Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 08/06/2010

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Salvo nella notte il neonato rapito da un’infermiera”. Editoriale di Piero Ostellino: “Il pregiudizio verso l’impresa”. Al centro “Donne in pensione, niente sconti” e la foto-notizia: “Per l’orrore di Bhopal puniti solo gli indiani” e a destra “Il cliente ‘pubblico’ paga ormai a 180 giorni”. In due box: “Santoro ‘A settembre ancora in Rai’ ” e “Intercettazioni: gli ultimi emendamenti”. In taglio basso: “E il liceo trasformò i cinque in sei” e “ ‘L’assassino del vescovo ha urlato Allah è grande’ ”. LA REPUBBLICA - In apertura: “I giovani in pensione a 70 anni”. Editoriale di Tito Boeri: “La previdenza flessibile”. Di spalla: “Provocazione di Teheran: ‘Invieremo navi a Gaza’ ” e l’analisi di Sandro Viola: “La solitudine di Israele”. A centro pagina foto-notizia: “Il neonato ritrovato dopo dieci ore. L’aveva rapito un’infermiera” e “Nella legge-bavaglio giro di vite sui giornali”. In un box: “Garimberti si schiera con Annozero. Santoro: ‘Torno a settembre’ ”. A fondo pagina: “La Grande Partita del Sudafrica”. LA STAMPA – In apertura: “Pensioni, il diktat dell’Europa”. In taglio alto: “Ritrovato nella notte il neonato rapito da un’infermiera” e “Chi paga per le grandi tragedie”. Editoriale di Michele Ainis: “L’impresa e l’alibi dell’articolo 41”. Al centro foto-notizia: “Influenza A, 100 milioni sprecati in vaccini” e “La lezione di Cavour sulle alleanze”. A fondo pagina: “Commissaria, Uè”. IL GIORNALE - In apertura: “Rapito bebè, il mostro è donna”. A sinistra: “L’Europa non fa sconti. Le statali in pensione a 65 anni già dal 2012”. Editoriale di Vittorio Feltri: “Finalmente parità vera ma lo sia anche in casa”. Al centro foto-notizia: “La sinistra rivuole Santoro in Rai” e “Giusto fare i tagli nel calcio. Ma prima tocca alla politica”. A destra: “La nostra vita da prefetti umiliati e svuotati”. A fondo pagina: “La scatola magica che predice i tumori” e “Prima le tv, ora i telefoni: siamo nella terza dimensione”. IL SOLE 24 ORE - In apertura: “ ‘Pensioni, parità dal 2012’ ” e in un box: “Sul piano da 24,9 miliardi Tremonti cerca il sì europeo”. A sinistra: “Manovra a Berlino per 80 miliardi. Londra prepara tagli”. Editoriale di Alberto Alesina: “Fisco: va bene pagare tutti, ma va meglio pagare meno”. Al centro la foto-notizia: “Europa in disarmo. In fumo i finanziamenti alla difesa”. In taglio basso: “Finmeccanica con Boeing per l’elicottero di Obama” e “In arrivo la proroga per i versamenti del modello unico”. IL MESSAGGERO – In apertura: “Statali, donne in pensione a 65 anni” e in un box: “Debito interno lordo, la rivincita di Italia e Germania”. Editoriale di Giuseppe Mammarella: “La via della pace è sempre più stretta”. Al centro foto-notizia: “Neonato rapito in ospedale, ritrovato a casa di un’infermiera” e “La moglie di Vanacore: Volponi spesso a via Poma”. In un box: “Santoro: ‘Annozero torna’, sì di Garimberti, no di Masi”. In basso: “Tre militari: filmato un Ufo a Roma” e “Azzurri, spunta la difesa a tre”. IL TEMPO - In apertura: “Luca è tornato a casa”. Editoriale di Sarina Biraghi: “Il dramma a lieto fine”. In basso: “Niente sconti alle statali”. LIBERO – In apertura: “Fini ci prende in giro”, con l’editoriale di Franco Bechis. Commento di Antonio Martino: “Quello del sacrificio è un dogma della fede non dell’economia”. Al centro foto-notizia: “Un altro anno di mobbing per Santoro”. L’UNITÀ – In apertura foto-notizia a tutta pagina: “Difesa della razza”. Di spalla: “Pensione a 65 anni. L’Europa non tratta”. IL FOGLIO – In apertura a sinistra: “Quali sono le strade che il Cav. vuole seguire per liberare gli animal spirits”. In apertura a destra: “Ecco chi sostiene lo scatto da leader di Enrico Letta nel Pd di Bersani”. Al centro: “La difesa d’Israele fa acqua, ora i nemici ne approfittano”. (red)

 

 

2. Donne in pensione a 65 anni. Governo: ci adegueremo

Roma - “Si va verso l’estensione – riporta il CORRIERE DELLA SERA – dell’età pensionabile delle dipendenti pubbliche da 60 a 65 anni a partire dal primo gennaio 2012. ‘È una soluzione più che ragionevole’ ha dichiarato il vicepresidente della Commissione europea e responsabile per la Giustizia, la lussemburghese Viviane Reding, dopo aver incontrato a margine di un Consiglio dei ministri europei a Lussemburgo il responsabile del Welfare Maurizio Sacconi, che ha confermato la posizione rigida dell’istituzione di Bruxelles dichiarando ‘non c’è spazio per alcuna trattativa’. La Commissione attribuisce l’obbligo di rapida estensione dell’età pensionabile delle dipendenti pubbliche all’applicazione della specifica sentenza del 2008 della Corte europea di Lussemburgo, che si basava sulla tutela Ue della parità salariale tra uomini e donne (estendibile alle pensioni nel settore statale). Sacconi ha spiegato che a Bruxelles non ritengono ‘sufficiente’ l’allungamento graduale da 60 a 65 anni entro il 2018 (un anno in più ogni due), varato dal governo Berlusconi per adeguarsi alla decisione degli eurogiudici. E che si rischierebbe una procedura d’infrazione Ue con multa ‘fino a 714 mila euro al giorno’ se non venisse rispettato il termine del 2012. Sacconi ha detto che la risposta italiana a Bruxelles la deciderà ‘il Consiglio dei ministri giovedì prossimo’ e di aver anticipato alla Reding che ‘il veicolo più tempestivo’ per l’allungamento dell’età pensionabile delle dipendenti pubbliche potrebbe essere la manovra 2011-2012. Ha poi ammesso – prosegue il CORRIERE DELLA SERA – che nell’esecutivo Berlusconi una discussione sull’argomento era avvenuta prima di ricevere l’ultimatum da Bruxelles. Ma ha smentito che Roma avrebbe sollecitato la Commissione ad assumersi la responsabilità di un intervento funzionale alla attuale necessità di tagli di spesa (per evitare al governo perdite di consensi). ‘L’ Inpdap ha calcolato che l’allungamento a 65 anni dal 2012 toccherebbe circa 30 mila dipendenti pubbliche – ha sostenuto Sacconi -. Non avrebbe quindi effetti importanti sulla spesa nell’arco temporale della manovra, ma solo nel lungo periodo’. Nei Consigli europei Berlusconi aveva sollecitato l’Ue a coordinare una linea comune per favorire l’allungamento dell’età pensionabile nei Paesi membri. Sacconi ha ribadito la richiesta di un ‘ombrello’ fornito dall’Ue sullo spostamento in avanti del pensionamento di vecchiaia. La Commissione dovrebbe produrre un Libro verde entro questo mese. Ma viene esclusa in Italia l’estensione a 65 anni dell’età pensionabile delle donne nel settore privato. ‘La sentenza della Corte di giustizia sulle dipendenti statali non la riteniamo in alcun modo trasferibile al settore privato’, ha detto Sacconi ricordando le difficoltà nel privato di avere una continuità contributiva come quella garantita nella pubblica amministrazione”, conclude il CORRIERE DELLA SERA. “Una decisione attesa, per alcuni scontata. Contro la quale, dicono dall’entourage di Silvio Berlusconi, ‘certamente non possiamo fare le barricate, perché l’Europa ci punirebbe duramente’. Non arriva dunque come un fulmine a ciel sereno – scrive Paola Di Caro sul CORRIERE DELLA SERA – la notizia che l’Ue pretende dall’Italia (e dagli altri Paesi che eventualmente non la prevedano) la parificazione dell’età pensionabile tra uomini e donne nel settore pubblico, e dunque l’innalzamento per queste ultime a 65 anni entro il 2012. ‘Pensavamo di anticipare la riforma dal 2018 al 2014 ma sembra che abbiamo trovato una bella rigidità dall’Europa’, allarga le braccia il ministro Roberto Calderoli, anche lui - come i suoi colleghi - in attesa di parlare più approfonditamente con Sacconi per capire se si tratta davvero di un aut aut - pena severissime sanzioni - o se esiste ancora qualche spazio di mediazione. Forse già oggi, nell’ufficio di presidenza del Pdl, il titolare del Welfare riferirà i contenuti delle sue conversazioni a Bruxelles, ma una cosa è certa: non c’è aria di ribellioni contro le autorità dell’Unione, anche se c’è la volontà di arrivare a una soluzione che venga digerita al meglio dalle parti sociali. ‘ Se l’Europa ci impone un’accelerazione non possiamo fare finta di niente, ma dobbiamo dare le risposte che ci chiedono cercando di salvaguardare la pace sociale come abbiamo benissimo fatto finora, perché non possiamo permetterci la gente che scende in piazza per protestare’, è stato il discorso che Berlusconi nei giorni scorsi aveva fatto ai suoi ministri in sede di preparazione della manovra, quando sembrava che l’innalzamento dell’età pensionabile potesse comunque essere procrastinato almeno al 2014-2015. E’ allora prevedibile – prosegue Di Caro sul CORRIERE DELLA SERA – che lo stesso tipo di discorso il premier lo farà in Consiglio dei ministri dopodomani, quando la questione verrà affrontata ufficialmente per decidere come procedere, se cioè prevedere la misura già nella Finanziaria (ed è l’ipotesi che appare più probabile) o con un provvedimento ad hoc. Si vedrà anche dal confronto con i sindacati, che sicuramente saranno coinvolti. Esattamente come già chiede il segretario della Cisl Raffaele Bonanni: ‘Dobbiamo discutere subito con il governo, questo maramaldeggiare dell' Europa è ingiustificato, soprattutto in un momento di grande pressione sul pubblico impiego’. Ma davvero dalle dichiarazioni in pubblico e da quelle in privato si capisce che il centrodestra non insorgerà contro una misura ritenuta non solo giustificata, ma anche non troppo pesante come impatto sull’opinione pubblica, se è vero che dai sondaggi in possesso di Berlusconi risulterebbe che in termini di consenso non ci sarebbero dazi molto alti da pagare, anche per il numero esiguo della platea di donne alle quali il provvedimento si rivolgerebbe, molte delle quali di grado dirigenziale. Non solo: per dirla con il capogruppo al Senato del Pdl Maurizio Gasparri ‘la spinta dell’Europa può addirittura rivelarsi un’occasione positiva da cogliere per fare una riforma utilissima. E non solo per il governo, ma anche il sindacato dovrebbe cogliere la palla al balzo’. Sì perché, dietro le quinte, il ragionamento che si fa nel centrodestra è molto semplice: meno male che c’è l’Europa che ci mette con le spalle al muro, altrimenti per approvare una riforma utile e necessaria come questa né questo governo né nessun altro avrebbe probabilmente la forza. E Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl alla Camera, lo fa capire con altre parole: ‘Saremo costretti ad alzare l’età pensionabile come ci chiede ora l’Europa, e molta responsabilità sui richiami che stiamo subendo adesso è del governo Prodi che ha interrotto il percorso che era stato previsto dalle riforme Dini e Maroni’”. (red)

 

 

3. Governo spiazzato. Pressing su Berlusconi per intervento

Roma - “Rosy Bindi – scrive Roberto Giovannini su LA STAMPA – torna pasionaria sulle pensioni. ‘Il ministro Sacconi continua a usare l’Europa come alibi contro le donne. Ma così maschera le vere ragioni dell’infrazione. Oggi l’Italia è il Paese con il minor numero di donne occupate, con uno dei più bassi indici di natalità, con la più bassa percentuale di Pil destinata al sostegno alle famiglie’. È la replica del presidente del Pd, Rosy Bindi, al ministro Sacconi. ‘Questi tre dati bastano a far capire che quella dell’età pensionabile è un’arma impropria usata contro le donne. Questo attacco non può passare sotto silenzio e il confronto si deve allargare a tutto il Welfare. I servizi, le opportunità e le norme a sostegno delle donne che lavorano non sono certo a livello europeo ed è grave il silenzio del ministro delle pari opportunità, un silenzio che colpisce duramente chi certo privilegiato non è’, conclude. Certo che è stata una sorpresa, e di quelle non piacevoli. ‘In genere queste cose si concludono con una qualche intesa - spiega Giuliano Cazzola, deputato del Pdl e grande esperto di previdenza - si arriva a un minimo di aggiustamento, di gradualità, di mediazione’. E invece è andata male. ‘È cambiato il clima, è cambiato tutto, non ci sono più margini di nessun tipo’, fanno sapere da Lussemburgo i collaboratori del ministro del Lavoro Maurizio Sacconi. Notizie che a Roma nelle stanze di governo sono state accolte decisamente male. Nessuno, né a Palazzo Chigi né negli altri ministeri coinvolti nell’affaire delle pensioni delle pubbliche dipendenti si spinge fino a dire quanto invece si sospetta nel sindacato e nell’opposizione: cioè, che Sacconi abbia condotto male, in modo ‘molle’ e poco determinato il confronto con la Commissaria europea Viviane Reding. Certo è che nella maggioranza e nell’Esecutivo i mal di pancia per il fatto che l’Italia sia stata messa spalle al muro ci sono. E che a questo punto la partita - una partita che tutti, a cominciare da Silvio Berlusconi volevano evitare - sia chiusa. Eppure gli esperti dei ministeri (Lavoro, Pubblica amministrazione, Politiche Comunitarie) avevano messo a punto una ipotesi di mediazione che si riteneva potesse rappresentare una soluzione accettabile alle esigenze poste da Bruxelles. L’intesa negoziato con l’allora Commissario al Lavoro Vladimir Spidla prevedeva di arrivare a un’età di pensionamento di vecchiaia per le donne di 65 anni soltanto nel 2018? La prima opzione da sottoporre a Reding, meno drastica, prevedeva un aumento di un anno ogni 18 mesi, raggiungendo quota 65 nel 2016. E c’era una seconda opzione – prosegue Giovannini su LA STAMPA – con una maggiore accelerazione: l’ultimo scatto sarebbe stato di due anni, e si sarebbero raggiunti i 65 anni già dal luglio del 2014. C’era una certa tranquillità sul fatto che almeno questa seconda ipotesi sarebbe stata accettata da Viviane Reding, con la motivazione portata dal governo italiano che con la gradualità si sarebbe dato alle future pensionate il tempo di organizzarsi. E invece niente. Reding, Commissario ai diritti, è stata irremovibile, al contrario di Spidla, Commissario all’occupazione. Dal punto di vista di Reding, infatti, si tratta di una questione di parità retributiva, di dare pari opportunità alle dipendenti pubbliche, non di stato sociale. E soprattutto, dopo la crisi finanziaria greca e il giro di vite generale sulle politiche sociali in Eurolandia, il clima è quello del rigore. A questo punto la strada per il governo sembra obbligata. Si parla di un possibile intervento diretto di Berlusconi nei confronti della Commissione Europea come possibile ultima carta da giocare. In pratica, questa è la richiesta della Cisl di Raffaele Bonanni, che ha chiesto un immediato incontro al governo. Ma in assenza di fatti nuovi l’Italia non potrà far altro che ottemperare. Toccherà al Consiglio dei ministri in programma per giovedì varare una norma per portare dal 1 gennaio del 2012 l’età di pensionamento delle dipendenti pubbliche a 65 anni, magari ‘compensando’ come chiedono alcune parlamentari del centrodestra il giro di vite con specifiche misure di ‘welfare rosa’ tutte da immaginare e definire. Con ogni probabilità la riforma verrà inserita come emendamento nel decretone sulla manovra economica all’esame del Parlamento. Secondo i dati disponibili – conclude Giovannini su LA STAMPA – l’innalzamento dell’età pensionabile coinvolgerà dalle seimila alle ottomila dipendenti pubbliche per ogni anno, in tutto poco più di 30mila di qui al 2018, con un risparmio di circa 2,4 miliardi a regime”. (red)

