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E se sparisse il lavoro dipendente?

Ancora non ci siamo arrivati, e nessuno si azzarda a parlarne apertamente, ma uno dei prossimi obiettivi dell’iperliberismo potrebbe essere proprio questo: l’eliminazione del lavoro dipendente. Benché a prima vista la sola ipotesi possa apparire folle, in realtà si tratta di qualcosa che rientra perfettamente in un processo che è già avviato e che sta portando, intanto, alla riduzione del welfare in nome della mancanza di risorse dovuta al cattivo stato dei conti pubblici. 

Dalla riduzione allo smantellamento il passo è meno lungo di quanto possa sembrare. Una volta che si sia fissato il principio che nulla è inderogabile – in quanto le buone intenzioni devono comunque essere subordinate alle disponibilità di bilancio, che per effetto del debito pregresso e dei relativi interessi sono sempre più esigue – la questione diventa meramente contabile. Il confronto smette di vertere su ciò che sarebbe giusto e si incaglia (si arrocca) su ciò che è possibile. E se questo “possibile” è prossimo al nulla, è inutile lamentarsi. L’etica si riduce, definitivamente, a una pura astrazione. La politica si maschera dietro lo stato di necessità, avvalorato dai diktat internazionali, e spaccia per oggettivi e inevitabili i tagli alla spesa sociale. Del passato non si risponde più: perché è passato, appunto. Del presente e del futuro nemmeno: perché le decisioni del presente sono obbligate, e quanto al futuro è impossibile prevederlo e, a maggior ragione, pianificarlo. Suvvia. Non sappiamo nemmeno se sopravviveranno la Ue e l’Euro. Figuratevi se possiamo stabilire oggi cosa faremo di qui a cinque o a dieci anni. 

In questa prospettiva, che corrisponde a un vero e proprio disegno strategico  avviato assai prima del 2008, e che utilizza la crisi non già per rimuoverne le cause ma per consolidare le disuguaglianze a vantaggio dei più ricchi, l’attacco al lavoro subordinato è un passaggio determinante. L’obiettivo finale è spazzare via ogni genere di garanzia prefissata. La parola d’ordine, che ci viene ripetuta sempre più spesso, è la strombazzatissima “flessibilità”. Al posto delle rigidità preesistenti, che secondo i manager alla Marchionne e gli analisti alla Giavazzi sarebbero tra i primi ostacoli al dinamismo delle imprese, una crescente mancanza di vincoli. Contratti a tempo determinato. Part-time che si protraggono all’infinito, ancorché senza alcuna certezza di rinnovo, in modo da espandersi soltanto in base alle mutevoli esigenze dell’azienda. E soprattutto le famigerate collaborazioni “a progetto”, che sono la vera e propria anticipazione di quello snaturamento del lavoro dipendente, nel senso in cui è inteso dai più e configurato dal Codice Civile, che qui paventiamo. 

Come spesso accade, il cambio di direzione viene preparato attraverso due azioni propagandistiche di segno opposto e però complementari, secondo il classico schema del bastone e della carota. Il bastone è quello della cruda necessità, abitualmente riassunta nell’idea di competizione globale. La carota è quella di una grottesca nobilitazione morale e di un’ingannevole promessa di vantaggi materiali e psicologici, condensate nell’invito, rivolto specialmente ai giovani, a diventare “imprenditori di se stessi”. Vale a dire, in sostanza, ad abbandonare qualunque certezza di sistemazione stabile e di retribuzione assicurata. Col pretesto di permettere una maggiore libertà d’azione individuale, che consentirebbe a ciascuno di accordarsi autonomamente sulle modalità della prestazione e sui relativi compensi, si introduce l’idea (il principio) che i rapporti tra datore di lavoro e dipendenti siano analoghi a una relazione tra soggetti della stessa natura e con lo stesso potere contrattuale. 

Una mistificazione, certo. Una mistificazione talmente palese da apparire risibile. Ma in una fase di ristagno produttivo e di forte disoccupazione potrebbe finire con l’esercitare il suo fascino. O con l’essere comunque accettata, senza troppe rimostranze, come è già avvenuto per la trasformazione del sistema pensionistico da retributivo a contributivo, col Tfr che si riversa automaticamente, fatto salvo l’improbabile ed esplicito dissenso dei singoli, nelle assicurazioni integrative. Un tempo sarebbe sembrato impossibile, che qualcuno lo proponesse e che l’iniziativa andasse in porto nell’acquiescenza generale. Oggi sembrerebbe assurdo contestarlo.  

 Federico Zamboni

Film: "The last station"

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