Ottima scelta

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Secondo i quotidiani del 30/06/2010

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA – In apertura: “Mafia, sette anni a Dell’Utri”. Editoriale di Gian Antonio Stella: “I poteri forti come alibi”. A centro pagina: “Le regioni decideranno dove tagliare”. “Borse in caduta per i timori sulle banche”. In un riquadro: “Belle, gentili e provocanti: le spie russe della porta accanto”.

LA REPUBBLICA – In apertura: “Mafia, Dell’Utri è colpevole”. In un riquadro: “Mosca riapre la guerra fredda: ‘Russi innocenti, Obama li liberi’”. A centro pagina: “Giornata nera nelle Borse. Bossi: correggere la manovra”. “Salerno-Reggio e raccordi a pagamento. Rincari del 5 per cento sulle autostrade”.

LA STAMPA . In apertura: “Mafia, 7 anni a Dell’Utri”. “Crollo delle Borse, torna la paura per banche e Grecia”. “Aggredì il premier, assolto: ‘È incapace di intendere’”. In un riquadro: “Anna, la spia con gli occhi di ghiaccio”.

IL SOLE 24 ORE – In apertura: “Martedì nero per le Borse”. A centro pagina: “L’accertamento fiscale esecutivo dopo 60 giorni. Premi a regioni virtuose”. In un riquadro: “Usa-Russia, Mosca in tensione per le spie arrestate”. Di spalla: “La Corte d’Appello riduce a 7 anni la pena a Dell’Utri”.

IL FATTO QUOTIDIANO – In apertura: “Forza mafia”. “Il senatore insiste: ‘Mangano un eroe e condoglianze al procuratore’”. Editoriale di Marco Travaglio: “Pronto, chi parla?”.

IL TEMPO – In apertura: “Ventisei pedaggi più cari”. In un riquadro: “Il male è nella Chiesa”. A centro pagina: “Dell’Utri condannato, salta il teorema su Forza Italia mafiosa”.

LIBERO – In apertura: “Dell’Utri padrino part time” di Maurizio Belpietro. “Trasformato anch’io in un picciotto” di Renato Farina. A centro pagina: “Bossi con il Cav: meno tagli”. In un riquadro: “Il mal d’amore fa ricca Veronica”.

IL MESSAGGERO – In apertura: “Mafia, sette anni a Dell’Utri”. Editoriale di Marco Fortis: “Se Londra è costretta a scoprire il Dil”. In un riquadro: “Il guerriero non ce l’ha fatta: addio a Pietro Taricone”. A centro pagina: “Autostrade, via agli aumenti”. “Cadono le Borse, l’euro perde quota”. (red)

 

 

2. Dell'Utri, pena ridotta a 7 anni. Forza Italia resta fuori

Roma - Sette anni a Dell’Utri: ridotta di due anni in appello la condanna di primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa. I giudici hanno invece assolto Dell’Utri per i fatti successivi al 1992. La replica del senatore: “Una sentenza pilatesca”. Scrive il CORRIERE DELLA SERA: “Entrambi irriverenti, il pubblico accusatore da una parte e l’imputato dall’altra, hanno richiamato il Re Salomone e Ponzio Pilato per spiegare a botta calda cosa pensavano dei giudici d’appello rimasti per sei giorni in camera di consiglio. Forse non è un caso se il verdetto che condanna e assolve Marcello Dell’Utri non è piaciuto né all’interessato né al sostituto procuratore generale Nino Gatto. Sette anni per la frequentazione dei boss mafiosi fino al 1992. E l’assoluzione per il resto. Quindi, anche per quello scellerato ‘patto politico’ richiamato in aula con gran clamore mediatico da Gaspare Spatuzza, il pentito spazzato via dalla scena. Un modo per eliminare, a 16 anni dall’inizio delle indagini, il capitolo più recente e sul quale aveva insistito con eccesso d’enfasi lo stesso Gatto invitando la corte presieduta da Claudio Dell’Acqua a costruire con la sentenza un gradino capace di far scalare ‘la storia del potere, del potere in affari con la mafia...’. Era la richiesta di una chiave per aprire altre porte. Pensando alle inchieste in corso anche a Caltanissetta e a Firenze dove Spatuzza collabora sulle stragi. Ecco la direttrice soffocata, con disappunto di Gatto: ‘Bisogna capire perché la corte ha deciso di eliminare la stagione politica da questo processo... Mi sembra un bambino diviso ametà, come ordinava Salamone’. L’immagine di una creatura smembrata col richiamo al re che visse 900 anni prima di Cristo fa il paio con quella di Dell’Utri che richiama il prefetto della Giudea pronto a lavarsi le mani e mandare Gesù a morte: ‘Come Pilato, i giudici non hanno avuto coraggio’. Il presidente Dell’Acqua, con Sergio La Commare e Salvatore Barresi, finiti nel tritacarne di alcune spinose insinuazioni alla vigilia del ‘conclave’, avrà 90 giorni per scrivere le motivazioni. Intanto, consegna un dispositivo che inchioda Dell’Utri al ruolo di gran commis di Cosa Nostra in rapporto con boss del calibro di Bontade e Teresi, ma solo fino al 1992. Una data che diventa trincea, spartiacque. Come accadde proprio con la sentenza Andreotti che affibbiò all’ex presidente del Consiglio oscene frequentazioni fino al 1980, ma non oltre”. 

 

“Sbuca così in un altro processo eccellente – prosegue il CORRIERE – un prima e un dopo. Stavolta il discrimine, oltre Dell’Utri, salverebbe anche Berlusconi e quanti avrebbero contribuito a far nascere Forza Italia da un embrione con geni mafiosi, stando ad una vecchia tesi che riecheggia dopo le inchieste archiviate degli anni Novanta, riproposte con le parole di un pentito come Spatuzza e di un testimone come Massimo Ciancimino. È questo ‘patto politico’ che Gatto aveva chiesto di valutare per ‘entrare nella storia’. E ripeteva, ‘stupito’, fino a fieri mattina: ‘Sono tutt’ora convinto che la decisione sarebbe stata storica’. Subito contrastato dall’avvocato Nino Mormino, che parla di ‘pietra tombale sulla trattativa tra Stato e mafia’. Un riferimento che echeggia con disappunto del procuratore aggiunto di Caltanissetta Domenico Gozzo: ‘Inesatto, la trattativa non è mai entrata nel processo’. Ma entrarono con gran peso le affermazioni del boss di Brancaccio Giuseppe Graviano, come le riferì Spatuzza richiamando un loro incontro romano del gennaio 1994: ‘Abbiamo ottenuto quello che volevamo: abbiamo il Paese in mano. Stavolta non sono quei crastazzi dei socialisti, ma quello di Canale 5 e il nostro compaesano Dell’Utri’. Tutto spazzato via. Perché il pentito non è credibile o perché si tratta di parole senza riscontro. E anche questo si saprà con le motivazioni”. (red)

 

 

