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Il film: "The road"

Un film buono solo per quelli che hanno la libido della fine dell’umanità, che sia dovuta dall’uomo o dalla grande catastrofe naturale. L’autore del libro da cui il film è tratto, inoltre, non spiega perché avvenga l’apocalisse, riuscendo pure a violare la regola prima della narrazione sui mondi alternativi per la quale si può creare il mondo che si vuole, ma questo deve essere coerente con se stesso. La coerenza, nel film, è invece assolutamente assente.

Non sappiamo se il libro sia di miglior livello dello scarso film che ha ispirato, magari grazie alla forza della parola che può essere più introspettiva e spiegare meglio dell’immagine. Supponiamo di sì, l’autore, Cormac McCarty, in fondo ha un vinto un Pulitzer, premio che fornisce maggiori garanzie dello Strega, che però non ne fornisce affatto, ma, visto come vengono distribuiti anche i Nobel, e non solo quelli per la pace, siamo lungi dall’averne la certezza. E più di un dubbio resta, avendo visto il film.

La storia non specifica quale catastrofe abbia sconvolto la terra: meteorite o altra sciagura causata dall’uomo? Così facendo l’autore riesce a fare contenti tutti quelli che bramano la scomparsa dell’umanità, sia che avvenga perché l’uomo è malvagio e stupido, e quindi giustamente si autodistruggerà, sia che avvenga perché è solo un’arrogante nullità di fronte alla forza della natura. Tutti coloro che desiderano la scomparsa dell’uomo sono quindi accontentati, anche perché si evita di far loro ricordare che anch’essi fanno parte dell’umanità e che se seguissero realmente la natura tiferebbero per la sopravvivenza, non per la scomparsa, e se poi restano, innaturalmente, restano convinti che l’uomo non meriti di vivere. Insomma una soluzione per portarsi avanti col lavoro in fondo l’avrebbero, e non solo nella comodità della finzione e delle chiacchiere. Ma forse costoro considerano che l’umanità non merita di vivere tranne, naturalmente quelli che sono portatori dell’unica salvifica verità, ma viste le tragiche aberrazioni che di solito causano questi salvatori di un’umanità che non amano, forse dovrebbe essere l’umanità a porre il rimedio di cui sopra.

Nei film postapocalittici di una volta, che erano sostanzialmente postatomici, l’umanità prendeva coscienza dei suoi errori, e pur nel solito schema buoni/cattivi stile Mad Max, c’era il desiderio di riscatto che si esplicitava seguendo gli atavici istinti umani, mai sradicati alla faccia di secoli di condizionamento sociale e di decenni di psicanalitico, e non violava le leggi etologiche che regolano il comportamento base dell’animale uomo. John Hillcoat, il regista, e, presumiamo, anche McCarty, invece non solo viola le basi dell’istinto umano, che è aggregativo, ma che viene vissuto solo dai cattivi che si riuniscono in branchi di antropofagi: i buoni, così chiamati e rappresentati dalla coppia padre figlio on The road, restano isolati, risultando in fondo più “disumani” e innaturali di coloro che di uomini si nutrono.

Già, gli uomini sono costretti a nutrirsi di uomini perché la catastrofe ha ucciso animali e piante, ma non gli umani. Orribile: certo quale miglior modo per dipingere la cattiveria dei cattivi? Anche in questo, se è molto più efficace il vecchio film “Soylent Green”, anche come denuncia, dove l’uomo veniva inscatolato dalle multinazionali dell’alimentare, però lo obbliga ad evitare di spiegare quale catastrofe sia stata capace di questo. Difficilmente si può ipotizzare un meteorite o una qualunque altra causa ben individuata: nulla avrebbe potuto tenere la terra in una oscurità, certo molto fotogenica e simbolicamente facile, per tutti gli anni pretesi dal film, ma non solo, è lungo l’elenco degli elementi incoerenti, ma che importa c’è la profondità, secondo il regista almeno, del rapporto padre figlio.

La metafora del ritorno alla natura non regge, visto che gli eroi che non si nutrono di uomini sopravvivono solo grazie al buon vecchio sano cibo inscatolato industriale gonfio di additivi che lo rende perenne: è la coerenza  la prima grande vittima del film, un po’ come in coloro che sono contro la pena di morte ma godrebbero se il cacciatore fosse ucciso dalla preda, almeno si dichiarassero per la pena di morte di chi uccide animali, anche l’addetto al mattatoio però.

Naturalmente il regista non può non far finire il film senza una speranza, ma non è affidata al rapporto padre figlio, famiglia naturale, perchè lui è solo il padre “biologico”.  Bisogna perciò che avvenga in una famiglia adottiva allargata, in conformità con il sentire America che paga il biglietto e garantisce le royalties, tanto per dare uno schiaffo finale alla natura che si spaccia di voler difendere. E si potrebbero far ragionamenti ancor più cinici sull’incoerenza della storia: non solo gli animali sono estinti, solo quasi però, alla fine senza spiegazioni un cane è sopravvissuto chissà mangiando cosa, ma anche donne e bambini sono rari poichè i branchi di uomini li usano per nutrirsi: passi per i bambini, ma le donne non si spiega, salvo forse per la mentalità puritana sessuofobica, sopravvissuta evidentemente al crollo della “civiltà” che l’ha espressa.

L’elenco delle contraddizioni e degli errori, nello sviluppo della storia e dell’interpretazione degli istinti umani, potrebbe essere ancora lungo eppure alcuni lo hanno assunto a paradigma dell’inevitabilità del nostro destino: ma è patina che non regge neppure ad un superficiale approfondimento. Quella descritta è una debole onanistica rappresentazione di un destino che si pretende e brama come inevitabile, ma che dimostra una pessima conoscenza dell’uomo. Certo siamo su una pessima china e la catastrofe potrebbe pure arrivare, soprattutto se l’antropocentrismo irresponsabile attuale, proprio del materialismo e di certe religioni che vanno per la maggiore, non sarà superato dal ritorno ad un antropocentrismo responsabile proprio di culture come quella greca e di altre dell’antichità, non solo europea. Ma anche se la fine arriverà non sarà certo come viene descritta e non quella sarebbe la reazione dell’uomo: potrà anche essere peggiore, tipo Soylent Green, ma quella descritta nel film non è la natura dell’uomo. E neanche la natura della Natura è quella.

 

Ferdinando Menconi

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Secondo i quotidiani del 09/06/2010