Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 19/07/2010

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA – In apertura: “L’inchiesta ora si allarga”. Editoriale di Piero Ostellino: “Il partito che non c’è”. Al centro: “Addio al giornalista Mino Damato” e “Meno di cento persone alla marcia per Borsellino”. Sempre al centro: “Se Vendola mette Giuliani tra gli eroi italiani”. In basso: “Il mecenatismo è in declino e la politica dimentica la cultura” e “È morta la vedova Moro”.

LA REPUBBLICA – In apertura: “P3, si indaga su Dell’Utri e Caliendo”, e due commenti: “Trama oscena e potere” e “La mucillagine para-illegale”. Al centro: “Medici in sciopero contro la manovra” e “Le nuove schiave del sesso tra l’Iraq e l’Afghanistan”. Di spalla: “Perché nel Terzo Millennio tornano le spie”. A fondo pagina: “I segreti delle nozze di Chelsea Clinton” e “Foto tra sconosciuti per sfidare Facebook”.

LA STAMPA – In apertura: “Mancino: giudici, non farò sconti”. Di spalla: “All’Italia serve un risorgimento digitale”. Editoriale di Federico Geremmica: “L’opposizione e il rebus dell’alternativa”. Al centro: “La donna che fa tremare Sarkozy” e “Medici in sciopero contro la manovra”. In basso: “L’estate degli animali incompresi”.

IL SOLE 24 ORE – In apertura: “L’età della pensione non si ferma” e l’editoriale: “La giusta rotta per una cura permanente”. A centro pagina: “Cedolare affitti, risparmio fino al 50%” e fotonotizia “Sulla ruota di arte e cultura. Dimezzati i fondi del Lotto per la tutela delle opere”. Di spalla: “L’estate in tv tra fondi di magazzino e vecchie glorie”. In basso: “I dadi del monopoli per scoprire le vie del gusto”.

IL GIORNALE – In apertura: “Fini esce dal Pdl? Sarebbe ora”. Al centro foto notizia: “Eroe o solo folle, l’enigma Valentino” e “Quelli che boicottano l’Italia del lavoro”. Di spalla: “Palermo non cade nella trappola Idv e diserta la marcia antimafia”. A fondo pagina: “Caravaggio, è nata una rockstar”.

IL MESSAGGERO – In apertura: “Polverini: ecco il piano anti-sprechi” e in un box: “Costi più alti, servizi più bassi: ecco il paradosso italiano”. Editoriale di Mario Margiocco: “Il Paese dei ceti deboli veri e falsi”. Al centro fotonotizia: “Lascia la stampella e vola in moto, inarrestabile Valentino” e “Logge segrete, sei nomi nel mirino”. In un box: “Berlusconi apre la verifica nel Pdl”. A fondo pagina: “Borsellino, Palermo snobba il corteo” e “Roma, ì morto Mino Damato, il reporter delle grandi sfide”.

IL TEMPO – In apertura: “Ribaltopoli” e nel box: “E Silvio ricomincia dalla par condicio”. A fondo pagina: “Alla ricerca del dito che non c’è”.

IL FOGLIO – In apertura: “Caterina, che è risorta con una risata”. A sinistra: “Delitti”. A destra: “Amori”. In basso: “Da vent’anni cerco scuse per delinquenti presunti, ecco perché”.

L’UNITÀ – In apertura: “‘Fu un golpe”: intervista al pm Nicola Gozzo, che indaga sulla strage di via D’Amelio. (red)

 

 

2. “P3”, l’inchiesta si allarga

Roma - "Altri indagati. Tra oggi e domani – scrive il CORRIERE DELLA SERA - si decide il destino di numerosi personaggi coinvolti nell’indagine sulla nuova P2 che sta provocando un terremoto nelle istituzioni del Paese. Politici e magistrati rischiano di finire ufficialmente sotto inchiesta per la violazione della legge Anselmi sulle società segrete: è una settimana decisiva per stabilire come procedere nei loro confronti e nelle prossime ore l’aggiunto Giancarlo Capaldo e il pmRodolfo Sabelli faranno il bilancio delle deposizioni raccolte negli ultimi tempi e poi stabiliranno gli ulteriori passi. È già previsto che in settimana comincino gli interrogatori ma prima i magistrati debbono raccogliere tutti gli elementi per mettere a fuoco le contestazioni e, nel caso in cui si renda necessario, scrivere ed eventualmente far notificare gli ordini di comparizione. Capaldo, il titolare di diverse istruttorie delicatissime, è impegnato su più fronti e, per quanto riguarda la nuova P2, al Palazzo di giustizia nessuno si sbilancia.

In bilico ci sono però le posizioni di chiunque— direttamente o indirettamente— abbia avuto contatti con il faccendiere Flavio Carboni, con l’ex assessore socialista al Comune di Napoli Arcangelo Martino e con l’ex giudice tributario Pasquale Lombardi (tutti in carcere): dal presidente della Lombardia Roberto Formigoni al sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo, dal presidente della Cassazione Vincenzo Carbone al capo degli ispettori di via Arenula Arcibaldo Miller, al presidente della corte d’appello di Milano Alfonso Marra, all’ex avvocato generale della stessa Suprema Corte Antonio Martone. Alcuni saranno interrogati come testimoni, altri da indagati (sabato è toccato al governatore della Sardegna Ugo Cappellacci e, ancora prima, all’ex assessore all’Avvocatura della Campania Ernesto Sica). Non è finita qui. La procura è orientata a sollecitare a Camera e Senato le autorizzazioni ad utilizzare le intercettazioni dei parlamentari già indagati, agli atti del procedimento ma finora non disponibili per contestare i contenuti dei colloqui. Presto in partenza verso Montecitorio ci potrebbero essere le richieste per l’ex sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino e per Denis Verdini (uno dei tre coordinatori nazionali del Pdl) e, diretta a Palazzo Madama, quella nei confronti di Marcello Dell’Utri. Sempre questa settimana davanti ai giudici del Tribunale del Riesame è in programma l’udienza per la revoca dell’ordinanza di custodia cautelare per Martino (già esaminate e confermate quelle di Carboni e Lombardi). E oggi a Cagliari il Pd della Sardegna esaminerà la situazione politica regionale e metterà a punto documenti che potrebbero portare alla stesura di una mozione di sfiducia nei confronti di Cappellacci”. (red)

