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I giapponesi ci fanno lezione da Okinawa

I giapponesi sono gente seria, gli italiani no. Scopro l’acqua calda? Sicuramente. Però registrare i fatti, molto spesso, equivale a fotografare l’ovvio. In Giappone un governo può cadere per una, una sola promessa non mantenuta. In Italia le promesse senza seguito sono un medagliere appuntato sul petto di cacciaballe inveterati fra i quali primeggia, manco a dirlo, il nostro premier, Silvio Berlusconi. Nella democrazia del Sol Levante il primo ministro, il democratico Yukio Hatoyama insediatosi appena otto mesi fa, si è dimesso con la coda fra le gambe per aver ingannato la popolazione dell’arcipelago di Okinawa. In campagna elettorale, il bellimbusto aveva solennemente giurato di trasferire fuori dall’isola omonima la base militare statunitense, la più grande fra le 91 strutture americane presenti nel paese. La Marine Corps Air Station Futenma, questo il nome della mega installazione, si estende su 480 ettari di superficie, ospita circa 4mila marines e ha oltre trecento aerei a disposizione. Da sottolineare che l’arcipelago è una delle zone più militarizzate al mondo per via della presenza di diverse basi aeree, navali e di terra degli Usa. Nonostante costituisca solo lo 0,06% del territorio giapponese, il 10,7% della sua superficie totale di 2.266 chilometri quadrati è occupato da basi militari statunitensi, con circa 23 mila soldati di stanza a cui si aggiungo i civili. 

Da tempo gli abitanti sono in rivolta contro il governo di Tokio per, quantomeno, ridimensionare l’invadenza americana. Invadenza degenerata sovente in prepotenza, con numerosi episodi di crimini ed abusi per i quali nel 2000, quando a Okinawa si tenne il G8, l’allora presidente Bill Clinton dovette scusarsi. Un momento di particolare tensione ci fu nel 1995, allorchè tre militari Usa vennero accusati di aver rapito e violentato una bambina nipponica di dodici anni. Si scatenarono proteste in tutte le piazze giapponesi, e successivamente sono avvenuti altri casi di stupri e molestie che assommandosi al risentimento per l’inquinamento, il rumore, i pericoli di incidenti e di collisioni aree (per fortuna finora non verificatesi), hanno reso Okinawa un luogo motivatamente ostile all’America alleata-occupante. A nulla sono valsi gli accordi del 1996 per spostare dagli insediamenti entro il 2014 almeno 8.600 uomini in un’altra isola del Pacifico: ancora l’anno scorso, il segretario di Stato Hillary Clinton ha firmato un protocollo col suo omologo nipponico per dare “continuità” a quelle intese, cioè a realizzarle visto che fino ad ora sono rimaste sulla carta. Insomma, una presa in giro.

Ora i giapponesi si sono stufati. E hanno costretto il capo del governo, la cui popolarità è crollata dal 70% al 17%, a fare le valigie. Ci sono senz’altro altre cause che hanno concorso alla sua caduta (scandali, divisioni nella coalizione, un gigantesco debito pubblico, l’incapacità di rianimare un’economia in perenne deflazione), ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata l’indignazione per vedersi espropriati del basilare diritto a disporre della propria terra. Nel febbraio 2007, l’estrema sinistra inscenò l’adesione alla marcia di Vicenza contro il Dal Molin Usa ma si guardò bene dall’agire con coerenza affossando il governo Prodi di cui faceva parte. In ballo c’erano princìpi che per una sinistra fasciata con la bandiera della pace dovrebbero essere irrinunciabili e perciò al di sopra di ogni logica di scambio: democrazia, sovranità, diritto alla vivibilità di una città già rimpinzata di parà mandati in guerre a cui l’Italia non partecipa (se non dopo, per le ipocrite “missioni umanitarie” che altro non sono che guarnigioni d’occupazione, vedi Afghanistan): la situazione che ha generato la sollevazione dei vicentini è più o meno la stessa di Okinawa. Ma in Giappone, per quanto la sconfitta dell’ultima guerra lo abbia reso una colonia militare americana in misura maggiore rispetto al nostro paese, la dignità di uno Stato sovrano e la parola data hanno ancora un valore. Nell’Italietta imbelle e cialtrona, i governi si dimettono, se si dimettono, solo dopo le sconfitte elettorali, beninteso per gli stramaledetti equilibri interni alla casta dei bugiardi di professione. 

 

Alessio Mannino

 

Aboliremo le Province! Addirittura quattro...

Il film: "The road"