 

 

4. Rivoluzionata l'età pensionabile, giovani lasceranno a 70

Roma - “Braccio di ferro tra Roma e Bruxelles sulle pensioni delle impiegate statali – riporta Roberto Petrini su LA REPUBBLICA – mentre si scopre che il combinato disposto della manovra e della riforma Sacconi-Tremonti rivoluziona l’età pensionabile. L’Italia dovrà alzare da 60 a 65 anni l’età pensionabile delle dipendenti pubbliche al massimo entro il primo gennaio del 2012. Questo l’ultimo avvertimento della Commissione Ue, che non intende concedere sconti al nostro paese, e boccia il sistema di innalzamento graduale varato dal governo che prevedeva un cammino di otto anni con il punto di arrivo a 65 anni (come gli uomini) soltanto nel 2018. Si profila dunque un nuovo pesante intervento sulla previdenza che si aggiunge agli altri: un rapporto tecnico, che Repubblica è in grado di anticipare, conteggia infatti il combinato disposto della chiusura delle finestre della manovra e del ‘regolamento’ Sacconi-Tremonti sull’innalzamento dell’età di vecchiaia e anzianità in relazione alle aspettative di vita, a cominciare dal 2015. In totale fino al 2050 si tratta di un intervento da 86,9 miliardi, che aumenterà l’età di anzianità da due a cinque anni e di circa altrettanto quella di vecchiaia. Uno degli effetti sarà che i giovani appena assunti andranno in pensione di vecchiaia a 70 anni e in pensione di anzianità a 66. Tornando al braccio di ferro con Bruxelles sulle donne statali l’Italia sembra non avere troppi argomenti per resistere. ‘Non c’è alcuno spazio per la trattativa’, ha allargato le braccia il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, al termine dell’incontro con la vicepresidente dell’esecutivo europeo, Viviane Reding, svoltosi a Lussemburgo.’Siamo di fronte a qualcosa che non dipende dalla volontà del governo’. Un messaggio rivolto soprattutto ai sindacati, che saranno ascoltati nei prossimi giorni e che vengono invitati dal ministro a ‘non scioperare contro la pioggia’. Perché di fronte alla ‘ferma posizione’ di Bruxelles nulla può essere fatto. ‘In una democrazia le sentenze di una Corte si rispettano’, ha infatti tagliato corto la commissaria Reding, sottolineando come ‘sia più che ragionevole aver dato all’Italia tempo fino al primo gennaio del 2012’. L’opposizione tuttavia non ci sta: e Rosi Bindi del Pd rimprovera al governo di ‘usare l’Europa come alibi contro le donne’. Ora – prosegue Petrini su LA REPUBBLICA – la parola passa al consiglio dei ministri che - ha spiegato Sacconi - giovedì ‘dovrà decidere cosa fare’. E appare quasi scontato che le norme con cui il governo italiano si adeguerà alla sentenza della Corte Ue di giustizia del novembre 2008 saranno inserite nella manovra da 24 miliardi: ‘E’ questo il veicolo più tempestivo che attualmente abbiamo a disposizione’, ha affermato il ministro del lavoro. Anche perché secondo il calcolo dei tecnici del ministero non adeguarsi subito alla sentenza della Corte Ue costerebbe all’Italia molto caro: il rischio è quello di una sanzione fino a 714 mila euro al giorno, da quando è stata emessa la sentenza. Se l’Italia dovesse porre fine all’infrazione oggi, si spiega, dovrebbe già pagare oltre 19 milioni di euro. Sacconi ha già informato dell’esito dell’incontro con la Reding Tremonti e Brunetta, spiegando loro l’impraticabilità della soluzione di compromesso elaborata negli ultimi giorni, che prevedeva di accorciare il periodo di transizione, portandolo dal 2018 al 2016. ‘La gradualità che avevamo proposto - ha spiegato Sacconi - non è stata considerata sufficiente’”. “E’ una riforma vera e morde parecchio. L’intervento praticato sulle pensioni dal governo Berlusconi – scrive Roberto Petrini su LA REPUBBLICA – ha dimensioni molto più vaste di quanto fino ad oggi si è immaginato: i risparmi in 39 anni, dal 2011 al 2050, saranno di 86,9 miliardi, pari al 3,55 per cento del Pil. Milioni di italiani, lavoratori dipendenti ed autonomi, dovranno trattenere il fiato ed attendere a regime fino a cinque anni in più per andare in pensione di anzianità e in pensione di vecchiaia. Per la prima volta si interviene sull’innalzamento dell’età di vecchiaia che, nel 2050, arriverà alla soglia dei 70 anni (per la precisione 69 anni e 4 mesi per gli uomini nell’anno 2050). Già dal 2015 si vedranno i primi effetti: la pensione di vecchiaia che siamo abituati a considerare come un capolinea fisso alla soglia dei 65 anni si sposterà, per effetto delle nuove norme, a 66 anni e tre mesi. Il rapporto elaborato in sede tecnica dal governo, e che ‘Repubblica’ è in grado di anticipare, tiene conto dei due pilastri della riforma delle pensioni in atto: il primo è contenuto nel decretone della manovra in discussione al Senato; il secondo è il regolamento Sacconi-Tremonti firmato nei giorni scorsi in attuazione della legge del 3 agosto del 2009 e composto da sette commi. Il decretone, come è noto, prevede che coloro che matureranno i requisiti di anzianità e vecchiaia dal 1° gennaio del 2011 dovranno attendere, per via della nuova finestra ‘a scorrimento’, dodici mesi (se dipendenti) e diciotto mesi (se autonomi) e già questa misura allunga la strada per il ritiro dal lavoro. Ma la parte più importante della riforma è quella del ‘regolamento’ Sacconi-Tremonti, firmato nei giorni di polemica più accesa sulla manovra all’interno dell’esecutivo: con questa normativa si annulla di fatto il sistema della quote attualmente in vigore e si passa ad un sistema che innalza gradualmente l’età anagrafica di pensionamento in vecchiaia e anzianità in relazione all’allungamento medio della speranza di vita calcolato dall’Istat. In base a questo nuovo meccanismo dal 1° gennaio del 2016 l’elevazione dell’età avverrà con cadenza triennale, con uno ‘scatto’ di tre mesi alla volta . La celebre ‘gobba’ pensionistica, che come è noto avrebbe raggiunto il picco tra il 2030 e il 2040, viene notevolmente piallata (come si vede dal grafico pubblicato in questa pagina). La riforma tuttavia – prosegue Petrini su LA REPUBBLICA – se dimostra di essere pesantemente ‘strutturale’ e forse sarà apprezzata in Europa e dai mercati, non sarà indolore per i cittadini e comporterà un sacrificio non indifferente. Chi ha cominciato a lavorare vent’anni fa, e andrà in pensione intorno al 2031, dovrà aspettare - parliamo degli uomini - fino a 68 anni per ottenere la pensione di vecchiaia (tre in più rispetto alle regole attuali) e fino a 65 anni per andare in pensione di anzianità (quattro anni in più). Per i giovani appena assunti, invece, con il pensionamento al 2050, ci vorranno, come accennato, 69 anni e 4 mesi per la vecchiaia e 66 anni e 4 mesi per l’anzianità: cinque anni in più rispetto ad oggi. Ma la riforma riguarda anche chi è prossimo sia alla pensione di vecchiaia che a quella di anzianità. Dopo che per quattro anni (dal 2011 al 2015), sia vecchiaia che anzianità slitteranno per un anno, nel 2015 entrerà in vigore per la prima volta la Sacconi-Tremonti che sposterà - in base ai calcoli attuariali contenuti nel documento - l’età di pensione di vecchiaia dai 65 attuali ai 66 e tre mesi previsti dalla nuova normativa, mentre l’anzianità scatterà dagli attuali 61 anni minimi previsti dalle ‘quote’ a 63 anni e tre mesi. Anche per le donne, lavoratrici dipendenti private, è prevista una cura analoga: nel 2050 andranno in pensione di vecchiaia a 64 anni e 5 mesi e già dal 2015 dovranno attendere i 61 anni e tre mesi”, conclude Petrini su LA REPUBBLICA. (red)

 

 

5. Finalmente parità vera, ma lo sia anche in casa

Roma - “Ci voleva l’Europa – osserva Vittorio Feltri su IL GIORNALE – per indurci a fare una cosa che con un piccolo sforzo avremmo potuto fare da soli, senza spinte. Dal 2012, cioè tra un anno e mezzo, nella pubblica amministrazione le donne saranno equiparate agli uomini anche ai fini pensionistici, nel senso che andranno in quiescenza a 65 anni e non cinque anni prima come accade adesso. Così si risolverà non soltanto un problema della Previdenza, che risparmierà un bel po’ di denaro alleggerendo il proprio passivo, ma anche il problema della effettiva parità dei sessi. Le signore infatti, dopo battaglie secolari contro la propria discriminazione, otterranno un certificato di sana e robusta costituzione, altro che sesso debole. Nella realtà è noto che esse vivono più a lungo dei maschi (lo dimostrano le statistiche). Ma chissà perché non se n’è mai preso atto, e si è concesso loro di collocarsi a riposo in largo anticipo rispetto ai colleghi uomini. Almeno qui in Italia. In altri Paesi da tempo le pari opportunità vigono nel lavoro quanto nell’età pensionabile, come è giusto sia. Da noi invece, fino a ieri, si era sempre pensato che le donne dovessero godere di un privilegio che, letto in controluce, era l’espressione di una sorta di razzismo. Già razzismo. In nome del quale esse erano condannate a lavorare non solo in ufficio o in fabbrica, ma anche a casa per il disbrigo delle faccende domestiche. Assurdo. Nella famiglia moderna, in una società non più contadina, i cosiddetti mestieri donneschi non sono tali; sono mestieri e basta, e sia il marito sia la moglie sono tenuti a farli. Dall’allevamento della prole a tutto il resto: pulizie, letti da rifare, mobili da spolverare, pranzi e cene da preparare. Quando due si sposano è bene sappiano che i loro ruoli non sono diversi tranne al momento del parto: qui il maschio non è all’altezza. Ma solo qui. Non è un mistero che le donne ormai eccellono negli studi e nelle professioni una volta prevalentemente maschili: il numero delle magistrate è suppergiù quello dei magistrati, idem quello delle cardiologhe, delle avvocate, delle professoresse; e quello delle farmaciste è addirittura più elevato. Inoltre, le donne fanno le poliziotte, le soldatesse, le carabiniere. Sarebbe folle che dinnanzi a queste prove di conquistata parità, le signore - che, ripeto, campano più dei signori - godessero di cinque anni di abbuono per dimettersi dall’impiego pubblico. L’impiego privato viceversa prevede la pensione dopo 40 anni di versamenti, e non distingue lei da lui. Immagino – prosegue Feltri su IL GIORNALE – che alcune dipendenti dello Stato e di enti parastatali protesteranno. Con i soliti argomenti che non stanno in piedi. Tipo: tocca sempre a noi accudire ai bambini, e mancano gli asili. Vero. Ma un Paese civile non costruisce scuole materne per mandare le donne in pensione quando sono ancora in grado di lavorare. Le costruisce per soddisfare le esigenze della famiglia e non di un suo componente. Gli uomini sono avvertiti: d’ora in poi, poche balle. La parità è sacra anche in casa. Chi non sa spadellare e cambiare un pannolino, si dia una mossa. Ci vuol niente a imparare. E le donne al momento di coniugarsi si facciano sentire: patti chiari, matrimonio lungo. Se lui non ci sta, rimanga scapolo. Non è una tragedia. Salto di palo in frasca, ma è necessario scrivere due righe sulla questione Fiat di Pomigliano. I dirigenti della fabbrica torinese sono stati di una franchezza spiazzante: teniamo aperto lo stabilimento campano, dove produrremo la Panda, a condizione che gli operai accettino maggiore flessibilità. Ovvero, lotta all’assenteismo, niente scioperi selvaggi, ore straordinarie solo se servono eccetera. Proposte ragionevoli in cambio di occupazione per 5mila dipendenti. La Cisl e la Uil hanno abbozzato. La Cgil - roba comunista di Epifani & soci - nicchia e si predispone al rifiuto. Sarebbe un guaio. Oggi le parti si incontreranno e vedremo che succederà. Confessiamo qualche timore: che il sindacato rosso al grido di crepi Sansone con tutti i filistei butti via il bambino con l’acqua sporca. Sappia però che Marchionne non è una mammola e bada agli interessi dell’azienda che coincidono con quelli dei lavoratori. Qualora si aprisse una vertenza priva di sbocchi, la Fiat si trasferirebbe in Serbia per fabbricare le Panda e altre auto. E la gente di Pomigliano se la prenderebbe in saccoccia. La responsabilità della Cgil è dunque enorme. La crisi impone serietà anche a chi non l’ha mai avuta”, conclude Feltri su IL GIORNALE. (red)