 

 

3. Mancino: Nessuno sconto ai magistrati infedeli

Roma - “‘Ho letto le dichiarazioni di Pasquale Lombardi. È vero, in due occasioni mi accennò alla nomina del presidente della Corte d’appello di Milano. Ma davvero qualcuno può pensare che mi sia fatto condizionare nella mia scelta dalle pressioni di un geometra estraneo, si doveva presumere, dai problemi della magistratura?’. A parlare, in una intervista a LA STAMPA, è Nicola Mancino, vicepresidente del Csm. “Vicepresidente Mancino, nel suo interrogatorio di garanzia Pasquale Lombardi ha ammesso di averle parlato incidentalmente della nomina di Alfonso Marra alla presidenza della Corte d’appello di Milano. ‘È vero. Venne da me perché mi voleva invitare a un convegno della sua associazione che si sarebbe dovuto svolgere a Milano. A quegli eventi partecipavano sempre diversi ministri e professori universitari, oltre che magistrati di tutt’Italia. Ed effettivamente accennò anche alla nomina di Milano. Ricordo che insistette parecchio perché partecipassi all’inaugurazione di quel convegno. Ma io declinai l’invito’. E come affrontò il capitolo Marra? Cosa rispose a quella inusuale richiesta? ‘Gli dissi che non avevo ancora studiato i fascicoli, i curricula dei due candidati. Lombardi si allontanò con il convincimento di non aver ottenuto nulla, tant’è che subito dopo tornò alla carica con l’avvocato Pennetta, mio amico, perché me ne parlasse. Pennetta ha dichiarato pubblicamente che si tenne per sé quella sollecitazione. Insomma che non mi informò neppure di quel colloquio’.

Quando avvenne questo incontro con Lombardi? ‘A novembre’. Vi furono altre occasioni in cui il geometra di Cervinara tornò sull’argomento con lei? ‘All’inaugurazione dell’Anno giudiziario in Cassazione. Mi fermò, accennò al problema senza ricevere risposta alcuna dal sottoscritto. Come era possibile che un geometra si trovasse all’apertura dell’anno giudiziario? Forse fu invitato dal primo presidente della Cassazione, Vincenzo Carbone?’. Naturalmente succede sempre che certe conoscenze, amicizie diventano scomode quando l’amico finisce nei guai. Lombardi è di Cervinara, lei di Montefalcione. Insomma, conterranei. Che rapporto aveva con Lombardi? Davvero vi conoscevate da quarant’anni? ‘Il nostro rapporto è diventato inesistente a partire dalla fine della Democrazia cristiana. Lui approdò al centrodestra, io al centrosinistra. Per poco è stato anche sindaco del centrodestra di Cervinara. Di una cosa sono certo: non l’ho mai accreditato come un interlocutore in grado di discutere e tantomeno di decidere l’organizzazione degli uffici giudiziari’.

Vicepresidente Mancino, al di là degli sviluppi delle indagini e delle posizioni processuali dei diversi indagati, non è inquietante il rapporto che personaggi come Flavio Carboni e lo stesso Lombardi intrattengono con vertici istituzionali, con magistrati, politici? ‘Le mie riflessioni e il mio voto insindacabile non sarebbero mai dipesi dalle sollecitazioni di un professionista per quanto rispettabile. E del resto voglio sottolineare che nessuno mi ha mai parlato di indagini a carico di questo signore. Ho letto il giudizio su Lombardi dello stesso sottosegretario alla Giustizia, Giacomo Caliendo, che lo definisce un millantatore. Caliendo, a quanto so, è suo amico di lunga data....’. C’è una questione morale, al di là di singole posizioni processuali, che coinvolge anche la magistratura? ‘La prima commissione del Csm ha aperto un fascicolo per il trasferimento d’ufficio del Presidente della Corte d’appello di Milano, Alfonso Marra. Vicepresidente di questo Csm è il sottoscritto, Nicola Mancino. La prima commissione di palazzo dei Marescialli si interesserà anche di altri magistrati i cui nomi sono emersi nelle intercettazioni pubblicate in questi giorni dai quotidiani’. Ma i magistrati coinvolti nelle relazioni “indecenti” con gli indagati sono diversi... ‘Titolare dell’azione disciplinare è il Guardasigilli o la Procura generale della Cassazione che, nei giorni scorsi, ha comunicato di aver avviato una indagine. Aspettiamo le conclusioni di questa istruttoria, nel rispetto dell’autonomia reciproca’”. (red)

 

 

