Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 13/07/2010

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA – In apertura: “Nomine e sentenze: le carte degli intrighi”. In un box: “ ‘Una montatura’. L’ira gelida del premier”. Editoriale di Massimo Franco: “Il lato mancante”.Di spalla: “Sarkozy in trincea ‘Quelle accuse? Una vergogna’ ”. Al centro foto-notizia: “Esami sull’erba. Per protesta” e “ ‘Traffico di droga’: 14 anni al capo del Ros Ganzer. Maroni: ha la nostra fiducia”, con il commento di Luigi Ferrarella: “Una sensazione di smarrimento”. In taglio basso: “Se tornano gli uomini primitivi” e “Ubs, Generali e Grande Stevens: i ‘campioni’ dei rientri da scudo”. LA REPUBBLICA – In apertura: “ ‘Ecco i piani della nuova P3’ ”. Editoriale di Massimo Giannini: “Le metastasi del Potere”. Di spalla: “Le università che vincono la sfida con il futuro” e “La qualità di Oxford minacciata dai tagli”. Al centro: “Le mani dei Casalesi su appalti ed elezioni”, di Roberto Saviano, “Il generale Ganzer condannato per droga” e la foto-notizia: “Svizzera nega l’estradizione libero il regista Polanski”. In un box: “Sarkozy si difende ‘Una vergogna quelle accuse’ ”. In taglio basso: “A Parigi sul set di Woody”. LA STAMPA – In apertura: “Indagati Dell’Utri e Cosentino”. In un box: “Le telefonate di Carboni e Verdini. Una ragnatela di affari e promesse”. Editoriale di Michele Brambilla: “C’è bisogno della forza di indignarsi”. Di spalla: “La Stampa debutta sull’iPad”. Al centro foto-notizia: “Sarkozy in tv: su di me terribili calunnie”, “Droga, il capo dei Ros condannato a 14 anni” e “Niente estradizione. Polanski torna libero”. A fondo pagina: “La vespa casta”. IL GIORNALE – In apertura: “Mezzo Pdl finisce indagato Mezza casa regalata a De Mita”, con l’editoriale di Vittorio Feltri. Al centro con foto: “Vespa fa il polpo di Stato”. In un box intervista alla Gelmini: “ ‘Niente correnti nel Pdl Però adesso serve il coordinatore unico’ ”. A fondo pagina: “Ma non chiedeteci di perdonare chi uccide”. Di spalla: “Dopo l’Ikea, Coin Perché Silvio va al supermercato” e “Se chi serve lo Stato viene trattato peggio dei criminali”. IL SOLE 24 ORE – In apertura: “Primi sì a Profumo sul fondo salva-banche”. Editoriale di Marco Onado: “Più vantaggi se la risposta è privata”. Al centro foto-notizia: “Latte bollente. Galan attacca la Lega” e “Dalle case fantasma cinque miliardi ai comuni”. Di spalla: “Sta in Cina il mondo immaginato da Keynes”. A fondo pagina: “L’Italia bipolare della corsa alle acquisizioni all’estero”. IL MESSAGGERO – In apertura: “Del’Utri e Cosentino indagati” e in un box: “I pm: così provano a condizionare la Cassazione”. Editoriale di Carlo Azeglio Ciampi: “La spirale italiana dalla quale uscire”. Al centro foto-notizia: “Lega sprecona, 400 mila euro per le panchine anti-bivacco” e “Diabete, scoperta a Roma la molecola che può fermarlo”. In taglio basso: “Ganzer, 14 anni al generale dei Ros” e “Coppa del Mondo alla Spagna, un assist per Zapatero messo in difficoltà dalla crisi”. IL TEMPO – In apertura: “L’ha uccisa così”, con editoriale di Mario Sechi. A sinistra: “Nel Pdl volano gli stracci”, con il commento di Davide Giacalone: “Non è un problema giudiziario ma politico”. In un box: “Dietro l’abbraccio di Casini c’è Fini”. In taglio basso: “La lezione spagnola proposta dai giovani”. LIBERO – In apertura: “La cricca rinfresca i giudici” e il commento di Martino Cervo: “Toghe e giornali fiutano l’aria del ‘92”. Editoriale di Maurizio Belpietro: “Bocchino in guerra con i Berluscones e con il suo passato”. Di spalla: “Per difendere il Cav dagli alleati squali ci vuole il polpo Paul”. Al centro con foto: “ ‘Che lotta nel Pdl. Ma Silvio è con noi’ ” e “Politica e ‘ndrangheta: maxi inchiesta al Nord”. A fondo pagina: “La svolta sexy del Pd non piace ai compagni” e “La Svizzera neutrale anche con i pedofili”. L’UNITÀ – In apertura foto-notizia a tutta pagina: “Mani lerce”. A fondo pagina: “Edilizia, la Destra apre alle imprese nate senza regole”. IL FOGLIO – In apertura a sinistra: “Il Cav. spera nel turn over tra Fini e Casini, ma loro stanno giocando assieme”. In apertura a destra: “I timori dei banchieri europei che si celano dietro l’idea di Profumo”. Al centro: “”. (red)

 

 2. Società segreta. Indagati Dell’Utri e Cosentino

Roma - “L’accusa – riporta il CORRIERE DELLA SERA – li considera legati alla ‘loggia’ di Flavio Carboni, che avrebbe tentato di interferire nelle scelte dei partiti e degli organi costituzionali. Perciò il sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino e il senatore Marcello Dell’Utri, entrambi del Pdl, sono finiti nel registro degli indagati per associazione segreta, lo stesso reato contestato, tra gli altri, a Denis Verdini, uno dei coordinatori del partito. L’inchiesta adesso conta 14 inquisiti, compresi gli arrestati: il faccendiere sardo, l’ex assessore socialista al Comune di Napoli Arcangelo Martino e l’ex giudice tributario Pasquale Lombardi. Per alcuni l’accusa è di aver violato la legge Anselmi, altri sono indagati per corruzione e abuso d’ufficio per gli appalti dell’eolico in Sardegna. Cene, telefonate, sms: sono questi gli indizi che hanno convinto il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e il pm Rodolfo Sabelli a ritenere che anche Cosentino e Dell’Utri abbiano avuto un ruolo nel gruppo di Carboni. Il sottosegretario sarebbe stato al corrente delle manovre della ‘loggia’ per fargli ottenere la candidatura al vertice della Regione Campania. Il 7 gennaio scorso, dopo aver incontrato il presidente della Cassazione Vincenzo Carbone, Lombardi telefona a Cosentino: ‘Fai fare subito la rinuncia ai termini’, gli spiega. Così i difensori avrebbero potuto discutere al più presto il ricorso del deputato contro una richiesta di misura cautelare per contiguità con la camorra. La misura però viene confermata e allora il gruppo decide che bisogna screditare il candidato scelto nel frattempo dal Pdl, Stefano Caldoro. La mattina dell’8 febbraio sul cellulare di Martino arriva un sms: ‘Dici a Nicola che dovrebbe uscire il rapporto di Caldoro con i trans’. A Dell’Utri invece la procura contesta di aver partecipato a quattro riunioni (il 23 settembre, il 26 novembre, il 9 e il 13 dicembre 2009): le prime tre in casa di Verdini a Roma, l’ultima in Sardegna. Negli incontri si sarebbe discusso del Lodo Alfano — gli arrestati avrebbero fatto pressioni sulla Consulta affinché fosse dichiarato legittimo— e degli appalti dell’eolico. All’incontro del 23 settembre – prosegue il CORRIERE DELLA SERA – avrebbero preso parte anche il sottosegretario alla Giustizia, Giacomo Caliendo, e i magistrati Antonio Martone e Arcibaldo Miller. Alle cene successive, tra gli altri, il presidente della Sardegna, Ugo Cappellacci, e il direttore dell’Arpas Ignazio Farris. Quest’ultimo sarà interrogato oggi dai magistrati, per il governatore l’appuntamento è slittato alla prossima settimana. Cosentino contrattacca: ‘Mi pare che si tratti di una sorta di banda del torchio davvero surreale. Mi chiedo quando e se si finirà di usare la magistratura per altri scopi. In ogni caso, anche questa volta le impronte digitali sono le stesse’. Anche Miller si difende: il capo degli ispettori di via Arenula precisa di essere stato da Verdini per mezz’ora (a un pranzo, non a una cena) e di aver incontrato Carboni solo in quell’occasione. Martone invece lascia la toga ‘per poter agire in difesa della mia onorabilità in piena libertà e senza condizionamenti’: lo spiega al presidente dell’Anm, Luca Palamara, in una lettera in cui ribadisce di non aver mai fatto pressioni sulla Consulta e di non essere mai stato influenzato da chicchessia. Di un altro magistrato, Alfonso Marra, si occuperà il Csm: la prima commissione ha chiesto di aprire una pratica per chiarire se la nomina del giudice alla presidenza della corte d’appello di Milano sia davvero dipesa dalle manovre di Carboni”, conclude il CORRIERE DELLA SERA. (red)

 

 

3. Il lato mancante

Roma - “E’ comprensibile – scrive Massimo Franco sul CORRIERE DELLA SERA – la tentazione del centrodestra di reagire all’inchiesta che riguarda il coordinatore del Pdl, Denis Verdini, facendo quadrato. Corrobora la tesi del complotto antigovernativo della magistratura. Serve a serrare i ranghi, a costo di additare i dubbiosi come sabotatori, assimilabili agli avversari. Eppure, vicende del recente passato hanno reso applicabile al centrodestra la massima che l’ex premier Giulio Andreotti aveva dedicato ai ‘quadrati’ che la Dc costruiva per difendere i suoi uomini sotto accusa: alla fine, al quadrato mancava sempre un lato. Il lato mancante dipendeva dalla spregiudicatezza politica di chi contava sulle disgrazie altrui; ma anche dal fatto che alcuni personaggi erano indifendibili. Non è ancora chiaro a quale categoria appartenga Verdini: se di vittima delle congiure e del cinismo altrui, o di artefice della propria disgrazia giudiziaria. L’effetto che le sue vicende stanno producendo sul centrodestra, tuttavia, comincia ad assumere contorni chiari. Silvio Berlusconi è portato quasi d’istinto a difendere ad oltranza esponenti discussi, e magari imputati, ritenendolo il primo dovere di un leader politico: a costo di pagare un prezzo sempre più alto. Si è visto con i casi del ministro Scajola, del neoministro Brancher, del sottosegretario Cosentino; e adesso del coordinatore del partito, risucchiato nell’inchiesta della Procura di Roma sugli appalti per l’energia eolica in Sardegna accanto, fra gli altri, proprio a Cosentino. Si può magari ironizzare sul sottobosco di logge e lobby segrete che incorniciano questo nuovo spaccato della nomenklatura: sono un tocco aggiuntivo che rischia di sviare l’attenzione. L’effetto dei primi risultati delle indagini – prosegue Franco sul CORRIERE DELLA SERA – è però quello di schiacciare e velare anche quanto di buono, poco o tanto che sia, il governo cerca di fare. Vengono messi in ombra alcuni successi indubbi del Viminale nella lotta alla criminalità, una manovra economica ambiziosa e contestata e il tentativo tormentato di riforma dell’Università. E si finisce per concentrare l’attenzione un po’ disgustata dell’opinione pubblica soltanto sul binomio politica-malaffare. Può darsi che ci sia chi vuole esagerare questi intrecci inquietanti; trarne conseguenze definitive e liquidatorie, e ricavarne vantaggi. Ma il modo in cui Palazzo Chigi e la maggioranza difendono se stessi e coprono anche gli angoli bui dove invece sarebbe bene fare entrare qualche lama di luce non sembra di buon auspicio. È rischioso lanciare ipotesi improbabili di unità nazionale mentre il Pdl vive in trincea. Lo scarto fra presente e futuro accentua solo l’affanno in cui vive oggi la coalizione berlusconiana, prigioniera in un cul de sac politico-giudiziario. Si sta rivelando illusorio riuscire a tenere dentro tutto, rami secchi e marci compresi: al punto che c’è da chiedersi se Berlusconi possa andare avanti senza reciderli, condannandosi all’immobilismo e ad un’agenda dettata dall’esterno. L’impressione è che ‘la strategia del quadrato’ non basti più. Manca sempre una sponda: oggi Fini; domani, magari, Bossi. E alla fine, il lato mancante potrebbe essere un elettorato che appena due anni fa ha consegnato il Paese al centrodestra”, conclude Franco sul CORRIERE DELLA SERA. (red)

 

 4. La metastasi del Potere

Roma - “‘La magistratura è un cancro da estirpare’, sostiene da mesi il presidente del Consiglio, nella furia iconoclasta che lo spinge ad abbattere i simboli e le istituzioni repubblicane. Finge di non vedere – scrive Massimo Giannini su LA REPUBBLICA – la doppia metastasi che gli sta crescendo attorno, e che sta lentamente ma inesorabilmente divorando il suo governo. C’è una metastasi giudiziaria, che ormai mina alle fondamenta il sistema di potere che lui stesso ha costruito negli anni. L’iscrizione di Dell’Utri e Cosentino nel registro degli indagati, per associazione a delinquere e violazione della legge Anselmi sulle società segrete, è per ora soltanto un’ipotesi investigativa. Ma è più che sufficiente a completare un quadro agghiacciante del rapporto tra politica e malaffare nell’epoca berlusconiana. Le inchieste che si moltiplicano, da Milano a Roma, da Firenze a Napoli, da Perugia a Palermo, scoperchiano un verminaio che travolge a vario titolo gli uomini più ‘strategici’ e più vicini al premier. Guido Bertolaso, ras della Protezione Civile, signore delle Emergenze e vicerè dei Grandi Eventi, finito nel tritacarne dell’inchiesta sul G8, che nel triangolo Balducci-Anemone-Fusi ha svelato un micidiale meccanismo di corruzione sistemica e di arricchimento personale. Claudio Scajola, feudatario ex democristiano e plenipotenziario del Nord-Ovest, dimesso da ministro per aver lucrato (a suo dire inconsapevolmente) un appartamento dalla stessa banda al lavoro tra La Maddalena e L’Aquila. Aldo Brancher, storico tenutario dei rapporti con la Lega, dimesso da ministro dopo aver tentato di approfittare della nomina per sottrarsi al processo che lo vede imputato per la vicenda Antonveneta-Bnl. Denis Verdini, potentissimo coordinatore del Pdl, invischiato in diversi filoni d’inchiesta: prima gli appalti del G8, adesso anche le cene organizzate con i compagni di merende per spartire gli affari, condizionare i giudici della Consulta chiamati a decidere sul lodo Alfano, fabbricare falsi dossier ai danni degli avversari dentro il Popolo delle Libertà. Nicola Cosentino, vicerè azzurro della Campania e accusato di concorso esterno in associazione camorristica, ora coinvolto anche nell’inchiesta sul killeraggio morale ai danni del presidente della Regione. Marcello dell’Utri, sovrano di Publitalia e delle Due Sicile, padre fondatore di Forza Italia e garante degli equilibri con Cosa Nostra (secondo la Corte d’Appello, sicuramente fino al 1993), a sua volta finito nell’inchiesta sull’eolico (insieme al governatore della Sardegna Ugo Cappellacci) in quanto ospite di casa Verdini per le cene con i magistrati alla Antonio Martone o i faccendieri alla Flavio Carboni. Ci sarà tempo per verificare la fondatezza delle accuse formulate nei confronti dell’inner circle berlusconiano. Ma una cosa è già chiara, fin da ora. Quella che sta venendo fuori dal complesso panorama indiziario è molto più che una banalissima ‘cricca’, che si riuniva per pagare qualche mazzetta e condividere qualche affaruccio di sotto-governo. Quello che si delinea è un vero e proprio ‘sistema di potere’ a fini privatistici, che chiama in causa non qualche sparuta mela marcia, non qualche episodico mariuolo. Ma piuttosto, verrebbe da dire, ‘tutti gli uomini del presidente’. E proprio per questo – prosegue Giannini su LA REPUBBLICA – quello che si delinea è un vero e proprio ‘metodo di governo’ della cosa pubblica, nel quale politica e affari si mescolano nella violazione sistematica della legge e del mercato. Una fabbrica che genera illecito, attraverso la distribuzione di tangenti e lo scambio di favori. E che conserva potere, attraverso il controllo delle candidature a livello nazionale e locale e il pilotaggio delle nomine dei capi degli uffici giudiziari. Una fabbrica che produce fango, attraverso i dossier falsi (meglio se a sfondo sessuale) commissionati per distruggere avversari interni ed esterni, com’è capitato a suo tempo al direttore di ‘Avvenire’ Dino Boffo, e come capita adesso al governatore della Campania Stefano Caldoro. E man mano che emergono nuovi, inquietanti spezzoni di queste inchieste, si capisce anche il perché Berlusconi abbia bisogno di un provvedimento come quello sulle intercettazioni, con il quale può anche cedere su alcuni punti che riguardano la procedibilità delle indagini, ma non su quelli che riguardano il diritto di cronaca. La legge-bavaglio serve esattamente a questo: non far conoscere agli italiani le malefatte di una ‘casta’ che, come sostengono a ragione alcuni pm, somiglia sempre di più a un’associazione a delinquere. Questa ragnatela di illegalità è sempre più diffusa, sempre più pervasiva. Non è incistata ‘nel’ sistema. È ‘il’ Sistema. E i suoi fili, con tutta evidenza, sono intrecciati in ciascuna delle varie indagini che le diverse procure stanno portando avanti. Il procuratore antimafia Pietro Grasso ha parlato di ‘favori tra reti criminali’. Qualcuno ha evocato una nuova ‘Loggia P3’, che agisce con pratiche non diverse, e altrettanto pericolose, della vecchia massoneria deviata di Licio Gelli. È una definizione convincente, al di là delle suggestioni giornalistiche. E comunque sufficiente a far pensare, a questo punto, che una ‘questione morale’ esista davvero. E che interroghi direttamente il governo, e personalmente il presidente del Consiglio. Fino a quando può ignorare questa metastasi? Fino a quando può blindare e a difendere gli uomini che la incarnano? Fino a quando può illudersi che la cura sia l’ovvio passo indietro di un ministro impossibile come Brancher o quello di un modesto assessore regionale come Sica? Per questo la metastasi è ormai anche politica. Il Pdl è dilaniato da una faida violenta tra bande rivali. Il premier è accerchiato da ogni parte. Non solo Fini sulla giustizia e Tremonti sulla manovra. I Dell’Utri e i Cosentino, i Verdini e gli Scajola, gli si agitano intorno come spettri. Allegorie della sua ossessione giudiziaria, ma anche della sua concezione politica. In alto – conclude Giannini su LA REPUBBLICA – il Sovrano Assoluto, in basso il suo Popolo. In mezzo la sua Corte. Che ne mutua tutti i vizi, ne riproduce tutte le nefandezze. Così non può reggere. E non reggerà”. (red)