 

 

6. La previdenza flessibile

Roma - “Il ministro Tremonti – scrive Tito Boeri su LA REPUBBLICA – aveva annunciato in televisione che con la sua manovra si sarebbe completata la riforma delle pensioni. Sarebbe stata posta la parole fine sullo stillicidio di micro-riforme della previdenza introdotte in questi anni. Non sarà così. È passata una sola settimana e il governo deve tornare a mettere mano al capitolo pensioni. Anche questa volta colpendo soprattutto le donne. Vediamo perché, come si è arrivati a questa situazione, quali risparmi siano conseguibili con le misure che il governo si appresta a varare e come cercare di ridurre le iniquità di questi interventi. La Commissione Europea non interviene sui regimi previdenziali degli stati membri, non ne ha la facoltà. Deve però garantire, come guardiana del Trattato istitutivo della Comunità Europea, una parità di trattamento tra uomini e donne da parte dei loro datori di lavoro. Lo Stato è il datore di lavoro dei pubblici dipendenti. Come tale, secondo la Corte di giustizia europea, non può trattare diversamente uomini e donne, offrendo a queste ultime la possibilità di andare in pensione a 60 anziché a 65 anni. Se lo Stato non è datore di lavoro, come nel caso dei lavoratori del settore privato, può introdurre differenze di genere nell’età pensionabile senza incorrere nelle sanzioni europee. E’ un problema che riguarda il solo settore pubblico. Il governo italiano per rispettare la sentenza della Corte di giustizia europea aveva deciso di innalzare gradualmente, dal 2010 al 2018, l’età pensionabile delle lavoratrici del pubblico impiego, incrementandola di un anno ogni due. Oggi la Commissione ci chiede di fare più in fretta: entro il 2012. La nostra infrazione è figlia di un’entrata in vigore troppo lenta della riforma che ha introdotto nel 1996 (15 anni fa!) il sistema contributivo in Italia. Se avessimo fatto come in Svezia, prevedendo una fase di transizione molto più rapida (15 anni anziché quasi 40) al sistema contributivo, il problema a questo punto non si porrebbe. In Italia, invece, si è preferito dilazionare i tempi di attuazione della riforma. Per poi intervenire con una lunga serie di piccoli aggiustamenti, forzatamente iniqui e parziali, che tra l’altro ci hanno allontanato sempre di più dal disegno della riforma varata nel 1996 senza un’ora di sciopero. L’ultimo aggiustamento è quello introdotto dal governo con la manovra economica varata la scorsa settimana, che prevede uno slittamento di dodici mesi per i lavoratori dipendenti e di diciotto mesi per i lavoratori autonomi dell’età in cui si va in pensione. Il ritardo – prosegue Boeri su LA REPUBBLICA – è più forte per le pensioni di vecchiaia che per quelle di anzianità. È un provvedimento che colpisce soprattutto le donne che hanno carriere lavorative molto più discontinue degli uomini (non da ultimo per il tempo da loro dedicato alla cura dei figli) e che in genere non riescono ad aver completato l’anzianità contributiva necessaria per godere della pensione di anzianità. Il nostro Governo sembra intenzionato a recepire alla lettera la richiesta della Commissione Europea. Questo significa sei anni in meno per alzare a 65 anni l’età di pensionamento delle donne del pubblico impiego. E’ un intervento che nella sostanza ripristina lo scalone della riforma Maroni-Tremonti del 2003. I risparmi di questa operazione saranno abbastanza contenuti, non dovrebbero superare i 300 milioni di euro all’anno, per poi calare progressivamente man mano che si applica il sistema contributivo, che fa aumentare l’ammontare delle pensioni se si va in pensione più tardi. Sarà un nuovo intervento che colpisce le donne dopo quello varato solo una settimana fa. Se non si vuole continuare lo stillicidio di interventi, se non si vogliono introdurre nuove asimmetrie di trattamento cercando magari di rimediare a vecchie iniquità, c’è una sola cosa da fare. Bisogna tornare ai principi del sistema introdotto nel 1996. Questo significa garantire flessibilità sul quando andare in pensione permettendo a chi decide di ritardare l’andata in pensione di ottenere poi quiescenze più alte. Sarebbe un modo per rispondere ad esigenze diverse e a diverse lunghezze auspicate (o imposte dal mercato del lavoro) della vita lavorativa. Si potrebbe andare in pensione dai 60 ai 67 anni, applicando subito le riduzioni attuariali previste dalla riforma Dini fin dal 1996 per chi va in pensione prima dell’età massima. Per tutti, uomini e donne, dipendenti pubblici e privati. In questo modo si sarebbe più equi, sia tra uomini e donne che tra generazioni diverse, perché significa accelerare il passaggio al sistema che entrerà in vigore pienamente solo nel 2032 secondo la normativa attuale. I risparmi sarebbero più consistenti dei provvedimenti tappabuchi e improvvisati di questi anni. E si terrebbe conto del fatto – conclude Boeri su LA REPUBBLICA – che i tempi del lavoro e del non lavoro sono diversi non solo tra uomini e donne, ma anche tra le persone dello stesso sesso, cioè tra le donne e gli uomini che hanno fatto scelte diverse in quanto a responsabilità famigliari, carriere lavorative, redditi per la vecchiaia e durata del loro impegno professionale”. (red)

 

 

7. Il pregiudizio verso l’impresa

Roma - “Il primo ministro conservatore inglese, David Cameron – scrive Piero Ostellino sul CORRIERE DELLA SERA – annuncia forti tagli alla spesa pubblica, ma esclude un ritorno al thatcherismo. Il ministro italiano dell’Economia, Giulio Tremonti, propone la sospensione delle procedure burocratiche che fanno salire i costi per l’imprenditoria, ma rimane ‘anti-mercatista’. Forte è, ancora e ovunque, la cortina ostile alla libera concorrenza alzata dai nostalgici del dirigismo dopo la crisi finanziaria. Fa tutta la differenza fra deregolamentazioni - il dimagrimento dello Stato, necessario, utile, ma non ancora sufficiente a rilanciare l’economia - e liberalizzazioni, l’abbandono della convinzione che spetti (solo) allo Stato produrre beni e servizi pubblici che, invece, potrebbero essere prodotti (anche) da privati. Tremonti associa la sospensione dell’eccesso di regolamentazione alla revisione dell’articolo 41 della Costituzione: ‘La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali’. Che i ‘fini sociali’ siano la maschera dello Stato burocratico è già un bel riconoscimento delle ragioni dei liberali. A sua volta, Eugenio Scalfari, che è contrario anche alla deregolamentazione, scrive: ‘Mi domando quanti saranno, in un Paese come il nostro, gli imprenditori fasulli che, dopo aver autocertificato in proprio favore e aver ottenuto il necessario credito bancario, scompariranno dopo qualche mese, lasciando un paio di capannoni abbandonati e portandosi via la polpa del credito’ ( la Repubblica di domenica). Che il pontefice dei liberal nazionali sia un conservatore non sarebbe né sorprendente, né scandaloso, se non pretendesse di essere (anche) progressista. Occorre dire subito, però – prosegue Ostellino sul CORRIERE DELLA SERA – che, ad aumentare la confusione, ha concorso anche una malintesa cultura liberale. Che, da un lato, distingue fra liberalismo politico (la libertà al singolare) e liberalismo economico (il liberismo), prendendo le distanze da quest’ultimo; dall’altro, attribuisce al liberismo un ruolo fondante dello stesso liberalismo politico. Prioritario (l’‘a priori’), nel liberalismo, non è il mercato, bensì l’Individuo (la logica della sua libera azione). Sul mercato, le azioni dei giocatori ubbidiscono alle regole del gioco; il mercato non consiste nella distruzione di uno dei giocatori, ma nella realizzazione di una situazione in cui vincitori e vinti - dopo aver giocato - si stringono le mani e tornano alle realtà della loro vita sociale. Ma poiché l’acquisto di un bene riduce il potere di disporre di altri, la cultura pauperista (e socialista) induce chi compra a vedere nel venditore non chi gli consente di soddisfare un bisogno, ma chi gli impedisce di soddisfarne altri. La parola ‘speculazione’ - che, in una economia di mercato, connota la capacità di anticipare le future domande dei consumatori per soddisfarle e trarne un profitto - non compare neppure negli scritti di autori socialisti, che la usano, invece, per demonizzare l’imprenditore (Ludwig von Mises: The Ultimate Foundation of Economic Science). Ma la libera concorrenza – conclude Ostellino sul CORRIERE DELLA SERA – non ubbidisce solo a una logica utilitaristica; è anche ‘un ordine morale’ - senza il quale non sussisterebbe - che induce gli uomini a cooperare fra loro (Bernard de Mandeville, Adam Smith, Friedrich von Hayek, Luigi Einaudi)”. (red)

 

 

8. Va bene pagare tutti ma va meglio pagare meno

Roma - “Ogni volta – scrive Alberto Alesina sul SOLE 24 ORE – che un governo in Italia propone di ridurre la spesa rallentando la crescita dei salari e dell’occupazione del settore pubblico, o aumentando l’età pensionabile o tagliando altre categorie di uscite discrezionali, o facendo pressione sulla spesa sanitaria di enti locali spreconi, subito si leva un coro di proteste che dicono: ‘Invece di tagliare la spesa e imporre sacrifici fate pagare le tasse a chi non le paga’. Il ragionamento apparentemente non fa una grinza, invece ne ha parecchie. Come faceva notare anche Alessandro De Nicola (Il Sole 24 Ore 6 giugno), il prodotto interno lordo incorpora già una misura del sommerso e le imposte sono il 43 per cento di questo Pii, comprensivo di sommerso appunto. Il 43 per cento è un rapporto simile a quello di altri paesi europei con un economia in nero minore della nostra. Quindi gli italiani che pagano le tasse ne pagano davvero tante. In altre parole, immaginiamo per un attimo un mondo ideale in cui recuperassimo tutta l’evasione, che probabilmente viaggia intorno al 20 per cento del Pil. Arriveremmo a circa il 60 per cento di prelievo fiscale in rapporto al Pil. Questa sarebbe la mazzata finale all’economia italiana che entrerebbe in una rovinosa depressione. Cosi significa questo? Che non bisogna combattere l’evasione fiscale? Assolutamente no, anzi. Ma tutto il recupero dell’evasione deve servire a ridurre le aliquote, in modo che chi le tasse già le paga abbia un reddito disponibile più alto e non vengano disincentivati lavoro e investimenti nella parte dell’economia non sommersa (come ha scritto Luca Paolazzi sul Sole 24 Ore 5 giugno). Quindi è economicamente e politicamente sbagliato parlare nella stessa manovra di recupero dell’evasione e di tagli, per esempio, ai salari pubblici, perché si presentano le due azioni come alternative: più recupero di evasione meno tagli e viceversa. Ma non deve essere così. Il flusso totale di imposte – prosegue Alesina sul SOLE 24 ORE – non deve salire oltre il livello a cui è già arrivato, anzi se possibile dovrebbe scendere. Non si può quindi recuperare l’evasione ‘invece’ di aumentare l’età pensionabile o di ridurre l’impiego pubblico. La spesa deve scendere in ogni caso per poter ridimensionare il peso del fisco nell’economia. La riduzione dell’evasione deve essere un mezzo per ripartire in modo equo la tassazione stessa, non per farla aumentare nel suo complesso. Dal punto di vista politico combattere l’evasione dovrebbe quindi essere un obiettivo primario, non per ridurre il deficit senza tagliare la spesa ma per distribuire in modo equo il carico fiscale e guadagnare credibilità politica per poter abbassare la spesa. Riduzioni strutturali e serie alla spesa non passeranno mai se il governo non dimostrerà severità nella lotta all’evasione. Bisogna quindi togliere dal tavolo del dibattito politico ‘più recupero dell’evasione meno tagli di spesa’. Questa idea va cancellata con una legge che obbliga il governo a ridurre le aliquote in modo da compensare con tagli di imposta tutto il recupero di evasione. Ovvero bisogna mettere un vincolo al rapporto prelievo fiscale/Pil perché una valanga di evidenza empirica dimostra che a questi livelli di tassazione è impossibile ristabilire bilanci in pareggio e riduzione di debito senza concentrarsi solo dal lato della spesa. Se invece in ogni manovra si presenta sempre una riduzione dell’evasione come alternativa a tagli di spesa questi ultimi non hanno una chance politica in un paese con il 20 per cento di evasione fiscale. Finché non si esce da questa confusione – conclude Alesina sul SOLE 24 ORE – non si faranno passi avanti seri sul sentiero del risanamento e purtroppo l’attacco alla manovra Tremonti, che pare venire dall’interno stesso del governo oltre che dall’opposizione, la sta annacquando e ciò non fa ben sperare”. (red)

 

 

