Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 04/06/2010

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA – In apertura: “Turchia: vescovo italiano assassinato dall’autista”. Editoriale di Angelo Panebianco: “La fragilità di Israele”. Al centro: “Intercettazioni, la legge cambia” e “Ultimatum Ue: ‘Donne al lavoro fino ai 65 anni’”. Di spalla: “L’Europa vacilla? Mettiamola in versi”. In basso: “Terremoto, se il pm insegue ‘la gente’”.

LA REPUBBLICA – In apertura: “Manovra, giudici in sciopero”. Al centro foto-notizia: “Turchia, vescovo italiano ucciso in casa a coltellate” e “Il Vaticano a Israele: ‘Via il blocco di Gaza”. Di spalla: “Il Pdl corregge la legge-bavaglio. Fini canta vittoria”. A fondo pagina: “Il pomodoro della mafia” e “Azzurri, figuraccia messicana. Lippi: colpa della montagna”.

LA STAMPA – In apertura: “Ucciso vescovo italiano” e di spalla: “L’Ue all’Italia: donne al lavoro fino a 65 anni”. In taglio alto: “Passa la linea Fini. Ai pm più tempo per le intercettazioni” e “‘Tagli iniqui’, i giudici annunciano lo sciopero”. Al centro: “Un patto sociale da riscrivere” e la foto-notizia “La leonessa Schiavone in finale a Parigi”. In basso: “Il nero dei bianchi”.

IL SOLE 24 ORE – In apertura: “In pensione più tardi le statali” e l’editoriale: “Le donne italiane e l’Europa”. A centro pagina fotonotizia “Turchia. Ucciso il vescovo italiano Padovese” e “Strettaanche nei cda privati”. Di spalla: “Ora Detroit è salita tutta sull’auto di Marchionne”.

MILANO FINANZA: “Anche il Tesoro contro Merkel”.

IL GIORNALE – Apertura a tutta pagina su Tremonti: “Ministro dal cuore surgelato”. Di spalla: “Pensione a 65 anni. Per le donne sarà un affare”, “C’è il terremoto? Arrestate gli scienziati” e “Adesso Murdoch accende anche ‘TeleFini’”. A fondo pagina: “‘Troppo bella’: licenziata in tronco”.

IL MESSAGGERO – In apertura: “Europa, le donne lavorino fino a 65 anni”. In due box: “I magistrati: scioperiamo. Province, ritorna il taglio” e “Sì alle intercettazioni per i processi in corso”. Editoriale di Antonio Golini: “Perché bisogna agire in fretta”. Al centro: “Schiavone, impresa storica: la pria volta di un’italiana in finale al ‘Roland Garros’” e “Anemone, spunta una seconda lista”. A fondo pagina: “Vescovo italiano ucciso in Turchia” e “Mancato allarme all’Aquila, 7 indagati”.

IL TEMPO – In apertura: “Altri trenta inquilini vip” e in un box: “Sisma imprevedibile, Protezione umiliata”. Al centro: “L’Europa: donne in pensione più tardi” e la fotonotizia: “Messico e nuvole su Lippi”. A fondo pagina: “Il sorriso dopo Ventotene”. LIBERO – In apertura: “Misteri grandi come una casa” e l’editoriale di Maurizio Belpietro: “Che c’azzecca Tonino con la cricca”. Di spalla: “Maledetti evasori. Siamo bonaccioni, ci renderanno iene”. A fondo pagina: “Vescovo ucciso inguaia il Papa”.

IL FOGLIO – Nella colonna di sinistra: “Il rigorista Tremonti tra spinte lassiste e urgenze sviluppiste” e “Intecettazioni e Pdl”. Al centro: “Berlusconi: ‘Sono leale con Tremonti’. Toghe in sciopero” e “La Turchia sospende gli accordi energetici e idrici con Israele”. Sempre al centro: “Così il Canada che cresce sta smontando la tax bank” e “Libertà di tono”. A destra: “Obama un piano per il medio oriente ce l’ha, ma è datato 2008”. A destra: “Amori”. In basso: “Divisioni Cardinali in Germania”.

IL FATTO QUOTIDIANO – In apertura: “Un euro al ricercatore, lo yatch all’evasore”. Editoriale di Marco Travaglio: “Il diritto di sapere”. Al centro: “Tabucchi: l’Europa dovrebbe farci un esame di democrazia” e “Terremoto nascosto, si indaga per omicidio”.

L’UNITÀ – In apertura: “Troppo tardi”. (red)

 

 

2. Intercettazioni, cambia la legge

Roma - Scrive il CORRIERE DELLA SERA: La maggioranza annuncia una seconda cura d’urgenza per il ddl intercettazioni. Il testo cambierà ancora in una decina di punti controversi — segnalati dall’opposizione e dai finiani — ma non vedrà snaturata la sua impostazione finalizzata a ridurre il numero degli ascolti autorizzati dalla magistratura e a cancellare le pubblicazioni dei verbali prima del processo. La svolta messa a punto dai vertici del Pdl si tradurrà in un maxi emendamento del governo da presentare nell’aula del Senato già la prossima settimana. Prevista una raffica di modifiche che in buona sostanza smussano i più vistosi intralci alle indagini previsti dal ddl: cade, per esempio, il limite di 75 giorni per la durata massima delle intercettazioni. Ma ci sono anche altre novità in vista — mirate con chirurgica precisione dal ministro Angelino Alfano e dal consigliere giuridico del premier Niccolò Ghedini— che riguardano le intercettazioni ambientali: le cimici infatti, secondo il testo attuale, si possono piazzare solo se la magistratura ha la certezza che in un determinato luogo si stia consumando un reato. E anche l’opposizione ha dato un segnale di apprezzamento sulla norma che sposta i confini per l’applicazione del segreto di Stato.

Spiega Anna Finocchiaro (Pd), che pure chiede lo stralcio della norma sugli 007 inserita nel ddl Alfano: ‘L’emendamento presentato dal governo sulle intercettazioni effettuate su utenze appartenenti ai servizi di sicurezza è oggettivamente, sia pure in modo parziale, migliorativo del testo precedente proposto e votato dalla maggioranza. La nuova versione, infatti, limita, se pur in modo impreciso, l’opponibilità del segreto di Stato’. Si compiace il capogruppo Maurizio Gasparri (Pdl): ‘Faremo una valutazione se mantenere in questo testo la norma sul segreto di Stato ma l’importante è che anche il capogruppo Finocchiaro riconosca che la norma suggerita dal governo sia più restrittiva di quella contenuta nella versione attuale del ddl’. Ma gli articoli in via di rielaborazione sono anche altri e questo fa dire al presidente del Senato, Renato Schifani, che anche ieri ha continuato la sua opera di mediazione, di essere soddisfatto perché così si rasserena il clima in vista dell’aula convocata per martedì. Tra le modifiche concordate, la più importante, dunque, riguarda la caduta del muro dei 75 giorni che appena due giorni fa sembrava invalicabile: il termine massimo entro il quale il pm deve contenere le intercettazioni, dunque, potrà essere prorogato (di 48 ore in 48 ore) se questo serve ad evitare la consumazione di un altro reato o a favorire la cattura di un latitante.

Così, segnala il relatore Roberto Centaro, viene riformulata anche la norma transitoria: per le intercettazioni in corso, al momento di entrata in vigore della legge, vengono fatti salvi gli atti già raccolti ed è stabilito che gli ascolti (salvo le proroghe di 48 ore) possono andare avanti per ‘ulteriori 75 giorni’. Questo è un punto molto importante, osserva il senatore finiano Giuseppe Valditara, che sottolinea anche un altro successo: ‘Viene meno l'automatismo secondo il quale anche per i procedimenti in corso il procuratore generale, deve sostituire il pm che ha espresso pubblicamente una valutazióne sull'inchiesta. Ma ve lo immaginate che impatto avrebbe questa norma sui processi?’. Il vicecapogruppo Gaetano Quagliariello ha poi annunciato che verrà rivista la norma anti-Radio Radi cale (l'emittente che trasmette in diretta le udienze dei processi): se anche una parte si opporrà alla pubblicità del processo, sarà sempre il presidente della Corte d'Appello a decidere se II testo II testo con le correzioni sarà presentato la prossima settimana a Palazzo Madama autorizzare o meno la trasmissione. Rimane invece l'emendamento del Pdl che cancella l'arresto obbligatorio per i casi di flagranza quando si verifica una violenza sessuale di ‘lieve entità’ sui minori. Su queste modifiche, Andrea Orlando (Pd) è cauto e attende di leggere gli emendamenti. Antonio Di Pietro (Idv) parla di ‘rattoppi’, finalizzati ad ‘addolcire la pillola’”. (red)

 

3. Intercettazioni, Pdl. Ascoltato Colle.Finiani più distesiRoma - “I vertici del Pdl che per giorni avevano dichiarato ‘intoccabili’ i paletti del ddl, ieri hanno annunciato una raffica di modifiche. E chissà quanto deve essere pesata questa riscrittura, articolo per articolo, effettuata sotto la pressione delle polemiche, delle manifestazioni, di una stampa compatta, di un’opposizione scatenata, ma soprattutto dei parenti-serpenti annidati alla guida della Camera dei deputati. Ecco perciò – si legge in un retroscena della STAMPA - che dagli ambienti berlusconiani si spiega che ‘sì, le modifiche le abbiamo dovute fare, ma per venire incontro alle puntuali richieste del Quirinale’. Su Fini, nemmeno una parola. Se però si va a sondare dalle parti dei finiani, si ascolta una soddisfazione che la dice lunga su chi vince e chi perde in questa giornata. ‘Sulle intercettazioni è doveroso attendere il testo definitivo delle ulteriori modifiche, ma sembra che ci siano dei passi in avanti positivi’, dice Italo Bocchino. ‘Attendiamo di leggere il testo finale degli emendamenti, ma non possiamo non registrare notevoli passi in avanti sulle questioni su cui maggiormente si è discusso all’interno della maggioranza negli ultimi giorni’, gli fa eco il sottosegretario alla Funzione pubblica, Andrea Augello.

