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Aboliremo le Province! Addirittura quattro...

La prima versione, al tempo della campagna elettorale per le Politiche 2008, era di eliminare tutte le Province. Nel gran parlare che si faceva all’epoca riguardo ai costi esorbitanti della partitocrazia e della pubblica amministrazione, anche a seguito dell’uscita nel maggio dell’anno precedente del vendutissimo “La casta” di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, ci fu la corsa a cavalcare l’onda della ritrovata sobrietà, assicurando a gran voce che in caso di vittoria si sarebbe cominciato proprio da lì. Da quegli enti territoriali che, pur espressamente citati dalla Costituzione, erano in fondo gli unici di cui si potesse fare a meno, essendo impensabile cancellare le Regioni e i Comuni. 

Veltroni e Berlusconi, manco a dirlo, erano in prima fila. L’unica ad andare controcorrente fu la Lega: benché senza arrivare a uno scontro frontale con gli alleati espresse il suo dissenso fin dall’inizio e restò ferma sulle sue posizioni. Alla fine, semmai, fu il PdL a fare una mezza marcia indietro, preparandosi una possibile scappatoia. Nel programma ufficiale, alla sezione intitolata “Un piano straordinario di finanza pubblica”, i proclami rimanevano roboanti nei toni ma diventavano molto più sfumati nei contenuti. Si faceva un rapido accenno alle «Province inutili» e ci si fermava lì, guardandosi bene dall’indicare anche un solo criterio sulla cui base determinare tale inutilità. Era una mossa accorta: detto così poteva significare qualsiasi cosa. Chiunque lo poteva interpretare a suo piacimento, in senso tanto estensivo quanto restrittivo. È utile o inutile la Provincia di Imperia? E quella di Chieti? E quella di Ragusa? 

Per circa due anni, dopo le elezioni, il tema è rimasto nell’ombra, salvo ritornare d’attualità nelle ultime settimane. Dovendo risparmiare un po’ qua e un po’ là, in ossequio ai dettami internazionali sul contenimento del deficit, le Province sono finite di nuovo nel mirino. Ma come sempre, o quasi, un conto è discutere in astratto (e magari con l’alibi della propaganda elettorale) e un altro è passare alle misure concrete. Un conto è fare finta di intervenire, intrappolando le affermazioni di principio in una rete di criteri che consentano ai più di uscirne indenni, e un altro è andare dritti allo scopo senza guardare in faccia a nessuno.

L’escamotage, largamente prevedibile, è stato quello di ipotizzare dei parametri che cautelassero quasi tutti già in prima battuta, salvo far finta che quell’esclusione tanto ampia fosse, come dire, casuale. Il primo passo è consistito nel fissare a 220 mila il numero minimo di abitanti per ogni provincia, e già così la stragrande maggioranza si è ritrovata fuori tiro. Il secondo nell’equiparare alle prime anche quelle Province che, pur non raggiungendo la fatidica soglia, appartenevano a una delle cinque Regioni autonome oppure erano confinanti con uno Stato estero. A quel punto le candidate alla soppressione si sono ridotte ad appena dieci. In ordine alfabetico, Ascoli Piceno (212 mila), Biella (187 mila), Crotone (173 mila), Fermo (176 mila), Isernia (88 mila), Massa Carrara (203 mila), Matera (203 mila), Rieti (159 mila), Vercelli (180.111) e Vibo Valentia (167 mila).

Ma erano ancora troppe, evidentemente. I destinatari del repulisti si sono inalberati. E tanto hanno protestato che le loro lamentele sono andate quasi subito a segno. In base alle nuove ipotesi il numero minimo dei residenti scende a 200 mila, o addirittura a 150 mila nel caso in cui almeno la metà del territorio sia da considerarsi “montano”. L’elenco si assottiglia ulteriormente e si riduce a quattro. Fermo, Isernia, Vercelli e Vibo Valentia. Quattro su centodieci. E l’iter è appena agli inizi. 

Federico Zamboni

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