9. Le strade del Cav. per liberare gli animal spirits

Roma - “La strada maestra costituzionale e più scorciatoie normative per tracciare la giusta via. Ecco – riporta IL FOGLIO – che cosa segnala in concreto il tam tam riformatore e liberalizzatore che si alza dalle varie sedi del governo e cerca di sovrastare l’altro e non troppo invitante refrain del rigore. Silvio Berlusconi era alla ricerca di una misura nel segno dello sviluppo da affiancare ai tagli di Giulio Tremonti ‘imposti dall’Europa’. Qualcosa, come ha spiegato il Cav., che segnalasse che non siamo un paese sotto tutela e ‘richiamasse il nostro dna e il nostro programma elettorale’. Un assist l’ha fornito il ministro della Semplificazione, Roberto Calderoli, con l’autocertificazione per chi intende aprire un’attività. ‘Un’impresa in un solo giorno’, come da programma del Pdl. L’idea è piaciuta a tal punto al premier che l’ha rilanciata nella newsletter ai Promotori della Libertà (l’attuale format berlusconiano per annunciare senza impegnarsi troppo): ‘Rafforzeremo la libertà d’impresa prevista dalla Costituzione prevedendo, per un arco di due o tre anni, la totale autocertificazione per le piccole e medie imprese e per l'artigianato’. Però la riforma di Calderoli richiede non una ma due modifiche costituzionali: all’articolo 41 della Costituzione (‘L’iniziativa economica privata è libera ma non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale’), e anche il 117, che ripartisce i poteri tra stato e regioni. L’escalation ha toccato l’apice proprio con Giulio Tremonti. Il ministro ha detto di puntare a un modello in cui ‘tutto ciò che non è proibito sia consentito’. Quindi, dal G20 venerdì scorso in Corea Tremonti ha annunciato che ‘un eccesso di regole rappresenta una zavorra’. Tremonti preferisce una modifica dell’articolo 41: ‘Penso a una legge che dice: apri, e poi ci saranno tutti i controlli ex post’. Piatto ricchissimo, dunque. Forse troppo, secondo Eugenio Scalfari, facendo appello non alla polemica ma alla pratica: ‘Ci vuole una legge costituzionale. Il tempo occorrente è di un anno: se ne parlerà, se va bene, nell’autunno 2011’, ha scritto domenica sulla prima pagina di Repubblica. Ieri mattina Gianni Letta, intervenendo a un convegno a Roma, dopo avere ascoltato due ricerche convergenti di Ipsos e Swg sui ‘killer dell’innovazione’, ha esclamato: ‘Di riforme parliamo meno, ma facciamole’. Il sottosegretario riflette uno stato d’animo diffuso dalle parti del Cav. che he ha sul tavolo altre misure forse più a portata di mano di quella della Carta. Due previste dalla manovra: le aree a zero Irap o senza burocrazia al sud, un assaggio in chiave federalista della ‘grande riforma’. Qui – spiega IL FOGLIO – i poteri d’intervento sono lasciati alle regioni. Serviranno però due decreti per stabilire i periodi d’imposta e le aree, anche per evitare conflitti di competenze con gli enti regionali. Meglio dunque, in attesa di traguardi più ambiziosi, accelerare tutto ciò che è disponibile. C’è chi come Calderoli punta a portare nel prossimo Consiglio dei ministri un decreto per istituire lo Sportello unico per le imprese: ossia un ufficio cui gli imprenditori possono rivolgersi per tutte le pratiche di inizio attività. Inoltre nel Pdl e alla presidenza del Consiglio si guarda con favore l’opera di Raffaello Vignali, vicepresidente pdl della commissione Attività produttive della Camera, per raccogliere più consensi possibile – anche con un comitato che coinvolga l’Udc – intorno a uno Statuto delle imprese che ha finora trovato sostenitori bipartisan in Parlamento. La legge prevede vantaggi fiscali, divieto per lo stato di chiedere somme a un’impresa della quale sia debitore, silenzio assenso per molte pratiche, autocertificazioni. Vignali chiede anche che il 50 per cento degli incentivi venga dato alle piccole imprese e alle iniziative giovanili. Berlusconi come ministro ad interim dello Sviluppo economico gli ha già detto di sì. L’altro tavolo sul quale il Cav. può giocare è quello del check-in sulla concorrenza ancora dell’ex dicastero di Claudio Scajola: stavolta riguarderà i servizi postali, la benzina e i cambi di gestore telefonico. I tecnici del dicastero stanno abbozzando le linee guida della legge annuale sulla concorrenza, recependo in tutto o in parte le indicazioni giunte dall’Antitrust. A Palazzo Grazioli c’è chi dice anche che Berlusconi stia ritardando la fine dell’interim anche per seguire questi dossier. Di certo c’è che il premier, quando ha visto che la Germania ha la tentazione di imporre ai partner europei anche revisioni costituzionali rigoriste, non ha brindato a champagne, anzi. ‘La parola sacrifici non è nel mio vocabolario, ma l’ho detta e me ne sono assunto la responsabilità. Però con i soli sacrifici non si va lontano’. E sicuramente non ci vanno i consensi. Quindi – conclude IL FOGLIO – qualche affondo liberista sarà salutare non solo per i sondaggi ma anche per l’economia”. “Il governo – scrive IL FOGLIO in uno degli editoriali a pagina 3 – è deciso a muoversi verso la riduzione dei vincoli alla libertà d’impresa. Di sicuro l’esecutivo incontrerà gli ostacoli più consistenti nel burocraticismo, nell’eccesso di formalismo giuridico, nel moralismo astratto dei legulei – retaggio della società contadina arcaica – che si sono accresciuti, anziché ridursi, con gli anni Novanta. Ciò mentre l’ingresso dell’Italia nell’Unione monetaria europea richiedeva il prevalere dei principi del mercato e dell’etica dello sviluppo. Il profitto non è lo sterco del demonio e la speculazione, sia in Borsa sia nell’edilizia, condotta entro le regole del gioco economico, è una fra le varie attività rivolte alla produzione del reddito. L’Italia è piena di norme, di organismi amministrativi del governo centrale e di quelli regionali e locali, e di autorità autonome e di organi giudiziari ai vari livelli e di varia specie, che comportano procedure complicate, costose, lente e incerte che ostacolano le imprese. Secondo la rilevazione della Banca mondiale intitolata Doing Business, riguardante le attività di imprese e di investimento su 183 stati del mondo, l’Italia si situa al 78esimo posto. E’ al 75esimo – prosegue IL FOGLIO – per l’apertura di imprese e all’85esimo per i permessi di costruzione. Il governo intende ora adottare la regola dell’autocertificazione iniziale e del silenzio assenso per i numerosi permessi a ciò necessari, di natura civilistica e commerciale, di natura penale e di polizia, di carattere fiscale, di carattere ambientale e culturale. Ma ci sono molti altri problemi da risolvere in chiave liberale. L’Italia ha anche il primato negativo per la durata delle opere pubbliche dall’inizio della progettazione al completamento dei lavori. Per la soluzione delle controversie di natura commerciale in Italia occorrono mediamente 1.210 giorni contro poco più di 300 in Francia, in Giappone e negli Stati Uniti e circa 400 in Germania e nel Regno Unito. Fra le innovazioni riformatrici da apportare vi è da inserire anche quella dell’equiparazione a 65 anni dell’età di pensionamento tra uomini e donne nel pubblico impiego che l’Unione europea invoca opportunamente. Ai fini pro crescita le riforme per corroborare la libertà d’intrapresa, sia con una legge costituzionale sia con una ordinaria, devono essere connesse anche a risparmi nel settore previdenziale”, conclude IL FOGLIO. (red)

 

10. Entusiasmi inattesi e seri dubbi dei liberisti di gauche

Roma - “Dopo la manovra sui conti pubblici – scrive IL FOGLIO – sarà il momento di ‘libera impresa in libero stato’. Continua a far discutere, suscitando entusiasmi inattesi e qualche dubbio, l’idea di approvare una norma ‘rivoluzionaria’ per rilanciare l’agenda riformatrice del governo. ‘Tutto è libero tranne ciò che è vietato dalla legge penale o europea. Per due o tre anni’, così l’ha spiegata il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, mostrando per una volta il suo profilo di liberista-contro-lo-stato-criminogeno piuttosto che quello di anti-mercatista- incallito. Tanto da dirsi pronto, di concerto con il Cav., a rimettere mano all’articolo 41 della Costituzione, quello sulla libertà d’iniziativa economica. ‘L’ultimo comma dell’articolo 41 tradisce un’eredità che è quella della sinistra social-comunista di un tempo’, dice al Foglio Alberto Alesina, economista dell’Università di Harvard: ‘In un’ottica liberale, togliere lacci e lacciuoli non può che essere positivo, a maggior ragione in un paese come l’Italia nel quale i costi burocratici sono altissimi’. Tanto che l’editorialista del Sole 24 Ore non capisce ‘sinceramente’ perché la vacanza regolatoria debba essere solo temporanea e non invece strutturale: ‘La manovra sui conti pubblici di Tremonti, se non sarà annacquata in Parlamento, costituirà un buon passo in avanti, ma da sola non basta. La crescita va rilanciata e i mercati apprezzerebbero misure drastiche in questo senso’. Ciò non toglie, secondo Alesina, che ‘una politica liberalizzatrice si può fare pure a Costituzione invariata’. Senza toccare la Carta, per esempio, ‘si può fare una riforma liberale del mercato del lavoro o delle professioni, oppure si possono ridurre i tempi della giustizia civile’, conclude Alesina. Sono i tasti – prosegue IL FOGLIO – su cui è tornato a battere anche Francesco Giavazzi, economista della Bocconi, in una intervista apparsa domenica sul Sole 24 Ore, nella quale l’editorialista del Corriere della Sera non ha chiuso la porta in faccia alla ganza idea tremontiana. Nessun tabù anche per Nicola Rossi, economista e deputato del Pd, che condivide punto di partenza, svolgimento e conclusioni dell’approccio tremontiano: ‘Da tempi non sospetti ripeto che in Italia tutto sembra costruito perché ogni cosa resti sempre dov’è e com’è – dice Rossi al Foglio – quindi lo smantellamento della burocrazia è necessario. Allo stesso tempo non è più sufficiente il mantra della semplificazione della Pubblica amministrazione. Quest’ultima deve fare meno per fare meglio’. Perciò percorrere la strada ‘delle riforme a costo zero è cosa sacrosanta. Perché se si esclude l’abbassamento della pressione fiscale, per cambiare le regole del gioco non serve spendere’. Qualche dubbio sulla realizzabilità della svolta liberale del governo del Cav. resta: ‘La linea politica della maggioranza sembra un’altra, considerato che in Parlamento sta difendendo la riforma forense più corporativa che abbia mai visto’. Mentre sul tema dei global standard, le regole per i mercati internazionali che hanno costituito un altro cavallo di battaglia tremontiano, il ministro dell’Economia dovrebbe forse ricredersi: ‘Si rischia di confondere l’emergenza dettata dalla crisi con il regime ordinario: in Italia lo stato e le regole sono presenti oltre ogni ragionevolezza’. Tra i liberal dell’opposizione, anche il senatore Enrico Morando, in un’intervista alla Stampa, si è detto pronto a discutere l’articolo 41 della Costituzione, in modo da andare nel senso auspicato da Tremonti: ‘Rendere possibile tutto ciò che non è vietato’. Più scettico sull’efficacia di una riforma così concepita è Carlo Scarpa, ordinario di Economia politica presso l’Università di Brescia e animatore del sito lavoce.info: ‘Sul principio sono d’accordo, ma è difficile ritenere che una modifica della Costituzione possa avere ricadute dirette e positive sulle imprese’. Per essere più efficace, la politica dovrebbe ‘razionalizzare tutti gli adempimenti per le imprese – dice Scarpa al Foglio – partendo dall’approvazione dello sportello unico e da un ricorso più massiccio alle autocertificazioni’. Che poi sembra l’idea di fondo del Cav., che ha così declinato l’uscita tremontiana: ‘Prevedere per due o tre anni la totale autocertificazione per le piccole e medie imprese e per l’artigianato’. Ma non basta, secondo Scarpa, anche perché ‘in Italia la riforma fiscale – nel senso di una riduzione delle aliquote – sarebbe dieci volte più importante’. Tito Boeri, professore di Economia alla Bocconi e fondatore de lavoce.info insieme a Giavazzi, invece taglia corto: ‘Questo doveva essere l’anno delle riforme e invece è l’anno delle sparate’. Imbarcarsi in un processo di riforma costituzionale richiede ‘tempi troppo lunghi’ e distoglie l’attenzione da quello che già si potrebbe fare portando a compimento il progetto dello sportello unico. Poi ci sono due obiezioni nel merito di un’eventuale deregulation molto spinta: primo, ‘il problema in Italia non è tanto quello del tasso di apertura delle imprese, ma il fatto che queste non crescono e non si ingrandiscono a sufficienza’; secondo, ‘se il Pdl vuole che qualsiasi società straniera o immigrato cinese possa aprire un’impresa nel nostro paese senza rispettare regola alcuna, lo faccia sapere anche agli elettori, i suoi in primis’. Resta il fatto – conclude IL FOGLIO – che anche secondo Boeri il problema ‘di lungo periodo’ è quello della ‘crescita’, da non affrontare con misure emergenziali”. (red)

 

 

11. L’impresa e l’alibi dell’articolo 41

Roma - “La Carta costituzionale – scrive Michele Ainis su LA STAMPA – è al contempo la carta d’identità di un popolo. Ne elenca i tratti culturali, anziché quelli somatici. Poiché in Italia nessuno la conosce, significa che non abbiamo idea di cosa siamo. Peggio: significa che ci sentiamo liberi di plasmare ogni mattina i nostri connotati, senza preoccuparci della fotografia scattata dai Costituenti. Ma c’è un’insidia più grave dell’oblio: il falso ricordo, tanto più se procurato con l’inganno. Un esempio potrà forse aiutarci a risvegliare la memoria. Quale? L’art. 41 della Costituzione. Urge cambiarlo, ha detto nei giorni scorsi il ministro dell’Economia. Altrimenti la libertà d’impresa rimarrà per sempre una chimera, ostaggio d’uno Stato ficcanaso. Applausi bipartisan, con l’opposizione - da Morando a Violante - pronta a concorrere a questa rivoluzione liberale. E i cittadini? Avranno pensato che quella norma l’aveva vergata di suo pugno Stalin, che la Costituzione italiana del 1947 sia una ristampa anastatica della Costituzione sovietica del 1936. Poiché il professor Tremonti è persona colta, lui certamente sa cosa c’è scritto nei tre commi dell’art. 41. Noi invece dei nostri studi ci fidiamo poco, sicché apriamo un codice e inforchiamo un paio d’occhiali. Primo comma: ‘L’iniziativa economica privata è libera’. Dunque o stiamo consultando un testo apocrifo, oppure la libertà d’impresa ricade già fra i nostri valori collettivi. Che altro dovremmo aggiungerci per renderla più libera? Forse un termine di comparazione: libera come il vento, come un pesce, come il Popolo della libertà. Ma andiamo avanti, magari l’intralcio sbuca dal rigo successivo. Secondo comma: ‘Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana’. E che dovremmo dire? Che le imprese d’ora in poi saranno inutili o dannose? Che gli industriali devono esser liberi di brevettare giocattoli pericolosi, auto inquinanti, ecomostri, farmaci nocivi? Che possono trasformare le loro fabbriche in altrettanti lager? Eppure è questo il gluteo su cui andrebbe a conficcarsi l’iniezione ri-costituente. Non può trattarsi infatti del terzo e ultimo comma: ‘La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali’. Perché no? Perché senza controlli ciascuno farebbe un po’ come gli pare, svuotando il secondo comma dell’art. 41. Altrimenti sarebbe come predicare la sicurezza sulle strade, licenziando al contempo tutti i vigili urbani. E perché – prosegue Ainis su LA STAMPA – se in tale norma s’individua viceversa la matrice delle leggi di piano, è bene ricordare che la prima e ultima legge di tal genere venne approvata nel 1967. Basta lasciare in sonno il terzo comma, dato che dorme da più di quarant’anni. A meno che il problema non siano i ‘fini sociali’ dell’economia pubblica e privata. Si sa che il Pdl, quando sente menzionare Fini, fa un salto sulla sedia. Insomma l’art. 41 non è che un alibi, uno schermo. Serve a scaricare sulla Costituzione l’impotenza dei politici a inaugurare una stagione di riforme liberali. Dice: ma l’art. 41 tace sulla libertà di concorrenza. E allora? Sarebbe forse incostituzionale l’Antitrust (per chiamarla col suo nome di battesimo: Autorità garante della concorrenza e del mercato), che bene o male funziona dal 1990? Non c’è forse l’art. 117 della Costituzione, che assegna alla legislazione dello Stato la ‘tutela della concorrenza’? Non c’è un fiume di norme europee - recepite nel nostro ordinamento - che a loro volta proteggono il libero mercato? Altrimenti non si capirebbe perché mai nella giurisprudenza costituzionale la ‘tutela della concorrenza’ figuri in 131 decisioni, il ‘libero mercato’ in 44, la ‘libertà di iniziativa economica privata’ in 81, e via elencando. Ma dopotutto non è questo ciò che importa. In Italia non conta la Costituzione scritta, conta quella immaginata. Occorre un bel po’ di fantasia, però i nostri politici ne hanno la bisaccia piena. Come diceva Giambattista Vico, la fantasia tanto più è robusta quanto più è debole il raziocinio”, conclude Ainis su LA STAMPA. (red)