In questi giorni, Augello ha svolto un delicato compito di pontiere all’interno del Pdl. E ora dice: ‘Non sono affatto stupito perché le posizioni sulla norma transitoria e sul limite dei 75 giorni erano, già da ieri (intende mercoledì, ndr) molto più vicine di quanto non apparisse nei resoconti giornalistici. Il Pdl sta compiendo ogni sforzo per tenere in equilibrio la volontà di tutelare la privacy dei cittadini con l’ovvia necessità di non danneggiare le potenzialità dell’attività investigativa della magistratura’. ‘Posso solo dire che la saggezza alla fine paga’, aggiunge il senatore Giuseppe Valditara, uno dei pochissimi finiani a Palazzo Madama. ‘L’ostinazione con cui abbiamo portato avanti alcune obiezioni, in particolare quelle sulla norma transitoria, era giusta. Adesso è chiaro che non ci sarà più alcuna retroattività che avrebbe potuto creare ostacoli ai processi in corso. Sì, abbiamo fatto bene a tenere duro’. Immediato risultato politico, si nota un barometro che tende al bello nei rapporti interni alla maggioranza. ‘Beh, politicamente parlando, questo è un segnale importante di distensione’, conferma Valditara.

L’opposizione a sua volta è sorpresa e quindi attende di capire meglio. ‘Al di là dei rammendi apportati dal governo per indorare la pillola, restiamo convinti dell’inutilità del provvedimento e, soprattutto, della sua dannosità’, dice Antonio Di Pietro. Andrea Orlando, Pd, dice: ‘L’impianto andrebbe completamente ripensato. Detto questo, le proposte che sembrano uscire dal vertice del Pdl affrontano alcuni dei punti da noi indicati come critici. Ora devono diventare emendamenti’. E ironizza il presidente dei senatori dell’Udc, Gianpiero D’Alia: ‘Un modo davvero confuso di operare. Se continuiamo così, l’iter di questo provvedimento avrà la stessa durata dei lavori sulla Salerno-Reggio Calabria e, temo, con effetti ancor più devastanti’”. (red)

 

 

4. Intercettazioni, gli spiragli aperti da Napolitano

Roma - “Nella confusione si intravede qualche spiraglio. E dalle maglie di una legge sulle intercettazioni nata male, e motivo di perplessità diffuse, spuntano emendamenti che potrebbero attenuare le resistenze: almeno da parte della minoranza di Gianfranco Fini. Gli appelli di Giorgio Napolitano e la sua ostinata ricerca di una mediazione – scrive Massimo Franco sul CORRIERE DELLA SERA - forse stanno rompendo il muro contro muro che ha contraddistinto fino a ieri la discussione. Il presidente del Senato, Renato Schifani ha teorizzato una serie di piccole concessioni. E il Pdl ha accettato di inserire alcune modifiche che riguardano fra l’altro i termini oltre i quali non si possono prolungare le intercettazioni. Adesso chiede ‘condivisione’ al resto del Parlamento. E le prime reazioni mostrano un’opposizione di colpo meno rigida, per quanto diffidente; un’Idv divisa fra il possibilismo di alcuni dirigenti e la stroncatura dei ‘rammendi’ da parte di Antonio Di Pietro; ed i seguaci di Fini costretti ad ammettere che sono stati fatti sostanziali passi avanti. Ma rimane il timore che il testo finale, da scrivere entro la riunione di martedì prossimo con Silvio Berlusconi, possa contenere qualche sorpresa sgradita. Per questo, le aperture di credito sono guardinghe. E le concessioni che il centrodestra è disposto a fare sono accompagnate da un altolà a qualsiasi tentativo di allungare i tempi dell’approvazione. D’altronde, nelle scorse settimane si sono accumulate troppe tensioni intorno alla legge, perché possano scomparire di colpo.

E se anche alla fine il governo riuscisse a strappare un ‘sì’ alla pattuglia di Fini, politicamente i rapporti nel Pdl sono compromessi: al punto che ieri si invitava la minoranza ad uniformarsi alle decisioni che verranno prese la prossima settimana. Messaggio implicito: che le piacciano o no. Per questo l’Udc parla di ‘confusione’ nella maggioranza. Dopo aver detto che il provvedimento non cambiava, il governo ha deciso di assecondare la mediazione del Quirinale. Ed ha concesso agli avversari alcune delle cose che prima sembravano un tabù. È la presa di coscienza di un braccio di ferro al buio, che potrebbe concludersi male. Eppure, il presidente del Consiglio non si mostra preoccupato dallo scontro. Il vertice del Pdl che si è tenuto ieri al Senato col Guardasigilli Angelino Alfano ha confermato una determinazione a far passare la legge al più presto. Forse, una delle ragioni principali dell’apparente cedevolezza del centrodestra è proprio quella di ottenere il ‘via libera’ senza fornire pretesti. Ma parlare di una situazione sbloccata è prematuro. Nelle file berlusconiane si avverte il disappunto di chi contesta l’opportunità degli emendamenti. I fautori dello scontro prevedono una legge così stravolta che non scartano l’ipotesi di accantonarla. L’atteggiamento di Pd e Idv, che annunciano una risposta solo alla fine, aumenta nel centrodestra i sospetti di un approdo gonfio di incognite in Parlamento. Eppure, la ricucitura che il presidente della Repubblica è riuscito ad impostare rappresenta una possibilità da non lasciar cadere: per il governo e per la stessa opposizione”. (red)

 

 

5. La Manovra arriva in Senato, toghe in sciopero

Roma - Scrive LA REPUBBLICA: “Toghe in sciopero contro la manovra del governo Berlusconi. Un fronte comune che va dalla magistratura or-dinaria a quella amministrativa, dalla Corte dei Conti al Consiglio di Stato, dal Tar alla magistratura militare all´Avvocatura dello Stato, si schiera contro quelli che vengono definiti ‘tagli iniqui e punitivi’ e si prepara ad incrociare le braccia, probabilmente a fine giugno in un giorno di completo black out della giustizia.La protesta si leva anche da parte di altre categorie in vista dello sciopero generale proclamato dalla Cgil: nel mondo della scuola si registrano iniziative a macchia di leopardo e ieri a Firenze hanno sfilato per le vie della città 700 insegnanti. Protestano anche i farmacisti che denunciano il rischio di chiusura del 25 per cento dei punti di distribuzione. Intanto, come annunciato, il taglio delle nove province cancellato dalla manovra transita nel ddl sulle Autonomie: ieri il relatore Donato Bruno (Pdl) ha presentato il relativo emendamento. Tornando allo sciopero del giudici, deciso ieri dal Comitato di coordinamento tra le magistrature, si svolgerà nella stessa giornata anche se avverrà secondo modalità e tempi previsti dai rispettivi codici di regolamentazione. Per l´ Anm, che ha fatto da capofila alla protesta, deciderà domani il Comitato direttivo.

Il pacchetto di interventi per 24,9 miliardi varati dall´ esecutivo ha avuto l´effetto di convogliare il malcontento delle toghe verso la protesta. E il Comitato di coordinamento fra le magistrature, che già lunedì scorso aveva annunciato l´intenzione di incrociare le braccia per ‘la mancanza di spazi di mediazione’, dopo l´incontro a Palazzo Chigi con il sottosegretario Gianni Letta, ha deciso di passare ai fatti deliberando ‘una comune iniziativa di astensione dal lavoro’. La Giunta dell´ Anm, che si è riunita ieri, per definire tempi e forme della protesta da proporre al parlamentino di domani, ribadisce in una nota che ‘i magistrati sono consapevoli della crisi economica in cui versa il paese e non intendono sottrarsi al loro dovere di cittadini e di contribuenti, ma devono denunciare che le misure approvate dal governo sono ingiustamente punitive per loro confronti e per il settore pubblico’. Secondo il sindacato delle toghe la manovra incide solo sul pubblico impiego e non colpisce ‘gli evasori fiscali, i patrimoni illeciti, le grandi rendite e le ricchezze del settore privato’.