3. Ingroia: noi andiamo avanti sul patto tra Stato e mafia

Roma - “Anche se la Corte d’appello ha assolto Dell’Utri ‘per le condotte contestate come commesse in epoca successiva al 1992’, l’indagine sulla presunta trattativa fra Stato e mafia va avanti. E coinvolge – spiega il CORRIERE DELLA SERA – pure l’ipotetico ruolo del senatore, che secondo Massimo Ciancimino sostituì suo padre (l’ex sindaco corleonese Vito Ciancimino) nel ruolo di referente politico di Cosa nostra. Uno dei titolari dell’inchiesta è il procuratore aggiunto Antonio Ingroia, che rappresentò l’accusa nel processo di primo grado a Dell’Utri e commenta: ‘Nemmeno con un’assoluzione piena ci sarebbero state conseguenze sull’indagine in corso, a maggior ragione con questa condanna. Il valore delle sentenze non va esteso oltre i fatti di cui si occupano, soprattutto quando non sono definitive’. Secondo Ingroia, ‘siamo di fronte a una sostanziale conferma del giudizio di primo grado, anche se non si capisce come mai gli episodi della cosiddetta "stagione politica" sono stati esclusi. Dobbiamo attendere le motivazioni. In ogni caso la prima sentenza si occupava in gran parte dei fatti precedenti a quella data, e non c’erano le dichiarazioni di Spatuzza’. L’altro rappresentante dell’accusa in tribunale era Nico Gozzo, oggi procuratore aggiunto a Caltanissetta dove si occupa delle inchieste riaperte sulla strage di via D’Amelio e sul fallito attentato a Giovanni Falcone del 1989. Due fatti strettamente correlati all’eventuale ‘patto’ politico-mafioso. ‘Non è vero— dice— che con la sentenza di oggi è stata messa una pietra tombale sulla trattativa tra Stato e Cosa nostra, anche perché l’argomento non è mai entrato in dibattimento’. In realtà i ricordi di Spatuzza sulle confidenze del boss Graviano, il quale gli avrebbe parlato del ruolo di Dell’Utri e Berlusconi nei vantaggi promessi alla mafia, sono stati ascoltati in appello e giudicati falsi o non provati. Ma sono rimasti fuori alcuni”. (red)

 

 

4. Dell'Utri, Ciancimino: Frase su Mangano un segnale ai boss

Roma - “Mi è parso di capire che i giudici abbiano implicitamente invitato ad andare avanti nelle indagini su quei venti mesi che hanno traghettato il Paese nella Seconda Repubblica’. Massimo Ciancimino, la pecora nera di quella Palermo collusa con la mafia, che adesso ha deciso di collaborare alle indagini degli inquirenti di mezz’Italia, commenta la sentenza di condanna di Marcello Dell’Utri: ‘Sulle stragi e la trattativa – riporta LA STAMPA – la sentenza non chiude la porta. Anzi, nei fatti chiede ai magistrati di Palermo, Caltanissetta e Firenze di far luce su quella stagione’. I giudici di Palermo hanno detto che non ci sono prove per dimostrare i rapporti di Dell’Utri con Cosa Nostra, dopo il ‘92. ‘Il dispositivo è in linea con l’ordinanza con la quale i giudici hanno respinto la richiesta del procuratore generale Gatto di sentirmi a processo. Perché la mia deposizione sarebbe stata ininfluente ai fini della decisione finale’. Ma lei avrebbe ulteriormente aggravato la posizione del senatore Dell’Utri proprio a partire dal ‘92 in poi... ‘Non solo, mio padre sapeva dei rapporti di Dell’Utri con Cosa Nostra da molto tempo prima di quel 1992, e di questo ho lasciato documentazione alla procura di Palermo, che ne ha accertato l’autenticità’. Il senatore Dell’Utri nel giorno della condanna ha di nuovo esaltato la figura eroica di Vittorio Mangano. Il signor Lo Verde, alias Bernardo Provenzano, era il suo eroe? ‘Non scherziamo. Il voler ribadire, nel giorno della condanna, il comportamento eroico di Vittorio Mangano che, nonostante malato e recluso, non ha mai accusato Silvio Berlusconi, è un messaggio rassicurante che Dell’Utri ha voluto mandare al popolo di Cosa Nostra. Che si trova recluso in carcere. Dice Dell’Utri: siete dei martiri’. Dell’Utri ha sempre apprezzato il silenzio di suo padre, di Vito Ciancimino... ‘Io ho voluto denunciare i silenzi di mio padre perché volevo essere un altro esempio per mio figlio’. La sentenza naturalmente ha provocato reazioni politiche contrapposte... ‘Sono stupito. Trovo allucinanti e fuori luogo i cannoli mangiati per festeggiare la sentenza. Io ho pianto quando mi hanno condannato a tre anni. Mentre la maggioranza insorge contro la condanna di Dell’Utri, 54 parlamentari del centrodestra hanno raccolto le firme per mandarmi in carcere’”. (red)

 

 

5. Dell'Utri: Contro di me spazzatura, assolto in Cassazione

Roma - “‘Condannato a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa? Minchiate ‘. Una lunga giornata, per il senatore Marcello Dell’Utri. In mattinata, la corte d’Appello di Palermo ha pronunciato la sentenza. E lui dice che se la sentiva. ‘Questa mattina, mentre mi facevo la barba. Mi sono tagliato. Un brutto segno ‘. Un pomeriggio per sedimentare, e raccogliere le reazioni della politica. Poi, a sera, Dell’Utri risponde alle domande del GIORNALE dal suo studio in pieno centro a Milano. Circondato da libri. E davanti alla figlia. Più tesa di lui. Senatore,cade l’accusa sulla trattativa Stato-mafia. Resta quella sui legami con i boss. ‘Sa come si chiamano dalle mie parti? Minchiate’. Saranno minchiate, ma fanno sette anni. ‘Anche quelle accuse cadranno. Sono solo invenzioni. Da quando sono entrato in politica hanno tirato fuori la spazzatura contro di me. Qual è il reato?’. Probabilmente, i suoi legami con Mangano, Bontade, Teresi, Cinà. ‘Quei legami non esistono. Tutti quei boss io non li conosco. Ho conosciuto solo Cinà e Mangano. E ancora non esiste un reato di amicizia’. A proposito di Mangano. Ma perché ci cade ogni volta con la storia dell’eroe? ‘L’ho detto e lo ripeto. Mangano è il mio eroe, perché ha preferito farsi la galera piuttosto che inventarsi accuse contro di me e Berlusconi. E sì che se lo avesse fatto, sarebbe uscito dal carcere’. Ma non è più facile, e sicuramente meglio, dire che gli eroi sono altri? Chessò, Falcone, Borsellino. Tanto per evitare le polemiche... ‘Ma è logico che gli eroi sono Falcone e Borsellino, come Enrico Toti e Pietro Micca’. Però, ancora una volta, a causa di Mangano è scoppiato un temporale. Fabio Granata dice che per la sentenza di oggi non c’è nulla da festeggiare, e che Mangano è un mafioso. ‘Granata chi?’. Appunto. Granata, Camera dei deputati, Pdl. Un finiano. ‘Bah, dica quello che vuole ‘. In Sicilia, i giovani del Pdl organizzano una fiaccolata pro-Falcone e contro Mangano. ‘E chissenefrega’. Passiamo all’Idv? ‘Quelli sono dei beceri, anche se fossi San Francesco direbbero che sono un farabutto, un brigante’. Secondo Di Pietro, ora Berlusconi la farà ministro. ‘Lasciamo stare,è un’osservazione alla Di Pietro. Che c’azzecca?’. Forse intendeva dire che ora le darà uno ‘scudo’. ‘Io non vorrei rispondere con cattiverie. Ma se c’è uno che deve andare in galera, quello è di Pietro. E una volta che è dentro, devono pure buttare via la chiave’”. 

