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Le “Macchie sulla storia” non sono tutte uguali per Erdogan

Erdogan ha sfruttato il quindicesimo anniversario del massacro di Srebrenica per far rimettere un piede alla Turchia nei Balcani e dare respiro anche europeo alla sua velleitaria politica “panturca”. Questa, fino a ieri, sembrava estendersi solo verso le ex repubbliche sovietiche centroasiatiche con un’appendice di influenza mediorientale: purtroppo per lui è rimasto oscurato dalla finale del mondiale sudafricano, almeno in occidente.

“Macchia sulla storia” è una definizione che possiamo condividere. Srebrenica fu un orrore di cui l’ONU fu connivente, però nel condannarlo andrebbe ricordato anche il perché dell’odio serbo per i musulmani di Bosnia, che risale proprio ai tempi della dominazione turca. Nel capolavoro del premio Nobel Ivo Andric è descritto, in una delle più belle pagine de “il ponte sulla Drina”, con dovizia di particolari, come venivano impalati i Serbi, certo il ricordo dei massacri subiti non giustifica il commetterne in vendetta, ma li spiega e le cose che spiegano vanno sempre tenute a mente nell’analisi di una situazione geopolitica, a meno che non si voglia fare del piagnisteo mediatico di propaganda.

Ricordare Srebrenica è importante, anche, se non soprattutto, per fare in modo che le “pulizie etniche” non si ripetano, e oggi le vittime sono i Serbi, con l’Onu che li difende meno di quanto abbia difeso i Bosniaci, e forse anche questo spiega il perché della politica serba di “guerra preventiva” degli anni 90. Non vogliamo giustificare il massacro, anzi, ma rifiutiamo che un massacro venga preso a pretesto per giustificarne altri, come quelli che hanno subito i Serbi da parte della NATO e che continuano sotterraneamente, con i media che ben si guardano dal riportare la verità sulle pulizie etniche ancora in corso.

Erdogan a Srebrenica ha pronunciato ispirate e toccanti parole che ampliano i confini dell’ipocrisia umana: “A Srebrenica è stato colpito gravamente l'onore umano. L'orrore di Srebrenica è una macchia sulla storia dei Balcani. Non dimenticheremo e non faremo dimenticare mai questi dolori affinché non venisse più commesso genocidio sul mondo" (riportiamo testualmente, refusi compresi (sic!), dal sito www.trtitalian.com.). Condivisibile retorica, ma affinché non venga più commesso nessun genocidio sarebbe forse meglio partire da quello armeno: un milione e mezzo di morti che ancora gravano sulla Repubblica Turca che si ostina a negare per legge, giungendo quasi ad addossare la colpa agli armeni stessi, ed a punire chi critichi la politica negazionista di stato.

"Oggi diamo ultimo addio ai nostri fratelli, che non hanno neanche una pietra tombale, nel loro viaggio da questo mondo all'eternità.", ha anche detto Erdogan, ma sarebbe giusto se chiedesse anche scusa per le pietre tombali che gli armeni non hanno mai avuto, e per una terra, l’Armenia Occidentale, divenuta fantasma, con monumenti in rovina, i cui abitanti sono morti o fuggiti e quelli che furono sepolti lì nei secoli vedono i loro cimiteri andare in disfacimento, comprese pietre tombali così care a Erdogan quando non sono croci.

"Sentiamo dentro di noi questo dolore profondo, tutta la Turchia piange per i bosniaci massacrati": quando la Turchia proverà vergogna per il suo genocidio? Quando accetterà di aver compiuto un crimine comparabile alla Shoà e se ne assumerà le responsabilità? Così come fece la Germania dopo la seconda guerra mondiale, eppure né la RFT né la RDT erano eredi, al contrario della Turchia, del regime che aveva commesso il crimine.

Il dolore e il pianto per un genocidio non devono e non possono essere selettivi, altrimenti è da pensare che la discriminazione nelle lacrime sia il sostrato razzista che ne può coltivare altri. Srebrenica è giusto ricordarla, è stata “una macchia della storia”, ma non possiamo accettare che sia Erdogan a dare lezioni sui genocidi e su come vadano ricordati, almeno finché non saprà accettarne su quello armeno, il padre e modello di tutti i genocidi moderni.

 

Ferdinando Menconi

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