Inoltre ‘paralizza l´intero sistema giudiziario e scredita e mortifica il personale amministrativo’ e ‘svilisce la dignità della funzione giudiziaria e mina l´indipendenza e l´autonomia della magistratura’. I magistrati entrano nel merito delle misure spiegando che la manovra colpisce in maniera ‘iniqua, indiscriminata e casuale’. Subiscono il peso maggiore ‘le retribuzioni dei magistrati nella prima fase della carriera, soprattutto dei più giovani che subiscono una riduzione di stipendio fino al 30 per cento. Ciò significherà allontanare i giovani dalla magistratura’. Continua intanto la polemica a distanza tra la fondazione Italia Futura che fa capo a Montezemolo e il ministro Tremonti. La fondazione aveva dato del ‘marziano’ al ministro che aveva replicato a Ballarò ironizzando sulle iniziative delle fondazioni in politica. Ieri Italia Futura è tornata alla carica e ha chiesto al ministro di spiegare ‘perché se lo scandalo del paese sono, tra le altre cose, i falsi invalidi e l´evasione fiscale, sia riuscito a fare tanto poco negli otto anni in cui è stato ministro’”. (red)

 

 

6. Tremonti, fiducia da Berlusconi e sfida tv con Bersani

Roma - Scrive il CORRIERE DELLA SERA: “Berlusconi e Tremonti non litigano, stanno alla larga dagli ‘intrighi di palazzo’ e sono amici come sempre. C’è voluta una nota ufficiale di Palazzo Chigi per mettere a tacere le voci di dissidi tra il premier e il ministro dell’Economia e di velenosi strascichi della manovra. ‘Fuori dai giochi e dagli intrighi di palazzo — chiude il caso la presidenza del Consiglio — Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti hanno lavorato e continueranno a lavorare insieme, legati da una leale e antica amicizia personale’. Tra le righe del comunicato — concordato e cesellato dopo una telefonata chiarificatrice, in cui il ministro non avrebbe nascosto il fastidio per le ricostruzioni dei giornali— il capo dell’esecutivo e il responsabile dei conti pubblici si prendono il merito di ‘aver fatto la cosa giusta nell’interesse dell’Italia’. Si appellano al ‘senso di responsabilità’ della maggioranza in vista dell’approdo in Parlamento del decreto legge da 24,9 miliardi e annunciano che stanno lavorando su ‘due punti essenziali’: la manovra di stabilizzazione finanziaria e un ‘grande progetto di liberalizzazione’ delle attività economiche per rilanciare la crescita. E ieri sera, ad ‘Annozero’, scontro sui numeri tra Tremonti e il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani.

Il ministro in tv rivendica le ragioni, prima fra tutte il ‘rischio Grecia’, che lo hanno spinto a tirare la cinghia. Dichiara chiusa l’era in cui ‘lo Stato era un bancomat’ e loda ‘il primo governo che taglia consulenze, prebende, missioni’. Ma il leader dell’opposizione attacca, chiede al governo di ‘ammettere gli errori’ e aprire un’’operazione verità’ o il Pd ‘non si mette nemmeno a discutere’. Lo accusa di aver ‘massacrato la scuola’, incassato meno entrate dal fisco, aver assestato ‘mazzate micidiali’ sui più deboli: ‘Tagli lineari fatti così, zacchete! Non ha mai funzionato’. E Tremonti, gelido: ‘Con questa propaganda non andiamo da nessuna parte. I conti sul 2010 reggono. Tutti i Paesi hanno accelerato sulle manovre per il 2011’. Cominciano col ‘lei’ e passano bruscamente al ‘tu’. Litigano su tutto: privatizzazioni, Telecom, evasione fiscale. ‘Aumentare le tasse? Per gli onesti sono già altissime’ ammette Tremonti. Berlusconi ha detto che sono una maledizione? Nessuno scandalo, lo difende il ministro, lo disse per primo il padre della scienza economica, Adam Smith. Per Bersani invece il fisco deve andare a braccetto con la moralità: ‘A chi non paga le tasse non bisogna mandare l’ambulanza’.

Tremonti promette che ‘non ci saranno condoni’ e respinge il ‘tono polemico’ dell’avversario. Dichiara di vederlo ‘un po’ isolato’ nel suo partito e, ironico, lo invita a discutere ‘serenamente e pacatamente come diceva il suo antenato’, cioè Veltroni. Bersani: ‘Non siamo arruffapopoli ma gente che ha governato. La manovra era inevitabile, però è sbagliata. Perché non dice nulla dei redditi di Berlusconi?’. E Tremonti: ‘È nervoso? Nessun governo d’Europa ha la sfortuna di avere all’opposizione uno come lei’. Il leader del Pd rivendica di aver fatto, da ministro, ‘lo spezzatino dell’Enel’. E Tremonti ringrazia per l’assist: ‘Vergogna! Hai distrutto l’industria...’. Affilato con Bersani e anche con Santoro: ‘Ero venuto per solidarietà, pensando fosse l’ultima puntata, ma scopro che è la penultima’. La prossima settimana, giù il sipario di ‘Annozero’. ‘Inspiegabilmente andremo in onda di mercoledì’, critica la Rai il conduttore e chiama in causa il Quirinale: ‘Perché il presidente ha convocato tutta la stampa, tranne ‘Il Fatto’ e ‘Annozero’?’”. (red)

 

 

7. Vescovo italiano ucciso in Turchia

Roma - Così il CORRIERE DELLA SERA riferisce dell’uccisione di monsignor Luigi Padovese, vicario apostolico dell’Anatolia: “Aveva rinunciato alla protezione della scorta, quella che gli avevano imposto dopo l’assassinio di don Andrea Santoro. Là fuori va meglio, diceva, basta Murat, mi sento protetto. Adesso Murat è in una cella, sospettato di averlo ammazzato a coltellate. Monsignor Luigi Padovese, vicario apostolico dell’Anatolia, l’aveva scelto come autista personale, da oltre quattro anni. Ex poliziotto, viveva in casa del vescovo, che ospitava anche il fratello disabile. Assieme a lui, Murat sarebbe arrivato in motorino alla villetta sulla costa di Iskenderun, porto nel sud della Turchia. L'alto prelato si era ritirato poco prima di pranzo. ‘Mi ha detto di essere stanco, di non sentirsi bene’, ricorda suor Eleonora de Stefano all’agenzia Misna. Il sentiero di pietra bianca attraversa l’erba del giardino, è macchiato di rosso. Il corpo di monsignor Padovese è stato trovato davanti all’ingresso, la gola tagliata. Mehmet Celalettin Lekeniz, governatore della provincia di Hatay, si affretta a raschiare via qualunque movente ideologico. ‘L’arrestato era depresso, sotto trattamento per problemi psicologici’.

Così racconta anche suor Elena, assistente da ventidue anni del presidente della conferenza episcopale turca: ‘Da almeno quindici giorni, soffriva di una crisi profonda’. Negli ultimi tempi — spiegano i familiari da Milano — Padovese aveva paura a restare in casa da solo con lui. L’autista — sostengono sempre le autorità turche — manifestava manie di persecuzione. ‘Anche la persona che ha gettato una bomba molotov contro la nostra cattedrale di San Policarpo — commenta Ruggero Franceschini, arcivescovo di Smirne e predecessore di Padovese alla guida del vicariato dell'Anatolia— è stato definito "un malato mentale". È facile. Ci può essere sempre qualcuno che approfitta delle difficoltà psicologiche’. Un documento d’identità vecchio di nove anni racconta che Murat Altun era musulmano. Si sarebbe convertito al cattolicesimo. Anche lui era pronto a partire per Cipro e ad accogliere Benedetto XVI. Monsignor Padovese aveva contribuito a elaborare il viaggio del Pontefice, eppure nell’ultima telefonata a suor Elena aveva chiesto di cancellare i biglietti prenotati per oggi.

