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Film: "The last station"

“The last station”, film sugli ultimi giorni di Tolstoj, presentato all’ultimo festival del film di Roma, ma che solo ora ha trovato distribuzione, deve il titolo alla stazione dove lo scrittore morì assediato dalla stampa.

Pellicola di grande rigore formale, anche se un po’ didascalica, come spesso accade per i film storico-biografici, ma che merita ampiamente il prezzo del biglietto grazie soprattutto alle grandi interpretazioni di Christopher Plummer e Helen Mirren, rispettivamente Tostoj e la Contessa moglie. Lavoro che ha valso per entrambi la nomination all’Oscar e per la Mirren il Marco Aurelio d’argento al Festival di Roma.

Il film offre alcuni spunti di riflessione che vanno oltre il discreto valore cinematografico della pellicola. Il primo nasce proprio “dall’ultima stazione” dove il morente Tolstoj è assediato da una corte dei miracoli di membri della sua setta e da uno stuolo di giornalisti che danno vita a uno dei primi esempi di sciacallaggio mediatico della storia. Il rispetto per il grande scrittore non esiste: non è più un uomo, ma una notizia da dare prima degli altri. Il susseguirsi dei bollettini medici e delle indiscrezioni è solo la triste anticipazione - siamo nel 1910 - di scene cui siamo ormai abituati e che non ci suscitano più il disgusto che dovrebbero.

La seconda riflessione, più profonda, è quella che emerge dalla lotta fra la moglie e i capi della setta per l’eredità, sia morale che, soprattutto, economica. I diritti delle opere di Tolstoj avevano un valore stratosferico: roba da Abba, Beatles e Rolling Stones messi insieme, tanto per usare un metro moderno. La Mirren tratteggia superbamente i sentimenti contrastanti della moglie: che oscillano fra l’amore e l’avidità, mescolati alla sua, anche comprensibile, incapacità di capire la setta del marito fondata sull’astruso, e oggi fin troppo abusato, concetto di amore universale. Il marito non riesce, da parte sua, a capire la moglie: la considera gretta nel suo inseguimento dell’eredità e nel porre la famiglia davanti all’umanità tutta, ma qui viene da pensare: se un uomo non riesce ad amare chi gli è vicino, come può amare una astratta umanità? Non è che, spesso, questi amori universali, non nascondono un’incapacità o paura di amare in concreto?

Forse sarà avida la Contessa moglie, ma i disinteressati filantropi Tolstoiani non le sono certo da meno. Essi sanno mimetizzarsi meglio, come sono solite fare queste, sempre più numerose, sette, e sono abilissimi nello stigmatizzare negli altri colpe che sono loro proprie. Oltre alla grettezza materiale delle sette e alla loro capacità di plagiare gli adepti, che è dato che viene posto in giusto risalto ed è ben nota ai più, nel film viene approfondita anche la capacità di queste di riuscire ad andare oltre il messaggio del fondatore, del leader carismatico. Un andare oltre che avviene in due vie: una è la radicalizzazione del messaggio; l’altra è il vero e proprio tradimento del messaggio stesso, delle ragioni fondative. Ma questo non è capitato solo al povero Tolstoj, è un fenomeno anche nelle religioni “maggiori”, non solo nelle piccole sette.

Bello è anche come viene tratteggiata nel film la contraddizione fra l’amore universale, propugnato dalla setta, e la contemporanea condanna dell’amore carnale, dell’amore fra persone concrete, quello senza il quale l’umanità, che tanto la setta ama, non esisterebbe. Questo voler spersonalizzare e “purificare” l’amore, come se la carnalità lo contaminasse, mentre invece lo completa, è la maggior contraddizione presente fra i tolstoiani e le sette consimili, ma questo del vedere il sesso come una cosa sporca è un vecchio vizio diffuso.

Ferdinando Menconi

La video-recensione del film è disponibile qui


Secondo i quotidiani del 07/06/2010

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