4. Napolitano scriverà al Csm, è allarme su toghe coinvolte

Roma - “È solo questione di ore – scrive LA REPUBBLICA -, ma sarà direttamente il capo dello Stato, nella sua veste di presidente del Csm, a intervenire sul delicatissimo nodo giudici-questione morale. Napolitano, con una lettera, risponderà a stretto giro al vice presidente Nicola Mancino che, giovedì scorso, gli ha scritto per metterlo al corrente della richiesta di un plenum straordinario fatta dal togato di Md Livio Pepino. Richiesta bloccata perché ‘per mettere all’ordine del giorno una questione così importante è necessario ottenere prima il via libera del presidente’. Un’autorizzazione che oggi sarà data, anche se ormai questo Consiglio ha i giorni contati, per un plenum che si svolga il prima possibile. Già eletti i 16 togati all’inizio di luglio, per il passaggio di consegne mancano gli otto laici: ma tre sedute delle Camere sono andate deserte e i poli non hanno raggiunto un intesa sui nomi e sul futuro vice presidente. Napolitano ha già sollecitato Fini e Schifani a provvedere al più presto, ma ormai il 29 luglio, data dell’‘addio’ di questo Csm, incombe. Prima di chiudere i battenti, il Quirinale ritiene opportuno che si faccia il plenum sulla questione morale per poi passare il testimone, su una pagina così allarmante, al prossimo Consiglio.

Al Colle, ormai da giorni, l’attenzione è massima sull’inchiesta P3 e in particolare sui rapporti tra Lombardi e le toghe, ampiamente documentati nelle intercettazioni e nel verbale del ‘geometra’ che al telefono si presentava ai ‘colleghi’ come ‘giudice Lombardi’, quasi fosse alla pari con loro, spendendo il suo ruolo di componente di una commissione tributaria. Magistrati, ma anche consiglieri del Csm (Celestina Tinelli, Michele Saponara, Ugo Bergamo, Cosimo Ferri, Roberto Carrelli Palombi), sono finiti nella ‘rete’ di Lombardi, il quale parlava spesso col presidente della Cassazione Vincenzo Carbone, si vantava di rapporti con Mancino, chiamava il sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo. Richieste di favori, di incarichi, trattative, tentativi di spingere un candidato ai danni di un altro. Come nel caso di Alfonso Marra, in effetti divenuto, con un voto di stretta misura, presidente della Corte d’appello di Milano, e su cui ora il Csm ha aperto una pratica per trasferirlo d’ufficio. Tra i giudici, anche sulle mailing list delle correnti, c’è grande preoccupazione e c’è la voglia di ‘fare chiarezza e voltare pagina’. Il segretario dell’Anm Giuseppe Cascini ha espresso, su Repubblica, la sua personale ‘vergogna’ e ha chiesto ai colleghi coinvolti di farsi da parte. Al Quirinale il dossier è andato via via ampliandosi. Con l’esigenza di mettere un punto fermo. Con input precisi allo stesso Csm perché venisse fatto tutto ciò che il regolamento consentiva. Tant’è che in prima commissione il caso Marra è stato affrontato subito.

E il comitato di presidenza ha inviato alla presidente Fiorella Pilato (Md) gli articoli dei giornali sugli altri magistrati coinvolti. E la Pilato ha chiesto ufficialmente alla procura di Roma le carte dell’inchiesta. A breve sentirà Marra. Su cui anche il pg della Cassazione sta lavorando per metterlo sotto processo disciplinare, lo stesso che potrebbe colpire altre toghe. Una tempestività che non c’è stata, e su questo par di cogliere la contrarietà del Colle, quando l’esponente di Magistratura indipendente Cosimo Ferri, figlio dell’ex ministro Psdi Enrico, è finito nell’inchiesta di Trani sulle pressioni di Berlusconi per chiudere talk show sgraditi come Annozero e Ballarò. Alla fine il caso Ferri, ma dopo un paio di mesi d’attesa, è stato archiviato dallo stesso comitato di presidenza di cui fa parte Carbone. Che oggi si scopre in rapporti stretti con Lombardi, che a sua volta parla con Ferri. Su tutto questo interverrà Napolitano, richiamando le toghe, nonché i consiglieri del Csm, al massimo rigore e alla necessaria e assoluta trasparenza nei rapporti”. (red)

 

 

5. Berlusconi studia il rebus Tremonti

Roma - Scrive IL GIORNALE: “Dopo un sabato romano nel castello di Tor Crescenza, fatto di calma, riflessione e paesaggi bucolici, una domenica milanese ‘di contatti e di lavoro’. Villa Certosa, in Sardegna, può attendere. Lo strano weekend del Cavaliere, racconta chi ci ha parlato, ruota tutto su un punto: come rimettere in riga il partito e la maggioranza. Sono bastate infatti 24 ore e la minaccia delle elezioni anticipate per cambiare radicalmente lo scenario: il problema principale non è più lo spettro di un governo di transizione, ma la guerra a bassa intensità che attraverso fondazioni e correnti si stanno combattendo capi e capetti del Pdl. ‘Basta, è ora di farla finita, ognuno pensa a se stesso e nessuno si preoccupa del bene della coalizione’, così si è più volte sfogato in queste ore. E oggi Silvio Berlusconi avrà un paio di occasioni per riprendere pubblicamente l’argomento. In mattinata visiterà infatti la sede dell’università telematica eCampus a Novedrate, vicino Como, e incontrerà professori e studenti. E in serata, sette mesi dopo l’aggressione a colpi di statuetta del Duomo con la Madonnina, tornerà in Piazza Duomo per ricevere, insieme a don Luigi Verzè, il premio Grande Milano come ‘statista di rara capacità’. Dopo la cerimonia, Berlusconi sarà l’ospite d’onore del concerto di Charles Aznavour sulla terrazza della cattedrale. La carne sul fuoco non manca. Ieri mattina il Cav ha letto con attenzione e con umori contrastanti l’intervista di Giulio Tremonti a Repubblica.