Antonio Lucibello, nunzio apostolico in Turchia, non vede legami con l’omicidio di don Santoro. ‘Siamo distrutti e costernati— dice all'agenzia Ansa —, è stato un fatto imprevedibile. Ho sempre considerato quell'uomo molto devoto verso Padovese. Non c'è alcuna relazione o analogia con i precedenti attacchi in Turchia. In questo caso mi sento di escludere il fanatismo’. Cinque fanatici sono entrati tre anni fa negli uffici della piccola casa editrice Zirve, appartenente alla comunità protestante presbiteriana, nel centro di Malatya, 660 chilometri a sudest di Ankara. Hanno incaprettato e sgozzato i tre impiegati, due turchi e un tedesco. Colpevoli per loro di distribuire la Bibbia in un Paese dove le minoranze cristiane arrivano a malapena all'1 per cento, su 70 milioni di abitanti. La diocesi di Roma sta valutando l'apertura del processo di beatificazione per don Santoro, ucciso nel febbraio del 2006 nella chiesa di Santa Maria a Trabzon, l’antica Trebisonda. La Corte di cassazione turca ha confermato nel 2007 la condanna di Ouzan Akdil a diciotto anni di carcere e la tesi dell’omicidio per motivi religiosi resta la più accreditata. Dice Mustafa Sinanoglu, il muftì per la provincia di Hatay, la massima autorità musulmana locale: ‘Con monsignor Padovese stavamo lavorando per creare un dialogo migliore tra le nostre fedi’”. (red)

 

 

8. Israele, spiraglio per Gaza. Appello da Onu e Vaticano

Roma - “Israele potrebbe allentare l´assedio di Gaza con l’aiuto di una forza internazionale che controlli i porti della Striscia e i carichi delle navi destinati ad essa. E’ questa – scrive LA REPUBBLICA - l’indiscrezione trapelata dal colloquio avuto dal premier Netanyahu con l’inviato del Quartetto per il Medio Oriente, Tony Blair, indiscrezione raccolta e rilanciata dal canale commerciale della tv israeliana. Potrebbe essere una prima parziale risposta alla pressione internazionale che è tornata a chiedere la fine dell’embargo per Gaza, dall’Onu alla Santa Sede. Ma, uscendo dal mondo dei "si dice", Netanyahu ha convocato per la tarda serata una riunione del cosiddetto ‘gabinetto ristretto’, per discutere l’iniziativa. Non è l’unica novità di giornata. Dopo l’indignazione e le condanne provocate nella comunità internazionale dal sanguinoso arrembaggio delle truppe speciali alla ‘Flottiglia della pace’, nel governo israeliano si fa strada l’ipotesi di istituire una propria commissione d’inchiesta, trasparente e aperta alla partecipazione di non meglio precisati osservatori esterni. Era stato il presidente Obama, nei giorni scorsi, a consigliare ai governanti israeliani di avviare un’inchiesta indipendente, trasparente, credibile, piuttosto che subire passivamente le pressioni e le critiche che si levavano nel mondo. Netanyahu ha prima nicchiato, per evitare contraccolpi sulla stabilità del suo governo, dal momento che il ministro della Difesa, Barak, si oppone a un’inchiesta che metterebbe fatalmente in causa le decisioni da lui prese la notte dell’arrembaggio.

Ma se Barak tace, contrariato, l’altro fondamentale alleato di Netanyahu, il ministro degli Esteri Lieberman, ieri ha pensato bene di togliere le castagne dal fuoco al premier, dichiarando che Israele ‘non ha nulla da temere da una commissione d’inchiesta indipendente e aperta’, ovviamente guidata e composta da giuristi israeliani, i quali, tuttavia, ‘se lo vorranno potranno includere qualche membro internazionale’. Si potrebbe obiettare che un’inchiesta internazionale è stata già decisa dalle Nazioni Unite, ma Israele contesta l’imparzialità delle decisioni dell’Onu e, segnatamente, quelle del Consiglio per i Diritti umani. E’ molto probabile, dunque, che il governo israeliano accoglierà formalmente il consiglio di Obama. Come se non fossero bastate le preoccupazioni e le condanne espresse dalle Nazioni Unite, dall’Unione Europea e persino dalla Nato, ieri anche la Santa Sede ha chiesto la fine dell’embargo per Gaza e un’indagine imparziale e trasparente. La premessa da cui s’è mosso il rappresentante permanente presso il Consiglio dell’Onu per i Diritti Umani, monsignor Silvano Maria Tomasi, è decisa e senza mezzi termini: ‘Certo - ha sottolineato l’inviato del Vaticano - bisogna condannare la violenza di questo attacco, soprattutto perché è avvenuto in acque internazionali e dà l’impressione che le regole umanitarie e il diritto internazionale non contino’.

Ma basterà un’indagine interna a soddisfare le pretese della Turchia che in questa vicenda, oltre a considerarsi parte lesa, ha innalzato il vessillo di difensore dei deboli, in questo caso, dei palestinesi di Gaza? Rientrati a casa dopo il blitz dei commando della marina israeliana, il trasferimento in carcere e l’attesa sotto custodia all’aeroporto di Tel Aviv, per i sei attivisti italiani rientrati è il momento di raccontare. Per uno di loro Manolo Luppichini i morti a bordo del traghetto assaltato sarebbero stati ben più di 19. Ma Luppichini, così come gli altri cinque attivisti, non si trovavano a bordo del ‘Mavi Marmara’ ma su alcune piccole imbarcazioni che completavano la flottiglia pacifista. Il racconto Luppichini è attribuibile a altre testimonianze da lui raccolte, secondo le quali i morti sarebbero stati tra i 16 e i 20. Ricostruzione smentita però dal premier turco Recep Tayyip Erdogan che ha confermato ieri sera dopo i controlli effettuati sulla lista passeggeri della nave teatro dell’aggressione che i morti sono stati nove e non ci sono dispersi”. (red)

 

 

9. Gaza, americano tra le vittime. Gli Usa vogliono sapere

Roma - Scrive il CORRIERE DELLA SERA: “Il pasticcio nel pasticcio: c’è anche un cittadino americano fra i nove pacifisti uccisi dai marò israeliani. Si chiamava Furkan Dogan (nella foto), aveva 19 anni e due fratelli, era nato a Troy (New York) e cresciuto fin da piccolo in Cappadocia, a Cesarea. Era all’ultimo anno di liceo, aveva doppio passaporto turco e americano, s’era imbarcato sulla nave Marmara con l’organizzazione Ihh. Di lui non si sapeva: c’è ancora confusione sull’elenco delle vittime, col premier turco Erdogan costretto a smentire i racconti di alcuni scampati (‘Gli israeliani buttavano i cadaveri in mare’) e, insieme, la possibilità che i morti del blitz siano più di quelli dichiarati. Furkan non stava su nessuna lista, neanche tra i feriti censiti dalle ambasciate. Suo padre, un professore universitario di economia, è andato all’aeroporto di Istanbul per abbracciarlo sano e salvo: ha dovuto riconoscerlo fra le nove bare in arrivo da Tel Aviv. Secondo la stampa di Ankara, il ragazzo è stato colpito da più proiettili alla testa. ‘È morto come un martire’, dice di lui il nonno. Ma la sua morte può comportare qualche problema in più: il Dipartimento di Stato americano ha aperto un’inchiesta e, come accade in questi casi, potrebbe scendere in campo l’Fbi. ‘Proteggere i cittadini americani è una nostra responsabilità’, avverte il segretario di Stato, Hillary Clinton. ‘Avevamo detto a Israele che sulle navi c’erano anche nostri connazionali’, commenta un portavoce Usa, P.J. Crowley. Che in queste ore scopre due altri americani, feriti, ancora in ospedale: una è una ragazza di 21 anni, Emily Henochowicz, che ha perso un occhio”. (red)

 

 

10. Israele, Turchia sospende accordi su energia e acqua

Roma - Scrive LA STAMPA: “Turchia Israele, alleanza sempre più in bilico, anche se la parola fine non l'ha ancora posta nessuno. A pochi giorni dall'attacco della marina israeliana ai danni della Mavi Marmara, nave carica di sostegni umanitari da consegnare nella Striscia di Gaza, nel Paese della Mezzaluna continuano a volare parole grosse, che accompagnano il rientro dei turchi arrestati dalle autorità israeliane e partiti nella notte di mercoledì da Tel Aviv. Il presidente della Repubblica turca Abdullah Gul ieri ha usato parole forti circa i rapporti fra i due ormai ex-grandi alleati. In una dichiarazione in diretta alla Trt, la televisione di Stato turca, ha detto: ‘Da questo momento, i rapporti turco-israeliani non saranno più gli stessi. Questo incidente ha lasciato una cicatrice irreparabile e profonda. Israele ha commesso uno delgi errori più gravi della sua Storia’. ‘L’attacco di civili a bordo della nave - ha concluso il Presidente - è una questione che non può essere dimenticata o coperta’. Ieri migliaia di persone hanno accompagnato alla moschea di Sultanahmet il funerale dei nove attivisti turchi uccisi nel blitz israeliano sulla nave Mavi Marmara tra urla e slogan anti-israeliani.

Il governo tuttavia cerca di non esacerbare i toni: appena due giornifa infatti proprio l’Akp, il Partito islamico moderato per la Giustizia e lo Sviluppo, che detiene la maggioranza in Parlamento, ha smussato e firmato successivamente una mozione di condanna dell’attacco alla Mavi Marmara, che l’opposizione avrebbe voluto ben più pesante e definitiva. Intanto comunque qualche conseguenza significativa lo Stato di Israele inizia a pagarla. Ankara infatti ha deciso di sospendere tutti gli accordi riguardanti il settore idrico e quello energetico, che per Tel Aviv sono vitali. Il ministro dell’energia, Taner Yildiz, ha dichiarato al quotidiano Hurriyet: ‘In un momento in cui siamo concentrati sugli aspetti umanitari di quanto compiuto da Israele, non possiamo discutere di questioni economiche e commerciali. Non daremo il via ad alcun progetto con Israele fino a quando le relazioni bilaterali non saranno normalizzate’. Fra i progetti colpiti ci sarà sicuramente il Manavgat Water Project, che prevedeva la consegna di 50 milioni di metri cubi di acqua all’anno. E, anche se il provvedimento riguarda solo la sfera pubblica, il trasporto con cui il popolo turco ha seguito le vicende di Gaza fa pensare che presto potrebbero eserci conseguenze anche nel privato.