 

 

5. C’è bisogno della forza di indignarsi

Roma - “Sarebbe interessante – scrive Michele Brambilla su LA STAMPA – un sondaggio sull’ultimo ‘scandalo’ che vede il ritorno dei vecchi coscritti della P2 e il coinvolgimento, fra gli altri, di uno dei coordinatori del Pdl, Denis Verdini. È probabile, anzi quasi certo, che la stragrande maggioranza degli interpellati dichiarerebbe di non saperne nulla. Chiunque di noi può sincerarsene organizzando un mini-sondaggio fai da te. Provate a parlarne a tavola o al bar con un gruppo di conoscenti: persone di buona istruzione, anche lettori abituali di giornali, vi guarderebbero sbarrando gli occhi come per chiedervi ‘Verdini chi?’. È che ormai nessuno scandalo fa più veramente scandalo. Bisognerebbe modificare la stessa definizione del termine che ne dà il vocabolario: da ‘evento o incidente che provoca una vivace reazione nell’opinione pubblica’ a ‘fatto ordinario registrato dai media come le previsioni del tempo e serenamente accettato dai lettori’. A beneficio di questa stragrande maggioranza di connazionali che comprensibilmente non sa neppure di che cosa stiamo parlando, proviamo a fornire una sintesi dei fatti. A Roma c’è un’inchiesta della magistratura su una presunta associazione segreta che avrebbe cercato di condizionare le istituzioni. Ad esempio, influenzando la nomina di importanti giudici e quindi tutta una serie di sentenze; e promuovendo o stroncando, a seconda dei casi, le carriere di uomini politici. Secondo l’accusa ci sarebbero state, a casa di Denis Verdini, alcune cene durante le quali un gruppo di persone avrebbe ad esempio: 1) cercato (senza riuscirci) di influire sui giudici della Corte Costituzionale per far passare il lodo Alfano, cioè la sospensione dei processi penali per le alte cariche dello Stato; 2) deciso (riuscendovi) il nome del nuovo presidente della Corte d’appello di Milano; 3) attivato una strategia per screditare il candidato del Pdl alla presidenza della Regione Campania Stefano Caldoro, facendolo passare per un frequentatore di transessuali, e così rendendo un servigio a un altro esponente del Pdl, Nicola Cosentino, impresentabile alle elezioni in quanto accusato di rapporti con la camorra; 4) fatto pressioni sulla Corte di Cassazione affinché accogliesse il ricorso dello stesso Cosentino contro la richiesta di arresto della Procura di Napoli. In questa inchiesta – prosegue Brambilla su LA STAMPA – sono indagati appunto Verdini, Cosentino e il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri. Altre persone sono addirittura state arrestate e tra costoro c’è un nome che è sicuramente sconosciuto ai più giovani, ma che è in grado di far sobbalzare sulla sedia i meno giovani con un meravigliato ‘ma come, è ancora vivo?’. Si tratta di Flavio Carboni, che nelle cronache dei primi Anni Ottanta veniva presentato come ‘il faccendiere Carboni’, e che era una delle anime nere della loggia massonica P2 di Licio Gelli (tra un po’, vedrete, rispunterà fuori anche lui: l’Italia è il Paese dei ‘rieccoli’). È ovvio che siamo ancora ai preliminari e che nessun giudizio può essere azzardato. Tuttavia alcuni fatti sono innegabili. Intanto, Carboni ha nel cursus honorum una condanna a otto anni per la bancarotta fraudolenta del Banco Ambrosiano, un crac che rovinò decine di migliaia di famiglie: eppure è ancora in giro, fa riunioni con il coordinatore del partito di maggioranza e si occupa, come ha detto lui stesso, ‘di affari di Stato, di operazioni che riguardano lo Stato’. Secondo, nella storia del trappolone a Caldoro qualche cosa di vero ci deve essere, visto che l’assessore regionale campano Ernesto Sica, indicato come uno degli attori del complotto, l’altro ieri si è dimesso. Eppure Nicola Cosentino, nonostante questa vicenda, e nonostante la precedente inchiesta per camorra, resta tranquillamente sottosegretario all’economia e coordinatore del Pdl campano. Non si è dimesso, come non si è dimesso Verdini e come non si è dimesso da senatore Marcello Dell’Utri, recentemente condannato in appello a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Come non si dimette quasi nessuno. E questo accade proprio perché, come dicevamo all’inizio, tutto ormai scivola via, viene ingoiato nella normalità. Seguiamo poco, ci disinteressiamo. Un po’ per assuefazione, per noia. Ma un po’ anche perché, purtroppo, è cambiato - e molto - il comune senso della morale. Proviamo a immaginare che cosa sarebbe successo se un importante uomo politico, trenta o quaranta anni fa, fosse stato condannato per mafia e anche avesse solo partecipato a equivoci festini. Forse allora eravamo bacchettoni e ipocriti, ma l’ipocrisia è anche l’omaggio che il vizio rende alla virtù: nascondevamo le nostre malefatte perché sapevamo che c’era di che vergognarsi. Era l’Italia in cui finire sul bollettino dei protesti o più semplicemente andare in rosso in banca era un disonore: oggi, un rinvio a giudizio è una medaglia al valore. Ai politici perdoniamo molto perché molto abbiamo da farci perdonare. Non stiamo facendo un elogio del professionista dell’indignazione: spesso l’indignato è colui che si indigna solo per i peccati altrui. Ma oggi – conclude Brambilla su LA STAMPA – il rischio è l’indifferenza, quando non la complice acquiescenza. Ed è questo che ci spaventa”. (red)

 

 

6. Mezzo Pdl indagato, mezza casa regalata a De Mita

Roma - “Piccoli e grandi scandali crescono. Mezzo Pdl – scrive Vittorio Feltri su IL GIORNALE – è sotto inchiesta per una storia di cui non si è ancora capito niente, se non che gli indagati si incontravano segretamente per fare degli affari alla luce del sole, senza tuttavia riuscire a concluderli. Siamo di fronte a un caso inedito: indagati e cornuti. Interessante. I nomi che girano sono i soliti: Verdini, Dell’Utri (un vero e proprio prezzemolo giudiziario), Carboni, Cosentino. Al centro dell’inchiesta, se non sbaglio, c’è una questione di pale (con una elle sola) eoliche che producono energia alternativa e garantiscono, pare, un sacco di soldi a chi le tratta e le impianta. Non importa chi le paghi, visto che di norma è un ente pubblico, quindi chissene frega. Come sempre, circolano verbali e intercettazioni telefoniche a iosa. Ce n’è per tutti, anche per il finiano Italo Bocchino che se ne è procurato un mazzo attraverso chissà quale canale, ovviamente compiacente. Segno che lui può contare su una manina amica e molto svelta che gli ha fornito, con i documenti, anche uno splendido argomento polemico onde chiedere le dimissioni di Verdini, coordinatore del Popolo della libertà a livello nazionale. Evviva, l’indagine è appena iniziata, se ne ignorano ancora i contorni, teoricamente potrebbe finire in una bolla di sapone, ma Bocchino è già lì che affila le armi per avviare una bella pulizia etnica nel partito di cui è dirigente. Mors tua, vita mea. La legge della foresta è ancora in vigore. Nessuno domanderà all’ottimo allievo di Tatarella dove è andato a prendersi gli atti riservati, perché lui è uno di quelli che alla libertà di stampa è disposto a sacrificare tutto, tranne le querele contro chi - per esempio il nostro Giancarlo Perna - raccontale sue gesta. Occorre precisare che questa specialità non l’ha imparata da Tatarella, ma dal suo nuovo maestro: Gianfranco Fini. Risultato della faccenda, un maxisputtanamento. Chi semina vento raccoglie tempesta? Una volta, forse. Adesso raccoglie qualche soddisfazione nella sinistra, che non lesina applausi a chi sferra calcioni alla maggioranza di governo. Oggi i giornali sfogheranno livore sul centrodestra, ma non scriveranno due righe (al massimo una) sull’affare immobiliare che legalmente sta per portare a termine l’ex leader della Dc ed ex presidente del Consiglio, ora deputato europeo (Udc) Ciriaco De Mita. Contro il quale non abbiamo niente, anzi, personalmente non ho mai nascosto la mia stima e simpatia per lui. Tuttavia – prosegue Feltri su IL GIORNALE – stupisce la generosità, pur lecita, dell’ente in procinto di cedergli l’appartamento della vita. Perché della vita? Perché don Ciriaco vi abita da oltre un ventennio, immagino a condizioni di favore, dato che paga un fitto di 35mila euro l’anno per la bellezza di 750 metri quadrati nel centro di Roma. Cioè lo occupa da quando, nominato premier, invece di dimorare a Palazzo Chigi, egli stabilì la propria residenza nell’attico di via in Arcione (vista Fontana di Trevi), oggetto dell’attuale trattativa, che all’epoca fece discutere perché restaurato a spese dello Stato (alcuni miliardi di lire). Il fatto che adesso De Mita lo voglia comprare sarebbe normale se fosse normale anche il prezzo. Viceversa 5mila euro al metro sono un terzo del valore di mercato. In pratica don Ciriaco pagherà poco più di 3 milioni di euro un alloggio che ne costa oltre 10. Ciò che duole è che l’appartamento non è di proprietà di un privato cittadino, che coi mattoni suoi fa quel che gli garba, bensì dell’Inps. La Previdenza sociale piange miseria se deve versare la pensione ai poveri cristi, però se vende un attico a un vecchio notabile della Dc, ancora in sella, è talmente ricca da concedergli uno sconto di 7 milioni di euro. Un ente che si fa grande coi fondi dei pensionati e regala due terzi di un pezzo del patrimonio gestito, non dico andrebbe indagato come un Verdini qualunque, ma almeno commissariato. A De Mita, la cui intelligenza è rinomata, non dedico una parola: sa meglio di me che certe cose si possono fare, ma è meglio non farle, specialmente se si è stati presidenti del Consiglio”, conclude Feltri su IL GIORNALE. (red)

 

 

7. Bocchino in guerra con i Berluscones e il suo passato

Roma - “Conosco Italo Bocchino – scrive Maurizio Belpietro su LIBERO – da 15 anni e non dico di essergli amico solo per non metterlo nei guai con il suo gran capo, il presidente della Camera, il quale essendo allergico anche alle minime critiche non mi ha in particolare simpatia. All’ex vice capogruppo del PdL, ora diventato megafono della corrente che dà del filo da torcere a Berlusconi, mi lega in particolare un episodio di quand’ero direttore del Tempo o, per essere più precisi, di quando fui dimissionato dalla guida del quotidiano romano. Italo, di cui frequentavo la casa nella Capitale, chiese al suo padrino politico, Tatarella, di organizzare una conferenza stampa al Senato contro il mio licenziamento e Pinuccio, l’uomo che ispirò a Fini la svolta di Fiuggi, non si tirò indietro. Fu un bel gesto di solidarietà, per il quale porto ancora riconoscenza nei confronti di Bocchino. Ho fatto la lunga premessa personale per dire che avendo familiarità con il deputato del Popolo della Libertà da molto tempo, ora stento a riconoscerlo. Più alza i toni della voce e si distingue perla durezza degli attacchi ai suoi compagni di partito e più faccio fatica a ricongiungerlo a quell’altro Bocchino, quello che mi è noto e che apprezzo per la moderazione e l’abilità diplomatica. Ad avermi colpito, in particolare, è stata la richiesta di dimissioni del coordinatore del PdL, Verdini. Come ho scritto, reputo Denis quanto meno un imprudente, perché chi frequenta un portatore insano di misteriose trame come Carboni va in cerca di guai. Ma essere incauto per ora non è ancora un delitto e dunque la condanna impietosa che Bocchino ha emesso, chiedendogli di lasciare il posto, mi è sembrata un po’ azzardata. Ancor peggio mi è parso il riferimento a pericolose intercettazioni nelle mani degli investigatori e che sarebbero in arrivo. Tutto ciò contrasta con l’Italo che conosco io, il quale è sempre stato un garantista, e ha provato sulla propria pelle cosa possono fare alcuni pm anche a chi non ha nulla da nascondere. Tempo fa, la Procura di Napoli – prosegue Belpietro su LIBERO – avanzò addirittura una richiesta d’arresto nei confronti del deputato finiano, reo di aver intrattenuto rapporti con un imprenditore della zona in affari con il comune di Napoli e altre amministrazioni. I magistrati intercettarono per mesi le conversazioni dell’industriale e carpirono anche quelle con Bocchino. Italo venne indagato e quando partirono gli ordini di custodia cautelare, i procuratori chiesero di poter utilizzare le chiacchiere al telefono per metterlo ai ceppi. Solo il niet della Corte costituzionale lo salvò dalla galera. I sommi giudici infatti ritennero inutilizzabili le conversazioni, lasciando intendere che erano state fatte proprio con l’intento di incastrare il parlamentare, in violazione della legge che protegge le telefonate di deputati e senatori. Avendo dunque sperimentato di persona che se si vuole di può impiccare chiunque a una parola (nel suo caso la frase incriminata era: ‘Siamo un sodalizio’, quasi che fosse in società con l’imprenditore, ma lui spiegò che era stata estrapolata e distorta), mi domando perché ritenga che l’oscura faccenda riguardante Verdini e Carboni sia sufficiente per condannare il coordinatore del PdL alle dimissioni. Finora, nonostante gli sforzi di Repubblica e compagni, si è capito che Denis dovrebbe curare meglio le sue frequentazioni e i suoi soci, cercando di sceglierseli possibilmente tra quelli che non sono habitué di procure e tribunali. Io non so se c’è dell’altro. Se esiste, Bocchino farebbe bene a dirlo chiaro e così ci leviamo il pensiero. Se non c’è, o per lo meno lui ne sa quanto noi, allora mi domando cosa sia successo all’Italo che conosco io. E’ vero che a stare col giustizialista si impara a giustiziare – conclude Belpietro su LIBERO – ma ci sono storie che ci segnano e dalle quali dovremmo trarre esperienza. E la storia di Tatarella insegna molto. Soprattutto a sommare e non a dividere”. (red)

 

 