Da un lato, dopo avergli blindato la manovra con la fiducia, ha incassato con soddisfazione il no ufficiale del principale candidato a una sua successione alla guida di un governo tecnico di emergenza, con tanto di corollario di giuramento di fedeltà al presidente del Consiglio e di affettuosità con Gianni Letta. Dall’altro, qualche sospetto resta: perché il ministro dell’Economia ha parlato con il ‘giornale nemico’? Perché ha contrapposto la velocità della manovra finanziaria con le lentezze e le difficoltà che incontra la legge sulle intercettazioni, definita ‘il bavaglino’? Perché ha accennato alla questione morale, tema caro ai finiani? Non sarà, nonostante le smentite, una candidatura mascherata? Ma non è solo Tremonti il cruccio del premier. C’è anche Fini,ovviamente, e il dubbio se cercare di ‘chiuderlo’ in un accordo o, piuttosto, andare alla rottura. E ci sono i fermenti, troppi, del Pdl, con il proliferare di fondazioni e le richieste di cambiare i vertici: uno, due, tre coordinatori? I problemi sono connessi tra loro e complicati dalle in­chieste giudiziarie che hanno toccato personaggi dell’ inner circle di Palazzo Grazioli. Così, mentre il gruppo di Liberamente - Frattini, Gelmini, Prestigiacomo, Carfagna - vuole la testa di Verdini, la vecchia guardia di Cicchitto, Bondi, Gasparri, La Russa, Quagliariello resiste: se cediamo su questo, ragionano, finiremo a cedere a Fini su tutta la linea. D’altro canto è lo stesso Letta che spinge Berlusconi a trovare un’intesa con il presidente della Camera. Ma un accordo significa andare a toccare l’architettura del governo. Vorrebbe dire ridimensionare il peso di Tremonti e soprattutto quella della Lega, che già ribolle di suo perché vede sempre più lontano il federalismo fiscale. La verifica è già cominciata ma può finire subito. Il Cav, che si è stufato del ‘teatrino’, sembra intenzionato a mettere le briglie alle correnti. Del resto, può esistere un Pdl senza Berlusconi?” (red)

 

 6. Bersani: Governo di transizione, no con Berlusconi

Roma - LA REPUBBLICA intervista il segretario del Pd, Pierluigi Bersani: “Segretario, per il ministro dell’Economia il governo è forte e durerà. E non esistono alternative credibili. ‘Tremonti è l’unico che non vede o fa finta di non vedere il problema. L’unica cosa che non esiste in questo momento è un esecutivo credibile. Un governo forte non perderebbe pezzi per strada, non avrebbe paura di una discussione sulla situazione economica, non lascerebbe senza presidio un ministero importante come quello dello sviluppo economico. Un governo forte non sarebbe tutti i giorni protagonista sulle prime pagine dei giornali per questioni di legalità. Insomma, un governo con mille problemi e senza una guida vera’. In effetti ‘una cassetta di mele marce’ esiste anche per Tremonti, ma ‘l’albero e il frutteto’ secondo lui sono sani. E non c’è una questione morale specifica nel centrodestra. È così? ‘È una analisi inaccettabile. Sotto l’ombra del ‘ghe pensi mi’, c’è gente che si sta muovendo in sfregio alla legalità spesso approfittando di legislazioni speciali che Tremonti farebbe bene ad abolire, come il Pd sta chiedendo da tempo’. Gli ultimi fatti di corruzione certo non contribuiscono ad alzare il morale. ‘Assolutamente no. C’è un problema di moralità pubblica e di civismo. Nell’incontro che ho avuto con i circoli Pd a New York, c’è chi ha tirato fuori il tema dell’incoraggiamento all’infedeltà fiscale. Gli italiani d’America ti dicono: perché non fate come qui? Chi non paga le tasse va in galera. Il fatto è che Tremonti vuol fare l’americano solo con la fallimentare social card e non con le regole fiscali’.

Lei dice che ormai siamo arrivati al secondo tempo del berlusconismo. Quindi governo di transizione alle porte? ‘La maggioranza deve prendere atto dell’impasse. Da parte nostra c’è la disponibilità, oggi o domani, o quando sarà, a ragionare per una fase di passaggio. Ad una sola condizione: si deve capire che si va verso un film nuovo’. Casini pensa alle larghe intese con Berlusconi. ‘Ecco: questo non sarebbe un film nuovo’. Come ha spiegato agli americani l’instabilità politica italiana? ‘Ho detto loro che Berlusconi è ancora abbastanza forte per stare in piedi non so fino a quando ma certo non è abbastanza forte per governare altri tre anni’. Ha provato disagio a raccontare l’Italia così com’è? ‘Ho cercato di essere italiano. Il disagio c’è ma ho molta fiducia nella forza che possiamo ancora esprimere. Adesso più che mai bisogna preparare sul serio, ma davvero sul serio, un’alternativa di governo’. Lei ha detto che questo viaggio americano le ha regalato qualcosa in termini di comprensione. Che cosa esattamente? ‘Ci sono andato per rinsaldare i rapporti del partito con una realtà rilevante. E anche per dare agli americani l’idea che c’è un’altra Italia. Ho avuto la conferma che sulla politica estera e sulle priorità in tema di economia, gli Stati Uniti non hanno certo le stesse idee del nostro governo. Persino nel luogo più estremo delle esigenze di stabilità, come il Fondo Monetario, si discute della crisi con un approccio vicino alle posizioni del Pd. Ci si rende conto che la finanza deve pagare qualcosa per quello che è avvenuto perché non si può far ricadere tutto sulle politiche per il sociale e la crescita’.