A risentire del clima sarà anche la collaborazione militare, che è sempre stata uno dei fiori all’occhiello dell’alleanza turco-israeliana e la cui crisi adesso potrebbe avantaggiare altri Paesi, fra cui l’Arabia Saudita, con cui la Turchia ha di recente firmato un accordo triennale che prevede collaborazione, addestramento e ricerca. Stime della stampa locale e degli analisti rielaborate dall’Istituto al Commercio estero di Istanbul la collraborazione fra Turchia e Israele in campo militare può essere quantificata in oltre due miliardi di dollari, con l’acquisto da parte turca di tecnologie e da parte israeliana di divise e imbarcazioni leggere. Il campo dove Ankara rischia di essere penalizzata maggiormente è senza dubbio quello del turismo. Da anni infatti decine di migliai di israeliani sceglievano il Paese della Mezzaluna come meta delle loro vacanze, attratti dalla bellezza del luogo e soprattutto di alcune località della costa mediterranea come Antalya, Bodrum, Alanya e Marmaris dall’offerta competitiva e anche dalla vicinanza. Nei giorni successivi a questa ennesima crisi sono state disdette già disdette prenotazioni per almeno 40 mila posti letto, ma c’è chi è pronto a scommettere che entro pochi giorni diventeranno almeno il doppio”. (red)

 

 

11. Terremoto, sette indagati per mancato allarme

Roma - Scrive IL GIORNALE: “Ipotesi di reato: omicidio colposo. Sette esperti della commissione Grandi rischi, di cui fanno parte alti funzionari della Protezione civile e dell’istituto nazionale di vulcanologia (Ingv), sono sotto inchiesta all’Aquila, accusati dalla Procura di non aver evacuato la città prima del terremoto del 6 aprile 2009. Contrariamente a quanto sostiene la letteratura sismica mondiale sulla non-prevedibilità dei disastri geologici - e anche ai risultati di una commissione internazionale che s’insediò all’Aquila subito dopo il 6 aprile - i magistrati abruzzesi sostengono che gli scienziati avrebbero dovuto mettere in conto una scossa di enorme pericolosità. Sono dunque colpevoli di ‘negligenze fatali’, come risulta dal dossier della squadra mobile dell’Aquila. Avrebbero dovuto avvisare con più puntiglio la popolazione, allontanare gli abitanti dalle case. Gli avvisi di garanzia sono stati recapitati nel corso della giornata di ieri al professor Franco Barberi, presidente vicario della commissione, al professor Enzo Boschi, presidente dell’Ingv, al vicecapo del settore tecnico-operativo della Protezione civile Bernardo De Bernardinis. Sono indagati anche il direttore del Centro nazionale terremoti Giulio Selvaggi, il direttore della fondazione Eucentre Gian Michele Calvi, l’ordinario di Fisica terrestre dell’Università di Genova Claudio Eva, e il direttore dell’ufficio Rischio sismico della Protezione civile Mauro Dolce.

Tutti erano presenti alla riunione tenutasi all’Aquila il 31 marzo, sei giorni prima della grande scossa del 6 aprile, un incontro in cui si valutarono gli eventuali rischi legati a una sequenza di piccoli terremoti che durava ormai da sei mesi. Le alternative erano: allarmare e far scappare dall’Aquila oltre 50mila persone o aspettare e controllare la situazione. Si decise di aspettare. ‘Il professor Barberi - si legge nella sintesi del verbale di quella riunione - conclude che non c’è alcun motivo per cui si possa dire che una sequenza di scosse di bassa magnitudo possa essere considerata precursore di un forte evento’. L’indagine della Procura partì dopo un esposto di alcuni cittadini in cui si accusava la commissione Grandi rischi di mancato allarme. Agli atti anche una lettera del sindaco dell’Aquila Massimo Cialente del 2 aprile al capo della Protezione civile Guido Bertolaso. L’accusa mossa dalla Procura ai tecnici non è puramente di mancato allarme, perché ‘l’allarme era già venuto dalle scosse di terremoto - ha chiarito il procuratore capo dell’Aquila, Alfredo Rossini -. Si tratta del mancato avviso che bisognava andarsene dalle case. Ci sono stati decessi e altro e non potevamo non seguire questo filone’. La notizia è stata accolta con sconcerto a un convegno di sismologi provenienti da tutto il mondo, in corso ieri a Washington, a cui era presente uno degli indagati, Mauro Dolce: ‘È una cosa mai successa in nessuna altra parte del mondo - il suo commento -. È ben consolidato nella comunità scientifica che i terremoti non si possono prevedere nel breve termine. Il risultato sarebbe quello che si produrrebbero tantissimi, centinaia di falsi allarmi’.

E il collega Ross Stein, geofisico del US Geological survey, con sede in California, ha ammesso: ‘Al nostro istituto abbiamo investito una valanga di denaro e controllato centinaia di tecniche messe a punto nel mondo scientifico ma purtroppo non siamo ancora riusciti a trovare la strada giusta’. C’è un documento, negli archivi degli atti pubblici sul sisma aquilano, che in effetti conferma questa tesi. È la relazione conclusiva della commissione internazionale che iniziò a lavorare all’Aquila nel mese di maggio, a circa un mese dal terremoto. Ne facevano parte sismologi provenienti dalle più prestigiose università del mondo. Nel documento si consigliava di informare ‘il pubblico’, in caso di terremoti futuri, in modo non allarmistico, ma ‘con continuità, sulla base di informazioni probabilistiche’. La commissione, si legge però a pagina 4, ‘non ha identificato alcun metodo per la predizione deterministica a breve termine di forti terremoti’. E le analisi raccolte ‘prima dei grandi terremoti, compresa la scossa principale del 6 aprile 2009 all’Aquila, non mostrano alcuna evidenza convincente di precursori diagnostici’. Amara infine la reazione di Guido Bertolaso: ‘Chi si assume delle responsabilità, chi mette la faccia dentro i problemi di questo Paese - si è sfogato il responsabile della Protezione civile - viene immediatamente penalizzato. Siamo sbigottiti e allarmati. E preoccupati per il futuro’”. (red)

 

 

12. Appalti, spunta una nuova "lista Anemone"

Roma - “Una trentina di nomi, alcuni eccellenti, accanto ai quali sono appuntate cifre misteriose. È il nuovo elenco – scrive LA REPUBBLICA - arrivato alla procura di Perugia nei giorni scorsi e che i pm Sergio Sottani e Alessia Tavernesi, i due magistrati perugini che coordinano l’inchiesta Grandi eventi, stanno analizzando con grande interesse. La nuova lista (considerata ‘più utile’ dagli investigatori di quella sequestrata nel 2008 dalla Guardia di Finanza durante un controllo fiscale negli uffici dell’imprenditore Diego Anemone ma consegnata ai pm soltanto poche settimane fa) sarebbe stata trovata nel computer di un geometra alle dipendenze di Anemone. Tra i nomi elencati anche quello della moglie di un alto ufficiale dell’Arma dei carabinieri, una geologa che già compariva nella ‘vecchia’ lista dell’imprenditore e che con le imprese di Anemone avrebbe avuto rapporti di consulenza. Su questa nuova lista però gravano diversi interrogativi. Secondo alcune fonti sarebbe stata consegnata ai magistrati dai carabinieri ma il Ros smentisce, secondo altre anche questa volta i pm perugini l’avrebbero avuta dalla Guardia di finanza. In più in un primo momento era parso che il nuovo elenco fosse stato scovato tra i file nel computer del commercialista di Anemone, Stefano Gazzani, ritenuto dagli investigatori il depositario di tutti i segreti dell’imprenditore romano. I carabinieri del Ros però fanno sapere che inizieranno l’analisi del computer soltanto lunedì prossimo