8. Il premier: una montatura

Roma - “Nel suo entourage – scrive Paola Di Caro sul CORRIERE DELLA SERA – c’è chi scommette ancora nel colpo di scena, nel bel gesto di un Denis Verdini che - come una settimana fa Aldo Brancher - decide di togliere il partito dall’imbarazzo, che come la tensione si taglia a fette grosse, e fa il passo indietro, dando le sue dimissioni da coordinatore del Pdl. Ma comunque finisca nell’immediato questa intricata vicenda, una cosa è certa: Silvio Berlusconi considera la storia ‘tutta una montatura, sulla quale come al solito i giornali fanno disinformazione’. Di più, una ‘cosa assurda’, perché dove è il reato, dove l’associazione a delinquere per costituire un’associazione segreta quando dalle carte emergono solo i movimenti scomposti di ‘due pensionati che millantavano credito, due ignoti personaggi che nessuno conosce, ma ci rendiamo conto?’. E Flavio Carboni, poi: altro che pericolo pubblico. La verità, secondo il premier, è che ‘non si mette in galera uno che ha settantotto anni’ e pure tre by-pass, come raccontano le cronache. Insomma, è furioso, Berlusconi, per l’ennesimo scandalo che getta ‘fango’ a suon di ‘menzogne’ e di ‘operazioni di disinformazione’ proprio nel cuore del suo partito. Per questo la sua ira gelida è tutta contro chi ha cavalcato il caso, chi ha chiesto le dimissioni di Verdini adducendo motivi di opportunità ed esigenze di moralità, chi è arrivato a sostenere che altre indiscrezioni verranno alla luce, altre notizie imbarazzanti: Italo Bocchino, per intendersi. Ritenuto uomo di massima fiducia di Gianfranco Fini, quasi il suo braccio armato. Tanto da aver provocato nel Cavaliere - più che uno sfogo - l’annuncio che si sta per mettere una pietra tombale su ogni tentativo di ripresa di dialogo con il cofondatore: ‘Per me - dice tranchant - Fini è fuori dal partito. Perché chi si fa rappresentare da uno come Bocchino, non può che essere fuori dal partito’. Parole durissime, che allontanano per il momento anche la sola idea di un incontro chiarificatore tra i due, che infatti non è assolutamente in programma. Parole che i suoi recepiscono, tanto da vedere ormai ridotte al lumicino le ipotesi di una ricucitura, a meno di una scomunica da parte del cofondatore del Pdl di uno degli uomini che effettivamente gli sono più vicini. Sempre che non sia troppo tardi – prosegue Di Caro sul CORRIERE DELLA SERA – perché in queste ore - quando parla del suo partito - Berlusconi fa riferimento solo a quelli che sente come fedeli, vicini, pronti a riconoscere senza se e senza ma la sua leadership unica e carismatica, quella alla quale i sondaggi accreditano ‘il 62,3 per cento’, quella che lui vede riconosciuta dalla ‘gente che mi ama, mi applaude, mi vuole abbracciare quando mi incontra per strada, mi segue e mi dà ragione quando parlo in tivù’. Per questo, ai suoi uomini e donne che nel Pdl si stanno organizzando in fondazioni, componenti, associazioni, lancia un altolà. Lo fa dopo aver ricevuto la richiesta dalle sue tre ministre impegnate in Liberamente - Maristella Gelmini, Stefania Prestigiacomo, Mara Carfagna - di difenderle dagli strali lanciati contro la neonata creatura da Renato Schifani nella sua intervista al Corriere della Sera. E infatti Berlusconi dice che ‘come al solito la stampa esagera, esaspera conflitti che non sono quelli che si leggono’, e assicura che ‘correnti nel Pdl non ce ne sono, se si escludono quelle degli ex An che, quelle sì, sono rischiose’ o addirittura dannose se rispondono a Fini. Ma una cosa è certa: ‘Per ora ho contato 22 fondazioni che si ricollegano al Pdl. Se restano tali, bene, ma se io mi accorgessi che si stanno trasformando in correnti, un minuto dopo farei questo annuncio: ‘O sciogliete tutto, o siete tutti fuori dal partito’‘, perché le correnti rappresentano proprio quella ‘vecchia politica’ contro la quale il premier dice di essere sceso in campo. Per il resto, rimangono aperti i nodi delle alleanze, del rapporto con l’Udc, di quello con la Lega. È chiaro che l’offerta di Casini di un governo di unità nazionale che arrivi fino al Pd per Berlusconi è improponibile, e non solo per il no categorico di una Lega che vede nell’Udc i nemici più acerrimi del federalismo. E però i suoi fedelissimi sono convinti che il rapporto con Casini, in un modo o nell’altro, andrà curato e preservato. Per il futuro, in vista di nuovi possibili scenari, di future alleanze. Magari partendo dalla condivisione di alcune leggi delicate, come quella sulle intercettazioni. Il premier – conclude Di Caro sul CORRIERE DELLA SERA – ha dato l’okay alla trattativa con il Quirinale per migliorare un testo la cui utilità sa quanto sia difficile da far digerire agli italiani. E se assicura che i miglioramenti che sono stati proposti con gli emendamenti ‘hanno il mio sostegno’, sul resto preferisce cavarsela con una battuta: ‘Ho visto che Sky ha un sondaggio che dà il 73 per cento degli italiani contrari al ddl intercettazioni: e certo, hanno telefonato soltanto giornalisti...’”. (red)

 

 

9. Così Verdini voleva incastrare Caldoro

Roma - “Partì tutto da Denis Verdini. Fu lui – riporta Conchita Sannino su LA REPUBBLICA – ad annunciare a Stefano Caldoro, nel corso di una telefonata dal tono severo, che c’era ‘un problema’ che pesava sulla imminente campagna elettorale. In seguito ne avrebbe parlato, gli spiaceva, ‘anche a Berlusconi. Sai, per una questione di responsabilità’. Era quasi otto mesi fa. Il coordinatore nazionale del Pdl, l’uomo legato a doppio filo al coordinatore regionale e sottosegretario Nicola Cosentino, chiamò Stefano Caldoro. ‘Devo parlarti, da vicino. Sai, è una cosa molto delicata’. Ma analoghi messaggi, recapitati da distinti ‘messaggeri’ di fango, portatori di false notizie costruite ad arte sui ‘nemici’, avrebbero colpito altri politici, imprenditori, professionisti. Era questa la principale ‘ragione sociale’ della presunta banda su cui indaga la Procura di Roma, l’associazione per delinquere che aveva i suoi uomini forti nel coordinatore Verdini, nel senatore Marcello Dell’Utri ed, in Campania, nel ras del partito Cosentino? L’operazione di scavo investigativo portata avanti sul complotto ai danni del governatore della Campania diventa un fascio di luce che illumina, ora, una scena ben più vasta. Le indiscrezioni indicano come il caso Caldoro fosse solo un frammento marginale di un’operazione strutturale. La missione ‘Fango’ contemplava, dunque, numerosi bersagli e durava da oltre un anno. L’azione di killeraggio aveva una sede radicata a Napoli e per obiettivi anche parlamentari. Per ciascuno di loro, gli ‘avvelenatori’ avevano redatto una scheda e addirittura finti verbali di polizia giudiziaria utili ad attestare ipotesi di reato, illegalità commesse. Fascicoli necessari a ricattare eventuali concorrenti o oppositori nei vari settori: politica, istituzioni, libero mercato. Si trattava di carte corredati dei timbri della Dia e dei carabinieri (illecitamente acquisiti, oppure abilmente riprodotti, due le l’ipotesi). Veri e propri dossier personali, relativi a ciascun nemico, giacevano in luogo sicuro. Dove? Nel cassetto della libreria di un legale, a sua volta vicino ad un rappresentante della massoneria espulso dalla Loggia del Grande Oriente. Una delle basi della missione ‘Fango’, infatti, era nel centro di Napoli, uno dei palazzoni della city, lo studio di un noto avvocato. Dove, a gennaio, i carabinieri avrebbero fatto irruzione e sequestrato materiale interessante. Tra questi dossier uno, in particolare, riguardava anche il deputato finiano Italo Bocchino. Altri dovevano colpire la credibilità e la capacità operativa di imprenditori avversari. Tra i destinatari del fango era finito anche Caldoro, ‘reo’ di coltivare l’ambizione di governare Palazzo Santa Lucia. La storia che riguarderà Caldoro ha per titolo ‘Transessuali e droga’. È un incubo che inseguiva Caldoro almeno da gennaio – prosegue Sannino su LA REPUBBLICA – quando il suo nome è tra i favoriti ma non è stato ancora designato quale candidato Pdl. Un film di veleni e avvertimenti. Verdini, dunque, chiama il protagonista del ‘loro’ film, Caldoro. ‘Stefano, ti devo parlare’. ‘Di cosa? Dimmi’. Verdini lo stoppa: ‘Vediamoci’. L’incontro avviene, poco dopo, nei locali della Camera. I due si vedono nella Corea, il corridoio alle spalle dell’aula. ‘Sai, Stefano, sono venuto in possesso di alcune notizie - gli dice, in sintesi, Verdini - Emerge una storia che ti riguarda non piacevole, incontri sessuali, droga’. Caldoro sbianca: ‘Ma cosa dici?’. Verdini: ‘Non so, pare che qui ti abbiano beccato, in un albergo. Con i trans, perciò, tu capisci, magari puoi spiegare...’. Caldoro lo ferma con un sorriso gelido: ‘Per me questa conversazione finisce qua’. Non finisce. Anzi. Verdini lo informa delle successive mosse: ‘Ne parlerò anche con Berlusconi. Tu capisci che abbiamo una responsabilità’. Caldoro sembra non fare una piega. Non dimenticherà, ma forse rimuove. Ecco la designazione come candidato in Campania, ecco i primi incontri elettorali. Sanno tutti, dentro e fuori il partito, che il coordinatore Cosentino lo detesta. Non a caso Caldoro blinderà la sua campagna elettorale, politicamente e fisicamente, con le presenze del ministro Mara Carfagna (che diventa capolista, eppure mai sarebbe rimasta in Consiglio) e di Italo Bocchino. Le foto di gruppo con i due nemici, tuttavia, si sprecano. Poi, ai primi di febbraio, ecco la valanga di fango. Ritorna. Su due siti, come poi rileverà il gip di Roma, partono le presunte rivelazioni: Caldoro sarebbe un ‘Marrazzo’, va con i trans, assume droga, c’è anche la copertura della camorra. Nelle stesse ore, i ‘messaggeri’ della calunnia fanno il giro delle redazioni locali. Vanamente. Caldoro provvede a fare oscurare quei siti. Poi, in mano copia della denuncia, incontra il presidente Berlusconi. Spiega, deve giustificarsi. Caldoro viene rassicurato. Vince le elezioni, sembra tutto normale. Ma il fango resta lì. In agguato”, conclude Sannino su LA REPUBBLICA. (red)

 

 

10. Gelmini: “Verdini non si dimetta, ma coordinatore unico”

Roma - Intervista al ministro Mariastella Gelmini su IL GIORNALE: “Uno dei quattro ministri fondatori di ‘Liberamente’, associazione culturale o ennesima corrente? ‘Guardi, per me la parola ‘corrente’ significa soltanto un spostamento d’aria’. Però qualcuno nel Pdl dice che dietro le fondazioni si nasconde la piaga del correntismo. ‘L’accusa ci viene rivolta da chi ha ereditato dalla Prima Repubblica vecchie categorie. Ma per noi, nati politicamente con Berlusconi, è una provocazione risibile. Siamo quattro ministri, se avessimo voluto fare una corrente ci saremmo messi a distribuire posti e non certo a costituire un’associazione culturale’. Ma qual è lo scopo di ‘Liberamente’? ‘L’esatto opposto di una corrente. Parlano i fatti: nei nostri due convegni a Moniga e Siracusa in platea non c’erano vecchi mestieranti della politica ma tanti giovani, professionisti, amministratori locali, tutte persone che non avrebbero partecipato ad un incontro del Pdl, perché il Pdl è targato politicamente. Invece, proprio grazie ad un’associazione, si può allargare il consenso nella società civile. Condivido in pieno quanto detto da Bondi: Berlusconi ha un grande consenso, ma a volte nella battaglia perle riforme appare solo. Ecco, il nostro compito è quello di fiancheggiarlo in questa battaglia’. Ma pensa che anche le altre fondazioni nate in seno al Pdl servano a fiancheggiarlo? ‘Forse altre realtàpossono essere lette in altro modo, ma non le conosco abbastanza e non spetta a me dirlo. Concordo con la sintesi raggiunta dal presidente Berlusconi: favoriamo un coordinamento e un dibattito tra le diverse associazioni che si richiamano al programma e ai valori del Pdl’. Quindi nessun rischio di frammentazione del partito in fazioni e clan? ‘Semmai vedo un rischio diverso. Noi dobbiamo tutto il nostro successo al genio e alla generosità di Berlusconi e proprio per questo dobbiamo stringerci attorno a lui. Ma farlo significa produrre iniziative, rimboccarsi le maniche, e non vivere di rendita sotto la comoda ombra della sua leadership chiudendosi nel palazzo e perdendo il legame con la gente. Trovo ridicolo e anche un po’ tendenzioso che si scopra il peri colo del correntismo solo dopo la nascita di ‘Liberamente’, che è l’ultima di molte. Forse il nostro movimentismo desta preoccupazione perché riscuote consenso’. Alcune associazioni però qualche problema nel Pdl lo hanno creato, tipo quelle di Fini... ‘Se c’è qualche problema con alcune fondazioni certo non può riguardare persone come me, la Carfagna, Angelino Alfano, Raffaele Fitto, giovani su cui Berlusconi ha investito e che devono tutto a lui. Noi non abbia- mo una storia politica autonoma, noi nasciamo e muoriamo con Berlusconi’. Insomma, non c’è un anatema di Berlusconi contro le fondazioni. ‘Lui ce l’ha con le correnti, pensa che il problema sia chi vuole un partito di stile novecentesco. Vede, siamo di fronte a una crisi di crescita, e c’è un confronto aperto tra chi crede nel partito carismatico supportato da azioni come la nostra o quella della Brambilla, e chi invece pensa che i partiti sono forti se mantengono un’organizzazione novecentesca, dove l’organizzazione prevale sul pensiero’. Due stili agli antipodi: da una parte voi giovani, dall’altra i vecchi politici del Pdl? ‘Il punto è cosa si intende per unità di un partito. Secondo me l’unità, ne12010, si sostanzia nella leadership e nel programma, non in una piatta omogeneizzazione dei cervelli e nell’immobilismo. Chi mina allora l’unità del partito? Chi non rispetta o non riconosce la leadership e chi vorrebbe rivedere il programma. Non chi si dà da fare con un’associazione culturale’. Ma che tipo di Pdl avete in mente? ‘Noi abbiamo una visione antiburocratica e pensiamo ad un partito leggero che debba solo supportare la leadership di Berlusconi e realizzare la rivoluzione liberale. Lo si può fare da dentro il partito ma anche attraverso un circuito più ampio per penetrare nella società e battere l’egemonia culturale della sinistra’. E con Fini, che fare? ‘Fini deve decidere. Ha davanti due strade: può raccogliere il testimone della rivoluzione berlusconiana, oppure illudersi di relegare il berlusconismo ad una parentesi. Se farà la prima scelta e rimarrà al fianco di Berlusconi dimostrerà di essere uno statista e verrà ricordato, nel secondo caso sarà uno dei tanti politicanti’. Sicura che Fini sia ancora in tempo per la prima scelta? ‘Mai dire mai. Sicuramente quanto è accaduto è molto pesante e non è facile recuperarlo. Però dipende da Fini, perché Berlusconi è una persona aperta a tutti i contributi. Il suo punto di riferimento è il programma, se Fini lo rispetta Berlusconi è pronto a riallacciare. Non è un uomo vendicativo o livoroso, è un pragmatico che guarda all’interesse del Paese. Non ha preclusioni per nessuno’. Nemmeno per l’Udc di Casini. ‘Anche qui, tanto rumore per nulla. Non è da oggi che Berlusconi ritiene di poter allargare il fronte di chi si riconoscono nel Partito popolare europeo, nella cultura moderata. E quindi chiama tutti ad un senso di responsabilità per governare il Paese. Berlusconi è lo stesso di sempre, sono Fini e Casini che devono decidere’. Prima diceva che anche il partito deve fare un grande lavoro per compiere la ‘rivoluzione liberale’. Non lavorerebbe meglio se ci fosse un solo coordinatore invece di tre? ‘Chiedere a chi ha introdotto il maestro unico a scuola se sia meglio un coordinatore unico nel Pdl, è fin troppo facile. Io credo che le responsabilità siano sempre individuali, e quindi il coordinatore unico sarebbe un passaggio ulteriore di maturazione del Pdl, perché vorrebbe dire che non ci sono più componenti ma c’è l’unità’. A proposito di coordinatori, qualcuno nel Pdl chiede le dimissioni di Verdini. ‘Mi domando perché dovrebbe dimettersi. Noi siamo sempre stati garantisti e lo saremo anche adesso’. Miccichè, membro di ‘Liberamente’, però sembra abbia detto il contrario a Siracusa. ‘Sono letture maliziose. Ha fatto un grande intervento sul Mezzogiorno, incarnando la voglia di riscatto del Sud, che guarda al federalismo come opportunità e vuole le riforme. È stato un esempio del rinnovamento culturale che la nostra associazione vuole promuovere. Chi parla di corrente non ha capito nulla’”. (red)