Insomma se non ci riescono nemmeno gli americani ad uscire dalla crisi tantomeno sarà facile per noi. Tremonti però nega che l’Italia sia a rischio. ‘È un problema mondiale. Vanno attuate politiche di redistribuzione, di correzione delle diseguaglianze fra i redditi, va dato impulso alla crescita e all’occupazione. Siamo un paese dove, tanto per dirne una, c’è il 30% di disoccupazione giovanile e il ministro dell’Economia si dedica a lunghissime divagazioni e fumosissime teorie. Veramente una singolarità. Mentre da noi Berlusconi minimizza e Tremonti picchia duro con la manovra, in America si preoccupano delle politiche europee. E noi siamo su posizioni limite anche nel contesto europeo. La manovra di Tremonti ha un estremismo negativo, carica tutto il peso sugli investimenti e sui redditi mediobassi’. È vero che incontrando Paul Auster, lo scrittore, le ha chiesto come mai, nonostante tutto, Berlusconi piace ancora agli italiani? ‘Sì. E io gli ho spiegato che Berlusconi rappresenta un’esigenza conservatrice ben conosciuta in tutto il mondo. In più lui ci mette di suo un messaggio populista e un elemento di controllo dei processi democratici e dell’informazione. Come Bush, dietro l’apparenza caricaturale, c’è una sostanza di politica conservatrice’. A proposito di controllo dell’informazione: Tremonti minimizza sulla legge per le intercettazioni, dice che tutt’al più si tratta di un ‘bavaglino’... ‘C’è poco da ironizzare. Anche negli Stati Uniti sono preoccupati per le conseguenze che la legge avrebbe sulle indagini, in particolare quelle internazionali’”. (red)

 

 

7. Fini, in sei pagine la morte del Pdl

Roma - Scrive IL GIORNALE: “Parola d’ordine, ‘Rifondazione’. Non comunista, stavolta, ma Pdl. La corrente finiana esce allo scoperto con un vero e proprio manifesto politico che dà per morto e ‘senza nessun futuro’ l’attuale Pdl a impronta berlusconiana, e ne invoca un nuovo e ‘rifondato’. Come? Lo spiega appunto il manifesto pubblicato ieri dal Secolo , articolato in più punti e a più voci dai principali esponenti politici e teste d’uovo vicine al presidente della Camera. Un numero domenicale del quotidiano ex An quasi monografico, con un titolo di copertina dubitativo: ‘Un partito ‘vero’: ma ci possiamo ancora credere?’. E con un leit motiv di fondo: nella tempesta giudiziaria che inve­ste la maggioranza, Gianfranco Fini è deciso a issare la bandiera della ‘questione morale’ e della ‘legalità’ e a porre un aut aut al premier: nel partito, o scegli la parte che ieri Giulio Tremonti ha ribattezzato ‘cassetta di mele marce ‘ oppure fai piazza pulita e scegli noi, il vero argine contro ‘la caduta etica’ del centrodestra. Altrimenti ‘il malcostume che ha colpito al cuore il partito’ tracimerà senza scampo. Sulla carta, la corrente finiana non ha i numeri (in Parlamento e nel partito) per dare ultimatum al Cavaliere. Ma è evidente che, dalle parti del presidente della Camera, si è convinti che i rapporti di forza attuali potrebbero essere cambiati da fattori esterni, a cominciare da un Big Bang giudiziario.

Non a caso i richiami all’etica, alla questione morale e alla lotta al malaffare ricorrono in tutti gli interventi pubblicati sul Secolo di ieri, insieme alla lista dei nomi di berluscones finiti nel mirino delle inchieste: da Denis Verdini (il coordinatore indicato come principale teorico del ‘partito del leader’ che non piace a Fini) ad Aldo Brancher, da Nicola Cosentino a Claudio Scajola. I colonnelli finiani indicano anche le tappe e gli obiettivi del percorso: incontro ‘indifferibile’ tra i due cofondatori, Fini e Berlusconi; sottoscrizione di ‘un nuovo atto fondativo’ del Pdl a impronta finiana; azzeramento degli attuali vertici; congresso; nomina di un ‘coordinatore unico’. Idea questa bocciata seccamente ieri dal capo­gruppo Pdl Fabrizio Cicchitto: ‘Sarebbe una semplificazione che non esprime l’attuale real­tà del partito’, nella quale l’area ex An è rappresentata non da un finiano ma dal filo­berlusconiano La Russa. Parole d’ordine del ‘nuovo’ partito, per i finiani: ‘Legalità, lotta alla corruzione, unità d’Italia’, per ‘farla finita con la golden share’ di una Lega troppo ‘invasiva e pervasiva’. Nuova classe dirigente ‘moralmente integra e preparata’, ‘codice etico’ interno. La sfida berlusconiana, spiegano i finiani, è davanti a un bivio: o conserva il proprio modello di ‘partito azienda’ carismatico, che ‘non esiste al di fuori del suo leader’, e allora ‘si rischia di andare fuori strada con una macchina senza controllo’ e di ‘non avere nessun futuro’, come sostiene l’editoriale del Secolo , oppure si sceglie la strada ‘politica’. E si ‘rifonda un partito politico degno di questo nome’, cosa che attualmente il Pdl non è.

