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Tremonti e lo Stato bancomat

Aria di nuovo slogan, dalle parti del governo: lo Stato non è mica un bancomat. Tremonti lo afferma tutto compiaciuto, come uno che alla fine ha trovato l’argomentazione universale che d’ora in poi giustificherà qualsiasi taglio alla spesa pubblica. Chiunque non accetti di buon grado le decisioni calate dall’alto se lo vedrà ripetere senza scampo: vuoi mantenere il tuo posto di lavoro in un ente pubblico? Chiedi che un certo settore venga finanziato? O che vi siano più risorse per il welfare, a cominciare dagli ammortizzatori sociali necessari per mitigare la dilagante disoccupazione? Eh no, mio caro: lo Stato non è mica un bancomat...

Come la maggior parte degli slogan è un miscuglio di verità e di menzogna. A partire da una verità incontestabile, vale a dire gli immani sprechi che hanno caratterizzato la gestione dei fondi pubblici di qualsiasi importo e natura, spiana la strada alla menzogna di un’equiparazione aprioristica di ogni richiesta di denaro, laddove non sia condivisa da chi governa. Inoltre, nell’ansia (e con l’alibi) di ridurre gli esborsi complessivi, sorvola sul vero problema da affrontare, che non è il semplice alleggerimento dei conti erariali ma le finalità sociali che si intendono raggiungere.

Ciò che Tremonti fa finta di non capire – e su cui, sia detto en passant, il povero Bersani visto ieri sera ad Annozero avrebbe dovuto inchiodarlo, invece di sbuffare come una locomotiva a vapore, dell’Ottocento, e lamentarsi di tutto come un pensionato stizzoso che rimpiange i bei tempi in cui faceva il capoufficio e i sottoposti lo ossequiavano – è che il risanamento dell’erario e quello della società non sono affatto la stessa cosa. Uno Stato che si preoccupi solo di chiudere i cordoni della borsa, senza avere a cuore le ricadute di tali scelte sulle condizioni di vita dei cittadini, diventa certamente un cliente migliore per le banche internazionali, specie se nel frattempo ha accumulato un debito enorme come quello italiano, ma è ben lungi dall’aver realizzato i suoi scopi.   

Il tema che andrebbe posto in maniera drastica e stringente è cosa si intende fare nel medio e nel lungo periodo. Un ministro dell’Economia non è solo l’amministratore pro tempore di un’azienda più o meno dissestata. Un ministro che si rispetti è l’espressione specifica di un’idea politica a tutto campo. La domanda da fare a Tremonti, e a Berlusconi, e a chiunque altro si trovi al governo o si proponga di arrivarci, è quale accidente di società si immagina di organizzare da qui a dieci, venti, cinquant’anni. Altrimenti il discorsetto/slogan sullo Stato che non è un bancomat andrà completato con la sua parte implicita: lo Stato è una carta di credito “gold” o “platinum”, riservata solo a una ristretta oligarchia di privilegiati. Abbastanza esigua da non gravare troppo sul bilancio nazionale, ma non meno corrotta di quella masnada di cialtroni che ci ha portati alla situazione attuale. 

Federico Zamboni

Secondo i quotidiani del 04/06/2010

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