 

 

11. Carfagna: “Traditi gli elettori del Pdl. Cosentino lasci”

Roma - Intervista al ministro Mara Carfagna su LA REPUBBLICA: “Nicola Cosentino si deve dimettere. Mara Carfagna va dritta al punto e al sottosegretario all’Economia nonché coordinatore del Pdl in Campania chiede ‘un passo indietro’. Il ministro per le Pari opportunità spiega così la sua richiesta: ‘Io sono una garantista, ma lo deve fare per opportunità politica’ perché tramando contro Caldoro ‘ha tradito gli ideali dei dirigenti e dei militanti del Pdl’. Ministro Carfagna, durante la campagna elettorale delle regionali sapevate che parte del Pdl preparava un dossier per screditare il suo stesso candidato alla regione, Stefano Caldoro? ‘Giravano delle voci su un dossier sulla vita di Caldoro presentato ai vertici del partito e poi uscito su Internet, ma pensavamo venissero dall’opposta parte politica’. E invece veniva da una parte del Pdl... Dopo l’assessore Sica si deve dimettere anche Cosentino? ‘Le indagini sono in corso e per noi garantisti vale sempre la presunzione di innocenza: lasciamo che i magistrati accertino le eventuali responsabilità penali di Cosentino. Ma quando emergono questi casi ci sono anche delle questioni di opportunità. Mi spiego: sul territorio ci sono militanti e dirigenti che si affannano per realizzare gli ideali in cui credono. È un esercito che mi emoziona e che in noi dirigenti nazionali cerca un modello da seguire. Questi episodi tradiscono i loro ideali’. Ma se ne deve andare o no? ‘Non sono una che ama vedere le teste rotolare ma fino a quando la magistratura non avrà accertato le sue responsabilità è opportuno che faccia un passo indietro, perlomeno da coordinatore regionale in Campania. Sarei favorevole anche alle sue dimissioni da sottosegretario, ma avendolo nominato Berlusconi è lui che deve decidere. Il governatore Caldoro invece va sostenuto e incoraggiato per superare questo brutto episodio fatto di dossieraggio per infangarlo come politico e come uomo. Lui deve lavorare per costruire quella classe dirigente all’altezza di Berlusconi e dei cittadini, è un politico capace e una persona per bene’. Come esce il Pdl da questo ennesimo episodio opaco? ‘Da questa storia esce che siamo impegnati a tramare uno contro l’altro’. Un altro caso che sta spaccando il partito è quello del coordinatore nazionale Denis Verdini: i finiani hanno chiesto le sue dimissioni. Deve andarsene? ‘La decisione spetta solo al presidente Berlusconi e a nessun altro’. Perché una valutazione così diversa tra Cosentino e Verdini? ‘Perché in Campania mi sento direttamente coinvolta. Verdini ha una posizione delicata e ci sono ragioni di opportunità politica che ognuno deve prendere in considerazione. I magistrati usano sempre più il potere nelle loro mani per condizionare la politica e sovvertire i risultati delle urne. Essendo Verdini uno dei coordinatori scelti da Berlusconi la decisione sul suo futuro spetta solo a lui’”. (red)

 

 

12. Bersani: “All’ombra Berlusconi autostrada per corruzione”

Roma - Intervista al segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, su LA REPUBBLICA: “Giusto il tempo di guardare in albergo la partita Spagna-Olanda, dopo aver superato la dogana americana, sottoponendosi al rito di controllo delle quattro dita da esporre e delle pupille rivolte alla telecamera, e Pier Luigi Bersani è stato raggiunto ieri mattina a Washington, prima tappa della sua missione americana, dal rombo della politica italiana. Casini ‘apre’ a Berlusconi nell’ipotesi di un governo di unità nazionale? Il segretario del Pd si fa leggere bene la frase incriminata e mette la parola fine alle illazioni: ‘Casini sa bene che è arrivato il momento di chiudere con il ciclo berlusconiano, con sette anni che non ci hanno portato a niente. E’ vero: Berlusconi ha vinto le elezioni ma c’è un’altra verità altrettanto chiara. Berlusconi ha fallito. La maggioranza deve prendere atto del suo fallimento. Siamo alla fine, al secondo tempo, e bisogna evitare al Paese ulteriori danni’. Stop, dunque. Bersani parla in piedi, davanti all’ingresso del Center for American Progress, pensatoio democratico presieduto da John Podesta, già capo staff di Clinton. Gli americani, pazienti, attendono che il loro ospite si occupi del solito caos made in Italy. Bersani, scusi, Casini non si è un po’ allargato, sembrava quasi parlasse a nome del Pd. Lui è convinto che voi direste sì ad un governo Tremonti. ‘Il leader dell’Udc prima ha annunciato un Pd disponibile ad un Berlusconi-bis, poi dice la stessa cosa indicando però Tremonti. Aspettiamo che ci proponga Rotondi... Comunque Casini fa uso di molta retorica. Ma sa bene che l’unica novità all’orizzonte è l’avvio del superamento del berlusconismo, un fenomeno che ha prodotto racconti, favole e poco o niente fatti’. L’alleato Casini sembra tuttavia tendere verso l’altro campo. ‘Non abbiamo avuto mai un’alleanza con Casini così come Casini non ce l’ha ancora con il centrodestra. Questa è una situazione difficile da interpretare, con un unico punto chiaro: la maggioranza mostra di non farcela. Il resto sono chiacchiere, politicismi’. Con un Pdl in rissa permanente. ‘Un altro buon motivo per dire che siamo al capolinea di questa alleanza. La resa dei conti tra di loro è cominciata e non si fermerà. E mentre continuano le lacerazioni, le gravi questioni socio-economiche del Paese non vengono affrontate. Berlusconi si limita a galleggiare, a rimuovere i problemi. Questo mentre l’Italia ha bisogno di uno sforzo per cambiare e riprendere la strada della crescita, per lasciare qualche prospettiva alle nuove generazioni’. Un coordinatore di partito come Verdini, sempre più nel mirino delle indagini, deve lasciare secondo lei? Ogni giorno ci sono nuove storie opache. ‘Certo a noi il Watergate ci fa un baffo! Che vuole che le dica? Strutturalmente malcostume e corruzione sono mali endemici. Qui, però, all’ombra del potere politico-mediatico di Berlusconi, si sono creati dei meccanismi laterali alle amministrazioni. La legislazione speciale, le eccezioni alle regole per una nobile causa, sono diventate l’autostrada per la corruzione. Adesso sta alla magistratura districare la matassa, individuare i millantatori e gli attori protagonisti’. E intanto Verdini? ‘Non c’è nemmeno bisogno di dirlo. Un responsabile politico di partito deve trarre le conseguenze da una situazione così. Poi se il partito vuole farsi raffigurare con il volto di Verdini, affari loro. Sinceramente mi preoccupo di più quando apprendo delle manfrine esercitate su organi istituzionali e delle pressioni messe in atto sul programma per gli interventi pubblici. Anche qui bisogna affidarsi ai giudici’. Berlusconi scende nei sondaggi ma il centrosinistra non ne beneficia. ‘Aspettiamo a trarre conclusioni. E’ chiaro che questo non tranquillizza ma è il momento del voto quello che conta. Noi stiamo lavorando ad una proposta credibile di alternativa’. Sempre l’Udc, nella persona di Cesa, sostiene che nel Pd c’è un sospetto fermento. Grane in vista, magari con la componente dell’ex Margherita? ‘Non mi risulta. A meno che Cesa sia a conoscenza di informazioni che io non ho’. Lei ha appena iniziato la sua visita negli Stati Uniti. Dice che è venuto qui per capire e confrontarsi, scambiare idee con centri di pensiero e di cultura. Che cosa invidia agli americani? Ci pensa un po’, ‘sono tante le cose’ però ce n’è una in particolare: ‘Qui non parlano male delle istituzioni. I governi si alternano, ma l’impianto è solido, è quello, e nessuno si sogna di metterlo in discussione’”. (red)

 

13. Vespa: cena a casa mia non aveva scopi “politici”

Roma - “Caro Direttore – scrive Bruno Vespa al CORRIERE DELLA SERA – in questi giorni molti giornali, tra cui il tuo, mi hanno chiesto di commentare la cena che si è tenuta giovedì scorso in casa mia. Ho rifiutato perché non è nelle abitudini di un padrone di casa parlare di quel che accade tra le sue mura domestiche. Se oggi accetto tuttavia il tuo cortese invito è perché continuo a leggere ricostruzioni fantastiche che, oltre a tradire la verità dei fatti, lasciano immaginare che alcuni degli ospiti abbiano avuto ruoli ai quali sono totalmente estranei. La storia è questa. Il 7 luglio 1960 uscì sulla edizione aquilana de ‘Il Tempo’ il mio primo articolo, come dire?, professionale. Gianni Letta aveva appena lasciato quella redazione per trasferirsi nella sede centrale del giornale. Lui aveva 25 anni ed era ormai un affermato professionista, io ne avevo 16. A cinquant’anni da quel giorno, ho programmato un mese fa una cena invitandovi alcune persone alle quali sono legato da antica amicizia e altre che mi onorano di un più recente rapporto di amichevole stima. Durante la cena - erano presenti anche alcune signore - si è parlato di tutto, dalla situazione internazionale alla crisi economica e sono stati toccati anche temi meno impegnativi. Una conversazione piacevole, discreta e del tutto normale. Quando Berlusconi e Casini hanno avuto uno scambio di battute sulla situazione politica, nessuno degli altri ospiti (il cardinal Bertone, il governatore Draghi e il presidente Geronzi, oltre a Letta) ha pronunciato una sola sillaba. Non una che è una. Parlare perciò di ‘cena politica’ e addirittura di pressioni della Santa Sede per un ipotetico ritorno dell’Udc al governo è irriguardoso prima che falso. Come è falso parlare di cena combinata per favorire l’incontro tra due leader politici. Sono amico di Casini da 25 anni e sia lui che Berlusconi hanno incrociato costantemente la mia vita di cronista negli ultimi due decenni. C’erano tutte le ragioni, insomma, per invitarli entrambi. La cena doveva restare riservata non perché fosse ‘segreta’, ma soltanto perché era una privatissima occasione. Capisco – conclude Vespa al CORRIERE DELLA SERA – che chi aveva interesse a smentire un inesistente tête-à-tête Berlusconi-Casini abbia fatto trapelare i nomi degli altri ospiti. Ma mi spiace che personalità lontanissime dalla politica si siano viste attribuire ruoli ai quali sono totalmente estranee”. (red)

 

 

14. Macaluso: “Situazione grave, Pd non si tiri indietro”

Roma - “Caro Direttore – scrive Emanuele Macaluso al CORRIERE DELLA SERA – il Presidente del Consiglio in sede ‘privata’ (a pranzo a casa Vespa) e pubblica, anche attraverso i suoi più stretti collaboratori (ieri l’onorevole Bondi su Repubblica) chiede all’Udc di far parte della maggioranza e all’onorevole Casini di partecipare al governo del paese. È come dire, l’attuale coalizione non c’è più. Del resto, a dircelo sono i fatti di ogni giorno. L’aspra critica nei confronti dell’onorevole Fini è ormai un alibi per coprire contrasti e guerriglie all’interno del Popolo della libertà che ricordano momenti neri della storia della prima Repubblica. Come uscire da una situazione che appare senza via d’uscita? Berlusconi vuole allargare la maggioranza all’Udc, la quale ha fatto le elezioni dai banchi dell’opposizione in cui ora si trova. Non a caso, Casini, parla di un’altra maggioranza. E non a caso la Lega, richiamando un assioma del Cavaliere, dice che in questo caso occorre fare le elezioni. Casini ha ragione quando dice che la nostra è una Repubblica parlamentare e lo scioglimento delle Camere è prerogativa del Capo dello Stato, il quale, costituzionalmente, ha l’obbligo di verificare se il Parlamento è in grado di esprimere un governo o no. Tuttavia, oggi, non c’è una crisi formale di governo, e si è determinata una di quelle situazioni in cui l’esecutivo non riesce a governare, la maggioranza si è sminuzzata e non si intravede un’alternativa. Situazioni in cui non c’è più mediazione politica e prevalgono conflitti tra gruppi di potere, legali ed illegali, che coinvolgono anche le istituzioni. L’onorevole Casini ha indicato una via d’uscita in un governo di ‘responsabilità nazionale’ senza preclusioni e veti. Anche nei confronti di Berlusconi. Non so se questa sia una strada percorribile, anche perché il Cavaliere continua a guardare solo a se stesso e pensa di continuare a governare, senza governo, sperando di portare in porto leggi che renderebbero solo più aspri i rapporti politici e quelli istituzionali. Ma una strada occorre imboccarla. E l’opposizione non può fare finta di niente: il tanto peggio tanto meglio non è nella storia della sinistra democratica. Per essere più chiari, non è nemmeno nella storia del Pci. Chi chiede elezioni anticipate, con l’attuale legge elettorale, nei fatti vuole un referendum sul Cavaliere, con esiti comunque pregiudizievoli per il Paese che attraversa una pesante crisi economica, sociale e di prospettiva in un’Europa in grave difficoltà. Io non ho più responsabilità nei partiti, non sono nemmeno iscritto al Partito democratico, esprimo posizioni prettamente personali ma ho abbastanza esperienza per capire che la situazione è pesante e per uscirne occorre una forte iniziativa politica. Anche la storia più recente ci dice che dalla crisi della politica, ben descritta da Ernesto Galli della Loggia, si esce solo con la politica. E, per cominciare – conclude Macaluso al CORRIERE DELLA SERA – forse tutti debbono fare un passo indietro e ragionare per farne due avanti. Non allarmatevi se la frase ne ricorda una di Lenin!”. (red)

 

 

15. Letta: “Nessun paracadute al premier”

Roma - Intervista al vicesegretario del Pd, Enrico Letta, su LA STAMPA: “Per costruire un’alternativa di governo si deve guardare sul radar a 360 gradi senza avere i paraocchi, perché un’eventuale caduta di Berlusconi al buio libererebbe energie e risorse nel centrodestra che andrebbero considerate con grande attenzione’. Enrico Letta non vuole fare nomi e cognomi, ma è chiaro che il numero due del Pd allude a scenari del tutto inediti se la maggioranza dovesse implodere. Ma almeno su una cosa, il vice di Bersani sente di interpretare il pensiero di ‘tutti e dico tutti’, i parlamentari del suo partito: ‘Tra noi non c’è nessuno che potrebbe immaginare di sostenere un governo di larghe intese guidato da Berlusconi’. Ipotesi, quella lanciata dal leader Udc, che Letta non condivide ‘perché consentirebbe a Berlusconi di risorgere, un regalo che non si merita’. Invece secondo voi cosa succederà nei prossimi mesi? ‘Stanno esplodendo le contraddizioni di una maggioranza costruita per vincere, ma non per governare: sulla manovra, sul federalismo, sulle intercettazioni. Sappiamo anche noi di doverci far carico con responsabilità di una situazione che ci preoccupa e che non si risolve a colpi di populismi incrociati. E proprio per questo il peggiore dei mali sarebbero tre anni di contorsioni sul declino di Berlusconi con un paese senza guida in uno dei momenti più difficili della sua storia. Ma gli italiani devono vedere l’epilogo del film, cioè il fallimento di questo governo. Altrimenti se tutto finisce con manovre di palazzo, Berlusconi si salverà un’altra volta’. Lei ritiene realistico che Berlusconi dia le dimissioni? ‘Con i numeri che ha in Parlamento no. Ma se si guarda cosa sta capitando in queste settimane, ai focolai che si aprono uno dietro l’altro, non escluderei che Berlusconi a un certo punto non riesca più a dominare gli eventi, considerando che sono passati già dieci giorni dal “Ghe pensi mi” senza alcun risultato. Poi, se non bastasse tutto questo, si stanno anche scoperchiando i veli su un’Italia del malaffare che in questi mesi ne ha fatte di cotte e di crude. E’ inquietante che, sotto la copertura della lotta contro la magistratura militante, Berlusconi abbia coperto tanti mariuoli. Detto ciò, non si è mai visto che un capo del governo eletto con una maggioranza di parte fallisca e poi risorga a capo di un governo di larghe intese. Mi sembra che la proposta di Casini sia un modo per buttare la palla in calcio d’angolo’. E se a guidare un governo istituzionale fossero Fini o Tremonti? ‘Sarebbe sbagliato infilarsi su ipotesi riguardo il “dopo”. Intanto perché la pelle dell’orso non mi sembra ancora portata a casa. E poi perché la Costituzione assegna al Capo dello Stato un ruolo che non è solo di garanzia, ma anche di guida, di fronte a condizioni complesse. Quindi il rispetto per il Presidente della Repubblica ci impone un atteggiamento che non è affatto quello di restare spettatori. Ma insisto: bisogna che si veda l’epilogo del film, altrimenti daremmo la possibilità a Berlusconi di fare come sempre la vittima, il mestiere che sa fare meglio’. Ma voi entrereste in un governo di larghe intese senza Di Pietro? ‘Per le caratteristiche proprietarie della leadership di Berlusconi è impossibile immaginare gli scenari successivi ad una sua definitiva caduta. Per il semplice motivo che oggi sono tutti compatti, tranne i coraggiosi finiani, ma è evidente che sotto la cenere cova di tutto e in quel caso scatterebbe un “tana libera tutti”. E poi non bisogna escludere nulla, comprese le elezioni anticipate che non sarebbero un’ipotesi da scartare’. Ma se si tornasse alle urne, voi che alternativa potreste offrire al paese? Casini e Di Pietro si beccano ogni giorno e voi state in mezzo a guardare. O no? ‘L’alternativa va costruita ed è per questo che va costruita a 360 gradi senza avere paraocchi’. Intende dire che potrebbe nascere una nuova aggregazione politica che comprenda anche Fini, un nuovo terzo polo con cui allearsi? ‘Non vado oltre, mi fermo qui’”. (red)