 

“Dal presidente Berlusconi, però, qualche parola di conforto l’avrà avuta. ‘Oggi (ieri, ndr ), Berlusconi è in Brasile e non ci ho parlato. Ma mi ha chiamato due giorni fa, prima della sentenza’. E che le ha detto? ‘Che non aveva sensazioni buone. Che nei giudici non ci crede’. E lei ci crede? ‘Io sì. Almeno, credo in quelli della Cassazione’. Ma non nei giudici di Palermo. ‘I giudici di Palermo sono delle persone per bene, ma la loro è una sentenza pilatesca. Il problema è la Procura’. Cioè? ‘Cioè i vari Caselli, Ingroia. Loro sono potentissimi. Sono in grado di condizionare l’ambiente. Ci sono giornali, come Il Fatto , che quei Pm li cavalcano. Ora spero solo di non trovare in Cassazione un giudice di Palermo’. Questa sentenza la condanna per fatti antecedenti al ’92. Si apre uno spiraglio verso la prescrizione. ‘I fatti che mi vengono contestati fanno parte della preistoria. E questa condanna dà un contentino alla Procura. Ma io la prescrizione non la voglio. Anzi, se dovessero darmela farei ricorso. Quanto al resto, la sentenza ha spazzato l’accusa politica che era una mistificazione. Ora, che andassero a cercare i veri responsabili di quella stagione’. Comunque, restano i sette anni. Qualcuno potrebbe dire che le dimissioni sono opportune. ‘Dimettermi? Ma quando mai. Non ci penso neppure. E poi i gradi di giudizio sono tre’. E allora ci arriviamo. Cassazione. Prima ipotesi. Assolto. ‘E io non festeggio. Non vado neanche a bere un bicchiere di champagne. Perché io la pena l’ho già scontata. In questi 15 anni’. Però, a quel punto, almeno qualche sassolino... ‘Sassolino? Dalle mie parti si chiamano “balatoni”‘. Ossia? ‘Macigni. Ma aspettiamo a toglierceli’. Cassazione, seconda ipotesi. Condanna. ‘La accetteremo’. Però, significa la possibilità che lei vada in carcere. ‘Se c’è da andare in carcere, ci vado. Non si muore, in carcere. Non è morto nemmeno Tommaso Campanella, che in prigione ci è rimasto per una vita. Mi spiace solo per gli amici, e per la mia famiglia’. ( Dell’Utri guarda la figlia, accanto a lui ). Non le fa paura l’idea di andare in prigione? ‘Io non ho paura di nulla. E forse questo è il mio problema’”. (red)

 

 

6. Berlusconi: crisi è alle spalle, la manovra non si tocca

Roma - “La crisi è alle nostre spalle, per fortuna. L’Italia ne esce meglio di altri in Europa perché le famiglie italiane non hanno fatto come quelle americane, che si sono indebitate sul futuro. Hanno invece consumato secondo il proprio reddito e, anzi, hanno anche risparmiato”. Silvio Berlusconi – scrive il CORRIERE DELLA SERA – parla a un incontro con gli imprenditori italiani e brasiliani al termine della visita di due giorni nella capitale economica del Brasile. Davanti a una platea che lo applaude non si sofferma sulle discussioni interne. Queste le riserva agli incontri privati. E ribadisce che la manovra messa a punto dal ministro dell’Economia Tremonti non si modifica: ‘È delineata, non si tocca. È quella e basta’.Il discorso del premier segue quello del presidente Luiz Inácio Lula da Silva, tutto rivolto a delineare con orgoglio i successi del miracolo carioca. Il presidente del Consiglio illustra le linee guida di una collaborazione che si è tradotta in una serie di accordi per la fornitura di beni e servizi che vede le imprese italiane in prima fila, e tra queste Finmeccanica, Fincantieri, Telecom, Piaggio, Ferrovie dello Stato. In ballo ci sono contratti per circa 10 miliardi. Tra i due si è da tempo instaurata una corrente di simpatia. Lula si rivolge al Cavaliere chiedendogli consigli e Berlusconi riconosce di avere avvertito la sua mancanza al recente vertice del G20 in Canada. ‘Entrambi — dice Berlusconi — veniamo dalla trincea del mondo del lavoro’. Berlusconi sa che in autunno ci sarà il rinnovo della presidenza della Repubblica, per questo auspica che Lula possa prendersi un sabbatico di quattro anni per tornare poi alla guida del Paese. ‘Potrà così arrivare a 74 anni come me che me li porto abbastanza bene ‘ . Parla anche di calcio, di amicizia, e di amore. ‘Lula mi ha detto di essere sposato da 35 anni ma ha l’occhio birichino’. Ricorda che il nostro Paese ha solidi legami con il Brasile, legami di sangue costituiti dagli oltre 25 milioni di cittadini di origine italiana e di affinità culturale. Insomma ci sono tutte le condizioni per una profonda e duratura collaborazione. Entrambi poi si sottopongono alle domande dei giornalisti. E tra di esse non poteva mancare una richiesta di chiarimento sul caso del terrorista rosso Cesare Battisti, in attesa che le autorità brasiliane decidano sulla sua estradizione verso l’Italia dove dovrà scontare l’ergastolo per l’omicidio del gioielliere Torregiani. Lula non si sbilancia nella risposta. Dice infatti che ‘ prenderà una decisione dopo avere ricevuto il rapporto dell’Avvocatura generale dello Stato, che sta valutando le carte della Corte Suprema. In ogni caso, si tratta di una questione giuridica e non politica. Confesso con molta tranquillità che rispetterò la Costituzione brasiliana. Prenderò la decisione in maniera indipendente ma quale essa sarà, nei rapporti tra Brasile e Italia non ci sarà nemmeno un graffio’. L’impressione, quindi, è che una parola definitiva verrà detta da Dilma Rousseff, se succederà come pare probabile, alla carica di presidente. La signora Rousseff ha già dichiarato di essere favorevole all’estradizione”. (red)

 

 

7. Manovra: i tagli restano, decisi con le Regioni

Roma - “Entra in scena il Senatur e sulla manovra della discordia potrebbe terminare il braccio di ferro con le Regioni. ‘C’è spazio per delle modifiche’ ha affermato ieri sera il ministro per le Riforme Umberto Bossi al termini dei lavori al Senato, ‘più tardi vedrò Tremonti, vediamo di convincerlo un po’’. Lo spazio per eventuali ritocchi – scrive il CORRIERE DELLA SERA – sui quali c’era già stata l’apertura "brasiliana" da parte del premier Silvio Berlusconi, è esiguo ma potrebbe materializzarsi per favorire gli enti locali più virtuosi, come chiedono da giorni gli esponenti della Lega Nord che per l’occasione hanno creato l’idea di ‘ lombardismo ‘ al posto dell’assistenzialismo. In serata lo spiraglio in realtà si manifesta sotto forma d i un emendamento che introduce il concetto di ‘flessibilità’: i tagli restano, ma saranno le Regioni a decidere come modularli, in un comparto piuttosto che in un altro. La flessibilità ‘sarà decisa secondo criteri e modalità stabiliti in sede di conferenza Stato-Regioni’. Il tutto entro 90 giorni dall’entrata in vigore del decreto. I saldi restano gli stessi indicati nella manovra: 4 miliardi di tagli nel 2011 e 4,5 nel 2012. Il rigore è dunque rispettato come è tornato a chiedere anche il presidente della Camera Gianfranco Fini che ieri è intervenuto per spiegare che la manovra è necessaria per evitare la crescita del debito pubblico. Ma la partita con le Regioni, come ha spiegato il relatore alla finanziaria senatore Antonio Azzollini, ‘si sta giocando su più tavoli’ e uno di questi verrà allestito oggi verso l’ora di colazione a Palazzo Madama quando il ministro Giulio Tremonti incontrerà nuovamente i senatori del Pdl per fare il punto sugli emendamenti all’esame della Commissione Bilancio del Senato. Gli emendamenti della maggioranza, che ‘non saranno contenuti in un documento omnibus - ha precisato il relatore - ma comunque non saranno moltissimi’, sono stati presentati ieri a tarda sera prima della seduta notturna. Sono 11 in tutto. Per ammissione dello stesso Azzollini — avvocato di Molfetta, 57 anni, ex Pdup-Verdi-Pci prima di incontrare il Cavaliere e noto anche come grande consumatore di Nutella — le variazioni hanno riguardato l’innalzamento delle pensioni delle donne a 65 anni, e la revisione della norma che innalza dal 74 all’85% la soglie dell’invalidità per riscuotere l’assegno. Nel primo caso restano ferme la disciplina vigente in materia di decorrenza del trattamento pensionistico e le disposizioni vigenti per specifici ordinamenti che prevedono requisiti anagrafici più elevati. I risparmi derivanti dall’aumento dell’età pensionabile confluiranno in un fondo ad hoc per rafforzare gli interventi a favore delle madri lavoratrici e con disabili e non autosufficienti a carico”. (red)

