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FIAT, prove di “crash test” sindacale

Visto che siamo in ambito automobilistico il paragone è quasi doveroso: la FIAT sta saggiando il suo nuovo modello di relazioni sindacali, di cui si è appena avuto un limpido esempio negli sprezzanti aut-aut di Marchionne durante la vicenda di Pomigliano, come farebbe con un prototipo delle proprie vetture nei “crash test”. La procedura è analoga. Si creano degli incidenti ad hoc e se ne analizzano gli effetti. Che ci siano dei danni è nella logica delle cose. Lo scopo non è evitarli. Lo scopo è valutarli. Vedere se in fin dei conti, considerate le leggi vigenti e gli standard dalle altre aziende del settore, sono accettabili oppure no. Vedere se è più conveniente, non tanto nel breve quanto nel lungo periodo, investire sulla prevenzione oppure infischiarsene. E, eventualmente, subire qualche conseguenza a posteriori.

Gli ultimi due esempi la dicono lunga, al riguardo. Prima è stato licenziato un delegato Fiom di Mirafiori, reo di aver utilizzato la e-mail aziendale per diffondere un documento, che la Fiat ha definito “denigratorio”, nel quale si criticava l’accordo di Pomigliano. Poi è toccata la stessa sorte a tre operai di Melfi – due dei quali, guarda caso, sono anch’essi delegati Fiom – che durante un corteo interno avrebbero “ostacolato il percorso di un carrello robotizzato”. La domanda è elementare: si tratta di violazioni talmente gravi, sempre ammesso che rispondano al vero, da comportare una sanzione tanto drastica quale il licenziamento in tronco? Maurizio Landini, il nuovo segretario del sindacato dei metalmeccanici della Cgil, non ha dubbi e riconduce i fatti a un disegno strategico ben preciso: «La Fiat è passata dal ricatto alla rappresaglia e alle intimidazioni ai lavoratori». E ha potuto farlo anche grazie alla «assenza di una vera politica industriale nel comparto automobilistico» da parte del governo. In mancanza del ministro competente (com’è noto Scajola si è dimesso due mesi fa e da allora non è stato rimpiazzato da nessuno) il titolare del Welfare Sacconi se ne lava le mani: «c’è un clima di relazioni industriali che devono risolvere le parti tra di loro: nessun governo potrebbe mai entrarci». Dixit.

In realtà è vero il contrario. Uno dei primi compiti della politica – quando la politica non si riduca a spettatrice, più o meno connivente, dei dissidi tra lavoratori e imprese – è proprio quello di armonizzare le diverse istanze, scongiurando il rischio di ridurre tutto a dei rapporti di forza. La questione non è solo economica. È sociale. È innanzitutto sociale. Permettere che i contrasti aziendali si esasperino, nell’indifferenza delle istituzioni, significa soffiare sul fuoco dell’aggressività e dell’egoismo. Chi viene abbandonato a se stesso si incattivisce. Chi si incattivisce riverserà fatalmente la sua rabbia e il suo cinismo in ogni altro ambito della propria vita. 

Il problema, proprio come negli incidenti stradali, è che i crash test li organizzano i produttori, ma poi le loro valutazioni e le loro scelte si ripercuotono su tutti gli altri. 

 

Federico Zamboni

Secondo i quotidiani del 15/07/2010

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