 

 

16. Fini-Casini, dopo lo strappo torna l’asse

Roma - “Sei anni fa – scrive Francesco Verderami sul CORRIERE DELLA SERA – furono sul punto di ribellarsi, sei anni fa furono tentati di rovesciare Berlusconi colpendolo dritto al cuore del suo potere: quello televisivo. Sei anni fa Fini e Casini discussero se affondare in Parlamento la riforma che più stava a cuore al Cavaliere, e dare così inizio alla sua fine. Chissà quale corso avrebbe preso la storia politica italiana se ‘Gianfranco’ e ‘Pier’ avessero spinto fino alle estreme conseguenze il loro intendimento, coltivato a lungo e maturato segretamente in una serata d’inverno, dopo che Ciampi — da capo dello Stato — aveva rinviato la legge Gasparri alle Camere. Nessuno dei due se la sentì di affossare il provvedimento con un colpo di mano, a scrutinio segreto. Fini, che allora era vice premier, dovette invece dare il via libera alla riforma e potè solo scherzare durante il Consiglio dei ministri che gli toccò presiedere, siccome Berlusconi dovette allontanarsi dal salone di palazzo Chigi insieme a Gianni Letta per una questione di forma, visto l’evidente conflitto d’interessi. ‘Ora chiamiamo Silvio e lo avvisiamo che abbiamo bocciato la legge. Gli prenderà un colpo’, disse l’ex leader di An suscitando l’ilarità dei colleghi dell’esecutivo. In realtà quella battuta nascondeva un desiderio represso. Sei anni dopo non c’è più il famoso ‘sub-governo’ che tra il 2001 e il 2006 tentò di contrastare l’’asse del Nord’ nel centrodestra. Ma nonostante uno strappo che ha segnato i rapporti tra Fini e Casini, i due ultimamente hanno ripreso a dialogare. Si vedono e si aggiornano, quasi ogni giorno, per telefono. A giugno hanno viaggiato in aereo verso Genova. Giovedì scorso, prima di andare a cena da Vespa con Berlusconi, ‘Pier’ è passato a prendere un aperitivo da ‘Gianfranco’. Insieme analizzano la situazione e discutono di un futuro senza il Cavaliere. ‘Di qui alla fine della legislatura— teorizza ormai da un anno il presidente della Camera— cambierà radicalmente il quadro politico’. Ma il futuro non ha la forza di imporsi, almeno non per ora, altrimenti sarebbe già successo. È sempre ‘Silvio’ il capo, è lui che continua a dettare il ritmo degli eventi, malgrado abbia il fiato grosso e in molti pensino che con questo passo non potrà reggere fino al 2013. Non è chiaro se Fini e Casini abbiano questo schema in mente, è certo che hanno smesso di illudersi anni fa, quando Berlusconi li gabbò entrambi, annunciando ad Aznar — in occasioni diverse— che ‘lui sarà il mio successore’. Naturalmente non se ne fece nulla. E oggi Fini e Casini non solo sanno che il Cavaliere non darà loro il testimone, sono anche consapevoli del rischio che corrono: quello di essere travolti, per motivi diversi, dalla fine di Berlusconi. Ecco perché hanno bisogno di stare insieme, per affrontare la turbolenta stagione del ‘dopo’. Per quanto, a vario titolo, abbiano preso le distanze dal premier, sono comunque legati al suo destino. Alla vigilia del voto nel 2008 – prosegue Verderami sul CORRIERE DELLA SERA – era stato proprio l’alleanza con Berlusconi la causa del loro divorzio politico e soprattutto della rottura personale. ‘E se è vero che in politica può succedere di tutto — spiegò in quei giorni Casini— umanamente non mi sarei mai aspettato certe cose da Gianfranco. Mi sono sentito ferito’. Il capo dei centristi non salì sul predellino e per più di un anno rimuginò sugli incontri con Fini, sull’idea di costruire insieme un’alternativa moderata, magari aiutati nel progetto da Montezemolo. Il risentimento fu reciproco e profondo, è stato un vecchio dc come Pisanu a impegnarsi per farli ritrovare. Forse è rimasta un’ombra tra i due, ma è tornata la complicità, segnata da qualche diffidenza e da una naturale rivalità. Era il 2006, vigilia di elezioni, quando Landolfi — allora ministro uscente delle Comunicazioni — fece un discorsetto al leader di An, davanti a una pizza: ‘Gianfranco, l’hai capito che il tuo competitore non è Berlusconi ma Casini?’. ‘Mario, lo so. Il problema è che Berlusconi si crede immortale’. Sempre Landolfi, pochi mesi fa, è andato a stuzzicare Casini dopo la clamorosa rottura tra il Cavaliere e Fini alla direzione del Pdl: ‘Pier, si sta per liberare un posto di delfino nell’acquario di Silvio...’. ‘Scuuusa caaaro, cosc’è che sta succedendo?’, sorrise il capo dei centristi. Sta succedendo che Fini è pronto a far la guerra a Berlusconi ‘se tra agosto e settembre’ non si arriverà a un’intesa. L’ha comunicato a Cicchitto: ‘Guarda’, ha detto al capogruppo del Pdl aprendosi la giacca e mimando di essere un kamikaze: ‘Sono imbottito di tritolo. Se salto io, salta anche lui. Dillo a Silvio’. Il cofondatore del Pdl è pronto a verificare se il Cavaliere saprà gestire un’eventuale crisi di governo in autunno: ‘E se per caso si andasse al voto dopo una rottura, ci andremmo separati. Ne farei un punto d’onore’. Lavorerebbe cioè per farlo perdere. Al momento però è solo un gioco virtuale, come la storia di un allargamento della maggioranza all’Udc. Berlusconi vorrebbe Casini ma è bloccato dal veto della Lega, che teme per sé e teme anche per le sorti di Tremonti, costretto nel 2004 alle dimissioni da Fini e dai centristi. Casini a sua volta non vuol fare ‘la parte del figliol prodigo’ e chiede a Berlusconi ciò che il Cavaliere non intende dargli: l’apertura formale di una crisi di governo, che si sa come inizia ma non come finisce. ‘Gianfranco’ vorrebbe riunirsi a ‘Pier’, fosse per lui l’intesa sarebbe già fatta, perché - come racconta Follini, che li conosce bene - ‘c’è una forte affinità politica tra i due e perfino di carattere. È vero che di questi tempi è più facile litigare con i propri simili, ma scommetto che loro eviteranno di farlo. L’interesse reciproco è mettere il sigillo sulla fase che si aprirà dopo Berlusconi’. Certo, sarà complicato mettere insieme dei politici abituati ormai a partiti leaderistici, dunque a comandare: è come far convivere più di un gallo nello stesso pollaio. Per il futuro – conclude Verderami sul CORRIERE DELLA SERA – la soluzione sarebbe quella di tornare al passato, allo schema della Dc, dove erano tanti i capi che si contendevano il potere dentro un sistema di regole condivise. Casini - come Fini - a questo pensa: ‘Dopo Berlusconi il problema si porrà. Sarà questa la strada’”. (red)

 

17. Cav. spera nel turn over, ma Fini-Casini giocano insieme

Roma - “L’adagio che circola negli ambienti finiani – scrive Salvatore Merlo su IL FOGLIO – è: ‘Casini è il benvenuto nel centrodestra’. Lo hanno detto chiaro sia Italo Bocchino sia Adolfo Urso. Il ritorno dell’Udc nel centrodestra, in un nuovo governo guidato da Silvio Berlusconi, non è visto come il tentativo da parte del Cav. di isolare Fini, quanto, piuttosto, come un’occasione per poter articolare con maggiore forza (con una sponda democristiana) la strategia di lenta e leale smarcatura dalle posizioni dominanti nella maggioranza. Non solo. Pensare che il piano berlusconiano sia cacciare Fini per imbarcare Casini sarebbe un errore. Difatti, come ripetono tutti i generali al Cav., ‘rompere con il cofondatore senza rischiare una crisi è impossibile’. Lo stesso Fini, in privato, venerdì scorso, lo ha detto ai berlusconiani: ‘Se rompiamo farò di tutto per farvi perdere le prossime elezioni’. Difatti non è questa l’idea più in voga a Palazzo Grazioli: nel Pdl cercano un negoziato con l’ex leader di An – da chiudersi tra agosto e settembre – e contemporaneamente provano anche ad avvicinare l’Udc immaginando che Fini e Casini possano elidersi reciprocamente entrando in competizione per succedere a Berlusconi. Vittorio Feltri ha scritto: ‘L’Udc ha un nemico comune al Pdl che si chiama Gianfranco’. Sicuri che le cose stiano proprio così? Negli ultimi mesi non sono sfuggiti a nessuno gli abbocchi pubblici e privati (ultima la cena da Bruno Vespa, presenti Tarcisio Bertone e Cesare Geronzi) tra Berlusconi e il leader centrista. Eppure di incontri privati Casini ne ha avuti molti anche con Fini. L’ultimo che risulta al Foglio risale alla mattina della cena da Vespa. Prima di incontrare il Cav., giovedì, Casini è salito nello studio di Fini e, non visti, i due si sono soffermati sui rispettivi propositi. Un genere di colloquio segreto già avuto in aereo, a giugno, mentre l’ala finiana meno trattativista (riecheggiando l’Udc) chiedeva ‘discontinuità’. Come ha detto Carmelo Briguglio: ‘Servono un nuovo partito e un nuovo governo’. Sarà un caso, ma è proprio la condizione posta adesso da Casini al premier. Sullo sfondo del corteggiamento – quanto vero o quanto tattico si vedrà – messo in campo da Berlusconi nei confronti di Casini rimane al momento insoluta la questione dei rapporti interni al Pdl tra il premier e Fini. L’ex leader di An, agli uomini del proprio entourage, lo dice da circa un anno, con doti quasi di preveggenza: ‘Da qui al termine della legislatura cambierà il quadro politico’. Cosa che oggi assume un significato preciso, considerando anche i contatti ‘diretti e costanti’ tra lui e Casini. Rapporti che preludono a qualche novità. Berlusconi si è convinto al negoziato con Fini, è disponibile a incontrarlo alla fine di agosto, e per questo ieri ha anche fatto una mezza marcia indietro nella condanna del correntismo. D’altra parte – prosegue Merlo su IL FOGLIO – venerdì scorso il presidente della Camera ha consegnato un messaggio inequivocabile a un ambasciatore berlusconiano di rango: ‘Sul campo esistono solo due ipotesi percorribili, quella dell’accordo e quella della rottura definitiva. Qualora si arrivasse alla seconda, tenete presente che il mio impegno sarà di danneggiarvi elettoralmente alle prossime elezioni’. E pure abbastanza, pare, anche secondo i calcoli dei berlusconiani (che danno Fini poco sotto il 4 per cento), da rendere incerta una vittoria alle urne nell’eventualità (evanescente) di una crisi accompagnata dall’improbabile scioglimento delle Camere da parte del Quirinale. Già ad aprile, amareggiato per la contesa, Fini allargò la giacca come a mostrare la cintura esplosiva di un kamikaze. Il messaggio è arrivato forte a Berlusconi e in questo senso va letta l’intervista rilasciata domenica scorsa da Renato Schifani al Corriere: ‘Pace strategica o c’è solo la rottura’. In privato, con i propri interlocutori, il presidente del Senato ha anche escluso la via d’uscita di un divorzio morbido: ‘La separazione consensuale non è in campo’. Nei fatti il negoziato è a buon punto ma i diplomatici berlusconiani sono preoccupati dalle conseguenze dell’affare Dell’Utri e dalle polemiche di una parte dell’ala finiana. Vorrebbero che Fini scegliesse lo spartito morbido suonato da Andrea Augello e Silvano Moffa, preferendolo a quello di Italo Bocchino. Oggi arrivano in commissione Giustizia alla Camera gli emendamenti al ddl intercettazioni. L’iter è tracciato: la legge passerà, con modifiche e qualche pro forma da parte dei finiani. Chiusi i capitoli giustizia e manovra, i rapporti tra Berlusconi e Fini si scioglieranno in un modo o nell’altro. Se non riesplode una questione ‘legalità’ nel Pdl – conclude Merlo su IL FOGLIO – l’incontro tra i cofondatori è già fissato, tra mille incertezze, per la fine di agosto”. (red)

 

 

18. Carfagna: “Che lotta nel Pdl, ci manca solo Casini”

Roma - Intervista al ministro Mara Carfagna su LIBERO: “Quando si dice il tempismo. Le agenzie battono la nota di Silvio Berlusconi (‘Liberamente non è una corrente e lavora bene’) che mette la parola fine atre giorni di polemiche furiose sulle correnti nel PdL mentre l’intervista con Mara Carfagna, ministro perle Pari opportunità ed esponente di primissimo piano della medesima Liberamente, è in corso. E il cronista, ancorché consapevole di rischiare un certo effetto Carrà, non può sottrarsi alle proprie responsabilità. E dà la lieta novella. Ministro, ha visto? li Cavaliere dice che non siete una corrente e che lavorate bene. Sollevata? ‘Parecchio. E la dimostrazione che le critiche che ci sono state mosse erano eccessive’. Si riferisce ai rilievi mossi domenica dal presidente del Senato Renato Schifani? ‘Anche. Non capisco perché ci abbia definito una corrente. Le correnti lavorano alla costruzione di leadership alternative, e noi ci riconosciamo pienamente nella leadership di Silvio Berlusconi. E poi le correnti creano fratture nei partiti, mentre noi lavori amo per contribuire in maniera costruttiva al dibattito nel PdL’. Questo il quadro, si potrebbe malignare che le critiche siano figlie di una certa invidia... ‘Dico solo che l’invidia non dovrebbe ispirare chi fa politica. Specie chi la fa da tanto tempo’. Vi si accusa di essere troppo movimentisti... ‘Altra accusa che non capisco. Come si fa a pensare che chi, come buona parte di noi, è politicamente nato con Berlusconi voglia deviare dalla linea di Berlusconi? Capisco la diffidenza iniziale per un’operazione nuova, ma passato il primo momento dovrebbe essere chiaro che è una diffidenza che non ha ragion d’essere’. Sarà perché il movimentismo fa venire in mente giovani, forze fresche e via rinnovando? ‘Ma è un valore aggiunto. All’iniziativa in Sicilia - dove Stefania Prestigiacomo ha dimostrato di essere un’ottima organizzatrice oltre che un’ottima politica - era pieno di giovani. L’età media sarà stata di trent’anni’. La famosa apertura all’esterno? ‘Sì. Abbia mo elaborato un’agenda di temi per il cui approfondimento nel PdL mancano spazio e tempi. E sia l’alta partecipazione di giovani che il ri salto mediatico ottenuto mi fanno capire che abbiamo colto nel segno’. Di consolante c’è che nel PdL non si fibrilla solo per voi. Ad agitare le acque ci si è messo pure il caso Udc. Il figliol prodigo va riaccolto? ‘La mia concezione di politica è di rottura con gli schemi del passato. Da elettrice del PdL, troverei difficile comprendere manovre simili’. Il governo deve andare avanti così com’è? ‘Di sicuro il governo ha la forza per terminare la legislatura senza maggioranze variabili. Ci so no da superare la crisi ed avviare le riforme. E abbiamo la forza per farlo’. Eppure in pochi sembrano resistere alle sirene centriste... ‘Premessa: la decisione spetta al premier. Detto questo, nel governo 2001-2006 ricordiamo tutti l’atteggiamento di Casini. Che non fu mai molto affidabile. Anzi, nell’ultimo anno agì da campione di tattica per logorare Berlusconi. Col risultato che le elezioni del 2006 sono andate come sappiamo’. La pensa come i leghisti? ‘La Lega è stata tranchant. Io non mi sento di esserlo. Ribadisco solo che se si vuole sostituire una componente rissosa della maggioranza con una più tranquilla, prima di individuare quest’ultima bisogna ricordarsi come sono andate le cose due legislature fa’. A proposito di componenti rissose, i finiani stanno cavalcando con grande entusiasmo l’inchiesta dell’eolico. Non è che il virus manettaro ha fatto presa anche nel PdL? ‘Spero di no, perché significherebbe tradire il nostro dna. Cedere al giustizialismo distruggerebbe l’ultima diga rimasta tra politica e magistratura’. E sevi accusano di difendere la casta? ‘Garantismo non è rinunciare ad alzare l’asticella tra cosa è opportuno e cosa no o a ritenere che la politica debba essere trasparente’. E come si fa? ‘Mandando avanti gli idealisti. Quelli - non sembrerà, ma sono tanti - che vivono per la politica e non di politica’. Per esempio in Campania,dove il sottosegretario Cosentino è accusato di avere diffuso un dossier falso su Stefano Caldoro? ‘Credo che questa sia una vicenda poco rilevante penalmente, ma pesante politicamente. Proprio per rispetto ai tanti che si fanno avanti, si avvicinano alla politica, è opportuno che il vertice del partito, che in Campania rappresenta Berlusconi, sia libero da qualsiasi ombra di sospetto e abbia tutte le carte in regola’”. (red)