 

 

8. Manovra, al via i pedaggi sui raccordi e sulla Sa-Rc

Roma - “Primi esodi estivi e, puntuali, nuovi aumenti. Da domani, le strade delle vacanze saranno più care per chi decide di partire in auto. Crescono i pedaggi autostradali (fino al 5 per cento) e, come temuto, ne vengono introdotti di nuovi su 22 tratte gestite dall’Anas, ben 1.270 chilometri finora gratuiti. Tra questi il Raccordo anulare di Roma, la Salerno-Reggio Calabria, l’autostrada Roma-Fiumicino, la Palermo-Catania, il raccordo Torino-aeroporto di Caselle, la superstrada Firenze-Siena, il raccordo Salerno-Avellino. Tutto previsto – scrive LA REPUBBLICA – dalla manovra di Tremonti, in discussione al Senato, e reso operativo da un decreto della presidenza del Consiglio del 25 giugno che fissa l’elenco delle stazioni dove pagare il nuovo pedaggio "forfettario". In pratica, auto e camion verseranno rispettivamente 1 e 2 euro se decideranno di percorrere le 11 autostrade e gli 11 raccordi autostradali dell’Anas. Come, se ad oggi, molti di questi tratti non hanno casello? L’esborso si pagherà alle uscite (26 quelle interessate) delle autostrade che mettono in comunicazione con le strade gestite dall’Anas. Ad esempio, chi percorre il Gra di Roma non paga se entra ed esce rimanendo in città. Ma se prende l’A1 (verso Firenze o verso Napoli), la A24 verso l’Aquila, o la A12 verso Civitavecchia, deve un euro (o due) in più rispetto al ticket previsto. In altre parole, se percorre il Gra per andare a Napoli, pagherà gli 11,60 euro più uno (o due). Per Milano, 33 euro più uno (o due). E così via. Tuttavia se si entra (o si esce) a Battipaglia e si percorre la Salerno-Reggio in direzione Cosenza (o verso nord), non si deve nulla, visto che i caselli "incriminati" sono quelli di Cava de’ Tirreni e Nocera. In ogni caso, si tratta di un sistema transitorio, valido fino alla fine del 2011. Fino a quando, cioè, l’Anas non predisporrà altri meccanismi, come il free flow (flusso libero), simile al telepass, con grandi portali dotati di telecamere a monitorare i tratti ora gratis. Entro la metà di luglio, intanto, un altro decreto del presidente del Consiglio fisserà i criteri, le modalità e l’elenco definitivo delle tratte soggette al nuovo pedaggio. Un’operazione redditizia, che porterà nelle casse Anas 83 milioni nel 2010, 200 nel 2011, 315 l’anno con il free flow . E non è tutto. Da domani scattano pure gli "altri" aumenti: 1,5-2 per cento in più, con punte del 5 per cento per effetto dei maggiori canoni dovuti all’Anas dalle concessionarie private (come Autostrade per l’Italia) che poi recuperano sugli utenti. Il criterio è quello di un millesimo di euro in più a chilometro per moto e auto, tre millesimi per i mezzi pesanti. Da Roma a Napoli, ad esempio, gli automobilisti dovranno altri 20 centesimi (+1,7 per cento). Montano le proteste. Dagli enti locali e dalle associazioni dei consumatori che temono un rincaro delle merci. Bagarre a Roma, tra le più colpite. ‘Pedaggio con il trucco’, lo definisce Esterino Montino, capogruppo Pd alla Regione. ‘Un ulteriore balzello’ per Nicola Zingaretti, presidente della Provincia. Ma il sindaco Alemanno tranquillizza: ‘I romani non pagheranno’”. (red)

 

9. "Brancher si deve dimettere" mozione di sfiducia Pd-Idv

Roma - “Mozione di sfiducia al neo-ministro Aldo Brancher. Il Pd – spiega LA REPUBBLICA – rompe gli indugi, e con il suo capogruppo alla Camera Dario Franceschini ufficializza una decisione che era nell’aria: ‘La nomina di Brancher assume caratteri sempre più oscuri, da chiarire immediatamente; non basta la sua rinuncia a ricorrere al legittimo impedimento, la vicenda resta inqualificabile’. E un commento durissimo arriva anche da Famiglia cristiana: ‘Siamo arrivati al colmo della nomina di un ministro del nulla, in funzione dell’ennesima legge ad personam per sottrarre i politici alla giustizia, mentre si tradisce la Costituzione sui temi della legge uguale per tutti, della libertà di stampa e dei fini sociali in tema di economia di mercato; la maggioranza è divisa su tutto, tranne che sull’ossequio devoto (almeno a parole) al capo del governo’, tuona l’ultimo editoriale del periodico cattolico. La raccolta delle firme comincia subito, il Pd si appella al regolamento della Camera: per le mozioni di sfiducia bastano 63 deputati. L’Italia dei valori aderisce, ma non si limita ad applaudire. ‘È passata la nostra linea’, esulta il capogruppo Massimo Donadi. Mentre Antonio Di Pietro rivolge un appello a ‘tutti i deputati, al di là degli schieramenti: Brancher è stato nominato ministro solo per non farsi processare’. Ma l’Udc si sfila: ‘Sfiducia inutile, servirebbe solo a ricompattare la maggioranza’, taglia corto Ferdinando Adornato, rompendo così il fronte delle opposizioni su un caso politico che pure gli stessi centristi definiscono ‘grave’. Un caso ‘chiuso’, per Umberto Bossi, pure irritatissimo da questa nomina che va a sovrapporsi alle competenze del "suo" ministero delle Riforme. E che ha gettato lo scompiglio tra le fila leghiste. Il Senatùr torna così sul concetto già espresso a Pontida: ‘È stato fatto un errore sulle deleghe’.

