, ecco i primi nodi a venire al pettine. All'epoca le Banche non si fidavano più l'una dell'altra e dunque dovette intervenire la Bce. Oggi siamo da capo a dodici.

La Bce afferma che interverrà, e non lascerà fallire il tutto (le Banche spagnole, al momento, sono le prime incriminate). Ovviamente stampando moneta e continuando a spostare in là i problemi.

Ma insomma - anzi appunto - le ondate di vendite hanno avuto la meglio su ogni finta dichiarazione. E dunque il crollo di ieri.

Intanto in Grecia si continua, giustamente, a manifestare. E siamo solo agli inizi. Negli Stati Uniti cala la fiducia - il mercato immobiliare continua a essere in crisi; la costruzione di nuove case è scesa ai minimi da dicembre 2009; la produzione a maggio è scesa ulteriormente; continuano i crolli di istituti finanziari (qui abbiamo detto di Fannie Mae e Freddie Mac); - ma Obama, imperterrito, continua a dire che si è sulla strada giusta. 

Vero, quella del disastro. Basta leggere i dati. Basta guardare nelle proprie tasche.

 

Valerio Lo Monaco

Secondo i quotidiani del 30/06/2010

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