 

 19. Pronte le modifiche su proroghe, sanzioni e “cimici”

Roma - “Ecco – riporta il CORRIERE DELLA SERA – i tanto attesi emendamenti del Pdl al ddl intercettazioni, depositati in Commissione giustizia della Camera. Le intercettazioni telefoniche potranno essere prorogate — come già avviene oggi — di quindici giorni in quindici giorni, al di là del termine fissato in 75 giorni. Non solo una ma più e più volte fino ad estendersi per tutta la durata delle indagini preliminari, cioè potranno arrivare fino a un massimo di diciotto mesi dall’iscrizione della notizia di reato, se la magistratura procede in base all’articolo 405 del codice di procedura penale. E addirittura fino a due anni, se i pm procedono per uno dei delitti previsti dall’articolo 407 del codice di procedura penale, secondo comma, cioè per i reati più gravi (omicidio, strage, terrorismo, associazione mafiosa). Mentre l’acquisizione dei tabulati delle conversazioni telefoniche sarà possibile solo in base alla decisione del gip. Inoltre, il pubblico ministero accusato di rivelazione illecita di segreti inerenti al procedimento penale che gli è stato affidato potrà essere sostituito solo quando nei suoi confronti sia stata esercitata l’azione penale, non in presenza della sua sola iscrizione nel registro degli indagati. La pena massima per le registrazioni fraudolente (ribattezzato dall’opposizione ‘comma D’Addario’) viene ridotta da quattro a tre anni. In tutto sei emendamenti che modificano in otto punti il contestato testo varato dal Senato. Resta confermato quanto anticipato ieri dal Corriere anche per quanto riguarda il dimezzamento delle multe agli editori che dovessero violare il divieto di pubblicazione delle intercettazioni. E questo nonostante un estremo tentativo fatto ieri dal segretario della Federazione della stampa, Franco Siddi, che ha chiesto che le multe agli editori venissero tolte del tutto, perché gravi di per se stesse, anche se ridotte. Eliminare la multa completamente non sarà però più possibile, almeno non in sede legislativa, perché il principio è già stato votato due volte da Camera e Senato: bisognerà attendere eventualmente un pronunciamento di legittimità costituzionale, dal momento che la sanzione all’azienda editrice potrebbe essere giudicata un’interferenza nell’autonomia delle decisioni di direttore di testata e del corpo redazionale. Per quanto riguarda – prosegue il CORRIERE DELLA SERA – la pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale, le quote che gli editori dovranno pagare andranno da un minimo di cinquanta a un massimo di cento quote. Nel testo del Senato si parlava invece di 50-200 quote. Il massimo passerà perciò da 300 mila a 150 mila euro per la violazione dell’articolo 684 del codice qualora quelle pubblicate risultino essere intercettazioni di persone estranee alle indagini, o se debbano essere espunte perché illecite o irrilevanti ai fini processuali. Per quanto riguarda invece il caso più grave, quello della pubblicazione delle intercettazioni di cui sia stata ordinata la distruzione o l’espunzione, gli editori dovranno pagare una pena che andrà da un minimo di 50 a un massimo di 200 quote (nel testo del Senato era da 100 a 300 quote), comunque, nel massimo, il doppio del reato meno grave e quindi 300 mila euro, invece di 425 mila. Lo speciale regime delle intercettazioni previsto per i reati di mafia e terrorismo verrà esteso a tutti i reati di maggior allarme sociale, tra i quali rientrano anche i cosiddetti ‘reati satellite’ o spia delle organizzazioni criminali, come l’usura: basteranno i gravi indizi. Le intercettazioni ambientali saranno estese ai luoghi pubblici anche in assenza di sospetto di flagranza di reato. E anche per le ‘ambientali’ verrà a cadere il meccanismo della cosiddetta ‘proroghina’ di tre giorni in tre giorni che tante polemiche ha suscitato, come uno dei punti più controversi della nuova legge (sarà anche in questo caso di quindici giorni). Dopo le insistenti prese di posizione del Procuratore antimafia, Piero Grasso – conclude il CORRIERE DELLA SERA – la maggioranza ha deciso infine di lasciare cadere ogni intervento sul problema delle riprese visive utilizzate spesso per i latitanti”. (red)

 

 

20. Passo indietro del governo. Segnale a Colle e Udc

Roma - “Sei emendamenti targati Pdl – scrive Dino Martirano sul CORRIERE DELLA SERA – che rincorrono la soluzione escogitata tre anni fa dalla legge Mastella per regolare le intercettazioni telefoniche e ambientali. Una mossa obbligata, quella affidata dal governo al capogruppo in commissione Enrico Costa, che mira a sedare il dissenso dei finiani, a stimolare in corso d’opera una possibile dichiarazione di non belligeranza dell’Udc e, soprattutto, a sgombrare il campo dalle criticità riscontrate nel testo dal Quirinale. E se i calcoli della maggioranza sono giusti, questa ennesima correzione di rotta potrebbe portare all’approvazione del provvedimento senza barricate alla Camera (prima settimana di agosto) e poi in via definitiva al Senato (settembre). Due giorni fa il presidente del Senato Renato Schifani, con la sua intervista al Corriere, aveva annunciato che il governo era pronto a dare ‘una svolta sulle intercettazioni’. Ma la regia dell’operazione affidata al ministro Angelino Alfano ha poi comportato un fuori programma tattico: gli emendamenti - studiati e limati con puntiglio dall’ufficio legislativo del Guardasigilli - sono stati affidati alle cure del capogruppo Costa in modo che al termine del percorso in commissione Giustizia il governo possa proporre una sua sintesi finale. In altre parole, Alfano non ha voluto legarsi le mani e ha rimesso la palla al centro del campo parlamentare, lasciandosi libertà di movimento per il gran finale di partita in aula. Interrogata su quanto il pacchetto di modifiche soddisfi le numerose obiezioni sollevate formalmente dai finiani, il presidente della commissione Giulia Bongiorno si è riservata di leggere con attenzione i testi degli emendamenti. Tuttavia - visto il fatto nuovo del passo indietro del governo - non è escluso che, a questo punto, la pattuglia di deputati fedeli al presidente Gianfranco Fini presenti una serie di proposte di modifica al ddl, magari solo per integrare quanto proposto da Costa. Il giro di vite per le intercettazioni, dunque – prosegue Martirano sul CORRIERE DELLA SERA – si allenta sui paletti e i tempi imposti dal ddl Alfano alle indagini, ma nulla cambia per i divieti di pubblicazione stabiliti per stampa e tv. Ammorbidite le sanzioni pecuniarie per gli editori, un anno in meno di carcere (da 4 a 3) per chi come Patrizia D’Addario captò fraudolentemente con il suo telefonino una conversazione con il presidente del Consiglio. Escono dal ddl le riprese visive. Vengono alleggeriti i divieti per le intercettazioni ambientali e per acquisire i tabulati dei non indagati e in qualche modo viene recuperato l’articolo 13 della legge Falcone che allinea i ‘reati satellite’ di grave allarme sociale al regime previsto per mafia e terrorismo. Novità anche per il pm accusato di fuga d notizie che verrà rimosso al momento del rinvio a giudizio e non a quello dell’iscrizione nel registro degli indagati. Tutto questo, tuttavia, non basta all’Associazione nazionale magistrati: ‘Aspettiamo di leggere gli emendamenti ma non possiamo che ribadire un giudizio negativo su un testo che è limitativo dello strumento investigativo e del diritto di cronaca’, insiste il presidente Luca Palamara. Rimane negativo – conclude Martirano sul CORRIERE DELLA SERA – anche il giudizio di giornalisti ed editori. Mentre sul fronte dell’opposizione qualcosa si muove. Antonio Di Pietro (Idv) annuncia 150 emendamenti per bloccare il ddl e il Pd, con Donatella Ferranti, conferma il suo giudizio: ‘Il ddl va cambiato radicalmente’. Ma l’Udc non sbatte la porta: ‘Il testo non è tutto da buttare via, leggeremo con attenzione le proposte di modifica’, annuncia il capogruppo Roberto Rao”. (red)

 

21. Palamara: “Inutili emendamenti. Situazione non sanabile”

Roma - Intervista al presidente dell’Anm, Luca Palamara, su LA STAMPA: “All’ora di pranzo era stato categorico: ‘Aspettiamo di leggere quali saranno gli emendamenti, non corriamo dietro gli annunci. Ma non possiamo che ribadire un giudizio negativo su questo testo. Né riteniamo che le proposte di modifica possano migliorare la situazione. Purtroppo dobbiamo prendere atto del fatto che da circa due anni discutiamo per migliorare il testo. Ma di fronte a disposizioni globali insoddisfacenti, i miglioramenti rischiano di non produrre alcun effetto’. Alla dieci e mezza di sera, lette le modifiche proposte dal Governo al disegno di legge sulle intercettazioni, il presidente dell’Anm Luca Palamara non cambia idea: ‘Resta il giudizio negativo. Sono l’ennesime correzioni, che si innestano su una struttura di fondo che non è condivisibile’. Perché resta una legge non condivisibile? ‘Perché l’impianto continua a non risolvere il problema principale: arginare la diffusione del materiale irrilevante. Mentre continua a contenere - anche dopo questi annunci - disposizioni che fanno permanere fortemente la limitazioni dello strumento investigativo delle intercettazioni e della restrizione del diritto di cronaca’. Le proroghe alle intercettazioni saranno di 15 giorni in 15 giorni. Cosa ne pensa? ‘Sicuramente è un miglioramento rispetto al disegno dell’originale che prevedeva la proroga ogni tre giorni. Ma allora mi chiedo che senso abbia modificare l’attuale disciplina, che non prevede sbarramenti temporali, ma è ancorata alla proroga legata alla motivazione. In sostanza: anche se passiamo a 15 giorni, rimangono tutte le obiezioni fondo’. Quali sono? ‘Rimane il termine massimo di 75 giorni, quindi la limitazione temporale. Permane il tribunale in composizione collegiale che deve autorizzare le intercettazioni, quindi il fatto che bisognerà trasmettere gli atti al tribunale distrettuale, con le tutte le problematiche connesse’. Sul gip che potrà dare i tabulati? ‘È evidente il divario con il sistema vigente, che consente di chiederle senza il vaglio del giudice per le indagini preliminari. Positive invece le minori limitazioni alle riprese audio televisive. Ma non risolvono i problemi delle indagini sulla criminalità organizzata’. Non è positivo neanche l’emendamento che estende la possibilità delle intercettazioni ambientali? ‘È positivo. Ma resta il fatto che nei contesti omertosi le intercettazioni ambientali sono quanto mai importanti, ma sarà difficile ottenerle’. Cosa risponde a chi dirà che siete incontentabili? ‘Noi riteniamo che il vero problema in materia di intercettazioni sia quello di trovare un rimedio alla diffusione del materiale non pertinente alle indagini. Ciò che si può realizzare mediante la previsione di un’udienza filtro nella quale le parti - di fronte a un giudice terzo - possano discutere di ciò che irrilevante rispetto a ciò che non lo è. Questo è il punto cruciale sul quale occorrerebbe concentrarsi per meglio tutelare la privacy, senza fare regali alla criminalità. Ecco perché, ribadisco, permane un giudizio negativo sulla struttura di fondo’. Cosa farete adesso? ‘Quello che abbiamo sempre fatto. Continueremo a far sentire la nostra voce. E a fornire al dibattito politico un contributo di carattere tecnico che riteniamo doveroso nell’interesse di tutti’. Quanto manca a questa legge? ‘Misurarla è estremamente difficile, rischia di essere fuorviante’. Quanto è lontana da essere accettabile per voi? ‘Se dovessero passare queste disposizioni creerebbero forti difficoltà all’attività inquirente dei pubblici ministeri e delle forze di polizia’”. (red)

 

 