Le ‘rifondazioni’, insegna la storia dell’ex Pci, preludono a scissioni. Ma non è questo l’intento, assicurano gli autorevoli firmatari sul Secolo : anzi è proprio il fatto di ‘avere a cuore il futuro del nostro soggetto politico’ a muoverli. Casomai, come scrive Italo Bocchino, si tratta di interrogarsi sui ‘prossimi scenari’, e chiedersi come deve essere fatto il Pdl ‘dopo Berlusconi’. Perché il Cavaliere non è eterno, e al momento si trova sotto un pesante assedio mediatico-giudiziario che accerchia i suoi uomini e mette in difficoltà lui e tutto il governo. E, tiene a sottolineare Bocchino, ‘sulla questione morale Berlusconi è molto meno forte, da quando non c’è più sintonia con il presidente della Camera’. Ergo, una pace siglata ora con Fini potrebbe invece rafforzare il premier di fronte all’offensiva di Procure, giornali, valanghe quotidiane di intercettazioni imbarazzanti. Il prezzo dello’scudo’finiano?Accettare le condizioni politiche e di assetti interni messe sul piatto dal presidente della Camera”. (red)

 

 

8. Berlusconi-Fini, elettori Pdl divisi

Roma - Scrive Renato Mannheimer sul CORRIERE DELLA SERA: “Come andrà a finire il dissidio — ogni giorno più grave e intenso— tra Berlusconi e Fini? Il conflitto tra i due cofondatori del Pdl costituisce — in misura crescente col passare del tempo — uno dei fattori principali di debolezza e di incertezza per la coalizione di governo. Il quale, come si sa, sta attraversando in questo periodo, a causa di una molteplicità di vicende (dai vari scandali alle polemiche suscitate dalla manovra economica, ai dissidi interni legati al progetto di legge sulle intercettazioni) uno dei momenti più difficili della sua storia, con ripercussioni negative anche sul consenso proveniente dalla popolazione. Nessuno, in questo momento, può prevedere con certezza l’esito dello scontro in atto tra i due leader. Se, cioè, esso finirà con un accordo di compromesso o se, viceversa, con una rottura vera e propria e la formazione di gruppi politici distinti. Ma, dopo tante dichiarazioni degli esponenti politici, può essere interessante e indicativo conoscere ciò che pensa al riguardo l’elettorato e, in particolare, il segmento di coloro che dichiarano oggi l’intenzione di votare per il Pdl. La popolazione nel suo insieme appare in larga misura divisa sulla questione. La maggioranza relativa degli italiani, quasi il 40%, auspica il concretizzarsi da subito di una divisione tra Berlusconi e Fini, che li porti addirittura in schieramenti diversi, antagonisti l’uno dell’altro. Ma una quota significativa — più del 30%— ambisce allo scenario opposto, vale a dire la pacificazione e la permanenza di entrambi nel Pdl. C’è, infine, chi (poco meno del 20%) ritiene opportuna una separazione, ma con il mantenimento almeno di un’alleanza all’interno della stessa coalizione di centrodestra. Questo quadro d’insieme è tuttavia il frutto di orientamenti nettamente differenziati in relazione allo schieramento politico degli intervistati.

La rottura radicale tra i due leader con, come conseguenza, la partecipazione in coalizioni opposte, è condivisa principalmente dagli elettori dei partiti di opposizione. Soprattutto quelli del Pd (ove questa soluzione è invocata dalla maggioranza assoluta, il 54%), ma anche quelli dell’Idv (l’opinione raggiunge il 55%) e dell’Udc (49%). Insomma, la gran parte dei votanti per il centrosinistra mostra di desiderare non solo una significativa resa dei conti tra Berlusconi e Fini, ma anche, per tanti, una maggiore apertura di quest’ultimo all’opposizione. Tra i votanti per le forze di maggioranza, il quadro è per molti versi opposto. Nel Pdl, che è, ovviamente, la forza politica più interessata alla questione, la gran parte spera in una sorta di riconciliazione, con la continuazione della presenza attiva nel partito di entrambi i leader. Ma non si tratta, per la verità, di una maggioranza particolarmente ampia, essendo pari a poco meno del 55%. Sono numerosi (quasi uno su quattro), infatti, i votanti per il Pdl che preferirebbero una rottura definitiva in due partiti diversi, anche in conflitto tra loro. E sono poco meno (17%) coloro che dichiarano di desiderare comunque la costituzione di forze politiche distinte per i due leader, seppur alleate l’una con l’altra. Tra gli elettori della Lega, la distribuzione delle preferenze è molto simile, con una maggiore accentuazione per quest’ultima soluzione. È vero, dunque, che nella base del centrodestra prevale la voglia di unità, ma è vero anche che questa prospettiva è auspicata da solo poco più di metà di questo segmento di elettorato: tutti gli altri preferiscono, a questo punto, una rapida separazione, più o meno netta. Che è oggi forse la prospettiva più probabile”. (red)

 

 