 

“Che ci sia maretta nel Carroccio, lo conferma anche l’uscita di Roberto Calderoli. Al ministro, e capo delle segreterie della Lega, non sono piaciute le ricostruzioni giornalistiche che gli attribuiscono un ruolo non secondario nella nomina di Brancher, andata di traverso a Bossi: ‘Smentisco nella maniera più categorica di avere mai smentito il segretario federale o assunto posizioni diverse dalle sue; si sta cercando di fermare la crescita vertiginosa della Lega attaccando l’unità del movimento attorno a Bossi, che ne rappresenta la forza’. Anche il capogruppo alla Camera, l’emergente Marco Reguzzoni, nega l’esistenza di divisioni nel Carroccio. Con una precisazione: ‘Qualcuno può aver commesso qualche errore, l’importante è che tutto sia andato a posto dopo un colloquio tra Bossi, il nostro unico capo, e Berlusconi: sono solo loro a garantire la stabilità della maggioranza’. Intanto la Lega ha convocato per venerdì prossimo il consiglio federale nella sede milanese di via Bellerio. E oggi è atteso il debutto di Brancher al Consiglio dei ministri (sul tavolo i numeri del federalismo fiscale, ci sarà anche una relazione del ministro Tremonti). Ma sulle competenze del neoministro è ancora buio fitto: la Gazzetta ufficiale non le ha ancora pubblicate. Intanto si annunciano tempi brevi per la sentenza del processo che lo vede imputato per la tentata scalata ad Antonveneta da parte dell’ex Banca Popolare di Lodi. Il verdetto dovrebbe arrivare entro fine luglio”. (red)

 

 

10. "Incapace di intendere e volere": assolto Tartaglia

 Roma - “Assolto per totale incapacità di intendere e volere al momento dell’aggressione. Così ha deciso ieri il giudice dell’udienza preliminare Maria Luisa Savoia su Massimo Tartaglia, l’attentatore di Silvio Berlusconi. Il giudice – spiega LA REPUBBLICA – che ha accolto le richieste del pm Armando Spataro, ha disposto un anno di libertà vigilata, con l’obbligo di conformarsi alle regole del direttore della comunità di accoglienza psichiatrica dove si trova da marzo. Inoltre, non deve partecipare a qualsiasi manifestazione pubblica. I suoi avvocati, Daniela Insalaco e Gian Marco Rubino, tirano un sospiro di sollievo: ‘Finalmente potrà curarsi’. I genitori sperano di ‘poter riabbracciarlo al più presto’. Il centrodestra, invece, grida allo scandalo. ‘Tartaglia è giunto a un passo dall’omicidio di Berlusconi. Oggi tutto finisce così. Non è un po’ poco?’, si domanda Daniele Capezzone, portavoce del Pdl. Osvaldo Napoli, vice capogruppo del partito, paragona addirittura Tartaglia a Dell’Utri e dice che la giustizia italiana ha usato ‘due pesi e due misure’. Ignazio La Russa, ministro della Difesa, sferza i giudici: ‘Non ci marcino troppo’. Ma è lo stesso Niccolò Ghedini, in qualità di avvocato del premier, ad accettare la decisione del gip. ‘Non abbiamo nulla da recriminare. Se i periti ritengono che Tartaglia sia incapace di intendere e di volere - del resto, la sua è una storia clinica importante - il giudice non poteva far altro. Se avessimo voluto contestare questa linea ci saremmo costituiti parte civile. Invece Berlusconi, che è un uomo buono, ha accettato le scuse di Tartaglia e ha lasciato perdere’. Tartaglia aggredì Berlusconi il 13 dicembre scagliandogli contro, al termine di un comizio a Milano, un souvenir in polvere di marmo che raffigurava il Duomo. In quel momento, hanno valutato i consulenti del gup, il perito elettrotecnico di Cesano Boscone non era in sé”.

 

“I due specialisti hanno accolto la tesi dei consulenti della difesa, per i quali Tartaglia ha solo bisogno di cure farmacologiche e psicologiche e di essere posto ‘al riparo dai conflitti sociali, dalla pressione dei mezzi di informazione’ e da altri motivi di tensione che hanno agito da concausa dell’aggressione. La perizia del gup ripercorre la storia clinica di Tartaglia, un uomo con problemi psichici accertati sin dal 1986. Apparentemente lucido, era ‘alterato’ il suo rapporto di realtà, ‘per una grave difficoltà di elaborare i dati oggettivi, dovuta a una profondissima insicurezza’ e a una ‘interpretazione persecutoria dell’esperire e del vivere’. Nei suoi deliri attribuiva le sue sofferenze personali a eventi di portata globale, come l’attacco alle Torri Gemelle, o al decadimento della classe politica internazionale. Ha continuato a sentirsi perseguitato anche in carcere e nella comunità protetta. Ma col tempo le cure, fanno notare gli specialisti, sono state efficaci: ‘La terapia ha permesso un discreto compenso psicopatologico’. Ieri, quando i suoi avvocati gli hanno detto dell’assoluzione, Tartaglia li ha bombardati di domande: ‘Potrò finalmente prendere un po’ d’aria? Potrò andare alla vasca dei pesci?’. Ma per i periti è ancora ‘socialmente pericoloso’. E per questo dovrà essere ancora controllato”. (red)

 

 

11. Berlusconi, l’immobilismo e i timori di Letta

Roma - “Di carte in mano non ne ha, nè riesce a sparigliare il gioco, perciò il premier attende e spera di pescare il jolly, la ripresa, confidando che il rilancio dell’economia lo possa politicamente rilanciare, spazzando via i competitori interni, mettendo così fine alle manovre di quanti lavorano già al dopo Berlusconi, incuranti del fatto che Berlusconi sia ancora in campo. Ecco qual è l’obiettivo (o il sogno) del Cavaliere, che nell’attesa ha adottato la tattica prodiana: restar fermo. Ma l’immobilismo è peggio di una crisi di governo. Il primo a essere preoccupato della situazione – spiega Francesco Verderami sul CORRIERE DELLA SERA – è Gianni Letta, dei suoi timori sulla fase di stallo in cui versa l’esecutivo c’è traccia anche nelle conversazioni riservate al Quirinale. Non c’è un’agenda di governo, si procede giorno dopo giorno, e invece di diminuire i dossier aumentano, rendendo ancor più caotica la gestione e complicando le soluzioni. Il ‘caso Brancher’, per esempio, va risolto. L’irritazione del Colle è legata anche alle deleghe per il neo-ministro, che ancora non sono state pubblicate sulla Gazzetta ufficiale semplicemente perché non sono state definite. E tutto ciò avvalora la tesi che la ‘promozione’ fosse servita per permettergli di usare il legittimo impedimento come scudo giudiziario. Spetterà a Berlusconi, al suo rientro dai viaggi all’estero, sciogliere questo nodo. E al tempo stesso presentarsi davanti al capo dello Stato con un nome per lo Sviluppo economico: così aveva promesso. Sono evidenti l’imbarazzo e la tensione che attraversano governo e maggioranza, sebbene la mozione di sfiducia presentata dal Pd contro Brancher finirà per compattare il centrodestra. Se i Democratici si sono mossi, non è stato solo per anticipare Di Pietro, ma anche per indebolire l’immagine del premier, finora mai scalfita dalle vicende giudiziarie in cui è stato direttamente chiamato in causa, ma che ha iniziato a logorarsi nei sondaggi da quando gli scandali hanno coinvolto i suoi uomini. Chissà se i dirigenti del Pd hanno tenuto conto dell’obiezione sollevata invece dai maggiorenti dell’Udc, contrari all’iniziativa parlamentare non certo per coprire il neo ministro ma perché ‘indirettamente così si finisce per colpire anche il capo dello Stato...’”.

 

“Insomma, non reggono i sospetti dei dipietristi verso i centristi, che agli occhi del capo dell’Idv appaiono come una sorta di ‘quinta colonna’ berlusconiana. In realtà proprio l’Udc ha impedito a un Cavaliere senza carte in mano quel gioco di spariglio che aveva meditato per bloccare le manovre di Fini. Più volte lo stesso Gianni Letta, e in tempi assai recenti, si è fatto ambasciatore del premier offrendo al partito di Casini il ministero dello Sviluppo economico a fronte di un ingresso dei centristi in maggioranza. L’ex alleato ha spiegato (anche a Berlusconi) che è disposto a discutere solo di un ‘nuovo governo’, e che dunque il premier dovrebbe prima aprire formalmente una crisi. Opzione che il Cavaliere non contempla. Come non bastasse, rispetto alle trattative di due mesi fa, i maggiorenti dell’Udc hanno notato che i loro referenti Oltre Tevere non solo non premono più perché si arrivi a un accordo, ma esortano a tenere le distanze. Almeno per ora. Non è facile capire quali siano i motivi di questo cambio di atteggiamento tra le colonne del Vaticano, è certo che la prospettiva si è allontanata, così come quella del voto anticipato. È vero che il tema potrebbe riproporsi l’anno prossimo, ma anche in questo caso Berlusconi e Fini hanno idee diverse. Il presidente della Camera ritiene che se il premier cercasse davvero di forzare la mano per tornare alle urne, ‘in Parlamento si formerebbe una maggioranza’ disposta a evitare la fine traumatica della legislatura. Il Cavaliere pensa invece che Napolitano ‘non farebbe mai nascere’ un governo privo dell’appoggio di chi ha vinto le elezioni. Si tratta, per ora, di una delle tante scaramucce al confine di quel ‘trentottesimo parallelo’ che divide i ‘cofondatori’ del Pdl. Il loro scontro è una delle cause che hanno portato alla fase di impasse del governo, e che si ripercuotono sull’iter parlamentare per provvedimenti come le intercettazioni”.