22. “Organizzava traffici di droga”, 14 anni al capo del Ros

Roma - “Cobra, Cedro, Hope, Lido, Shipping, Ups: nomi in codice di grandi operazioni antidroga di metà anni ’90, quintali di stupefacenti sequestrati dal Ros (Raggruppamento operativo speciale, l’unità investigativa di punta dei carabinieri), arresti, persino la scoperta di una raffineria, rutilanti conferenze stampa, encomi a pioggia agli agenti ‘infiltrati’ sotto copertura. Solo che ora – scrive Luigi Ferrarella sul CORRIERE DELLA SERA – la sentenza dell’ottava sezione penale del Tribunale di Milano riscrive la storia di quei traffici di droga: nel 1994-1997 furono creati, ritiene la sentenza di primo grado, da una dozzina di quegli stessi investigatori allo scopo di poter poi far finta di reprimerli e così inanellare carriere. Tutta un’altra storia, fatta in realtà — ha prospettato il pm Luisa Zanetti— di ‘arresti solo di singoli corrieri mordi e fuggi, fuga dei capi trafficanti, mancato sequestro di ingenti somme di denaro, arricchimento certo dei narcos, aumento del traffico perché si è fatta entrare in Italia molta droga. E, prima di tutto, tradimento dei principi del diritto e deviazione dai doveri istituzionali’. Messo a fuoco con gli occhiali di questa sentenza che infligge quasi un secolo di carcere a 12 carabinieri, il generale Giampaolo Ganzer, che all’epoca era il vice di Mario Mori e dal 2002 comanda il Ros, non è più il brillante investigatore evocato da testi della difesa quali l’ex procuratore fiorentino e poi nazionale antimafia Vigna, ma è il comandante che per le operazioni Cedro e Cobra (importazione di 200 chili di coca) merita 14 anni, 65 mila euro di multa e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Sette anni e 10 mesi vanno all’altro alto ufficiale del Ros (poi al servizio segreto civile) Mauro Obinu, imputato con Mori a Palermo per la mancata cattura di Provenzano nel 1995; 13 anni e mezzo la pena più alta per Gilberto Lovato; e altri 9 sottufficiali rimediano fra i 5 anni e i 10 anni. Il pm aveva chiesto il doppio (27 per Ganzer), ma le pene restano ancora pesanti pur dopo che i giudici Luigi Caiazzo, Paola Pendino e Chiara Nobili assolvono tutti gli imputati dall’associazione a delinquere; scomputano l’intervenuta prescrizione di traffici di hashish, peculati e falsi in atti pubblici; assolvono gli imputati su alcuni segmenti di operazioni; escludono l’aggravante dell’uso delle armi; e concedono attenuanti generiche equivalenti o persino prevalenti sulle aggravanti. Nelle operazioni incriminate – spiega Ferrarella sul CORRIERE DELLA SERA – spesso poggiate su autorizzazioni del pm bergamasco Mario Conte (processato a parte per problemi di salute), gli imputati del Ros avrebbero usato trafficanti loro ‘fonti’ per ordinare carichi di droga a grossisti sudamericani o libanesi poi mai denunciati, ‘rappresentando falsamente’ che in Italia fossero stati già individuati i malavitosi acquirenti; poi sarebbero invece andati a procurarseli, ‘istigandoli’ a comprare parte della droga importata, nella ‘recita’ arrivando in un caso persino a ‘installare una raffineria’ a Pescara; quindi avrebbero arrestato solo gli ultimi anelli della catena messa in piedi, e ‘utilizzato’ (per avviare nuove analoghe operazioni) ‘il denaro ricavato dalla vendita in Italia dello droga importata, di cui veniva omesso il sequestro’. Il tutto coperto dalla ‘stesura di relazioni di servizio false’. ‘Sono esterrefatto’, si trincera il difensore di Ganzer, De Zuani, che nell’arringa aveva chiamato in causa altri colleghi dell’allora colonnello: ‘Avremmo una specie di puparo ( Ganzer, ndr) che si serve di ufficiali di provata esperienza, i quali di nulla si accorgono, seguono il pifferaio magico e non si capisce il perché? Questi ( e giù una fila di nomi di ufficiali non imputati, ndr) sono delle marionette? Noi stando a Roma con dei fili lunghissimi li manovriamo? Ma sono loro, non è mica Ganzer che opera sul campo. Si imputano a Ganzer situazioni che si dovevano imputare ad altri. E non è uno scarico di responsabilità, ma la realtà’. Come realtà, per la difesa, è che ‘il 14 novembre 1998 si è arrivati al punto’ che proprio Ganzer, ‘su indicazione o comunque con una lettera dell’attuale comandante generale dell’Arma, Gallitelli, è invitato a un convegno del Csm’ per spiegare ai pm come vanno fatte le operazioni sotto copertura. Ieri Gallitelli ne conferma ‘la piena affidabilità’ per l’Arma. E del resto Ganzer, mai sospeso o trasferito durante le indagini (dal 1998 a Brescia) e i 4 anni e mezzo di processo (300 testi, 163 udienze dall’ottobre 2005, altre 28 solo per requisitoria e arringhe, 8 giorni di camera di consiglio), incassa appoggi di peso: ‘Sono fermo sostenitore della presunzione di innocenza fino a prova contraria - commenta il ministro dell’Interno Maroni -. Ganzer ha la fiducia del Comando generale dei carabinieri e quindi anche la mia’; mentre il sottosegretario alla Difesa, Crosetto – conclude Ferrarella sul CORRIERE DELLA SERA – seppure ‘a titolo personale’, valuta la sentenza ‘uno dei punti più bui della storia repubblicana’”. (red)

 

 

23. La contraddittoria sentenza Ganzer

Roma - “Il generale Giampaolo Ganzer, comandante dei Ros dei carabinieri, il reparto addetto alle operazioni più delicate e pericolose – scrive IL FOGLIO in uno degli editoriali a pagina 3 – è stato condannato a 14 anni per spaccio di droga e reati connessi. I fatti contestati risalgono agli inizi degli anni Novanta, quando si svolse una complessa operazione sotto copertura, diretta da Ganzer, per scoprire una rete internazionale di traffico di stupefacenti. L’accusa ha sostenuto che in realtà l’operazione fu organizzata allo scopo di ottenere profitti personali e di conseguire successi professionali. Le due ipotesi, sul piano logico, non stanno insieme. Per ottenere un successo professionale sarebbe stato necessario, a operazione ultimata, fornire tutti gli elementi necessari a incriminare i responsabili della rete di spaccio, il che avrebbe portato inevitabilmente a scoprire gli altarini, soprattutto se da parte dei carabinieri fossero stati conseguiti profitti personali. La sentenza di condanna, per quanto pesantissima, è nettamente inferiore alla pena richiesta dalla procura, che era di 27 anni, perché non è stata accettata l’accusa per il reato più grave, l’associazione per delinquere, dalla quale gli imputati sono stati assolti. Qui una certa contraddizione si riscontra nella stessa sentenza, perché secondo logica, un gruppo di militari non si mette a spacciare droga se non per realizzare un piano, che può essere un’operazione sotto copertura nella quale magari si è superato qualche limite, e allora la condanna a 14 anni è un’enormità, o può essere un’operazione con finalità illegali, e in questo caso non si comprende come si possa realizzare senza un’intesa tra gli interessati. In attesa di motivazioni e appelli, naturalmente il comandante dei Ros, come ogni altro cittadino, va considerato innocente fino a eventuale condanna definitiva. D’altra parte – conclude IL FOGLIO – da quando gli sono stati contestati i reati non è stata messa in discussione la sua funzione operativa e una sentenza tanto contraddittoria e non definitiva non cambia certo la situazione”. (red)

 

 

24. “Accuse che non stanno in piedi”

Roma - “Con i suoi uomini – scrive Fiorenza Sarzanini sul CORRIERE DELLA SERA – che ha voluto incontrare subito dopo la sentenza, usa parole rassicuranti: ‘Voi dovete stare tranquilli, nulla cambierà. Io invece mi dovrò prendere un po’ di riposo’. Dice proprio così, riposo. Ma tutti sanno che sta già pensando ad altro. E hanno paura che la tentazione di fare un passo indietro alla fine prenda il sopravvento convincendolo a lasciare l’incarico ancora prima del processo d’appello. Non ci credeva il generale Gianpaolo Ganzer che la condanna potesse arrivare davvero. Ma la ‘mazzata’ di ieri l’ha assorbita a suo modo, con il sorriso sulle labbra e l’atteggiamento ostentato di chi paga per una colpa che non ha commesso. Almeno questo è lo stato d’animo che ha voluto mostrare in pubblico, sia pure di fronte a pochi fedelissimi collaboratori. Chi lo conosce bene sa che in realtà per lui questo verdetto è una sconfitta vera, ‘l’offesa grave a un servitore dello Stato’ che non si è perso neanche un’udienza ‘per vedere fino a che punto si può arrivare con un’accusa che non sta in piedi’. La frase lapidaria che consegna alle agenzie di stampa la dice lunga su quanto forte sia l’amarezza: ‘Le sentenze vanno rispettate’. Più che una considerazione ovvia, quelle parole suonano come un anticipo per quello che potrà succedere. Perché in ogni caso la scelta sul suo futuro peserà anche sul passato. E dunque è con il comandante generale Leonardo Gallitelli — che ieri al termine di un colloquio ne ha ribadito la ‘piena affidabilità’ — che concorderà che cosa fare per mettere a riparo lui e l’Arma da possibili situazioni spiacevoli. L’obiettivo è evidente: evitare che mai si possa soltanto pensare che si è deciso di sostituirlo ritenendo davvero fondata, come hanno sentenziato i giudici di Milano, l’accusa di aver oltrepassato i limiti del codice penale nella gestione delle operazioni antidroga. Ma neanche che sia lui a voler rimanere a tutti i costi su quella poltrona. Del resto la propria posizione l’aveva confidata tempo fa agli amici: ‘Se va male, me ne vado’. In realtà farà quello che il suo ruolo gli impone, ben sapendo che questo potrebbe provocargli anche qualche imbarazzo. Come è accaduto due giorni fa – prosegue Sarzanini sul CORRIERE DELLA SERA – quando si è trattato di organizzare la conferenza stampa per un’operazione contro la criminalità organizzata condotta dalla procura di Reggio Calabria in tandem con quella di Milano. Non c’è stato bisogno di troppe parole per rendersi conto che la sua presenza accanto ai pubblici ministeri del capoluogo lombardo non sarebbe stata gradita, comunque fosse andato il processo. In caso di assoluzione l’accusa aveva infatti già deciso di presentare ricorso e lo ha confermato ieri ritenendo non sufficienti i 14 anni inflitti visto che è caduto il reato di associazione per delinquere e annunciando di voler andare in appello. E poi ci sono le indagini delicatissime che in tutta Italia i suoi uomini stanno portando avanti contro le mafie e il terrorismo, gli accertamenti che riguardano gli intrecci tra criminalità e politica, le verifiche sulla regolarità degli appalti sui Grandi Eventi che hanno già portato in carcere varie persone, compresi alti funzionari dello Stato. Deleghe che i magistrati hanno affidato al Ros confermando così piena fiducia in quello che per l’Arma è un reparto d’élite anche grazie all’impronta che proprio Ganzer ha voluto dargli. E dunque mai l’attuale comandante potrebbe rischiare che tutto ciò venga messo in discussione o comunque che un’ombra possa segnare il lavoro della sua squadra. La dichiarazione di massima stima che il titolare dell’Interno Roberto Maroni ha voluto tributargli pubblicamente poche ore dopo la sentenza, confermata da quello dei Traporti Altero Matteoli, fa risaltare in maniera evidente la scelta del suo collega della Difesa Ignazio la Russa che invece non ha diramato alcuna nota ufficiale, pur essendo il ministro di riferimento dei carabinieri. E anche questo serve a rendere il clima difficile che si respira in queste ore. Scartata l’ipotesi di una sospensione dall’impiego, rimane quella di un trasferimento al Comando delle Unità Speciali, dunque un incarico di prestigio ma non operativo. Se non ci fosse stato il processo, Ganzer sarebbe già generale di corpo d’armata. Invece la sua carriera è stata bloccata dal rinvio a giudizio e il verdetto di ieri, per lui che ha 61 anni, ne ha segnato inesorabilmente la fine. E chissà se hanno ragione i suoi amici quando dicono che in realtà ha pagato la sua determinazione a primeggiare, cercando sempre di portare a casa risultati che altri non riusciranno mai a raggiungere. Come quando riuscì a infiltrare un suo uomo nella banda di Felice Maniero e poi preferì finire sotto processo piuttosto che tradire un collaborante. Nulla in confronto a quanto è accaduto poi a Milano. Ha un carattere schivo il generale Ganzer, a tratti spigoloso. Ma ieri – conclude Sarzanini sul CORRIERE DELLA SERA – quando ha chiamato i suoi uomini nella stanza, qualcuno si è addirittura commosso. E allora lui li ha liquidati con la frase che solitamente usa nei momenti difficili: ‘Pensate a lavorare’”. (red)

 

25. Formigoni: “Non sono l’ultimo giapponese”

Roma - “Caro direttore – scrive Roberto Formigoni al CORRIERE DELLA SERA – vorrei rassicurare i suoi lettori: non sono l’ultimo giapponese. Nonostante i numerosi tentativi di dividerci, le Regioni sono tutte unite nel giudicare la manovra insostenibile. E comunque, anche fossi il solo a combattere (ma così non è), il mio non è un conflitto personale - a che pro? - ma è una battaglia per difendere tutti i cittadini, ed in particolare l’interesse dei cittadini lombardi che sono chiamato a rappresentare. D’altra parte, la Lombardia è indubbiamente la Regione più colpita da questa manovra. Infatti, il taglio ai nostri bilanci è di 1 miliardo 400 milioni di euro (in italiano 2.800 miliardi di vecchie lire), nonostante siamo riconosciuti da tutti come la Regione più virtuosa: rispettiamo tutti i parametri italiani ed europei, a partire dal patto di stabilità interno, e siamo, come noto, l’unica Regione che ha la sanità in pareggio di bilancio da sette anni. Dunque, per la Lombardia, all’insostenibilità della manovra, si aggiunge la profonda iniquità, per un territorio che, sommando l’abilità della sua amministrazione e la virtuosità dei suoi cittadini, contribuisce notevolmente al Prodotto interno lordo nazionale e non aumenta di un euro il debito dello Stato, ma che si vede costretto a tagliare, dall’oggi al domani, oltre il 13 per cento del proprio bilancio autonomo. In soldoni, dovremo tagliare crudelmente servizi essenziali ai cittadini: i trasporti pubblici locali, con l’eliminazione tout court di un treno pendolare su tre; dovremo tagliare i due terzi dei contributi alle Piccole e medie imprese, proprio in questo periodo di difficoltà; la manovra, inoltre, elimina integralmente gli aiuti alle famiglie bisognose ed elimina i pochi contributi alla non autosufficienza. Saremo costretti a ridurre drasticamente i contributi agli anziani, anche quelli non autosufficienti e che ricevono un aiuto perché costretti a vivere nelle case di riposo; saremo poi costretti a ridurre, fino quasi ad annullare, i contributi per gli asili nido. Queste sono le ragioni: molto concrete! Questi sono i diritti essenziali dei nostri cittadini che sto difendendo da settimane. E non mi sono limitato a protestare, ma ho avanzato, assieme ai colleghi Presidenti di Regione, diverse proposte a partire da quella fondamentale di una più equa ripartizione di tagli tra tutti i livelli di governo: Ministeri, Regioni, Provincie, Comuni. Infine, una parola sul tema delle deleghe, che pare dividere noi governatori, ma non è così. La Lombardia è stata la prima a chiedere al governo nazionale, ai sensi dell’articolo 116 terzo comma della Costituzione, di avere più competenze, perché sappiamo gestirle meglio. Da oltre due anni, però, l’esecutivo non ci risponde. Sia chiaro dunque: vogliamo più deleghe, più responsabilità, più compiti perché siamo in grado di gestirli meglio a vantaggio dei nostri cittadini. Un punto però rimane: i servizi ai lombardi li posso garantire se ho le risorse, oppure se ci venisse finalmente data quell’autonomia che in questi anni ci è stata addirittura diminuita. Oggi invece – conclude Formigoni al CORRIERE DELLA SERA – non solo non ci vengono dati nuovi fondi, ma ci vengono addirittura tolti i soldi per le antiche deleghe”. (red)

 

 

26. La buona novella

Roma - “Il presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia, rispondendo sul Corriere della Sera di ieri a un articolo di Sergio Romano – che si rammaricava della mancanza nel mondo imprenditoriale di figure di spicco come quelle del passato – ha delineato un mondo industriale il cui impegno primario è nell’economia dei mercati globali. Nel tratteggiare il successo di questo orientamento – osserva IL FOGLIO in uno degli editoriali a pagina 3 – Marcegaglia ha abbandonato la tesi catastrofista del declinismo, di moda nel passato recente anche in ambienti confindustriali, e ha sottolineato i successi della nostra industria manifatturiera che, anche nel periodo di crisi, ha aumentato, sia pure di poco, la sua quota nei mercati internazionali, attestandosi al 4,8 per cento. Il modello che così si configura per le relazioni con lo stato e con il mondo del lavoro è quello della nuova Fiat di Sergio Marchionne basato non più sui sussidi pubblici ma sulla sfida della produttività globale. Dato ciò, il punto di vista degli industriali verso la politica è più orientato a incalzare sulle riforme che a difendere piccoli interessi di bottega. Anche questa impostazione della confederazione differisce da quella del recente passato perché la pubblica opinione è per il principio maggioritario che, con la presenza del leader, comporta competizione politica e non più compromessi. La posizione degli industriali verso il governo – prosegue IL FOGLIO – non è perciò più quella di cogestori della politica, collegati alla ricerca di rendite, ma quella di una separazione con la richiesta che l’economia pubblica si conformi al modello di mercato, con il contenimento della spesa pubblica, con una tassazione che favorisca la crescita mediante imposte moderate e non distorsive, con la semplificazione e la certezza delle regole, con l’eliminazione dell’evasione e dell’illegalità , ma anche con il rispetto dei diritti individuali. L’azione della Confindustria per l’eliminazione dalla manovra di finanza pubblica dell’inversione dell’onere della prova, nei rapporti con il fisco, ha detto la Marcegaglia, non ha nulla di corporativo, è a difesa della libertà. A ben vedere, comunque, c’è una sola ma sostanziale lacuna in questo ineccepibile disegno neo liberale, per altro soltanto parzialmente praticato: il mancato riferimento al ruolo delle infrastrutture per la crescita economica, eccetto l’auspicio al ritorno al nucleare”. “Per tornare a crescere – scrive ancora IL FOGLIO – l’Italia deve liberare i suoi spiriti animali. Secondo l’Indice delle liberalizzazioni, presentato ieri dall’Istituto Bruno Leoni, il grado di apertura complessivo del nostro paese è del 49 per cento. In questo numero – e soprattutto nel 51 per cento che resta da fare – si nasconde un’agenda liberista con cui il Cav. e Tremonti potrebbero contemporaneamente stimolare la crescita economica e, grazie all’allargamento della base imponibile, tendere verso l’equilibrio fiscale. L’esperienza parla da sé: i settori che hanno conosciuto riforme di mercato, come l’elettricità e la telefonia mobile, hanno attratto investimenti e prodotto benefici per i consumatori, l’occupazione e l’economia in generale. Per il resto, abbiamo solo l’imbarazzo della scelta: se il governo vuole creare le condizioni per una ripresa più sostenuta, non deve far altro che darsi delle priorità (magari approfittando dell’attesa legge annuale sulla concorrenza). Suggeriamo tre interventi urgenti. Il primo, inderogabile, sul mercato postale: secondo l’Ibl è liberalizzato al 43 per cento, troppo poco se si considera che il 1mo gennaio 2011 scatta la piena liberalizzazione europea. Qui bisogna muoversi in fretta – a partire dal conferimento delle competenze al Garante delle comunicazioni – se non altro per schivare la possibile apertura di una procedura di infrazione comunitaria. Secondo: i servizi idrici. Il decreto Ronchi-Fitto, oggetto di una campagna referendaria disinformante e denigratoria contro l’inesistente “privatizzazione” dell’acqua, introduce il principio dell’affidamento tramite gara, ma ancora mancano i regolamenti attuativi, e va sistemata la faccenda della regolazione indipendente. Terzo: a livello locale, troppi servizi sono presidiati da aziende municipalizzate che si muovono nella penombra di un conflitto d’interessi permanente in capo ai comuni, azionisti e regolatori al tempo stesso. Specie in un momento di austerity come questo, i comuni dovrebbero essere indotti a privatizzare, in assenza di carote, col bastone di ulteriori tagli ai trasferimenti per i comuni che non lo fanno. Così si coniugano rigore e sviluppo”, conclude IL FOGLIO. (red)

