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Una Repubblica basata sulla corruzione

Siamo un Paese corrotto. E il fatto stesso che moltissimi si ostinino a negarlo è la migliore, terribile dimostrazione di quanto l’infezione si sia diffusa e sia penetrata in profondità, condizionando non solo i comportamenti ma il modo stesso di pensare. Il modo stesso di sentire. 

Oggi si parla dell’organizzazione criminosa che secondo gli inquirenti si sarebbe sviluppata intorno all’eolico. Una consorteria così torbida e spregiudicata da avere come obiettivo non solo dei profitti illeciti ma il condizionamento della magistratura e, quindi, della politica. Un groviglio di interessi che i media, con una delle loro solite semplificazioni a effetto, hanno prontamente etichettato con la sigla suggestiva, ma arbitraria, di “P3”. Nelle intenzioni, si spera, l’inquietante parallelo con la P2 di Gelli dovrebbe dare il senso della gravità di quanto si muoveva, sempre in base alle accuse, intorno al senatore Marcello Dell’Utri, al sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino, al coordinatore del PdL Denis Verdini e al faccendiere di lunghissimo corso Flavio Carboni; di fatto rischia di produrre l’effetto opposto, riducendo la P2 a luogo comune del linguaggio mediatico: un richiamo che diventa proverbiale ma che, allo stesso tempo e proprio per questo, esce definitivamente dal novero delle questioni reali per rifluire nell’immaginario collettivo, dove anche le cose più inquietanti perdono la loro urgenza e si declinano al passato. C’era una volta la P2... C’era una volta?!

Oggi si parla di questo. E per un po’ il tema terrà banco, come è stato per gli innumerevoli altri casi analoghi che l’hanno preceduto. Ma quale che sia il prosieguo, e di qui a dieci, venti o trent’anni l’esito giudiziario (prescrizione permettendo), continuerà a essere nulla di più di una vicenda tra le tante. Grave, gravissima, fine a se stessa. Quello che si continuerà a non fare – e che in fondo non si è fatto compiutamente neppure al tempo di Tangentopoli, al di là dell’affrettato certificato di morte con cui si è decretata la scomparsa, illusoria e strumentale, della Prima Repubblica – è dire con la dovuta chiarezza che qui in Italia la corruzione è più che mai il prodotto di un sistema. E ancora prima, come accennavamo in apertura, la conseguenza inevitabile di un modo di pensare. E di sentire. 

La vera questione da porre è l’imprinting che riceve chiunque cresca nel nostro Paese. È quali siano i modelli di comportamento, impliciti ed espliciti, che ognuno di noi si trova davanti (e tutto intorno, come una cappa asfissiante, come una rete che limita al minimo la libertà di scelta e d’azione) e con cui è costretto a fare i conti. Non c’è bisogno di arrivare a chissà quali livelli di potere, per vedere la corruzione in atto. Non la corruzione nel senso proprio del termine, come reato contro la Pubblica amministrazione. Non la corruzione che si risolve immediatamente in un vantaggio economico o di altro tipo. La corruzione spicciola e quasi distratta, noncurante e quasi automatica, che induce milioni di persone a fare “del proprio peggio”. La piccola, insinuante, invasiva corruzione quotidiana, fatta di arbitrii magari minuscoli e però incessanti. 

È in questo brodo di coltura che cresce la classe dirigente. È in questa miserabile palestra di piccoli abusi e di piccole sopraffazioni, fatalmente destinati a diventare più grandi non appena ve ne sarà l’occasione, che si impara ad accantonare ogni residua correttezza e a piegare qualsiasi circostanza al proprio tornaconto. Si impara a mentire, a leccare il culo, a stabilire con gli altri rapporti di collaborazione che non hanno nulla a che spartire con una qualunque idealità degna di tal nome. Poi, se tutto andrà “bene” e la carriera si svilupperà come ci si augura, la posta in gioco salirà a dismisura e si andrà all’incasso. E affanculo i fessi, i deboli, gli inguaribili illusi, che non sono capaci di fare altrettanto.

 

Federico Zamboni

Prima pagina 13 luglio 2010

Secondo i quotidiani del 13/07/2010