 

“Difficile prefigurare oggi quale punto di compromesso possano trovare i due, se è vero che Fini ritiene ormai ‘irrecuperabile’ il rapporto con Berlusconi. È visto che per una volta il premier è d’accordo, è chiaro il motivo per cui un Cavaliere senza carte punti sulla ripresa economica per rilanciarsi. Non a caso ieri ha sostenuto che ‘la crisi è ormai alle nostre spalle’. Ma la ripresa è una prospettiva, appartiene al futuro, la manovra riporta invece la maggioranza ai problemi del presente, mostra quanto profonde siano le divergenze che i tagli stanno provocando a livello nazionale e locale nel centrodestra. La rivolta dei Governatori non ha finora smosso Tremonti, che ieri - discutendone con Gianni Letta - ha ribadito la sua posizione: il governo non può cedere alle pressioni per motivi di credibilità internazionale e per la tenuta del Paese sui mercati finanziari. Anche perché — è la tesi del titolare di via XX settembre — se i saldi non si possono toccare, è impossibile praticare uno sconto alle Regioni: da che parte si recupererebbero altrimenti quei soldi? Dai ministeri? Apriti cielo, sarebbe l’inferno. Quell’inferno in cui Berlusconi si sente prigioniero. Privo di carte e ancora senza il jolly. (red)

 

 

12. Spie, l'ira di Mosca: a rischio i nostri rapporti

Roma - “Qualcuno negli Stati Uniti è preoccupato dalla nuova politica di apertura verso la Russia. Per questo – scrive LA REPUBBLICA – avrebbe fatto scoppiare la bomba delle spie arrestate lunedì ‘con accuse farneticanti e in mala fede, usando metodi e toni da Guerra Fredda’. A Mosca non hanno dubbi. Dopo una notte di sorpresa, verifiche e consultazioni al vertice, la linea è questa: falsità ordite dai nemici di Obama e che rischiano di rovinare sul nascere la nuova amicizia tra i due paesi sancita, appena la settimana scorsa, dal "vertice del fast food" tra i due presidenti. Alla prima nota ufficiale emessa in mattinata dal ministero degli Esteri - ‘sono cittadini russi e non hanno commesso alcuna azione diretta contro gli interessi degli Stati Uniti’ - si è aggiunta poche ore dopo l’ironia dello stesso ministro Lavrov: ‘Un’operazione del genere, diffusa in maniera così clamorosa subito dopo l’incontro tra Medvedev e Obama... Una scelta di tempi, davvero elegante’. Più ruvido, come da copione, il premier Vladimir Putin che proprio ieri sera ha incontrato l’ex presidente Usa Bill Clinton, a Mosca per una visita privata preparata da tempo. ‘Da voi - ha detto - la polizia ha perso il controllo e si è messa a fare arresti senza senso. Speriamo che questo non rovini il lavoro di chi si sforza di migliorare i nostri rapporti’. E poi, dopo una delle sue proverbiali pause studiate: ‘L’essenziale è che quelli che vogliono l’amicizia tra i nostri Paesi, capiscano la situazione’”. 

 

“Allusione precisa: nemmeno un’ora dopo, a Washington, un portavoce del dipartimento di Stato retto dalla signora Clinton, sentiva il bisogno di fare una dichiarazione. ‘La scoperta della rete di spie non pregiudicherà in alcun caso la ricerca di relazioni sempre migliori e amichevoli con la Russia’. Poco dopo, una nota della Casa Bianca ribadiva: lo scandalo non danneggerà il ‘nuovo inizio’ che i rapporti Mosca-Washington stanno vivendo. La stessa Casa Bianca è stata però costretta ad ammettere che Obama era al corrente dell’operazione in corso quando ha incontrato Medvedev ma non ne ha discusso con l’ospite. Obiettivo politico raggiunto dunque, ma resta l’inquietudine. Ai 10 arresti di lunedì se ne è aggiunto intanto un altro, un uomo fermato a Cipro e rilasciato su cauzione. Su cosa ci faccia una rete di spie russe nel 2010 in una periferia del New Jersey si sono interrogati a lungo ieri esperti di tutte le estrazioni. In genere per confutare le accuse sostenendo che una rete del genere nell’era moderna non avrebbe alcun senso logico e soprattutto alcun interesse strategico. Ma la spiegazione forse viene da Londra, dove vive Oleg Gordevskij, ex vicecapo del Kgb passato all’Occidente nell’85: ‘Negli Stati Uniti ci sono ancora almeno 500 agenti russi inviati tra la fine degli anni ‘80 e i primi anni ‘90. Di questi almeno 80 sono organizzati con il metodo della finta coppia come il nucleo scoperto lunedì’. Probabile che questi nuclei siano stati nel corso degli anni sempre meno utilizzati ma tenuti comunque in servizio e rafforzati di tanto in tanto con forze fresche. Non a caso la maggiore attenzione dei media è concentrata sui due elementi più giovani: il sinologo Mikhail Samenko, 27 anni, e la bellissima Anna Kushenko, 28 anni. Il primo è un laureato poliglotta esperto di transazioni finanziarie. La seconda ha un master in economia, un marito inglese che le ha regalato il meno sospetto cognome di Chapman, e un passato da giovane leader degli industriali moscoviti. Entrambi sono arrivati negli Usa da tre anni, forse per sostituire le antiquate missioni spionistiche con altre operazioni, come il riciclaggio di denaro e un monitoraggio della tanto deprecata fuga di cervelli russi negli Stati Uniti. L’Fbi farà presto sapere i particolari. Per questo a Mosca insistono: ‘Non mettiamo a rischio la ritrovata amicizia'". (red)

 

 