 

 

12. Chi sostiene lo scatto da leader di Enrico Letta

Roma - “‘Se Pier Luigi Bersani non è ancora in Cina stia attento a Enrico Letta,’ osservava ieri pomeriggio – riporta IL FOGLIO – Gennaro Migliore, esponente di Sinistra e Libertà, vendoliano, sottolineando con malizia l’attivismo (convegnistica, interviste, prese di posizione dissonanti in economia soprattutto) del vicesegretario del Pd, intensificatosi nelle ultime settimane a prezzo di molti malumori: quelli di Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani per la presenza del loro nemico Carlo De Benedetti al Nord Camp lettiano, a Vicenza, il prossimo fine settimana; di Bersani per la conferenza stampa sulla manovra convocata da Letta a Roma mentre lui, il segretario era in Cina; di Bindi e Franceschini perché la suddetta conferenza stampa prescindeva dalla presenza del presidente del Pd e del capogruppo alla Camera; di Franceschini e Veltroni ancora per via di CDB ovvero per la competizione nell’affetto del gruppo Repubblica-Espresso. Le mosse più recenti – in particolare il convegno di Vicenza – del numero due del Pd solitamente e antropologicamente prudentissimo, fautore fin qui di una linea attendista in materia di leadership (genere ‘aspettare il momento giusto, non bruciarsi’), rivelano l’intenzione di uscire allo scoperto utilizzando i punti di forza relazionali maturati anche grazie alle esperienze tecnocratiche, da ministro con il governo D’Alema prima, da sottosegretario nel secondo governo Prodi poi: all’incirca il triangolo Giulio Tremonti, Giovanni Bazoli, Carlo De Benedetti, personaggi attualmente in buoni rapporti fra loro. Con il ministro dell’Economia, come è noto, c’è la comune appartenenza all’Aspen. Con il presidente di Intesa Sanpaolo la filiazione andreattiana delle origini (Enrico Letta è tuttora presidente dell’Arel insieme con il figlio di Beniamino Andreatta, Filippo), il rapporto buono (tra alti e bassi) con Prodi e alcuni gesti molto concreti: l’intervista al Corriere contro il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, che nella partita di Intesa si era schierato contro la linea Bazoli pro Domenico Siniscalco (per il quale Tremonti non si era speso più di tanto); e ancora, nell’ambito della stessa partita, la collaborazione per il viaggio a Roma di Bazoli, comprensivo di interlocuzione con il Pd. I dubbi di D’Alema Il banchiere bresciano approva inoltre l’attenzione riservata da Letta jr al mondo nordista, e il parterre del Nord Camp, in testa il ministro Maroni, la certifica: perché se è indiscutibile il peso di Intesa Sanpaolo, si sa anche che al nord la Lega governa. Quanto a CDB, sicuramente ha apprezzato l’endorsement di Enrico Letta alla proposta di tagliare le tasse lanciata sul Foglio: ‘Dire meno tasse è di centrosinistra’, scriveva il numero due del Pd in un articolo pubblicato da Europa a fine aprile, ‘spostare a tal fine i carichi fiscali e intervenire se necessario sulla spesa pubblica improduttiva sono riforme di centrosinistra. E’ questa la mia reazione all’articolo di Carlo De Benedetti’. Una sintonia certo non gradita né a D’Alema né a Bersani – prosegue IL FOGLIO – sferzati spesso da Repubblica e dai giudizi severi dell’Ingegnere. Una sintonia che certo accentua la distanza con il presidente del Copasir e in parte anche con Giuliano Amato, fino a poco tempo fa in ottimi rapporti con Letta. Sussurrano nell’entourage del vicesegretario che ‘sì, è vero quello che dicono i bersaniani che Enrico non ha una vera corrente, che non ha controllo dell’apparato e nemmeno la forza della profezia, ma quella chi ce l’ha nel Pd… Lui ha la forza di alcuni poteri, e allora?’. L’obiettivo, l’ambizione sembrano insomma quelli di porsi come punto di riferimento di un’area culturale e anche di potere riformista, non diessina, e soprattutto non cigiellina. Sensibile ai richiami di Emma Marcegaglia e del governatore di Bankitalia Mario Draghi. Non è un caso che nell’intervista di ieri a Repubblica tv, insieme con qualche gesto distensivo nei confronti del segretario Bersani, Enrico Letta abbia invitato il suo partito a non scioperare con la Cgil e nemmeno con l’Anm. Una prospettiva molto diversa da quella del responsabile economico del Partito democratico, Stefano Fassina, che vede invece nella manovra di Giulio Tremonti l’attacco all’elettorato tradizionale del Pd – gli statali – e reagisce di conseguenza. Il parterre del Nord Camp lettiano, con la presenza di interlocutori del Pdl e della Lega e quella di Cesare Fumagalli di Confartigianato e di Ivan Malavasi di Cna identifica una Costituency da intercettare molto diversa da quella classica rappresentata per l’appunto dagli statali: i ‘piccoli’, il tavolo del Capranica ovvero la federazione di oltre due milioni di piccole imprese composta oltre che da Confartigianato, Cna anche da Confcommercio, Confesercenti, Casartigiani e tentazione per il mondo cooperativo. La manovra e i tagli di spesa, indispensabili, è il pensiero sottostante, possono favorire l’obiettivo di abbassare le tasse. Fare concorrenza alla Lega sul terreno della Lega, sicurezza, federalismo e fisco è l’obiettivo dichiarato del convegno. ‘Non ci sono divergenze fra me e Bersani’, ha detto Letta al Sole 24 Ore, chiedendo modifiche importanti, bocciando il condono e rivelando sintonia con Scalfari nella diffidenza sulla modifica costituzionale che dovrebbe allentare le maglie della burocrazia. Qualcuno sostiene che le innegabili differenze di approccio tra Letta e Bersani rispondono a un raffinatissimo marketing politico che punta a raddoppiare l’offerta e dunque il consenso, altri, più numerosi, diffondono la tesi della rotta di collisione. Che il solco ci sia – conclude IL FOGLIO – si è visto perfino durante un dibattito in sezione a via dei Giubbonari a Roma con l’economista del Pd Laura Pennacchi e l’eurodeputato Roberto Gualtieri: la prima esortava il Pd a smetterla con la subalternità a Tremonti, il secondo ricordava che ‘era dovuto tornare Bersani dalla Cina per correggere alcune impostazioni…’. Più di un dirigente dalemiano osserva che ‘Letta presidia un’area moderata, riformista, ma da destra’ e scuote la testa pensando allo sfilacciamento del Pd che rende possibile tutto ciò. E alla mai sopita questione della leadership. In proposito Letta ha rilanciato le primarie come unico metodo di selezione del candidato premier (quando lo statuto prevede Bersani). Poi ha aggiunto che sì, anche Prodi è una ‘risorsa’”. (red)

 

 

13. Fini ci prende in giro

Roma - “Da dieci giorni studiano. Oh, come studiano! Deputati e senatori – scrive Franco Bechis su LIBERO – si riuniscono in continuazione per trovare qualche marchingegno complicatissimo per prendere una decisione semplicissima: tagliare i loro stipendi. Si sono riuniti una volta da soli ciascuno nel suo parlamentino. Si sono riuniti una volta i deputati con Gianfranco Fini. Una voltai senatori con Renato Schifani. Si sono riuniti una volta tutti insieme. Si spremono le meningi, ma poi quando arriva il momento fatidico, quello in cui zac! Basterebbe calare giù un paio di forbici, ci ripensano. Meglio studiare ancora un po’. E se il taglio non venisse bene? E poi, che tagliare? Le indennità? I rimborsi di soggiorno? I taxi pagati a forfait? Quei fondi che dovrebbero essere impiegati per assumere i portaborse che quasi mai vengono assunti? Ah, che imbarazzo. Non si sa proprio cosa scegliere. E nel dubbio non si è scelto ancora nulla. Ci si riunirà di nuovo, si studierà un po’ e con tutto il tempo che c’è davanti vuoi vedere che poi gli italiani se ne dimenticano e si riesce a salvare il portafoglio? La pantomima diventa estenuante. E a due settimane dalla approvazione della finanziaria è stato deciso di tagliare gli stipendi dei supermanager, quelli dei dirigenti pubblici, quelli dei magistrati e dei professori universitari, perfino quelli di due poveri ministri, Ferruccio Fazio e Giancarlo Galan e di un minigruppo di sottosegretari, guidati da Gianni Letta e Daniela Santanchè. Mezza Italia è già a dieta con la cintura stretta e i parlamentari che avrebbero dovuto essere i primi a dare l’esempio, sono lì a studia re. Chissà, un giorno o l’altro calerà anche a loro la pancetta. Eppure – prosegue Bechis su LIBERO – cinque anni fa a presentare la finanziaria 2006 erano gli stessi protagonisti di oggi: Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti. Allora come oggi avevano il compito ingrato di mettere a posto i conti pubblici. E decisero che a dieta dovesse mettersi anche il Palazzo. Così senza troppi salamelecchi inserirono nella legge finanziaria una norma secca che diceva: dal primo gennaio 2006 sono tagliate del 10 per cento le indennità di tutti i parlamentari nazionali, di quelli europei, dei ministri e dei sottosegretari non parlamentari, di tutti e 750 i consiglieri regionali esistenti. Risparmio previsto: 23,4 milioni di euro, mica tanto simbolico. Allora la situazione internazionale era assai meno grave di oggi, eppure nessuno di loro protestò. Né il presidente della Camera, Pierferdinando Casini, o quello del Senato, Marcello Pera, si offesero per la decisione presa dal governo senza rispettare le liturgie dei due rami del Parlamento. Quest’anno tutt’altra musica. Berlusconi aveva chiesto di ripetere lo stesso gesto: sacrifici per tutti, e un messaggio chiaro a partire da chi vive nel palazzo. La Lega aveva dato il suo ok, proponendo con Roberto Calderoli un taglio prima del5 e poi del 10 per cento. Perfino l’opposizione era d’accordo: il Pd ha proposto di togliere una mensilità di stipendio a deputati e senatori (taglio quindi dell’8,3 per cento). E perché poi la norma non è stata inserita in Finanziaria? Semplice: si sarebbe offeso il presidente della Camera, Fini. Quello del Senato, Schifani, era d’accordo. Ma nelle fila del governo prima Letta e poi Tremonti hanno suggerito: ‘no, non tagliamo subito, sarebbe uno sgarbo a Fini. Lui vuole che si rispetti l’autonomia della Camera, rischiamo uno scontro inutile’. Così per fare contento Fini e fare annunciare a lui tagli che non avrebbe mai voluto annunciare, la riduzione degli stipendi è ancora lettera morta, affidata alla melina delle procedure e delle riunioni. Nell’attesa almeno qualcuno nell’ufficio di presidenza sta lavorando sui tagli possibili delle spese interne. Il vicepresidente della Camera, Antonio Leone, che ha la delega sul personale, ha già iniziato le trattative sui contratti integrativi dei dipendenti, cercando di racimolare qualche risparmio come è accaduto con i dipendenti pubblici. Ma la paghetta del deputato, no. Quella non si tocca – conclude Bechis su LIBERO – per non recare offesa al presidente della Camera. E la cinghia ora la stringono tutti gli altri”. (red)

 

 

14. Intercettazioni, rispuntano le maxi-multe agli editori

Roma - “Il giorno più lungo del ddl intercettazioni – riporta il CORRIERE DELLA SERA – si apre con un confronto politico nell’ufficio di presidenza del Pdl durante il quale Silvio Berlusconi cercherà di chiudere rapidamente una partita che ormai si trascina da quasi due anni. È ancora non definitivo il sì dei finiani, che avevano chiesto un ammorbidimento del testo capace di raccogliere almeno in parte le proposte da magistrati e investigatori preoccupati per gli intralci alle indagini. Eppure, dopo tanti ripensamenti, la maggioranza ha intenzione di chiudere entro questa settimana il passaggio parlamentare a Palazzo Madama per poi consentire alla Camera una rapida terza lettura del ddl Alfano. Ma rimangono alcuni nodi irrisolti. Fa discutere il ritorno di pesanti sanzioni penali (fino a 464.700 euro) per gli editori che pubblicano intercettazioni non attinenti al processo e per questo destinate alla distruzione. Un divieto che era stato affievolito nel primo esame in commissione al Senato. Gli emendamenti del Pdl verranno presentati in aula anche se poi l’opposizione chiederà al presidente Renato Schifani di riaprire i lavori della commissione per le questioni più rilevanti: ‘Sospendiamo il giudizio sugli emendamenti in attesa di leggerli per valutare quale sia l’intensità della riduzione del danno ma il nostro giudizio complessivo resta negativo’, afferma Andrea Orlando del Pd. Mentre il capogruppo Felice Belisario (Idv) stronca ogni tentativo di mediazione: ‘Non è un’incipriata dell’ultimo minuto a cambiare il contenuto vergognoso del ddl intercettazioni’. Eppure – prosegue il CORRIERE DELLA SERA – il Pd ha apprezzato alcune mosse del governo: ‘È positivo lo stralcio della norma sul segreto di Stato ottenuto grazie anche al lavoro dell’opposizione’. Per il sottosegretario alla Giustizia, Maria Elisabetta Alberti Casellati, c’è comunque la possibilità che il governo non ricorra alla fiducia: ‘Non lo so, ma non credo che il governo porrà la fiducia’. Proprio alla vigilia del ritorno del testo nell’aula del Sento, si è innescata una polemica sull’angosciante fatto di cronaca di Nocera, poi risolto in nottata. L’anomalia nella legge che sta per essere votata l’ha segnalata il pm Giuseppe Cascini, segretario generale dell’Associazione nazionale magistrati: ‘Se fossi il magistrato di Nocera chiederei subito l’acquisizione dei tabulati della cella telefonica dell’ospedale dove è stato rapito il neonato, per individuare tutti i numeri di telefono che hanno usato quell’antenna’. Eppure, aggiunge Cascini, ‘con la nuova legge sulle intercettazioni non lo potrei fare perché si possono richiedere solo i tabulati degli indagati’. Tutto falso, replica il ministero della Giustizia con il sottosegretario Giacomo Caliendo: ‘L’acquisizione del traffico telefonico della cella è attività di polizia giudiziaria che non è stata modificata dalla legge in discussione. È triste utilizzare casi tragici per opporsi a una legge che disciplina le intercettazioni telefoniche’”. (red)