9. Vendola in campo: Spariglierò il centrosinistra

Roma - Scrive LA STAMPA: “Noi diciamo no ai governi tecnici e a quelli delle larghe intese: le primarie non sono una minaccia per il Pd o per il centrosinistra, e io mi candido per sparigliare questi giochi’. In maniche corte sotto il sole di mezzogiorno, il mare alle spalle e duemila ragazzi da tutta Italia ad ascoltarlo entusiasti, Nichi Vendola ufficializza quello che tutti da tempo avevano capito: ‘Mi candido a ricostruire il cantiere dell’alternativa’. Il presidente della Regione Puglia chiude nella sua Bari la tre giorni di dibattiti e seminari delle Fabbriche di Nichi, ‘l’equivalente di quello che sono stati a destra i Meeting di Comunione e Liberazione di Rimini: il più importante incubatore di nuove culture e nuovi pezzi di classe dirigente’. E lì, tra questi giovani che hanno animato la sua ultima campagna elettorale motiva la sua candidatura, ‘Perché io? Perché sono voi quando non sopportate il centrosinistra, avendo in mente un mondo diverso da questo’, e li esalta ricordando con parole alate che ‘dobbiamo vincere, ma questo verbo deve essere coniugato fuori dal palazzo, lungo le traiettorie delle vie popolari’, perché ‘non è la vittoria di uno, di un partito o di uno schieramento, ma la vittoria di tanti, di un popolo che si alza in piedi e alza la testa’.

Entusiasmo dei giovani arrivati in Puglia e non solo, considerato che la pagina di Facebook del leader di Sinistra Ecologia e Libertà, 167 mila fan, ne ha raggranellati 4.800 solo in questi tre giorni. L’attesa candidatura alle primarie per incoronare l’aspirante premier del centrosinistra è arrivata. Con molto anticipo, se si considera che la scadenza naturale della legislatura è nel 2013. Nei tempi giusti, se invece si scommette sul voto anticipato, escludendo decisamente quello che vanno predicando al contrario autorevoli esponenti del Partito democratico, cioè un governo di larghe intese: ‘Sono d’accordo sul no detto da Tremonti all’ipotesi di governi tecnici, ma per le ragioni contrarie alle sue: abbiamo bisogno di chiudere questa esperienza, di liquidare il berlusconismo e tornare alle urne’, predica infatti Vendola. Dal Pd, per il momento ostentano indifferenza per quest’accelerazione del leader di Sel. ‘Ora concentriamoci sulla crisi di questo governo, non spostiamo l’attenzione sulle primarie: quando ci sarà la coalizione sarà deciso anche il perimetro di coloro che potranno partecipare’, sospira il portavoce di Bersani, Stefano Di Traglia. Stessa tranquillità esibita dal senatore dalemiano Nicola La Torre: ‘Questa sua iniziativa è positiva, ne discuteremo. Certo, quella di sparigliare è un’ambizione positiva ma non sufficiente a vincere le elezioni’, puntualizza.

A norma di statuto, a correre alle primarie per individuare il candidato premier, per il Pd dovrà essere il segretario, Pierluigi Bersani. Ma a dire la verità, perlomeno nell’area dei cattolici democratici, si era acceso un interesse per il governatore pugliese. Molti di loro, nel segreto dell’urna, lo avevano sostenuto alle primarie contro Boccia e D’Alema per la candidatura in Puglia, e qualche timido tentativo di avvicinamento c’è stato: per esempio, la rivista ‘Pane e acqua’, iniziativa editoriale sostenuta dai Pd David Sassoli e Roberto Di Giovan Paolo e dallo stesso Vendola. ‘Ma candidandosi così presto ci ha preso in contropiede: se pensava di ripetere il format pugliese a livello nazionale, trovando una sponda in parte del Pd, così facendo è impossibile - ragiona un democratico - non possiamo schierarci con lui a così tanta distanza dalle primarie’. Tra i giovani emergenti, l’eurodeputata Debora Serracchiani accoglie la notizia con freddezza: ‘Vendola è una risorsa del centrosinistra, ma pensare che la soluzione di tutti i problemi sia candidarsi alle primarie mi sembra semplicistico. È come scendere in campo con le racchette senza le palline’”. (red)

 

10. Vendola, Violante: Un abuso definire Giuliani un eroe

Roma - Il pantheon di Nichi Vendola lo ha ‘molto colpito’ e il giudizio di Luciano Violante è severo. L’ex magistrato, presidente della Camera nella XIII legislatura e ora responsabile del dipartimento Riforme del Pd, spiega – in una intervista al CORRIERE DELLA SERA - perché non si può mettere sullo stesso piano i due magistrati uccisi dalla mafia e il giovane attivista no-global freddato dalle forze dell’ordine nel 2001, durante gli scontri del G8 di Genova. Il presidente della Puglia vuole vincere per ‘le donne e gli eroi dei nostri giorni, come Falcone, Borsellino e Carlo Giuliani’. ‘Non sono d’accordo sulla parificazione. Giuliani fu una vittima, senza alcun dubbio, ma definirlo ‘eroe ragazzino’ lo trovo, francamente, un abuso’. Perché? ‘Perché crea una melassa della memoria. Falcone e Borsellino furono massacrati dalla mafia che combattevano da una vita con efficacia e intransigenza. Con loro morirono gli agenti della scorta ed Emanuela Loi, la prima donna poliziotto uccisa dalla mafia. Carlo Giuliani manifestava contro il G8 e fu ucciso da un carabiniere, che si riteneva, a torto o a ragione, minacciato. Due impegni totalmente diversi. Cosa vuol dire metterli sullo stesso piano, che le forze di polizia sono uguali alla mafia? Vendola è un dirigente bravo, capace e di lungo corso. Questa volta, però, ha commesso un errore che va corretto subito’.