13. Timore banche, Borse giù. L’Europa brucia 145 miliardi

Roma - “Torna la paura sui mercati. La forte tensione sulle banche europee per la restituzione alla Bce di 442 miliardi prevista per domani mattina, importanti dati negativi americani e asiatici e le conclusioni non entusiasmanti del G20 di Toronto hanno rafforzato i timori per la crescita mondiale e per il debito sovrano in Europa, provocando una nuova caduta delle borse europee e di Wall Street. L'euro in picchiata – scrive il CORRIERE DELLA SERA – ha raggiunto quota 1,2198 dollari (da 1,23 di lunedì) e segnato il nuovo minimo storico sul franco svizzero (a 1,32) e il peggior fixing da 8 anni sulla valuta giapponese (a 108,31 yen). Il martedì nero delle Borse, ha bruciato 145 miliardi di capitalizzazione, e ha visto Milano perdere il 4,44 per cento, Francoforte il 3,33, Parigi il 4,01 e Madrid il 5,45 per cento. In serata il Dow Jones lasciava sul terreno il 2,65 per cento. A poco sono servite le rassicurazioni della Bce e del presidente Usa Barack Obama sulla ripresa, mentre in serata si è appreso che per facilitare il varo della riforma finanziaria il Congresso potrebbe cancellare la tassa sulle banche da 19 miliardi. Torna la paura sui mercati. La forte tensione sulle banche europee per la restituzione alla Bce di 442 miliardi prevista per domani mattina, importanti dati negativi americani e asiatici e le conclusioni non entusiasmanti del G20 di Toronto hanno rafforzato i timori per la crescita mondiale e per il debito sovrano in Europa, provocando una nuova caduta delle borse europee e di Wall Street. L'euro in picchiata ha raggiunto quota 1,2198 dollari (da 1,23 di lunedì) e segnato il nuovo minimo storico sul franco svizzero (a 1,32) e il peggior fixing da 8 anni sulla valuta giapponese (a 108,31 yen). Il martedì nero delle Borse, ha bruciato 145 miliardi di capitalizzazione, e ha visto Milano perdere il 4,44 per cento, Francoforte il 3,33, Parigi il 4,01 e Madrid il 5,45 per cento. In serata il Dow Jones lasciava sul terreno il 2,65 per cento. A poco sono servite le rassicurazioni della Bce e del presidente Usa Barack Obama sulla ripresa, mentre in serata si è appreso che per facilitare il varo della riforma finanziaria il Congresso potrebbe cancellare la tassa sulle banche da 19 miliardi”. (red)

 

 

14. Debito privato, modello italiano per la Ue

Roma - “Con il respiro ancora mozzo per le bastonate ricevute dalla crisi economica, l’Europa prova a guardare avanti. E a prendere qualche precauzione perché una crisi simile non si ripresenti più. Questa mattina – scrive il CORRIERE DELLA SERA – la Commissione Europea si riunirà per approvare le nuove regole della condotta economica nei vari Paesi, la cosiddetta ‘governance’: si discuterà su una bozza di documento dal titolo ambizioso, ‘Rinforzare il coordinamento della politica economica per la crescita e i posti di lavoro — Strumenti per una più forte governance economica nella Ue’. Una volta approvato, questo testo passerà poi al vaglio del Parlamento e del Consiglio dei ministri Ue. La sostanza, dietro le formule di rito, si riassume in due quesiti: come prevenire un nuovo caso-Grecia, e come reprimere — cioè colpire con sanzioni — quei governi che non dovessero rispettare i paletti posti dalla Ue sui percorsi dei bilanci pubblici. Per la ‘repressione’, si torna a ipotizzare vari tipi di sanzioni pecuniarie, che si vorrebbero più efficaci di quelle già in vigore: un esempio su tutti, l’obbligo per il Paese ‘trasgressore’ di creare un certo deposito senza interessi fino a che un deficit eccessivo non venga corretto. Non solo: per assicurare la loro proporzionalità, ‘le sanzioni finanziarie potrebbe essere definite come una certa percentuale del reddito nazionale o del prodotto interno lordo dello Stato interessato’. Bruxelles vuole poi agire anche sulla leva o ‘forbice’ dei fondi comunitari per l’agricoltura, la pesca e così via: chi sgarra con il deficit, vedrà chiudersi il rubinetto dei fondi, con gradualità differenti. Prima ancora dei ‘castighi’, però, vengono le misure di prevenzione, e di coordinamento”.

 

“E in questo campo – prosegue il CORRIERE – Bruxelles sembra voler recepire un concetto già sperimentato in Italia, cioè la modulazione su un arco di più anni (e non più su un solo anno) della pianificazione dei bilanci: ‘Le riforme delle strutture portanti dei bilanci nazionali dovrebbero promuovere il passaggio a una pianificazione multi-annuale. Gli obiettivi annuali di bilancio dovrebbero essere puntellati da intelaiature o cornici multi-annuali, incluso un punto di verifica per le entrate e le spese in programma, e inoltre indicazioni sui futuri aggiustamenti pianificati’. Un percorso a tappe, dunque, ma ancorato a obiettivi ben precisi sulla lunga distanza. La Commissione Europea dovrebbe adottare anche un’altra indicazione di provenienza italiana, e cioè la considerazione del ruolo del debito privato e del suo rapporto con la sostenibilità complessiva del debito pubblico: ‘Più ancora del deficit, gli sviluppi del debito pubblico sono soggetti a fattori al di fuori del controllo diretto dei governi...’, fattori di cui per Bruxelles ‘bisogna tener conto’. E fra questi, appunto, ‘il livello e le variazioni nel debito privato, nella misura in cui rappresentino un onere implicito per il governo’”. (red)

 

 

15. Borsa, Catricalà favorito per la guida della Consob

Roma - “Il successore di Lamberto Cardia alla Consob, l’authority che regola la Borsa, potrebbe essere deciso dal Consiglio dei ministri di oggi. E, stando alle indiscrezioni, il nome più gettonato è il Garante per la concorrenza e il mercato Antonio Catricalà, sponsorizzato dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta. Ma, secondo i bene informati, non sono esclusi colpi di scena. Spostare infatti Catricalà dall’Antitrust significa – spiega il CORRIERE DELLA SERA – per il governo, aprire in anticipo un problema di difficile gestione. Mentre il nome alla guida di Consob tocca al governo, quello dell’Antitrust è infatti di competenza del Parlamento. Insomma l’accordo sul successore di Catricalà deve avvenire tra i presidenti di Camera e Senato Gianfranco Fini e Renato Schifani. Mentre per la poltrona della Consob i tempi sono strettissimi (la scadenza è oggi), la data per la designazione all’Antitrust è meno stringente — 45 giorni dalla data della vacatio — e quindi c’è tempo per un’ampia convergenza. Se prevale la cautela politica, il governo potrebbe decidere di lasciare Catricalà al suo posto e di mandare in Consob uno dei nomi finora circolati come papabili alla poltrona dell’Antitrust. La rosa dei nomi sarebbe ormai ridotta al viceministro all’Economia Giuseppe Vegas e al presidente della Cassazione Vincenzo Carbone. In corsa, ma più per l’Antitrust, il segretario generale della Farnesina Giampiero Massolo mentre è difficile che Berlusconi, vista la sua idiosincrasia per i magistrati, accetti il nome del procuratore aggiunto di Milano Francesco Greco. Oggi dunque sapremo cosa deciderà Palazzo Chigi per la sostituzione di Cardia, 75 anni, che nel frattempo è andato a sedersi al vertice delle Ferrovie dello Stato al posto di Innocenzo Cipolletta. In attesa del nuovo sceriffo per il funzionamento della Borsa, ieri l’Assogestioni (l’associazione che raggruppa i fondi di investimento guidata dall’ex ministro dell’Economia Domenico Siniscalco) ha trasmesso al governatore della Banca d’Italia Mario Draghi e alla Consob il nuovo ‘protocollo di autonomia per la gestione dei conflitti di interesse’”. (red)

 

