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Bhopal, l’ultima vergogna

Vergogna per la giustizia indiana e per il giornalismo italiano: perché non si può titolare come fa l’ANSA “giustizia dopo 25 anni”, perché non si può considerare giustizia una condanna per negligenza, che non potrà superare i due anni per la strage causata dalla Union Carbide. Due anni, forse, per la nube tossica che, fuoriuscita nella notte fra il 2 e il 3 dicembre dell’84, causò 4000 morti praticamente immediate, 4000 nei primi tre giorni e negli anni altre 25.000 secondo Amnesty International, questo per tacere della gente marchiata a vita, solo 500.000, contaminate sul momento o figlie della contaminazione: come si può titolare tutto ciò “giustizia”?

Forse però non meritano più di due anni i condannati per Bhopal, perché, contrariamente a quanto titola Repubblica, non abbiamo “8 colpevoli a 25 anni dalla strage”, ma 8 capri espiatori e tutti rigorosamente indiani, perché giuridicamente era la “Union Carbide India Limited” che com’è chiaro nulla ha a che vedere con la casa madre americana, gli 8 agivano in piena indipendenza, non seguivano certo le direttive imposte dagli USA: è negligenza indiana - non criminale delocalizzazione statunitense - effettuata perché in India le misure di sicurezza si potevano ignorare. Questa non è “giustizia”: è una solenne presa per il culo garantita da leggi promulgate ad uso e consumo dei giochetti delle multinazionali che fa sì che siano solo gli 8 negligenti i “colpevoli” di una strage chimica che, in una notte, ha fatto più morti di un raid NATO o Israeliano. Forse giusto Saddam Hussein coi Curdi è stato all’altezza della Union Carbide.

Solo che Saddam è stato impiccato, mentre il mandato di cattura internazionale spiccato contro Warren Anderson, l’allora presidente della UC, non è stato eseguito, anzi continua ad essere bellamente ignorata dalle autorità USA, ma non è certo una novità questa. L’unica occasione di giustizia che ebbero le vittime, triste a doversi dire, fu quando Warren rischiò di essere linciato, invece fu salvato e poi sfuggi alla giustizia indiana su cauzione, e il fatto che continui a sfuggire al mandato e l’esito del processo non possono far pensare che la povera gente la giustizia o se la fa da sola o non sarà certo un “equo processo” a garantirgliela.

Nessuna soddisfazione sul piano penale, ma anche su quello del risarcimento civile la situazione è vergognosa: la Dow Chemicals, che a suo tempo rilevò la Union Carbide, sostiene che dopo un accordo dell’89 ha regolato qualsiasi pendenza con un versamento di 470 milioni di dollari, un risibile risarcimento visti il numero delle vittime e del danno ambientale. Danni che continuano, perché l’impianto giace abbandonato: nessuna bonifica è stata effettuata e spetta al governo indiano farla.  Non spetta certo a chi ha causato il disastro, questo almeno secondo i galantuomini della Dow Chemicals che sostengono che il gruppo "ha fatto tutto quel che era in suo potere per aiutare le vittime e i loro familiari, e che spetta al governo indiano fornire acqua potabile e cure sanitarie alla popolazione”. Praticamente una ONG ambientalista.

Non solo non è stata fatta giustizia, nonostante i titoli, ma questa sentenza per la giustizia è letale tanto quanto l’isocianato di metile della nube tossica, una vergogna che arriva dopo 25 anni con tempi da giustizia italiana, che poco ha da invidiare a quella indiana: quanta giustizia hanno avuto le vittime di Seveso?

Ferdinando Menconi

Secondo i quotidiani del 08/06/2010

Così poca giustizia per le vittime di Bhopal