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Mondiali africani: quasi una beffa (e non per il risultato)

Quasi una beffa, gli strombazzati mondiali “africani”, quelli del “continente nero”, che a malapena accetta l’africa berbera e beduina a nord del Sahara, almeno per così com’è stato dipinto nella cerimonia iniziale, dove la componente bianca, alla faccia di tutti i proclami antirazzisti, è stata bellamente marginalizzata. Quasi una beffa, poi, perché in finale la Spagna ha meritatamente battuto la “squadra di casa”.

Sì, la “squadra di casa” perché l’Olanda, a rischio di passare per razzisti secondo il comune, ignorante, sentire, è l’unica squadra che riesca a portare gli africani bianchi, i “boer” quei “contadini” che hanno trasformato la savana in terre coltivabili, in uno stadio di calcio. I discendenti degli olandesi schifano il calcio, loro sono quelli del rugby del bel film “Invictus” e che Mandela ha capito essere fondamentali affinché il Sudafrica non sprofondi nel baratro cui il resto dell’Africa sembra essere destinato.

In fondo anche i Boeri, da veri africani, hanno subito il colonialismo, quello inglese naturalmente, che per loro inventò i campi di concentramento, eppure sono i dimenticati: l’Africa deve essere altro, un bel mercato “nero” dove, nonostante la miseria, piazzare il marchandising del calcio. Perché il calcio è politica, nonostante Blatter ostenti il contrario, e lo dimostra quando i calciatori recitano le paroline di rito contro le discriminazioni razziali quando, per il lucro, si accettano squadre di nazioni dove i diritti civili non esistono e la discriminazione spesso è su base razziale, anche se non apertamente, o religiosa.

Una vittoria dell’Olanda sarebbe stata antipatica per la visione Africa ombelico del mondo che hanno cercato di propinarci a partire dalla cerimonia inaugurale dove, nelle coreografie, da un Africa, razzisticamente più grande, gli uomini muovevano i primi passi verso gli altri, piccoli, continenti. Forse per sfuggire al tormento delle Vuvuzelas, che se fossero state realmente - e non lo sono - strumenti tradizionali, sarebbero state le armi più forti in mano ai razzisti: “Gli uomini più evoluti hanno abbandonato l’Africa per evitare il tormento di questo strumento da sottosviluppati ed emigrare là dove la gente suona la cornamusa.”. Ma per fortuna le Vuvuzelas non sono tradizione, quanto marketing, e i bianchi probabilmente ora dimostreranno la loro non superiorità adottandole negli stati europei.

Gli africani bianchi, una volta uscito il Sudafrica, a buon diritto hanno tifato Olanda, con più diritto dei neri che hanno tifato Ghana, l’unica superstite del tonfo del calcio africano, perché il colore della pelle non basta a fare un etnia, come Tutsi e Hutu insegnano: pensare che il razzismo sia un privilegio dei bianchi è un pregiudizio profondamente razzista. Sono stati Mondiali politicizzati più di altri, ma non andava detto e andavano mandati i soliti due euro per sms, dopo gli ipocriti servizi Rai sull’Africa, prima e dopo le partite, per tacitarsi la coscienza ascoltando le banalità di Costanzo.

Una politicizzazione dello sport ben diversa, però, da quella di Mandela quando volle i mondiali di rugby. Quelli furono usati per pacificare e creare una nazione, questi sono di pura penetrazione economica e il povero vecchietto ha prestato, non si sa quanto consciamente, la faccia per interessi spesso dubbi e sicuramente non coincidenti con i veri interessi africani. Alla faccia delle considerazioni politiche alla fine, però, ha vinto la squadra che maggiormente ha meritato, cosa rara nel calcio specie in Italia, e gli spagnoli potranno godersi una estate di gioia dimenticando che dopo la Grecia, in lista, ci sono loro.

 

Ferdinando Menconi

 

La politica secondo Silvio? Assomiglia a una SpA

Prima pagina 09 luglio 2010