 

 

15. Il Colle non scioglie ancora i dubbi, impasse del Cav.

Roma - “Ai ferri corti con il Quirinale fino alle ore piccole – scrive Liana Milella su LA REPUBBLICA – Con Angelino Alfano costretto a precipitarsi al ministero a tarda sera. Con frenetiche telefonate con Niccolò Ghedini. Con i finiani, Giulia Bongiorno in testa in quanto consigliere giuridico della terza carica dello Stato, che aspettano invano un testo promesso ma poi rinviato di ora in ora, ‘ve lo mandiamo in serata.., no forse meglio domattina’, perché i berluscones sono lontani dall’intesa. Facile l’ironia nelle file finiane: ‘Dopo due anni ancora non l’hanno trovata e si scontrano di nuovo con il Colle come un anno fa...’. Con il Cavaliere su tutte le furie perché è convinto che a fomentare i dubbi dello staf giuridico del capo dello Stato sia proprio il presidente della Camera. Al punto da gridare: ‘Quello continua a vantarsi del suo rapporto con Napolitano, ma sono io che adesso detengo quella relazione privilegiata e se il presidente vuole delle modifiche le deve chiedere a me e sarò io ad accoglierle’. Con il testo della riforma delle intercettazioni ancora aperto, a poche ore dall’ufficio di presidenza di stamattina, su punti delicatissimi come la durata degli ascolti e le modalità dell’entrata in vigore. Una riunione in cui Berlusconi avrebbe voluto dare il definitivo schiaffo al co-fondatore. E che si era già prefigurato così: ‘Non mandategli niente a quelli lì (intesi i finiani, ndr.). Noi mettiamo ai voti il nostro testo, lo approviamo, e poi in aula poniamo la questione di fiducia, anche perché non possiamo perdere tempo visto che incombe la manovra. E poi vediamo Fini che fa, se ha il coraggio di mettersi per davvero di traverso oppure alla fine piega la testa e vota’. Ma la strategia con tanto di vittoria annunciata s’infrange, prim’ancora che su Fini, sullo sbarramento del Quirinale. Con palazzo Chigi che entra in fibrillazione e teme che sulle intercettazioni salti tutto. Addirittura già al Senato, dove la maggioranza potrebbe essere costretta a chiedere il ritorno del ddl in commissione per un necessario approfondimento. Un fatto è certo – prosegue Milella su LA REPUBBLICA – nel corso del weekend, il Quirinale ha passato di nuovo al setaccio la legge, ha confermato i suoi dubbi, li ha segnalati ai berluscones paventando il rischio che, se il testo rimane quello che è, potrebbe anche non essere firmato. Durata bloccata delle intercettazioni, con l’assurdo tetto dei 75 giorni. Poi il rimedio peggiore del male, la proroga di 48 ore in 48 ore che rischia di paralizzare gli uffici nevrotizzandoli all’inverosimile. Limiti ‘irragionevoli’, che si risolvono nell’impossibilità di indagare anche se magari, con un’ultima tranche di ascolti, ci sarebbe la possibilità di acchiappare la prova regina. Infine la norma transitoria che Napolitano aveva già bocciato un anno fa, dopo il voto favorevole della Camera. Era scritto allora che ‘la legge non si applica ai processi in corso’, ma il Colle temeva l’anomalia costituzionale di fascicoli vecchi e nuovi che seguivano procedure differenti. Ora l’allarme è cresciuto ed è duplice: riguarda innanzitutto l’impatto che le nuove regole avranno sull’organizzazione dei palazzi di giustizia. Per questo Napolitano impone che ci sia comunque una lunga vacatio legis. Alfano e Ghedini gli concedono 30 giorni. Il Colle avrebbe voluto di più. Ma gli uomini del premier, che vogliono bloccare a tutti i costi l’eventuale uscita delle intercettazioni sugli appalti contenute a Perugia in sette faldoni, tengono duro. Vogliono la legge, e la vogliono subito. E s’inventano pure il raddoppio sugli editori con la super multa da 450 milioni se un giornalista pubblica una telefonata destinata dal pm alla distruzione (vedi le telefonate Berlusconi-Saccà). Il braccio di ferro va avanti per ore. Giocato sempre sulla contraddizione tra vecchi e nuovi processi che contiene in sé una palese violazione del principio di uguaglianza. Con palazzo Chigi che già si prefigura lo scenario: i finiani che fanno comunque saltare la legge alla Camera. O Napolitano che, in pieno agosto, non la firma”, conclude Milella su LA REPUBBLICA. (red)

 

 

16. Santoro a Rai: “Torno a settembre”. Rabbia del presidente

Roma - “Ieri, lunedì 7 giugno – riporta Paolo Conti sul CORRIERE DELLA SERA – estenuante giornata Rai imperniata su Michele Santoro. Si conclude col conduttore di ‘Annozero’ che si rivolge a Paolo Garimberti: ‘Il presidente spenga il cerino e accenda la tv: torniamo a settembre. Comunque la pensi a riguardo avevo chiesto che si pronunciasse con chiarezza e adesso lo ha fatto. Le chiacchiere stanno a Zero. Anzi ad Annozero’. Viale Mazzini La conferenza stampa di Santoro. Un annuncio chiaro: resto alla Rai. Ma arriva la gelata del direttore generale Mauro Masi: ‘I poteri di proposta al Consiglio di amministrazione, sui palinsesti e sulle singole trasmissioni, spettano al direttore generale dell’azienda. Ho proposto il 18 maggio scorso un accordo con Michele Santoro ampiamente e autenticamente consensuale i cui termini sono stati approvati all’unanimità, salvo due astensioni, dal CdA. Continuo ad attenermi al mandato ricevuto e ad implementare le delibere consiliari approvate’. Ovvero: per me la trattativa va avanti e Santoro non può decidere da solo. Il consigliere di centrosinistra Nino Rizzo Nervo avverte: ‘Gli accordi si fanno in due, il mandato di Masi è esaurito’. Oggi si vedrà. Ieri Santoro ha giocato il tutto per tutto in un’affollatissima conferenza stampa-monologo a viale Mazzini (Sandro Ruotolo, Vauro, il direttore di Raidue Massimo Liofreddi e di Raitre Antonio Di Bella, Paolo Ruffini reduce dalla sentenza di reintegro a Raitre, Corradino Mineo, i consiglieri Rai di centrosinistra Giorgio Van Straten e Nino Rizzo Nervo): ‘Il presidente Garimberti deve dire, a nome suo e del Cda, che Annozero il prossimo anno andrà in onda, in quel caso resto. Se no, tutti si assumano la propria responsabilità e che mi si lasci libero di andare... Garimberti ci deve mettere la faccia... Come nasce questa ipotesi di accordo? Dal fatto che nessuno ha subito quanto me violenze e mobbing... Trovo che l’opposizione, in particolare il Pd, abbia avuto nei confronti della mia vicenda una posizione pilatesca, Annozero non è una trasmissione qualsiasi ma il primo programma informativo di questo Paese e l’opposizione non può dire che quella tra la Rai e Santoro è una questione personale’. Massimo Liofreddi, direttore di Raidue, loda ‘Annozero’: ‘È stato un anno vincente, in prime time ha raggiunto il 20 per cento’. La risposta di Garimberti è pro-Santoro ma durissima: ‘Sei una risorsa per la Rai, Michele, e quel cerino che hai acceso e che tu ora non vuoi più e che ti spaventa tanto, me lo prendo volentieri io e ci metto la faccia, come ho sempre fatto e sempre farò. Quindi per la risposta secca che mi chiedi mi approprio del tuo slogan: ‘adesso Annozero può cominciare’. Perché io personalmente non l’ho mai messo in discussione. E tu? Perché, prima di avviare con la direzione generale una trattativa per la sua uscita, non sei venuto da me a chiedermi se volevo Annozero in onda? Se lo avessi fatto, ti avrei risposto: ‘Non è il momento di interrompere Annozero’’”. Trenta vasche in piscina, al suo circolo di sempre, il prestigioso Canottieri Roma. Un totale di 750 metri, poi una leggera colazione. Infine a viale Mazzini, mettendo a punto mentalmente la risposta da inviare a Michele Santoro dopo la lunghissima conferenza stampa a viale Mazzini. Così Paolo Garimberti, presidente della Rai – scrive Paolo Conti sul CORRIERE DELLA SERA – ha trascorso le ore successive alle dichiarazioni del conduttore (‘Garimberti deve dire se vuole ‘Annozero’ in onda’). Il presidente non ha seguito, come ha fatto mezza Rai a viale Mazzini e a Saxa Rubra, le esternazioni di Santoro in diretta su Rainews 24 (scelta che ha suscitato perplessità in azienda, non solo nel centrodestra). Era in viaggio da Milano. Ha stampato le agenzie di stampa e ha raggiunto il circolo senza cambiare la sua agenda di impegni personali e solo dopo ha risposto a Santoro. La piscina è servita a sbollire un primo momento di rabbia, di vera furia. ‘Come si permette, ha detto Garimberti ai suoi collaboratori, di dirmi che ci devo mettere la faccia? Io ho sempre firmato i miei articoli o il Tg2 quando ne ero il direttore, non mi sono mai tirato indietro. Io, la faccia l’ho messa sempre in quello che mi riguarda. Sempre’. Il contenzioso tra Santoro e Garimberti è legato alla trattativa tra il conduttore di ‘Annozero’ e il direttore generale Mauro Masi. Il presidente non ha apprezzato di aver saputo della possibile uscita di Michele a discussione già molto avanzata, addirittura dopo i consiglieri di centrosinistra Nino Rizzo Nervo e Giorgio Van Straten. In quanto al voto, Garimberti lo ha già detto e ora lo ripete: ‘Ho votato sì perché è stato lui, Santoro, a dirmi che si era stancato e intendeva sperimentare altri orizzonti professionali. Gli ho detto che avrei sempre difeso ‘Annozero’ ma che non mi sarei certo opposto ai suoi nuovi progetti professionali’. Per farla breve: Garimberti ricorda di aver votato sì alla trattativa ‘non per fare un piacere al direttore generale Mauro Masi né tantomeno a Berlusconi ma perché Santoro ci aveva chiesto un voto se possibile unanime’. Per questo – prosegue Conti sul CORRIERE DELLA SERA – nel comunicato del presidente c’è la faccenda del cerino acceso. E il sospetto che la chiamata in causa del presidente sia servita a Santoro per togliersi da una situazione complicata, molto criticata dal popolo dei suoi telespettatori. Garimberti, insomma, si sente ‘tirato per la giacchetta’ continuamente da Santoro, per il suo ruolo di presidente ‘di garanzia’. Ma c’era ieri chi ricordava la sostanziale differenza tra il peso di Lucia Annunziata e quello di Garimberti. Annunziata fu scelta dai presidenti dei due rami del Parlamento proprio come ‘garanzia’ in un Consiglio con una maggioranza di centrodestra. Invece Garimberti ha un impegno più complesso e ampio della semplice ‘garanzia’: è stato votato all’unanimità dalla Commissione di Vigilanza. Quindi con un vincolo di lealtà verso tutte le parti politiche. A questo punto la palla passa al Consiglio di amministrazione di oggi. Che ha — Santoro a parte — un immenso problema da risolvere. Ovvero la sentenza di reintegro di Paolo Ruffini a Raitre. Masi sembra orientato a nominarlo a Rainews 24. Ma secondo alcuni pareri legali, la sentenza impone prima un reintegro. Il pericolo è che tutto il Cda Rai venga denunciato per mancata applicazione di una sentenza (articolo 388 del codice penale, cinque anni di reclusione) e 328 (omissione di atti d’ufficio, fino a due anni). Non un giochino da ragazzi...”, conclude Conti sul CORRIERE DELLA SERA. (red)

 

 