In ogni caso la nuova lista è al centro dell’indagine di Perugia che ha convocato per questa mattina l’imprenditore Diego Anemone per un nuovo interrogatorio. Da lui Sottani vuol sapere il significato di quei nomi e di quelle cifre. L’avvocato Gianluca Riitano, uno dei legali dell’imprenditore romano, però avverte: ‘Il mio assistito continuerà ad avvalersi della facoltà di non rispondere’. I pm perugini che lavorano a stretto contatto con i colleghi di Firenze però nei giorni scorsi hanno sentito altri numerosi testi. Tra loro anche Francesca, una delle due massaggiatrici che il sottosegretario alla Protezione Civile Guido Bertolaso avrebbe incontrato al Salaria Sport Village. Diplomata in fisioterapia, Francesca ha risposto spiegando: ‘Al dottor Bertolaso io ho fatto esclusivamente massaggi terapeutici’. Gli investigatori di Perugia naturalmente erano più interessati ai racconti di Monica, la massaggiatrice brasiliana, che compare anche nelle intercettazioni del sottosegretario, ma ammettono: ‘Non siamo ancora riusciti a trovarla’. Che l’inchiesta stia entrando in una fase delicata dopo le rivelazioni di Angelo Zampolini, l’architetto che per conto di Anemone ha comprato le case di Scajola e del generale Pittorru e pagava l’affitto di casa a Bertolaso lo conferma il fatto che ieri mattina nell’ufficio del pm Sottani c’è stato un vertice a cui ha partecipato anche il comandante del Ros, il generale Giampaolo Ganzer”. (red)

 

 

13. Sotto inchiesta ex segretario generale del Quirinale

Roma - Riporta il CORRIERE DELLA SERA: “Abuso d’ufficio, peculato e falso. Sono i reati contestati all’ex segretario generale del Quirinale Gaetano Gifuni, a cui la procura di Roma ha inviato l’avviso di chiusura dell’inchiesta su Castelporziano, un atto che anticipa la richiesta di rinvio a giudizio. Al centro dell’indagine, la sparizione di quattro milioni e mezzo di euro, tra il 2002 e il 2008, dalla cassaforte della tenuta presidenziale. Ma l’ex segretario generale non è finito sotto accusa per gli ammanchi: il pm Sergio Colaiocco ipotizza che abbia aiutato, con una firma, il nipote Luigi Tripodi, già capo del servizio Tenute e giardini del Quirinale, a ottenere un alloggio di servizio all’interno di Castelporziano. Un canile trasformato in una villa da 180 metri quadrati (e duemila di giardino) nonostante i vincoli e la mancanza di permessi. L’abuso edilizio sarebbe riuscito grazie al fatto che Tripodi, l’ex direttore Alessandro De Michelis e un funzionario, Giorgio Calzolari, avrebbero forzato le direttive e le norme sugli appalti. Zio e nipote, dal canto loro, avrebbero anche usato legname acquistato dalla tenuta per realizzare alcuni mobili e una tettoia ‘all’interno dell’appartamento privato di Gifuni in via Valadier’, a Roma. Lavori realizzati da sei operai di Castelporziano, su richiesta dell’ex segretario generale, in orari di servizio. A Tripodi inoltre, destinatario di un’ordinanza di custodia ai domiciliari poi annullata, l’accusa contesta anche li ammanchi. Avrebbe sottratto il denaro destinato a Castelporziano insieme all’ex direttore De Michelis e ai cassieri Gianni Gaetano e Paolo Di Pietro”. (red)

 

 

14. Ue all’Italia: Subito riforma pubblico impiego

Roma - “Per l’Europa la parità tra uomini e donne del pubblico impiego non può attendere oltre – scrive IL GIORNALE -. È necessario anticipare al 2012 l’entrata a regime della norma che sposta a 65 anni l’età del pensionamento delle dipendenti pubbliche. Il decreto del governo, approvato l’estate scorsa tra le proteste dei sindacati, aveva già elevato l’età del ritiro delle donne che lavorano per lo Stato e gli enti pubblici, che era a 60 anni, e ha previsto che si arrivi alla parità nel 2018. Ma a Bruxelles non basta e ora l’esecutivo Ue ci chiede di ottemperare più in fretta alla sentenza della Corte di giustizia che nel 2008 ha condannato l’Italia per discriminazione. La notizia è arrivata da Pechino. Il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, in Cina per la missione di sistema del governo, ha riferito che lunedì incontrerà la commissaria Viviane Reding per trattare sulla richiesta europea. L’obiettivo è ‘concordare in modo condiviso’, un percorso per risolvere il problema. Parole che lasciano intravedere una soluzione di compromesso. Tra la richiesta della commissione - il 2012 - e la normativa in vigore, si potrebbe arrivare alla soluzione intermedia. Ad esempio al 2016, soluzione comparsa nei giorni scorsi nelle bozze della manovra. Data che però potrebbe non bastare all’Europa, tanto che ieri in ambienti sindacali si ipotizzava un anticipo intorno al 2014-2015.

Le indicazioni europee potrebbero essere recepite proprio con la manovra, magari con un maxiemendamento. Lo ha lasciato intendere il ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta, che nel governo è tra i più convinti sostenitori della parità previdenziale. ‘Il governo risponderà in maniera collegiale. Lo ha già fatto una volta, nel caso lo faremo ancora’, ha fatto sapere il responsabile della Pubblica amministrazione. ‘È una perequazione a cui noi abbiamo già risposto otto mesi fa innalzando di un anno ogni due l’età di pensionamento di vecchiaia delle donne nella Pubblica amministrazione’, ma era noto ‘che la nostra risposta non era stata considerata sufficiente’. Tesi non condivisa dai sindacati, che considerano il capitolo pensionate pubbliche chiuso da mesi. Il segretario confederale della Cisl Maurizio Petriccioli ha chiesto al governo di chiarire con la Ue come ‘questa vicenda sia stata risolta con l`innalzamento dell`età delle lavoratrici pubbliche, attraverso un meccanismo di gradualità’. Domenico Proietti, segretario confederale Uil, ha parlato di una ‘boutade’ mentre la Cgil ha praticamente chiesto al governo di non rispettare le indicazioni Ue. Per la segretaria generale dell’Fp-Cgil Rossana Dettori è ‘paradossale’ che tra le 150 procedure contro l’Italia ‘proprio quella sull’età di pensionamento delle donne desti tanta preoccupazione’. Difficile che passi questa linea. Quella dell’Ue - ha osservato Roberto Maroni, che è stato ministro del Lavoro - ‘non è solo una raccomandazione, è una vera e propria ingiunzione. Difficile non darvi corso’”. (red)

 

 

15. Sacconi vuole trattare, lunedì a Bruxelles

Roma - Scrive LA STAMPA: “L’ultimatum lo ha raggiunto a Pechino dove sta guidando una delegazione di imprenditori italiani interessati al mercato cinese. Una missiva cortese, quella ricevuta dal ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, ma molto decisa nei toni e nelle forme: se non equiparerà al più presto l’età pensionabile tra uomini e donne nel settore del pubblico impiego, l’Italia sarà nuovamente deferita alla Corte di Giustizia Europea. Una richiesta, quella che arriva dall’Europa, che spiazza il governo italiano che pensava di aver risolto la questione con le nuove norme che prevedono come punto di arrivo dell’aumento dell’età pensionabile il primo gennaio 2018. In pratica il commissario Ue Viviane Reding chiede alle autorità italiane di adeguarsi alla sentenza del 2008 e anzi domanda spiegazioni sui ritardi sottolineando come la questione sia rimasta irrisolta negli anni nonostante che nel 2009 Bruxelles abbia aperto una procedura di infrazione nei confronti del nostro Paese. L’Italia, in effetti, ha previsto un innalzamento graduale del pensionamento delle donne del pubblico impiego che porterà a un innalzamento a 65 anni solo nel 2018, diluendo negli anni l’arrivo al traguardo imposto dall’Europa. Seduto nella hall del China World Hotel, Sacconi ha riunito i suoi collaboratori e si è messo in contatto con il ministero.

Un giro frenetico di telefonate, poi la decisione di affrontare subito la questione: domani rientra in Italia dalla Cina e lunedì incontrerà a Lussemburgo la stessa commissaria Reding. Il ministro vuole capire. Anche perché la tempistica dei 65 anni per le donne del settore pubblico sarebbe stata in qualche maniera concordata con Bruxelles. ‘La commissaria Reding - ha detto Sacconi - ci pone un problema sull’eccessiva gradualità con cui innalzeremo l’età pensionabile delle donne della pubblica amministrazione. Il nostro obiettivo è il 2018, invece la commissaria chiede di anticipare al 2012. Spero di incontrarla lunedì perché sono a Lussemburgo per il Consiglio dei ministri del Lavoro europeo per comprendere meglio la cortese contestazione che ci è stata rivolta’. Secondo Sacconi la gradualità attuata per il pensionamento delle dipendenti pubbliche era stata già trattato con convinzione da parte del governo italiano. ‘Ed è pur vero che l’anticipo del pensionamento delle lavoratrici pubbliche non pone i problemi di disoccupazione che ci sono nel privato e quindi di assicurazione del reddito per le donne che dovessero perdere il lavoro e fossero anche costrette ad attendere per andare in pensione’.