16. Telecom, pm contrattacca:Giudice condizionato da imputati

Roma - “La procura non ci sta e passa al contrattacco. Prima era stato il giudice Mariolina Panasiti a smontare l’impianto accusatorio dei pm Stefano Civardi, Nicola Piacente e Fabio Napoleone. Ora – scrive LA REPUBBLICA – è Civardi, autore di uno dei ricorsi per Cassazione, a chiedere di annullare la sentenza del giudice per l’udienza preliminare. E lo fa da solo, perché in procura ci sono diverse interpretazioni sui reati in campo. Al centro della contesa, è la vicenda sui dossier illeciti della Security Telecom, confezionati ai tempi di Marco Tronchetti Provera. Quei report erano stati preparati nell’interesse delle aziende oppure no? Un dilemma importante dal quale dipende soprattutto l’accusa di appropriazione indebita e il potenziale coinvolgimento nell’inchiesta di Tronchetti Provera e dell’allora amministratore delegato Carlo Buora. Per la Panasiti, che ha seguito la linea dell’ufficio Gip, non c’è appropriazione, perché quei dossier servivano a perseguire il fine aziendale, erano commissionati dai vertici e venivano regolarmente fatturati, mentre per il pm il giudice ha confuso gli interessi delle persone fisiche con quelle delle società, non ha capito i ruoli degli indagati all’interno di una inchiesta della quale non conosce non solo gli atti, perché in parte secretati, ma nemmeno le ipotesi di reato, sia quelle coltivate nel fascicolo centrale sia quelle eventualmente finite in altri procedimenti. È il solo pm Civardi a firmare questa parte di ricorso, mentre Nicola Piacente e Alfredo Robledo, sempre con Civardi hanno firmato quelli contro l’assoluzione di Mancini. ‘Ognuno ha firmato la parte di cui si era occupato’, ha spiegato l’aggiunto Robledo. Secondo il pm, il giudice doveva limitarsi a essere il giudice degli imputati e non dell’inchiesta. Invece è andato al di fuori delle righe: ha frainteso in più occasioni l’estensione dei suoi poteri e della sua cognizione, perché avrebbe dovuto negare di essere giudice nel merito, perché dopo le decisione della Cassazione sui dossier illegali, non ha a disposizione né il corpo del reato né il verbale che dovrebbe contenere il riassunto dei dossier. Il giudice si è fatto condizionare dagli imputati e dalla stampa, mentre il pm non si è certo appiattito sui pareri dei legali delle società coinvolte. Anzi sono state le stesse difese, che inizialmente sostenevano l’operato della Security, a convincersi del contrario e ad abbandonare Tavaroli. Secondo Civardi, poi, alcune operazioni, come la schedatura dei dipendenti di Pirelli, non smontano l’accusa di appropriazione indebita perché si tratterebbe di pratiche effettuate nell’interesse dell’azienda, ma corroborano invece da una parte il coinvolgimento della società, contro la quale il pm ha chiesto di agire in base alla Legge 231 e dall’altra la stessa accusa di appropriazione indebita, perché quelle operazioni sono contrarie allo statuto dei lavoratori e allo stesso fine aziendale. Proprio per questo, il pm ribadisce di non aver mai parlato di una Security come di una ‘scheggia impazzita e autoreferenziale’, ma di un sodalizio tra Tavaroli, l’investigatore Cipriani e l’agente segreto Marco Mancini, che agiva ora nell’interesse delle società, ora di qualche ente esterno, ora di se stessi, per fini personali e di lucro”. (red)

 

 

17. Taricone, esequie private al suono degli U2

Roma - “Il riposo del guerriero, Pietro Taricone, vestito con la tuta da paracadutista per questo ultimo atto. Difficile immaginare tutta la sua vitalità racchiusa in quella cassa di legno chiaro abbracciata dallo sguardo pieno di lacrime dalla moglie Kasia Smutniak, uno splendore devastato dal dolore. Nella cappella dell’ospedale di Santa Maria di Terni – scrive LA STAMPA – sono pochi i parenti e gli amici che pregano per salutarlo. Pietro Taricone non aveva voluto essere schiacciato dalla visibilità mediatica in vita e la famiglia ha preteso che questa sua scelta venisse rispettata anche oggi, giorno dell’addio, quando lo piangono mamma Rita,i suoi fratelli, la moglie Kasia e la figlia Sophie, sei anni, che è stata lasciata a casa protetta anche dalla tv. Difficile spiegarle che il suo papà, amatissimo, e che si occupava di lei con una tenerezza assoluta, come racconta uno zio, non c’è più. Oggi dovevano festeggiare l’onomastico di Pietro, una ricorrenza che al sud è più importante del compleanno. ‘San Pietro lo avrà accolto alle porte del Paradiso’, dice Fabio, un amico arrivato da Caserta. E forse Pietro ride di questo suo volerlo trasformare in santo. Lui che della sua vita aveva fatto un vessillo di libertà e anticonformismo. Libertà dai giornali, da quello che pensa la gente come quando aveva deciso di perdonare e raccontare del tradimento subito. La sua più grande dimostrazione di virilità. Un amore quello con Kasia difeso contro tutti e da tutti e oggi è lei che ricambia tenendolo lontano dalle telecamere, accarezzandolo con le sue lacrime, chinando la testa quando Don Dumitru, il cappellano, guarda i presenti e li avverte: ‘Divertitevi ma preparatevi a morire’. In serata Kasia dichiarerà: ‘Era una persona speciale, unica, molto sensibile. Io sono stata la più fortunata perché l’ho avuto per otto anni tutto per me. Sophie ancora non sa nulla, la preparerò io’. Mamma Rita e papà Maurizio si stringono annichiliti, nulla gli è stato risparmiato, neanche l’aver appreso della disgrazia dalla tv. Erano fieri di quel figlio e lui era fiero di avergli dimostrato di non essere uno scansafatiche, come aveva dichiarato recentemente. ‘Non lo conoscevo personalmente, ma era un uomo con un cuore nobile e coraggioso’, ha detto Don Dumitru Podac. Nessun affollamento di vip qui all’ospedale di Terni, così ha voluto la famiglia. Tra le poche facce note quella del produttore Domenico Procacci e quella di Marina La Rosa, colei che dopo il ‘Grande Fratello’ ha dato un senso nuovo all’espressione gatta morta, una passioncella in diretta tv di Taricone con cui era rimasta amica. ‘Niente telecamere’, ha pregato uscendo dall’ospedale. ‘Pietro era uno che divorava la vita e ammiravo il suo coraggio’. ‘Nessuno ha snobbato Pietro, in tanti colleghi hanno telefonato e hanno rispettato il volere della famiglia’, ha spiegato Rolando Ravello, nel cast della nuova ‘Squadra’ insieme a Taricone”. 

 

“Tante invece le persone comuni, la gente che è arrivata per rendere omaggio al guerriero, un personaggio rimasto nel cuore della gente più che negli annali della tv e del cinema. Dario andava allo stesso liceo: ‘Lo ammiravamo per quello che era diventato’, dice. ‘E perché non se la tirava. Quando lo incrociavi era sempre gentile’. Beatrice ha vent’anni, solo dieci quando Pietro scalava la vita al ‘Grande Fratello’. ‘È stato il mio primo amore di bambina, non perdevo una puntata’, dice accanto alla madre che l’ha accompagnata e che annuisce sotto il sole che picchia. Persone che rispettano la volontà di privacy della famiglia, ma che rimangono attaccati a quel muro di mattoni rossi dell’ospedale come se da un momento all’altro qualcuno potesse cambiare il finale di questa storia. In serata l’arrivo di Pietro a Trasacco, il paese di origine della famiglia, il luogo delle vacanze, dei ricordi, di nonna Iole e anche dell’appartenenza. Perché Pietro si sentiva parte di quella terra, la Marsica, da cui ha ereditato i tratti ruvidi, da ‘orso’. Gino Fosca, il sindaco, cugino del padre dell'attore, ha annunciato il lutto cittadino per il cittadino onorario più amato. Il guerriero marsicano che ascoltava ‘With Or Without You’ degli U2: ‘Attraverso la tempesta noi raggiungiamo la riva. Tu dai tutto ma io voglio di più, io ti sto aspettando cuore nobile e coraggioso’. La colonna sonora della sua storia d’amore”. (red)

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