17. L’ultima sceneggiata di Santoro, la sinistra lo rivuole

Roma - “Annozero vive. Addio Annozero . Nella convulsa giornata di ieri – scrive Francesco Cramer su IL GIORNALE – c’è una verità ufficiale fatta di tira e molla, ricatti, show di Santoro e rassicurazioni di Garimberti: Michele tornerà a settembre. Poi ce n’è un’altra,ufficiosa,che fa apparire la prima come teatrino: Michele avrebbe già firmato la separazione consensuale, a suon di milioni di euro. Un accordo che aspetta solo la ratifica del consiglio d’amministrazione di viale Mazzini, teatro ieri di uno spumeggiante spettacolo del giornalista vocato al martirio. Parte con una sorta di ricatto a 360 gradi, Santoro. Si autoproclama caso nazionale e minaccia tutti: dai vertici Rai ai partiti; dal presidente di garanzia Paolo Garimberti al leader del Pd, Pierluigi Bersani. Forte del preaccordo di separazione per lui decisamente vantaggioso - che i ben informati dicono ormai siglato - , in una pirotecnica conferenza stampa attacca tutto e tutti e mette sotto scacco l’azienda: ‘La Rai si presenti davanti alle telecamere e si assuma le proprie responsabilità. Dica ‘meglio non fare Annozero , faremo altro’ e vedremo se questo altro è morale’. Inchioda il presidente: ‘Garimberti dica chiaro e tondo se dobbiamo andare in onda o no. Togliete tutte le cause pendenti e io torno. Se non ce la fate, e non ce la farete, lasciatemi libero’. Passa qualche ora e Garimberti, strattonato, scende in campo: ‘Annozero può cominciare - dice in una nota- . Ci metto la faccia come ho sempre fatto e sempre farò nella mia vita professionale’. Ma c’è un ‘ma’ grande come una casa: ‘Va necessariamente chiarito - dice Garimberti - che il presidente non ha aziendalmente il potere di prendere da solo le decisioni che riguardano Annozero’. Appunto. Basterà la buona intenzione? Michele sembra soddisfatto: ‘Il presidente spenga il cerino e accenda la tv: torniamo a settembre. Le chiacchiere stanno a zero, anzi ad Annozero’. Invece no. La trattativa continua tutta la notte e le chiacchiere proseguiranno. Di chiacchiere, in mattinata, ne sono volate molte, con Santoro mattatore. Il direttore di Raidue Massimo Liofredi, al suo fianco, infilzato dalla selva di cronisti: ‘Allora, Santoro lo volete?’. E lui a riconoscere che Michele ha fatto il botto di ascolti ma ‘il caso è sul tavolo dell’azienda. Ci sono trattative in corso...’. Santoro non infierisce su di lui: ‘Il problema non è Liofredi che è solo un albero. Il problema è la foresta’. E la foresta è la politica. I piani alti di viale Mazzini? Macchè, oltre. Più su. Per Santoro – prosegue Cramer su IL GIORNALE – a occuparsi di Santoro deve essere il potere con la ‘P’ maiuscola. Più tardi ammette: ‘Queste cose non si fanno se non vengono coinvolti i livelli giusti di questo Paese, va bene? Non è un problema né di Santoro né di Masi’, parla in terza persona. Ammette che Garimberti è soltanto la fine dell’imbuto però lo incalza: ‘Dice che la firma dipende solo da me? Non è vero. Non sono io che devo decidere ma loro’. Qualcuno di ‘loro’ è in sala. Per esempio i due consiglieri d’amministrazione Rai in quota opposizione Rizzo Nervo e Giorgio Van Straten. Santoro ce l’ha pure coi due. Anzi, soprattutto coi due: ‘Ma esiste il Pd? Possono parlare il linguaggio della verità? Bersani dice di sì: lo faccia allora’. Michele vorrebbe che tutta l’opposizione si stracciasse le vesti a difesa sua; che lo innalzasse a totem della libertà di stampa e di pensiero. Cosa che non è accaduta. ‘Hanno un atteggiamento pilatesco, la sinistra non si batte per farmi rimanere’, si lamenta Santoro che si dipinge vittima di ‘mobbing,violenza, chiamatela come volete’. Michele pretende l’azienda in ginocchio da sé: ‘Se no la chiudo qua’. Sulla base di un accordo che Santoro avrebbe già in tasca: non più dipendente ma collaboratore; cinque dirette ogni anno per due stagioni, più due film (non docu-fiction); un milione a puntata più una liquidazione da quasi due milioni e mezzo di euro. Intesa stracciata o già raggiunta? Per il sottosegretario Daniela Santanchè ‘è meglio per tutti che sia dia seguito al contratto che libera Santoro dalla Rai’ anche perché ‘non vorrei che alla fine gli italiani si stufassero di questo balletto e usassero l’unica arma che hanno a disposizione: non pagare più il canone’. Il pasticcio continua e nella girandola delle ipotesi spunta persino quella di un ritorno di Paolo Ruffini al vertice di Raitre”, conclude Cramer su IL GIORNALE. (red)

 

 

18. Manovra tedesca choc, salta il vertice con Sarkozy

Roma - “Angela Merkel – riporta il CORRIERE DELLA SERA – ha trasformato in numeri il credo che predica da settimane, l’austerità. Un pacchetto da più di 80 miliardi di risparmi che la Germania farà tra l’anno prossimo e il 2014, molti più di quelli previsti: la maggiore manovra effettuata nel dopoguerra, con un forte taglio al Welfare State. Si tratta del verbo che Berlino propone al resto d’Europa: ‘Un buon esempio’ di disciplina fiscale, ha detto la cancelliera. ‘Un atto di forza’, ha aggiunto. In realtà, anche uno shock per molte altre capitali della Ue, invitate a fare lo stesso, cioè a rientrare nei parametri di Maastricht in fretta e poi a essere più ambiziose e azzerare i deficit. In questo passaggio di crisi delle finanze statali, la manovra tedesca vuole stabilire lo standard per il resto del Vecchio Continente. ‘Cultura della stabilità’ estesa a tutti: il Paese più virtuoso d’Europa (assieme a Olanda e Finlandia) alza l’asticella e mette in off-side i governi che non si sono ancora mossi con manovre proprie. Un incontro che doveva tenersi ieri sera, a cena a Berlino, tra la signora Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy è stato improvvisamente rinviato: la portata della manovra tedesca — dice una fonte del governo tedesco— avrebbe sorpreso Parigi e non sarebbe condivisa dal governo francese, più propenso a puntare sulla crescita che sui risparmi. Una differenza di opinioni fondamentale che vede la Germania muoversi su una traiettoria diversa da quella preferita da Parigi, da altre capitali europee, dagli Stati Uniti che vorrebbero l’economia tedesca più impegnata in ruolo da locomotiva e meno rigida sui deficit. La cosa interessante del pacchetto annunciato ieri, dopo due giorni di ‘clausura’ dei ministri, è comunque che i tagli alla spesa sono superiori alle nuove tasse, limitate a banche, voli aerei e industria nucleare. Il governo cerca così di effettuare risparmi strutturali e rendere più efficiente l’apparato pubblico senza affossare la crescita economica. Le promesse riduzioni fiscali, che erano il cuore del programma sul quale l’attuale maggioranza ha vinto le elezioni lo scorso settembre, non saranno effettuate per l’intera legislatura. La priorità, per Berlino – prosegue il CORRIERE DELLA SERA – è la stabilità dei conti. ‘Dobbiamo risparmiare circa 80 miliardi di euro entro il 2014 in modo che le nostre finanze possano stare in piedi da sole — ha detto la cancelliera durante una conferenza stampa tenuta assieme al leader del partito liberale Guido Westerwelle —. I mesi scorsi hanno mostrato, tra Grecia e altri Stati dell’euro, quanto importante sia avere finanze solide’. Il piano prevede risparmi per 11,2 miliardi nel 2011, 19,1 miliardi nel 2012, 24,7 miliardi nel 2013: a quel punto, il deficit pubblico, quest’anno superiore al 5 per cento del Pil, dovrebbe essere sotto al 3 per cento, come previsto dal Trattato europeo. Per il 2014, poi, è previsto un risparmio di altri 26,6 miliardi, in vista dell’obiettivo, scritto l’anno scorso nella costituzione, di non superare un deficit dello 0,35 per cento dal 2016 in poi. Una trentina di miliardi arriveranno da tagli al Welfare State: soprattutto meno sussidi ai disoccupati di lungo termine emeno aiuti alle coppie che fanno figli. Nell’amministrazione federale saranno eliminati 10-15 mila posti (su 450 mila) e annullati gli aumenti delle gratifiche natalizie già dal 2011. Il ministero della Difesa preparerà entro settembre una riforma dell’Esercito (ancora da decidere nella forma) per risparmiare quattro miliardi. Una serie di spese previste verranno rinviate, ad esempio la ricostruzione del castello di città a Berlino, progettata dall’architetto italiano Franco Stella: non inizierà prima del 2014. Almeno cinque miliardi di sussidi all’economia verranno tagliati. I 12 miliardi di aumenti di spesa previsti tra ora e il 2013 per educazione e ricerca non verranno invece toccati. Sul versante delle nuove imposte, una tassa sulle transazioni finanziarie, dal 2014, dovrebbe fare entrare sei miliardi. Una ‘ecologica’ sui voli aerei originati in Germania, quattro miliardi. Una sui profitti dei gestori di impianti nucleari (E.On, Rwe, Vattenfal, EnBW), 9,2 miliardi. Gli imprenditori hanno dato giudizi positivi. I sindacati, invece, vorrebbero più tasse. Soprattutto, critica è l’opposizione, che sarà decisiva per approvare il pacchetto dal momento che il governo non ha più la maggioranza al Bundesrat, la camera alta dei Länder. Le altre critiche arriveranno da alcune capitali europee, al momento però sotto choc. Anche i mercati restano nervosi: in una giornata di forte volatilità di Borsa (a New York il Dow Jones ha perso l’1,2 per cento, a 9.816,49 punti: il minimo degli ultimi sette mesi) gli spread sui titoli di Italia e Spagna sono saliti a nuovi massimi dal varo dell’euro. Ma anche i buoni del Tesoro francese e belga hanno sofferto la freddezza degli investitori”, conclude il CORRIERE DELLA SERA. (red)

 

 

19. Perché Merkel trasforma la Germania nella Cina d’Europa

Roma - “Per placare l’ira della pubblica opinione contro il salvataggio della Grecia – scrive Paolo Savona su IL FOGLIO – ma forse per la crescente insoddisfazione sulla performance dell’euro, la Germania ha imposto all’Unione europea un anticipato rientro nell’ortodossia fiscale di Maastricht, avviando politiche deflazionistiche generalizzate. Sono infatti tali, per definizione, tutte le riduzioni di spesa pubblica o gli aumenti di tassazione, ma ciò non significa che si avrà recessione, perché il deprezzamento dell’euro può rovesciare questa tendenza. E’ comunque rilevante l’annuncio di ieri della Germania di una manovra da 80 miliardi entro il 2014. Il mercato ha scoperto solo oggi che l’euro è una moneta con gravi difetti di costituzione, sintetizzabili nella mancanza di un’unione politica, e si è rivelato insensibile agli ingenti provvedimenti di sostegno decisi all’inizio di maggio. Pertanto, il cambio della moneta europea ha continuato a scivolare, avvicinandosi al rapporto di 1,16 con il dollaro che fu deciso nel momento del suo avvio. Per far guadagnare credibilità all’euro, la Banca centrale europea condusse politiche più rigide rispetto alla banca centrale statunitense, unendosi all’Ecofin come severa guardiana dell’ortodossia fiscale e facendo pagare all’Unione, Germania inclusa, un costo elevato in termini di sviluppo. Immemore delle sue giuste preoccupazioni iniziali, il mercato esaltò la bontà della moneta europea, inducendo i paesi detentori di riserve ufficiali in dollari a trasformarli in euro, fino a raggiungere un quarto delle consistenze in essere, equivalente a circa 1 trilione di dollari. La Bce non servì direttamente questa domanda che, passando per il mercato, causò un forte apprezzamento dell’euro e la conseguente caduta delle esportazioni europee sensibili al prezzo; ne conseguì un abbassamento dello sviluppo e dell’occupazione rispetto alle aree che gravitano su un dollaro debole. La politica tedesca ha basi logiche forti e si potrebbe anche giustificare se non venisse applicata in un momento particolare dell’economia mondiale, che pone a essa altre priorità, come quella di sostenere l’occupazione giovanile. La leadership tedesca in Europa ha certamente maggiori responsabilità di quelle della mera tutela degli interessi nazionali, non solo in linea di principio, ma anche per i modi in cui questi vengono tutelati. La Germania ha un surplus di bilancia estera, certamente dovuto ai suoi meriti economici, ma anche al fatto che per essa l’euro è sopravvalutato. E’ la Cina d’Europa! Se avesse ancora il vecchio marco – prosegue Savona su IL FOGLIO – l’apprezzamento al quale verrebbe esposto continuerebbe fino ad annullare il vantaggio monetario goduto dalle sue esportazioni, rilanciando quelle dei paesi con problemi di competitività e di finanza pubblica. Oggi l’euro debole avvantaggia tutte le esportazioni europee e la Germania ne uscirà con un surplus di bilancia estera ancora maggiore. Ma l’euro è debole perché la sua costituzione lo è; il vero rischio è quindi la sua tenuta. Siamo alle soglie di un nuovo dramma del XXI secolo a causa della Germania? L’Ue non sembra stia meditando sui suoi difetti, ma invoca il ritorno al suo vecchio modo d’essere, creando deflazione. E la speculazione ci sguazza dentro. Il contesto globale vive gli stessi problemi. Gli Stati Uniti hanno un deficit di bilancia estera ancora rilevante, di cui è poco preoccupata dato che, per riprendere il sentiero della crescita, spinge sul deficit di bilancio pubblico che ritiene di curare omeopaticamente, ossia attraverso la crescita stessa. Gli stessi americani cominciano a preoccuparsi del loro debito estero. La Cina ha un saldo di bilancia estera di segno opposto e un deficit pubblico trascurabile. Gli altri paesi, dal Giappone al Regno Unito, presentano saldi ampi e di segno opposto. In questo mondo caratterizzato dalla ‘economia degli squilibri’, appare fuori luogo mettersi a recitare la parte degli ortodossi fiscali, con il rischio di entrare in una seria crisi di coesione, ancor prima di un’altrettanto seria recessione. Avvantaggerebbe solo le altre aree del mondo. Occorre affrontare quindi questi nodi irrisolti, smettendo di intercettare gli effetti e lavorando sulle cause”, conclude Savona su IL FOGLIO. (red)

 

 