Il ministro ha messo comunque le mani avanti. ‘La manovra di correzione dei conti pubblici che abbiamo varato non prevede alcun anticipo dell’innalzamento dell’età pensionabile - ha aggiunto -. L’incontro servirà a capire quanto vuole essere cogente la richiesta della Ue e quanto rischia di tradursi in una procedura di infrazione. In altre parole bisogna capire se si deve andare dal 2018 al 2012 o se c’è eventualmente una via di mezzo’. Il ministro non ha nascosto le difficoltà a portare avanti la linea del governo in un momento economico, politico e finanziario così particolarmente difficile e complicato come quello attuale. ‘Cercherò di negoziare al meglio - ha insistito Sacconi - dobbiamo trovare una soluzione che sia definitiva, perché dobbiamo dare certezze alle persone che lavorano e attendono di essere messe a riposo’. Il ministro del Lavoro ha inoltre annunciato che l’incontro a Lussemburgo sarà l’occasione per la richiesta italiana di rendere più flessibile il fondo sociale europeo”. (red)

 

 

16. Fini riceve Murdoch jr, sul tavolo tv e immigrati

Roma - “Il contatto c’era ormai da tempo – scrive il CORRIERE DELLA SERA -. Da quando Sky aveva spiegato al presidente della Camera la sua idea di un canale dedicato agli immigrati nel nostro Paese. Motivo dell’interesse della tv satellitare per Gianfranco Fini: i suoi ripetuti interventi sulla necessità dell’integrazione e sulla cittadinanza. E così è stato definito ‘naturale’ l’incontro avvenuto ieri a Montecitorio tra l’ex leader di An e James Murdoch ( nella foto), presidente di Sky Italia, nonché figlio di Rupert, concorrente in Italia oltre che della Rai, anche e soprattutto della berlusconiana Mediaset. Insieme a Murdoch c’era l’amministratore delegato Tom Mockridge, mentre Fini si è fatto accompagnare dall’attore-deputato Luca Barbareschi. Il presidente della Camera ha espresso il suo elogio per il progetto di ‘Babel Tv’, primo canale dedicato interamente agli immigrati in un Paese, che dovrebbe partire il prossimo novembre sulla rete satellitare: offrirà servizi per gli stranieri residenti in Italia, comprese le informazioni riguardanti il permesso di soggiorno, diritti e doveri derivanti dalla presenza nel nostro Paese. Dagospia già prevede attacchi della Lega contro il nuovo canale (e anche contro Fini). Per Barbareschi, che è vicepresidente della commissione Trasporti e comunicazione, si tratta invece di un progetto che aiuterà la crescita democratica: ‘L’incontro ci ha convinto, qualora ve ne fosse ancora bisogno, che il futuro della televisione risiede nella varietà dell’offerta di contenuti. Agli immigrati sarà dedicata un’attenzione che era auspicabile, quella dovuta ad un pubblico numeroso e dalle esigenze specifiche: è un fatto di civiltà e di democrazia’. Per Barbareschi inoltre è una grande opportunità: ‘Ai nostri ospiti abbiamo assicurato tutto il supporto possibile, ci siamo ripromessi di avviare un percorso di scambio fattivo, che ci consentirà di lavorare per il Paese e per il suo sviluppo culturale e sociale’”. (red)

 

 

17. Rai, il piano da mille esuberi di Masi

Roma - Il CORRIERE DELLA SERA annuncia: “Ultime dalla Rai. Il palinsesto 2010-2011 di Raidue consegnato al direttore generale Mauro Masi dal direttore di rete Massimo Liofredi non contiene il nome di Michele Santoro. Il giovedì sera porta la scritta ‘spazio informativo’. È, con tutta evidenza, il frutto della trattativa ancora aperta con Michele Santoro. Il conduttore di Annozero, almeno per ora, resta in dipendente della Rai. Ma l’ipotesi di una sua uscita con incentivo e contratto di collaborazione esterna, rimane sul tavolo non solo di Masi ma anche di Santoro e dell’intermediario che lo rappresenta, Lucio Presta. Però tutta Raidue è in discussione. ‘Spazio informativo’ compare anche negli orari delle trasmissioni di Monica Setta e di Gianluigi Paragone, entrambe in discussione per diversi motivi. Se ne parlerà nel Consiglio di amministrazione fissato per l’8 giugno. Intanto Il fatto del giorno di Monica Setta riceve solidarietà trasversali: da Matteo Colaninno e Debora Serracchiani(Pd) a Daniele Capezzone ( Pdl). Tutti chiedono: ‘Non chiudete quella trasmissione’.

Perché di chiusura si parla alla Rai. Oggi appuntamento-chiave per Mauro Masi. Presenterà all’Usigrai (il sindacato dei giornalisti) e all’Adrai (il sindacato dei dirigenti) le linee del piano industriale per arrivare al pareggio del bilancio entro la fine del 2012. Sono stati individuati un migliaio di esuberi (quota minima 750). Si procederà col sistema degli esodi incentivati per arrivare prima alla pensione. Settori in discussione: tutto ciò che non è ‘core-business’ potrà essere affidato, più convenientemente per la Rai, in appalto esterno. Per esempio ‘trucco e parrucco’, come si chiama in gergo Rai la preparazione degli ospiti prima dello studio. Le pulizie. I 19 mega-pullman per le riprese esterne diventeranno non più di 4 in tutta Italia, usati solo quando sarà obbligatorio esporre il marchio Rai. E poi molti uffici amministrativi, per esempio quelli di Torino. Si ipotizza anche il dimezzamento delle ‘auto blu’ aziendali. Ancora poco chiaro chi continuerà ad averne diritto. Masi punta esplicitamente a scelte condivise. Niente diktat, fa sapere. Nessuno scontro. Solo scelte compiute in parallelo con i sindacati. E i giornalisti? Si parla anche qui di un alleggerimento dei 1.700 dipendenti dell’informazione ( di cui 650 impegnati nelle sedi regionali della Tgr).

Ma non ci saranno scelte pesanti ma solo pensionamenti e incentivazioni per chi ha più di 59 anni, circa 150 unità, con un ‘ turn over fisiologico’. L’intenzione di Masi e di ringiovanire l’età media delle redazioni, ben più alta rispetto alla media sia di Sky (la più bassa) che di Mediaset. A settembre dovrebbe essere indetta una nuova selezione di giovani giornalisti. Ma all’Usigrai temono soluzioni dure. Per esempio l’abolizione dell’edizione notturna proprio della Tgr. O la scomparsa del Tg1 di mezza sera. Ma per ora sono voci, timori. Quasi sicuro, invece, l’accorpamento delle redazioni di Rainews 24 con Televideo e forse con Rai International. Sicura anche la chiusura di Rai Notte dopo il pensionamento di Gabriele La Porta. Intanto stamattina presidio ai cancelli di viale Mazzini della redazione di Rainews 24 per l’oscuramento registrato in alcune ore dopo il varo del digitale. Il direttore Corradino Mineo sfida apertamente Paolo Romani, che aveva contestato lo ‘schieramento politico della testata’. Mineo: ‘Mi sa che resterò al mio posto, da un anno dicono che non sarò più direttore, non ci credo più…’ Dopo l’incontro con Masi, l’Usigrai ha indetto un’assemblea dei giornalisti a Saxa Rubra”. (red)

 

 

18. Telefonica, Fossati: Uscire da Telecom

Roma -

Scrive LA STAMPA: “E così, alla fine, si è defilato anche Marco Fossati, proprietario (attraverso Findim) del 4,9% di Telecom Italia, secondo azionista dopo Telco. Gli spagnoli di Telefonica, ha detto Fossati a Bloomberg, dovrebbero cedere la loro partecipazione in Telco (il 42,3%) e uscire così dal controllo di Telecom Italia. Il perché, secondo il patron della Findim, è presto detto: dopo l’offerta presentata da Telefonica a Portugal Telecom per l’acquisizione dell’operatore di telefonia mobile brasiliana Vivo, Telefonica è in conflitto di interessi con le strategie di Telecom Italia che, in Brasile, possiede Tim Brasil, uno dei diretti concorrenti di Vivo. ‘Indipendentemente dal fatto che gli spagnoli riescano o meno a fare l’acquisizione - spiega Fossati - buon senso vuole che Telecom Italia non possa più avere Telefonica come proprietario di una partecipazione di controllo, visto che la loro strategia è ora in diretto conflitto con le prospettive del nostro asset strategico brasiliano Tim Brasil’. Una presa di posizione che ha riscosso l’immediato plauso dei piccoli azionisti dell’Asati da sempre convinti che Telefonica per Telecom Italia sia una fonte di problemi in Brasile come in Argentina. Auspica una separazione consensuale (‘possiamo solo supporre che Telefonica uscirà da Telco in un futuro molto prossimo’) Fossati, lui che nemmeno due anni fa era il sostenitore primo dell’ipotesi opposta e cioè di una fusione tra Telefonica e Telecom Italia. ‘Grande progetto industriale’, questa la spiegazione di allora, l’unico in grado di dare prospettive di crescita e di redditività al gruppo italiano e nel frattempo di riportare il valore del titolo sopra i 2 euro, cioè sopra quanto sborsato (anche da Fossati) per l’acquisto delle quote. ‘Possiamo solo presupporre che altri componenti italiani di Telco stiano discutendo con Telefonica un’uscita concordata da Telco’, si sbilancia Fossati lasciando intravedere la fine anticipata dell’alleanza.
Certo è che da tempo, dopo gli stop politici a un passaggio in mani straniere di Telecom Italia e soprattutto della rete telefonica (‘infrastruttura strategica’), l’ipotesi di un matrimonio italo-iberico nelle tlc era finita nel cestino. Non bastasse, ci hanno pensato le evoluzioni negative dei mercati successive allo scoppio della crisi greca a mettere una pietra tombale su qualsiasi improbabile blitz spagnolo, uno stop dichiarato esplicitamente dal direttore finanziario di Telefonica, Santiago Valbuena, con parole chiare: ‘Sarebbe folle un’Opa su Telecom’. Il problema, a questo punto, è immaginare tempi, modi, possibilità di un’uscita da Telco degli spagnoli. Alla luce di due considerazioni decisive, la prima economica - il valore delle azioni Telecom Italia (ieri 0,96) che resta molto distante dai 2,5 euro a suo tempo sborsati cash dagli spagnoli - e la seconda politica: il sostanziale disinteresse di Telefonica a lasciare la presa su un competitor come Telecom Italia anche dopo l’acquisizione di Vivo. Perché dovrebbe farlo?, si chiede un banchiere milanese che ha ben presente il dossier Telecom. E spiega: Telefonica ha sì investito in Telecom molti quattrini per non ottenere in cambio quel peso e quegli obiettivi che forse inizialmente si prefiggeva ma, per contro, ha evitato che Telecom Italia finisse in altre mani o realizzasse alleanze diverse. A convincere gli spagnoli a mollare la presa potrebbero essere solo o una forte pressione del governo e della politica o un’offerta a prezzi allettanti”.

