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Sette anni a Dell’Utri. Ma il Pdl è con lui

Dell’Utri si prende sette anni in appello, dopo i nove che gli avevano affibbiato in primo grado, e si rallegra che non gli sia andata peggio. La condanna, infatti, è “solo” per concorso esterno in associazione mafiosa e rigetta l’ipotesi di un ruolo del senatore nella presunta trattativa fra Stato e Cosa Nostra dal 1992 in avanti. Basta questo, al diretto interessato e a gran parte del PdL, per levare alte grida di giubilo, come se invece di essere di fronte a un grave verdetto di colpevolezza – che, come ha correttamente sottolineato Giuseppe D’Avanzo di Repubblica, è «definitivo per il merito dei fatti» – ci  fosse stata una sentenza di assoluzione che spazza via ogni ombra e ogni sospetto. 

Pur essendo grottesco sia nei toni che nella sostanza, questo atteggiamento ha delle ragioni precise, ancorché capziose e inquietanti. La prima è che la responsabilità viene circoscritta alla persona di Dell’Utri e, pur investendo i suoi rapporti personali con Berlusconi, lascia fuori Forza Italia, negandone la connessione organica con la mafia siciliana. La seconda è che si spera comunque in un annullamento da parte della Cassazione e, grazie al conseguente rinvio degli atti a una diversa corte d’appello, in quell’allungamento dei tempi che potrebbe condurre alla fatidica prescrizione. La serie degli interventi di solidarietà a favore di Dell’Utri è amplissima (molti eletti, molti coristi) e non vale la pena di riportarla in dettaglio. Chi ne ha voglia ne troverà una nutrita rassegna nei siti on-line dei principali quotidiani. Noi ci limitiamo a citarne solo tre. Nell’ordine, a dimostrazione di come gli interessi di parte facciano scattare il meccanismo di una solidarietà obbligatoria che nega l’evidenza e si arrampica sugli specchi, un pezzo da novanta, una solertissima “new entry” in ascesa, e un alleato esterno di grande peso elettorale ma non particolarmente rinomato per la ponderatezza dei suoi giudizi, e delle sue dichiarazioni. 

Secondo Fabrizio Cicchitto, attuale presidente dei deputati del PdL ed ex aderente alla loggia massonica P2, numero di tessera 2232, «La sentenza di condanna a Dell'Utri non ha la potenzialità giuridica per poter aprire nel presente un attacco politico-giuridico alle nuove entità politiche scese in campo dopo il 1994». Secondo Mariastella Gelmini, che nel giro di due anni è passata dal primo ingresso a Montecitorio alla prestigiosissima poltrona di Ministro dell’Istruzione, «Marcello Dell’Utri è una persona perbene e ha tutta la mia solidarietà e quella dei tanti militanti che, in questi sedici anni, lo hanno conosciuto e apprezzato un uomo che, per sensibilità e cultura personale, è totalmente estraneo alle accuse che gli sono rivolte. Sono certa che nel terzo grado di giudizio riuscirà ad ottenere giustizia. Il reato di concorso esterno in associazione mafiosa è un’anomalia tutta italiana, spesso usato per processi di tipo politico in mancanza di prove». Secondo Umberto Bossi, infine, «Un conto è provare che uno è mafioso, ma l’appoggio esterno non dimostra nulla, è meno grave».

Alla fine, l’unica dichiarazione di segno diverso è quella dell’ex An Fabio Granata. Che andando in direzione opposta al collega Bocchino, a sua volta ascritto nelle file dei finiani ma accodato alla “maggioranza della Maggioranza” nel manifestare la propria vicinanza a Dell’Utri «per questo ulteriore e difficile passaggio giudiziario», ha il buon senso e il buon gusto di dire con la dovuta franchezza che l’andazzo generale non gli garba affatto: «Non mi piace questo sport nazionale di commento di solidarietà o festeggiamento per un uomo politico importante che è stato condannato»

Apprezzabile. Ma decisamente troppo poco, per controbilanciare, o anche solo per attenuare, l’immagine complessiva del centrodestra. Così compatto e aprioristico, nel suo appoggio al colpevole di giornata, da ricordare a tutti che solidarietà fa rima con omertà. E non solo nel profondo Sud dominato dalla mafia. 

Federico Zamboni

Prima pagina 30 giugno 2010

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