 

 

27. Galan sfida la Lega: “Non accetto furbate”

Roma - “‘Non si possono tentare delle furbate e commettere un’infrazione sapendo di farlo. E, poi, per aiutare chi?’. Giancarlo Galan non arretra, anzi. Sul pagamento delle euromulte sulle quote latte che rischia di slittare – riporta LA STAMPA – precisa che ‘ci sono cose che non si possono chiedere, e questa è una’. Non pare al ministro dell’Agricoltura ‘un atteggiamento da Paese civile’. Per questo ha deciso di non dimettersi come minacciato, perché ‘Berlusconi mi ha detto di andare avanti’. Ora spera in Tremonti, che ‘ha la mia fiducia’, e ‘non credo voglia giocarsi la reputazione per un emendamento’. L’aria di fronda che rende bollenti le relazioni fra gli alleati del Pdl e del Carroccio trova nuove ragioni anche nei grandi palazzi del potere europeo. Si litiga sulle quote latte, proprio mentre fuori del palazzo Justus Lipsius, sede del Consiglio Ue, tornano a sfilare gli allevatori che temono di perdere parte del sostegno comunitario, è la protesta di sempre, rinnovata solo dall’inedita presenza delle vuvuzela. Fra gli strombazzamenti e gli stivali che volano sulla polizia, l’Europa ripensa il regime per l’oro bianco dell’economia verde, e Galan presenta un governo che da un lato collabora allo smaltimento delle quote e dall’altro, per ragioni di cassa, non vuole rispettare i patti. O, per dirla col ministro, uno che offre ‘una sensazione di serietà a Bruxelles’ e l’altro che ‘difende un manipolo di trasgressori’. Il punto di vista della Commissione è ‘chiaro’ e ‘va rispettato’, puntualizza l’ex governatore del Veneto. In effetti, quando passa di lì, il responsabile agricolo comunitario Dacian Ciolos ribadisce ‘che non ci sono margini per negoziare’. L’Italia ha violato per anni il regime delle quote varato nel 1984, ha prodotto più di quanto negoziato a Bruxelles. Nel luglio 2003 ha patteggiato un rimborso rateale complessivo che pare essere di 1,7 miliardi. L’emendamento Azzolini approvato per un voto al Senato fa slittare a fine anno la tranche di giugno. Bossi lo difende, Galan no. E l’esecutivo Ue minaccia un’infrazione. I leghisti devono fare un passo indietro? Il ministro annuisce. Aveva detto che avrebbe lasciato la poltrona se i pagamenti europei fossero slittati. Non succederà. ‘Mi rivedrete in settembre, al prossimo Consiglio Ue’, sorride. Magari ‘si dimetterà chi causa multe e sanzioni europee all’Italia’. Galan racconta di aver cambiato idea giovedì a casa del premier Berlusconi. ‘Se mi avesse detto “Giancarlo lascia perdere, sai gli accordi, gli equilibri, chiudi un occhio, cosa vuoi che sia una multa in più o una in meno?”, adesso non sarei qui’. Invece ‘mi ha consigliato di fare ciò che ho fatto, e lì ho rivisto il Berlusconi del 1994, quando ha cambiato la vita di tutti noi’. E ancora. ‘Non lascio perché darei troppa soddisfazione a chi mi vuole a casa’, aggiunge, e certo pensa ai leghisti. Sostiene poi di aver trovato ‘tante cose da mettere a posto e non solo nel mio ministero’. Arrivato all’Agricoltura si è accorto che ‘qualcuno ha voluto accreditare la teoria secondo cui il latte lo fa la Mucca Carolina che mangia le violette’. La Lega, ministro? ‘Non voglio rubarvi il mestiere’, risponde prima di difendere Zaia e spostare il problema dal Veneto alla Lombardia. Resta, insomma: ‘Chissà quante altre robe come questa ci sono...’. L’Europa gli piace, ‘è il posto delle decisioni e delle relazioni’. Vuole rivendicare il ruolo dell’Italia ‘grande Paese’, assicura che ‘solo chi è trasparente è anche credibile’. L’emendamento Azzolini è questione di principio, ‘di rispetto per il 95 per cento degli allevatori che ha pagato le multe’. Ricorda anche che ‘un parlamentare della Repubblica, si chiama Rainieri, ha dichiarato di aver venduto le quote di produzione senza smettere di produrre latte’. Non deve essere una citazione casuale. Fabio Rainieri è della Lega Nord. Il partito che, per Galan, dovrebbe fare un dietrofront sul latte. Quello in cui qualcuno – conclude LA STAMPA – causa multe e infrazioni, dovrebbe a suo avviso dimettersi”. (red)

 

 

28. I timori dei banchieri europei dietro l’idea Profumo

Roma - “Un sasso per smuovere le acque o qualcosa di più? Per ora – scrive IL FOGLIO – è certo che, alla vigilia dei dieci giorni che decideranno, tra stress test, emissione di bond e scelte dell’Unione europea, il futuro delle banche della vecchia Europa, Alessandro Profumo, nelle vesti anche di presidente dell’Ebf (European banking federation), ha tentato di fare uscire gli istituti dallo stato d’assedio, viste le prospettive di tasse e di taglio dei bonus dei manager. Con un intervento sul Financial Times, il ceo di Unicredit ha proposto una soluzione anti crisi a carico del sistema bancario: un fondo alimentato dalle 20 principali banche europee che potrebbe intervenire a favore di uno o più istituti in difficoltà fornendo loro ‘garanzie specifiche per l’emissione sul mercato di obbligazioni bancarie garantite’. Non sarebbe difficile, secondo Profumo, raccogliere con questo obiettivo almeno 20 miliardi di euro. Il fine è limitato: garantire una rete di sicurezza solo per le banche che se lo meritano, in difficoltà per eventi eccezionali. Il fondo, insomma, ‘servirà ad aiutare tre, quattro, cinque banche, non per far fronte a una crisi sistemica’. Anche in questa versione ridotta, però, la proposta ha subito raccolto, non a caso, un’adesione significativa, quella di Michel Barnier, il commissario Ue al Mercato interno, che ha definito ‘incoraggiante’ l’idea del banchiere italiano. Certo, Bruxelles non può sposare un’iniziativa che si limiti alla sola élite del sistema, che denuncia problemi assai più gravi a piani più bassi – vedi le Cajas spagnole o le banche regionali tedesche – ma una volta tanto, nota con un certo humour Barnier, con questa proposta i banchieri si rivelano più lungimiranti di certi ministri. Ma, ironia della sorte, i colleghi di Profumo non sembrano altrettanto entusiasti. Sia Josef Ackermann di Deutsche Bank che Emilio Botín del Santander sembrano perplessi di fronte alla prospettiva di una rete preventiva, a vantaggio di un club più o meno esclusivo. Meglio, al contrario, allestire meccanismi in grado di intervenire ex post, per evitare che qualcuno, forte del paracadute dei Venti grandi, esageri in scelte all’insegna del rischio. Insomma – prosegue IL FOGLIO – la proposta Profumo piace quasi di più all’Unione europea, così severa in questi mesi verso i banchieri, che non ai colleghi: anche se da Francia e Germania si continua a sostenere l’idea di una tassa sulle banche per finanziare un fondo anticrisi delle banche. Chissà, forse gioca in questa reazione una sorta di gelosia nei confronti di Profumo, di sicuro più a suo agio nei grandi giochi della finanza internazionale piuttosto che in quelli per definire gli assetti delle fondazioni azioniste (a partire da Verona). O, più ancora, il fatto che in queste settimane la prima preoccupazione delle banche, grandi e piccole, sia quella di approvvigionarsi di materia prima, cioè il denaro, a buon prezzo, dopo l’inizio dell’exit strategy della Bce. La crisi dei titoli di stato, infatti, ha in pratica paralizzato la raccolta di obbligazioni tra maggio e giugno, per tradizione i mesi migliori. La preoccupazione per gli ‘esami’ cioè gli stress test sulla tenuta delle principali 91 banche europee – i tabelloni della Bce saranno affissi il prossimo 23 luglio – di fronte alla caduta di valore dei titoli pubblici dei paesi deboli, ha fatto il resto. Tanto che oggi dall’Ecofin arriverà, secondo le indiscrezioni circolate, un’indicazione: governi e autorità sono pronti a fronteggiare risultati negativi delle singole banche. In Italia, comunque, i risultati dei test sulle cinque principali banche sarebbero confortanti, secondo la ricostruzione del Foglio. Adesso, dopo l’esito positivo dell’asta dei Bonos di Madrid a dieci anni e le anticipazioni sull’alto numero dei promossi all’esame di maturità bancaria (anche se con prove, dicono i maligni, addomesticate o annacquate, come denuncia il settimanale tedesco Spiegel) una terza novità conferma che è arrivato il momento buono per presentarsi sui mercati: il via libera della Bce al Fondo varato dalla Grecia per garantire, con iniezioni di 10 miliardi di euro, la stabilità delle banche greche. Qualche osservatore – conclude IL FOGLIO – si chiede però se i piani di salvataggio e i risultati degli stress test possano davvero rassicurare i mercati sul reale stato di salute degli istituti europei”. (red)

 

 

29. Il ruggito di un leader affaticato

Roma - “Una testimone che ritratta – scrive Massimo Nava sul CORRIERE DELLA SERA – un rapporto dell’ispettore delle finanze che scagiona il ministro Eric Woerth per presunti favori fiscali all’ereditiera de L’Oréal (in cambio di un finanziamento occulto al partito del presidente) e le dimissioni di due sottosegretari chiacchierati per qualche spesa di troppo sono forse sufficienti a ridare credibilità al governo francese e all’Eliseo e placare il polverone scandalistico in attesa che la magistratura accerti la verità dei fatti. Esaltando gli ultimi sviluppi della cronaca, Nicolas Sarkozy, nell’intervista televisiva in diretta, ha rivoltato a suo favore, come un abile avvocato quale è, il castello di accuse di stampa e le pesanti insinuazioni dell’opposizione. E ha mostrato una generosa coerenza nella difesa del suo ministro, peraltro uno dei più energici e capaci, impegnato nella madre di tutte le riforme, quella delle pensioni. Ma se il profumo d’illegalità e corruttela sembra evaporato, restano a carico del presidente e del suo governo la sgradevole ombra di un conflitto d’interessi e di una disinvoltura di comportamenti di alcuni ministri che l’opinione pubblica francese, come dimostrano i sondaggi in caduta, non è disposta a perdonare, soprattutto in una fase in cui vengono richiesti sacrifici e moderazione. Sarkozy ha avuto il coraggio di ammettere gli errori (‘chi ha sbagliato ne ha già tirato le conseguenze’), ha annunciato il taglio delle spese e delle auto blu, ma con un sussulto d’orgoglio (siamo alla vigilia della festa della Bastiglia) ha detto che la ‘Francia non è un Paese corrotto’, riconoscendo onestà anche agli amministratori di sinistra, e ha ricordato che nessun presidente prima di lui era sottoposto al controllo della corte dei conti. Sarkozy ha cercato di liquidare la vicenda Woerth come un ostacolo frapposto sulla strada delle riforme e dell’azione del governo per fronteggiare la crisi economica. L’avvicinarsi della campagna per le presidenziali – prosegue Nava sul CORRIERE DELLA SERA – autorizza tutte le ipotesi di colpi bassi e complotti, le cui trame potrebbero essersi dipanate anche nel proprio campo. La storia della destra francese non lo esclude. E’ una storia che Sarkozy conosce bene, tanto da aver dato prova in diverse occasioni di saper prendere le contromisure. Se l’inconsistenza dei sospetti verrà definitivamente dimostrata, il caso Bettencourt potrebbe risolversi in un boomerang per il sito Internet che lo ha sollevato e per la stampa che l’ha amplificato. Sarkozy ha rivolto una sorta d’invito a discutere di cose più importanti, nell’interesse di tutta la società francese. Certo, lo smalto dei tempi migliori non si recupera in un’afosa serata sulla terrazza dell’Eliseo, ma Sarkozy ha spesso dato il meglio di sé quando si trova in trincea, indebolito e attaccato da più parti, piuttosto che quando è tutto compreso nell’euforia del successo e del potere. Ha concesso che gli sbandamenti di queste settimane non si ripeteranno ma avvertito che il ritmo delle decisioni non sarà imposto dall’opinione pubblica o dalla stampa scandalistica. Resta da vedere – conclude Nava sul CORRIERE DELLA SERA – se i francesi saranno ancora disposti a credergli”. (red)

 

 

30. Cameron e Clegg: “Pronti al partito unico”

Roma - “All’inizio – scrive LA REPUBBLICA – era sembrato un matrimonio di convenienza, una soluzione disperata per dare alla Gran Bretagna un governo stabile con cui affrontare la crisi, visto che dalle urne non era uscito alcun partito dotato di una maggioranza assoluta. Invece sta diventando sempre più chiaro che quella tra David Cameron, primo ministro conservatore, e Nick Clegg, vice premier liberaldemocratico, è un’unione animata da una comune visione del futuro, in grado di produrre non solo un governo stabile per questa legislatura ma di creare una nuova creatura politica, un riallineamento delle forze moderate e di centro nel Regno Unito. Lo lasciano intendere loro due, scrivendo un insolito articolo a quattro mani per il Daily Telegraph, nel quale proclamano di avere una comune filosofia politica, basata sul desiderio di ‘decentralizzare lo Stato’ e ‘dare il potere alla gente di decidere il proprio destino’. Combinando il modo di pensare dei conservatori su individualismo e competitività con quello dei Lib-dem in materia di democrazia locale e opportunità per tutti, Cameron e Clegg dicono di volere ‘radicalmente’ cambiare la sanità pubblica e il paese, senza rinunciare al welfare ma migliorando l’efficienza dei servizi e tagliando gli sprechi. ‘Siamo entrambi ambiziosi’, concludono, ‘vogliamo cambiare in meglio il nostro paese’. Il problema è che questo ‘matrimonio’ di valori potrebbe scontentare i loro partiti. La destra dei Tory e la sinistra dei Liberaldemocratici non sono molto entusiaste di perdere la loro identità originale, per cercarne una nuova fra le braccia di un altro partito. Il tempo dirà se questa unione può funzionare. Intanto le anticipazioni su ‘Il terzo uomo’, il libro di memorie di Peter Mandelson, ex braccio destro di Blair e di Brown, rivelano nuovi dettagli sugli eventi che hanno portato alle dimissioni di Brown. Dopo le elezioni di maggio – conclude LA REPUBBLICA – quando i Lib-dem apparivano incerti tra appoggiare un governo con i conservatori o uno con i laburisti, Clegg, Brown e Mandelson ebbero un incontro segreto. Clegg parlò chiaramente: ‘Non c’entrano le animosità personali, ma non potremo mai appoggiare un governo con il Labour se tu ne farai parte’. Era una richiesta esplicita a farsi da parte. La sera stessa, racconta Mandelson, Brown ricevette una telefonata da Blair che gli diceva la stessa cosa: ‘Abbiamo perso le elezioni, la gente non accetterebbe che tu restassi premier’. E poco dopo Brown si dimise”. (red)

Una Repubblica basata sulla corruzione

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