 (red)

 

 

19. Svolta a Le Monde, in arrivo nuovi azionisti

Roma - Scrive LA REPUBBLICA: “Una testata prestigiosa, un quotidiano che da sempre è simbolo nel mondo di giornalismo di qualità, lontano dalle mode e dai titoli gridati. Ma anche una società editrice in crisi, che necessita di nuovi fondi per evitare la chiusura. Il quotidiano francese Le Monde è da ieri ufficialmente in vendita, come ha spiegato in un articolo il suo direttore Eric Fottorino. Un intervento in cui ha cercato di rassicurare i lettori sulla sua indipendenza e sul futuro della testata, spiegando come si stia arrivando a una soluzione per il salvataggio del giornale, tramite l’ingresso di nuovi azionisti. E tra chi sta valutando il dossier c’è anche il gruppo Editoriale L’Espresso. Una cosa, in ogni caso, è certa: con l’arrivo di nuovi soci cambia radicalmente la governance della società editrice transalpina: fin dalla sua fondazione (nel 1944 subito dopo la liberazione di Parigi dai nazisti) Le Monde è sempre stato controllato dai giornalisti, che detengono la maggioranza delle quote. Una posizione che non potranno più mantenere dopo l’aumento di capitale che si rende ora necessaria per il rilancio economico del quotidiano. In termini strettamente finanziari la situazione è la seguente. Anche nel corso del 2009, la casa editrice - che ha debiti per 100 milioni - ha chiuso in rosso e nonostante il taglio dei costi e del personale, si è dovuto far ricorso alla banche che hanno concesso un nuovo prestito di 25 milioni.

Ora, sono gli istituti finanziari che stanno facendo pressioni per un aumento di capitale, per non correre il rischio di dover ristrutturare il debito. Tenendo conto che tra il 2012 e il 2014 va in scadenza un prestito obbligazionario convertibile da 69 milioni. Ma quali potrebbero essere i nuovi soci? Tra i maggiori indiziati ci sono il gruppo svizzero Ringier (che edita il quotidiano di Ginevra e Le Temps), la società editrice spagnola Prisa (la stessa che pubblica El Pais) e un terzetto di imprenditori formato dall’imprenditore Pierre Bergé (che è stato compagno dello stilista Yves Saint Laurent), dal fondatore dell’internet provider Free, Xavier Niel e dal finanziere Matthieu Pigasse. Questi ultimi hanno già presentato un’offerta compresa tra 80 e 100 milioni. Il gruppo Lagardère, che al momento detiene il 17% delle quote, ha già fatto sapere che non parteciperà all’aumento di capitale, mentre avrebbe rinunciato a presentare un’offerta la società editrice di Le Nouvel Observateur. Nella partita, come detto, potrebbe entrare anche il gruppo L’Espresso. ‘Siamo stati contattati da persone vicine a Le Monde - ha spiegato un portavoce della società editrice de la Repubblica - e stiamo valutando se fare un’offerta. Una decisione verrà presa a breve’. Il prossimo 14 giugno è, infatti, prevista un’assemblea dei soci in cui i gruppi interessati potrebbero uscire allo scoperto”. (red)

 

 

20. Armi e contributi illeciti,l’affaire pachistano di Sarko

Roma - Scrive il CORRIERE DELLA SERA: “Nicolas Sarkozy sarebbe implicato in un giro di tangenti, legate alla vendita di sottomarini al Pakistan ed utilizzate per finanziare la campagna elettorale di Édouard Balladur, rivale di Chirac alle elezioni presidenziali del 1995. Notizia devastante se si ricorda che le tangenti, o meglio commissioni non interamente pagate, potrebbero essere all’origine del tragico attentato di Karachi, nel maggio del 2002, che fece 15 vittime, fra cui 11 impiegati francesi della Direzione delle costruzioni navali (Dcn) in servizio in Pakistan. Essendo la Francia già nel vivo della campagna per le presidenziali del 2012, la vicenda, rilanciata dal giornale online Mediapart, potrebbe rivelarsi una manovra scandalistica per indebolire Sarkozy, il quale — per quanto disinvolto nella gestione del potere— sembra al riparo da sospetti di corruzione ed è uscito indenne dal precedente scandalo elettorale, l’’affaire’ Clearstream, che lo vide protagonista dello scontro giudiziario con l’ex premier Villepin. Mediapart cita un rapporto della polizia lussemburghese, secondo cui Sarkozy, all’epoca ministro del budget, avrebbe ‘supervisionato’ la creazione di una società di comodo, la Heine, utilizzata dalla Dcn per il transito delle commissioni, dell’ordine di 14,7 milioni di euro.

Il ministro della Difesa, François Léotard, aveva siglato il contratto per la vendita di tre sottomarini, per 826 milioni di franchi (circa 140 milioni di euro). Le commissioni, pratica considerata all’epoca legale e spesso l’unica strada per affari del genere, furono fissate al 6,25 per cento. Nell’affare si inserirono altri intermediari: di qui il sospetto che una parte delle commissioni siano ‘rientrate’ in Francia per altri scopi. ‘Alla fine una parte dei fondi transitati per il Lussemburgo sono rientrati in Francia per finanziare campagne politiche francesi’, dice il rapporto, citato ieri da Le Monde, dove però si precisa che sui documenti non c’è alcun nome e non esistono prove certe di corruzione. Il nome di Sarkozy viene collegato alla vicenda come ministro del budget e perché quel periodo segnò la clamorosa rottura con il ‘padrino’ politico Chirac e il passaggio alla corrente di Balladur. La vittoria di Chirac segnò l’inizio di un periodo travagliato in cui la giovane stella del gollismo meditava di lasciare la politica.

L’affaire Karachi è all’attenzione dei media francesi anche per la comprensibile aspettativa delle famiglie delle vittime di ottenere giustizia. In un primo momento, il giudice antiterrorismo Jean-Louis Bruguières (poi entrato in politica con l’Ump) seguì la pista islamica, ma secondo un’altra ipotesi, formulata dal giudice istruttore Marc Trévidic, l’attentato potrebbe rivelarsi una vendetta maturata fra dignitari pachistani che non avrebbero ottenuto le commissioni pattuite, ‘bloccate’ da Jacques Chirac, appunto per non favorire la campagna del rivale Balladur. Il rapporto lussemburghese è il frutto di una rogatoria internazionale avviata dalla magistratura francese. Sempre secondo il rapporto, l’avallo per la società d’intermediazione sarebbe stato dato dal primo ministro Balladur. L’entourage di Sarkozy fa quadrato e denuncia un ‘castello immaginario’ d’insinuazioni, come ha detto il segretario generale dell’Eliseo, Claude Guéant, precisando che il contratto per i sottomarini venne siglato ‘prima’ che Sarkozy diventasse ministro. ‘Persino il meno equilibrato dei miei detrattori potrebbe attribuirmi la minima responsabilità in questa storia grottesca’, avrebbe detto in privato il presidente della Repubblica. ‘Dopo Clearstream, avremo Clearstream 2, un’altra favola a puntate’, ha detto il portavoce del governo, Luc Châtel. Naturalmente, sia l’opposizione socialista, sia il Fronte nazionale di Jean-Marie Le Pen reclamano che sia fatta piena luce”. (red)


Prima Pagina 4 giugno 2010

Tremonti e lo Stato bancomat