20. Borse ed economia Ko perché Obama ha rottamato il G7

Roma - “Se la ripresa globale continuerà, in combinazione con la svalutazione dell’euro che favorisce l’export – scrive Carlo Pelanda su LIBERO – l’Italia uscirà meglio di quanto si possa pensare ora dai guai. Anche l’intera Eurozona. Quindi è interesse nazionale vitale, ed europeo, capire ed influenzare le condizioni che garantiscono una crescita prolungata della domanda globale. Potrebbe sembrare bizzarro pensare che la ‘piccola’ Italia riesca ad influenzare le grandi tendenze mondiali. Ma, in realtà, la sua scala economica la mette nel gruppo delle potenze primarie. Entro la Ue, inoltre, l’Italia ha un’influenza notevole e può usarla per estenderla indirettamente agli affari globali. Il punto: è ora di usarla. Il problema più grosso è che il mercato globale sta cominciando a soffrire la mancanza di un ‘pilastro di fiducia’. Nel passato questo era costituito da un’America che esercitava una governance globale via un G8 a dominanza euroamericana. Ora questa fonte di ordine e certezze è saltata un po’ perché il mercato globale si è ingrandito rendendo la governance occidentale inadeguata per scala, ma, soprattutto, perché Obama ha fatto l’errore madornale di rompere l’alleanza con gli europei, derubricando il G7 a favore del G2 con la Cina di cui il G20 è mero contenitore. Questo è un organismo troppo diluito e disomogeneo per decidere qualcosa. Obama ha rotto un sistema di governo e garanzie senza costruirne un altro. Il mercato finanziario globale sta esagerando le oscillazioni, facendo prevalere quelle negative anche se le prospettive di economia reale sono buone, non tanto per incertezza contingente, ma perché non vede un sistema affidabile di coordinamento e prevenzione e gestione delle crisi, un chiaro prestatore di ultima istanza, un credibile fornitore di sicurezza militare nonché regolatore di prezzi geopolitica come quello del petrolio. E non vede quale sistema internazionale possa generare un sempre più necessario sia accordo monetario di stabilizzazione sia di garanzia condivisa dei debiti sovrani. Senza queste certezze il mercato scivola sempre più verso il pessimismo e ciò rischia di minare la ripresa della domanda globale. Pertanto – prosegue Pelanda su LIBERO – bisogna ricostruire un organismo che produca fiducia in modo credibile. Questo potrà, essere solo un G7 ripristinato nelle sue facoltà di politica economica globale, passate al G20 dall’estate del 2009, come contenitore per un sostanziale accordo euroamericano ed eurodollaro. Un G7 rafforzato dall’inclusione consultiva di Cina, India, Brasile e Russia, ma a conduzione euroamericana. Tale organismo dovrà definire un accordo di cambio tra giuro e dollaro, una garanzia sistemica per i debiti sovrani, rinforzare il Fmi per gli interventi di crisi, creare un coordinamento stabile tra banche centrali. Se il mercato vedesse la ricostruzione di un tale sistema di governance mitigherebbe le preoccupazioni sistemiche sull’euro, sui debiti, sull’inflazione e deflazione future, ecc. L’America di Obama è in tilt, la Germania è nel panico, la Francia dispersa, il Giappone pure, Cina ed India pensano solo agli affari loro, ma il vuoto di governo economico globale li sta danneggiando tutti. Sembra quindi un buon momento per una potenza, media e responsabile come l’Italia di proporre soluzioni che i più grandi farebbero fatica a dire, in particolare spingere la Ue a proporre all’America il ritorno ad un governance globale comune. Sarebbe la salvezza per ambedue e per il resto”, conclude Pelanda su LIBERO. (red)

 

 

21. La difesa d’Israele fa acqua, i nemici ne approfittano

Roma - “L’iniziativa pacifista per rompere il blocco navale su Gaza – scrive IL FOGLIO – ha messo a nudo il lato debole delle difese d’Israele: quello ovest, che affaccia sul Mediterraneo. Si è aperta una finestra d’opportunità per le provocazioni e le incursioni e la lista di chi vuole approfittarne s’è fatta subito lunga. Ieri l’Iran ha dichiarato l’intenzione di mandare due navi della Mezzaluna rossa – l’equivalente della Croce rossa – sulla stessa rotta del convoglio di lunedì scorso per sfidare di nuovo il blocco davanti alle coste di Gaza. ‘Una porterà beni donati dalla nostra gente, l’altra i nostri operatori di soccorso. Il loro arrivo è previsto per la fine di questa settimana’, ha detto il direttore dell’associazione iraniana, Abdolraof Adibzabeh, dopo un incontro al ministero degli Esteri di Teheran. Può unirsi chiunque: per prendere parte è sufficiente iscriversi sul sito internet della Mezzaluna. Un portavoce del leader supremo, l’ayatollah Ali Khamenei, ha annunciato che le Guardie della Rivoluzione sono pronte a fare da scorta militare alle due navi ‘con tutta la potenza e la capacità a loro disposizione’. Da Beirut anche il leader di Hezbollah, lo sceicco Nasrallah, ha invocato la spedizione di una nuova flottiglia verso le coste dell’enclave palestinese. Ieri alle quattro del mattino i commando della marina israeliana hanno ucciso in mare quattro palestinesi appartenenti alle Brigate dei martiri di al Aqsa, il braccio armato di Fatah, il partito del presidente palestinese Abu Mazen. I quattro facevano parte di una squadra equipaggiata con mute e attrezzature da sub che al largo di Gaza preparava un’incursione contro gli israeliani. Negli ultimi giorni, dalle coste della Striscia sono anche partiti barilotti esplosivi, lasciati alla deriva nella speranza che, grazie alle correnti, tocchino terra sulle spiagge d’Israele. I commando di marina che ieri hanno intercettato gli uomini rana sono gli stessi coinvolti una settimana fa nel disastroso abbordaggio alla turca Mavi Marmara e due giorni fa all’operazione – questa volta impeccabile – per fermare la nave irlandese Rachel Corrie. Secondo un quotidiano libanese anche il premier turco, Recep Tayyip Erdogan, sta considerando l’idea di arrivare a Gaza – dove ieri un bambino palestinese è stato battezzato Erdogan in suo onore – via nave, su un vascello della marina militare di Ankara, per accompagnare un nuovo tentativo di violare pacificamente il blocco. Suona ovvio dirlo: anche la Siria è salita a bordo del nuovo fronte per mettere in difficoltà Israele. Ieri – prosegue IL FOGLIO – il presidente Bashar el Assad ha dichiarato ‘appoggio incondizionato a qualsiasi iniziativa della Turchia per rompere l’assedio di Gaza. Non stiamo più parlando di generiche condanne, stiamo parlando di passare all’azione’. E’ chiaro che appoggiando Erdogan, invece che gli impresentabili soccorritori iraniani con scorta di pasdaran, Damasco muove un altro passo furtivo verso la propria legittimazione sulla scena internazionale. Ieri alla radio dell’esercito il generale israeliano Uzi Dayan ha commentato con parole bellicose: ‘Se il premier turco si presenta qui con navi da guerra, non c’è dubbio che si tratterebbe di una dichiarazione di guerra’. Ma un altro generale, Amos Gilad, che comanda l’unità politica del ministero della Difesa di Gerusalemme, ha abbassato i toni: ‘Non è il caso di esacerbare la crisi con la Turchia con questo tipo di dichiarazioni su Erdogan. Proprio perché siamo in una crisi, dobbiamo agire con giudizio e anche evitare di definire ‘terrorista’ un leader eletto democraticamente’. Se l’ipotesi dell’arrivo di Erdogan innervosisce i militari israeliani, la presenza nelle acque davanti a Gaza di navi cariche di non meglio definiti ‘beni’ e ‘operatori di soccorso’ iraniani, accompagnati dalle Guardie rivoluzionarie e da qualche altra nave sponsorizzata da Hezbollah, tutti magari mescolati a pacifisti, è il ‘worst case scenario’, lo scenario peggiore che si potesse immaginare. Il governo israeliano ha già definito l’evento ‘improbabile’, anche se ‘è una chiara provocazione’. Gerusalemme sorveglia quel tratto di mare e devia le rotte degli attivisti verso Ashdod proprio per evitare che la costa diventi permeabile alle armi e ai rifornimenti dell’Iran a favore di Hamas. Ma l’azione finita male otto giorni fa – conclude IL FOGLIO – ha cambiato l’equilibrio e il mare ora attira le potenze ostili”. (red)

 

 

22. La solitudine di Israele

Roma - “In un discorso pronunciato poco dopo l’11 settembre 2001 – scrive Sandro Viola su LA REPUBBLICA – Sharon disse che l’offensiva dell’Occidente contro il terrorismo islamico, accompagnata com’era da troppe e calorose promesse di risolvere ‘rapidamente’ il conflitto israelo-palestinese, stava spingendo Israele nella posizione della Cecoslovacchia alla vigilia della Conferenza di Monaco del 1938. E questo nel senso che se si fosse cominciato a considerare la contesa sulla Palestina il maggiore ostacolo nei rapporti tra Occidente e mondo islamico, ne sarebbe scaturito lo stesso ‘appeasement’ verso gli arabi e gli islamici, la stessa remissività con cui le democrazie europee sacrificarono la democrazia cecoslovacca ai voleri di Hitler e Mussolini. Israele rischiava insomma, dal momento che s’era messo in moto il tentativo euro-americano di placare la ‘rabbia araba’, d’essere abbandonato al suo destino. Per oltre vent’anni, non m’era mai capitato di dare ragione ad Ariel Sharon. Ma quel suo discorso mi trovò quasi completamente d’accordo. Avvertii, e lo scrissi ampiamente su questo giornale, che se si fosse diffusa la percezione dello Stato degli ebrei come d’una presenza geo-politica sempre più ingombrante, il principale ostacolo alla stabilità d’una regione d’importanza economica e strategica cruciale, questo avrebbe potuto avere conseguenze drammatiche prima sulla sicurezza, e poi sull’esistenza stessa d’Israele. La profezia di Sharon s’è ormai, almeno in parte, avverata. Un’antipatia per Israele s’era andata addensando negli ultimi anni soprattutto nelle società europee, e cominciava ad affiorare in una parte di quella americana, a causa delle continue e sempre più cruente azioni militari del suo esercito. Poco sembrava importare che la guerra del Libano nel 2006 e l’operazione Piombo fuso su Gaza fossero iniziate su pesanti provocazioni degli Hezbollah e di Hamas. Contava il bilancio finale: migliaia di morti, famiglie in fuga, distruzioni enormi, il tutto provocato dalle forze armate israeliane e trasmesso ogni sera dalle televisioni. C’era poi la riluttanza con cui i governi di Gerusalemme rispondevano alle sollecitazioni dell’alleato americano e dei paesi europei tradizionalmente più filo-israeliani, perché riprendessero il negoziato con i palestinesi. Negli anni di Bush jr. non avevano collaborato Sharon (il ritiro da Gaza richiese un discorso a parte) e Olmert. Né lo stava facendo Netanyahu con Obama, nonostante l’indurimento dei toni e le richieste sempre più drastiche della nuova amministrazione di Washington. Le colonie – prosegue Viola su LA REPUBBLICA – continuavano infatti ad espandersi, nessuno degli insediamenti illegali stabiliti in Giudea dagli estremisti religiosi veniva smantellato dall’esercito, in Cisgiordania i soldati di guardia ai posti di blocco non avevano smesso di prendere a calci i palestinesi. A stabilire la linea del governo Netanyahu era ormai lo ‘stato della Giudea’, come la sinistra israeliana chiama lo schieramento di coloni e gruppi oltranzisti. Intanto gli inviati di Obama atterravano ogni settimana a Gerusalemme per spingere il governo Netanyahu a riannodare le fila della trattativa con l’Autorità palestinese, ma senza alcun costrutto. Ogni volta si trovavano infatti di fronte un nuovo diniego, un altro ‘escamotage’, un ennesimo rinvio. S’era così man mano allargato, precisato, un isolamento d’Israele tra i governi e le opinioni pubbliche occidentali. Lo sfilacciarsi delle vecchie solidarietà, un’impazienza crescente verso la politica dello Stato ebraico. Qualcosa di molto simile, insomma, ad un lento ma progressivo ripudio. Impressionante era soprattutto la presa di distanza in America. Erano mesi che il Pentagono parlava infatti di interessi strategici ormai divergenti tra quelli degli Stati Uniti e quelli dei partiti di destra ed estrema destra al governo di Gerusalemme. Il generale Petraeus era giunto a parlare di rischi crescenti, a causa della politica d’Israele, per i 200.000 soldati americani in Medio Oriente. La furia di Barack Obama s’era manifestata varie volte in forme clamorose. E a questo punto è arrivato, il primo giugno, l’abbordaggio alla Mari Marmara che voleva forzare il blocco navale davanti a Gaza. Nove morti crivellati di colpi, la fragorosa protesta internazionale, e un’altra prova inquietante di come sia andata scadendo negli ultimi anni l’efficienza militare israeliana. All’indomani della strage, un elemento comune risaltava dai commenti politici. L’Israele del governo Netanyahu è ormai visto come gli squilibrati che la vecchia psichiatria definiva, così da poterli internare nei manicomi, ‘pericolosi per sé e per gli altri’. Una macchina politico-militare incapace di tenere la strada, dunque sempre prossima a sbandare lasciando sul terreno molte, troppe vittime. Un paese che ha perso la capacità di percepire (e misurarli) i lutti e le sofferenze inflitti agli altri. E a questo s’è aggiunto domenica scorsa il giudizio del Papa sulle conseguenze catastrofiche che sono uscite dai 43 anni dell’occupazione israeliana in Palestina. Parole pesanti, visto che vengono da una Chiesa abituata a pesare le parole. Un’altra società che non fosse quella israeliana – continua Viola su LA REPUBBLICA – vivrebbe con angoscia l’inarrestabile degrado dell’immagine del proprio paese. Ma per ora solo una parte marginale d’Israele sembra rendersi conto dei rischi dell’isolamento: i grandi scrittori, gli accademici famosi, il giornalismo d’élite. Per ogni altro israeliano, c’è sì un’apprensione di fronte agli insuccessi d’un esercito che sembrava non poter fare errori. Ma quanto all’insofferenza che sta crescendo in mezzo mondo per lo Stato degli ebrei, essa è vista come nient’altro che l’ennesima forma d’antisemitismo. L’ipocrisia di chi s’accorge soltanto delle violenze d’Israele, ma non di quelle dei suoi avversari. Dunque lo stringersi d’un assedio. E si potrebbe anche essere a fianco d’Israele in un momento tanto difficile, minacciato com’è da nord, da sud e dai programmi nucleari iraniani. Mentre Hamas, gli Hezbollah e il fanatico di Teheran si godono la vittoria propagandistica dell’abbordaggio alla Mari Marmara, e progettano nuove provocazioni. Ma dimenticare quattro decenni di storia è molto difficile. Una storia disseminata da caterve di cadaveri, in parte vittime del terrorismo palestinese ma in stragrande maggioranza caduti sotto i colpi dell’aviazione, dei carri armati e dei mitragliatori d’Israele nel corso di operazioni tante volte ingiustificate. Ed è questo che in Occidente appare ormai inaccettabile: il quadro che risulta oggi dopo i 43 anni d’occupazione delle terre palestinesi. Un quadro di sopraffazioni, di scappatoie e inganni diplomatici, di continui – e in troppe occasioni eccessivi, devastanti – ricorsi alla forza militare. Una situazione che né i governi né il complesso della società d’Israele, hanno mai inteso veramente, coraggiosamente cambiare. E che non muterà certo, salvo un miracolo, ad opera del governo Netanyahu, tenuto in piedi com’è da una banda di coloni razzisti e di fondamentalisti religiosi”, conclude Viola su LA REPUBBLICA. (red)

Prima pagina 8 giugno 2010

Bhopal, l’ultima vergogna