Vendola ha ricordato Giuliani per ‘collocare anche il nostro presente in una sequenza storica’... ‘Fu una tragedia, ma quando si affastellano fatti diversi si fa un torto a tutti’. Qual è la ragione politica? ‘C’è una parte della generazione più giovane che ha vissuto il G8 di Genova, con la caserma di Bolzaneto, l’assalto alla Diaz, la morte di Carlo Giuliani, come la prova suprema dello Stato nemico. In quei giorni sono accadute cose inaccettabili. Ma costruirvi attorno una figura eroica è un inseguimento dei sentimenti senza insegnare a distinguere’. È Vendola l’uomo che può costruire l’alternativa a Berlusconi? ‘Ha grandi capacità e sta guidando bene la Puglia. Ma l’alternativa non può ruotare attorno a un solo uomo, altrimenti riproporremmo a sinistra il partito carismatico che sta franando a destra. Poi molto dipenderà dal maggior partito del centrosinistra’. (red)

 

 

11. Pd, Ostellino: Il partito che non c’è

Roma - Scrive Piero Ostellino nell’editoriale del CORRIERE DELLA SERA: “L’aspetto preoccupante della crisi che sta attraversando il Paese è (soprattutto) culturale. Un esempio ne è ‘la scomparsa del Partito democratico’. Da New York, Bersani consiglia a Berlusconi di ‘riposarsi’. Ma se questo è tutto quello che riesce a dire il capo dell’opposizione tanto varrebbe interpellare il primo che passa per strada. Eppure i ‘casi’ sui quali il Pd potrebbe esercitare una funzione di credibile alternativa di governo, più che di generica opposizione, non mancano. Ne faccio due. Uno è il conflitto dentro la maggioranza sulla manovra economica. Sotto la pressione dell’esigenza di rimettere in sesto i conti pubblici, il ministro dell’Economia ha eluso quella mediazione con gli interessi organizzati che fa tutta la differenza fra politica e ragioneria. Un conto era contemperare le molteplici esigenze dei soggetti sociali e istituzionali coinvolti con quelle di bilancio, un altro è stato ignorarle. Senza assecondare richieste di spesa da parte soprattutto delle Regioni meno virtuose, il Pd avrebbe dovuto individuare, e proporre, una realistica via di mezzo fra sviluppo e rigorismo. Né dovrebbe tacere sulle norme in violazione dei diritti soggettivi contenute nella stessa manovra, come la ‘fattura telematica’ che trasforma gli esercenti in delatori dei loro clienti.

Un secondo caso è il rapporto fra Giustizia, governo, opinione pubblica. L’assenza di ‘nostri modelli giuridici’ — per ricostruire e definire ‘il reticolo criminale da cui si origina uno scambio di favori e privilegi’, la cosiddetta P3 — e la conseguente necessità della magistratura di ‘ricorrere a reati associativi’ (procuratore antimafia, Piero Grasso), si prestano a ben quattro interpretazioni. Prima: per Berlusconi sarebbero (solo) un tentativo della magistratura di ‘incastrarlo’. Seconda: sempre per Berlusconi, consentirebbero alla magistratura una discrezionalità volta (solo) a produrre ‘un ribaltone politico ‘ . Terza: per alcuni studiosi, indurrebbero il legislatore a produrre, via, via, sempre più numerose norme ‘estensive’ (come l’associazione esterna di stampo mafioso). Quarta: nei resoconti dei media, gli ‘ incontri per esercitare pressioni e scambiarsi favori’ parrebbero prefigurare già un reato, col risultato di ingenerare confusione nell’opinione pubblica e di alimentarne l’anti-politica. Che la magistratura ricorra a ‘reati associativi’ — non sapendo che pesci pigliare di fronte alla supposta P3 (che apre comunque scenari preoccupanti sul potere di comitati d’affari e pressione) — è comprensibile, ma discutibile. Il nostro Ordinamento prevede solo in campo civilistico, non penale, l’estensione logico-analogica ad altre fattispecie, quando un comportamento sfugga a una rigida qualificazione giuridica, sulla base dei principi generali dello stesso Ordinamento. Se non lo fa il centrodestra, sarebbe utile che il Pd riconfigurasse su rigorose basi giuridiche la lotta alla corruzione in politica e i rapporti fra società civile e criminalità dove questa detta legge per assenza di Stato”. (red)

 

 12. A Palermo deserta la marcia per Borsellino

Roma - Scrive IL GIORNALE: “La marcia era stata organizzata dall’Italia dei valori e dall’associazione di Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, il magistrato antimafia ammazzato da un’autobomba piazzata da Cosa nostra il 19 luglio 1992. Ma ieri, vigilia dell’anniversario della strage, la manifestazione palermitana delle ‘agende rosse’ è andata quasi deserta. C’era soltanto un centinaio di persone, molte venute da fuori Palermo, con le magliette di Lotta continua e cantando Bella ciao . Diciotto anni fa i siciliani scesero spontaneamente in piazza per protestare; oggi invece disertano in massa. Non cadono nella trappola. E preferiscono non farsi strumentalizzare da chi utilizza la memoria dei magistrati uccisi per avallare i propri teoremi politici contro Berlusconi. Più che oblio, una scelta. I palermitani 18 anni fa scesero in piazza in massa, spontaneamente, per marciare contro la mafia e le sue bombe, che avevano ammazzato prima Giovanni Falcone e poi Paolo Borsellino. Ieri,però, alla vigilia dell’anniversario della strage, hanno preferito restare a casa, o combattere la calura sulle spiagge di Mondello, piuttosto che rispondere ‘presente’ alla chiamata in piazza di Salvatore Borsellino. Ma non è un problema di memoria corta, o almeno non è solo così. Più probabilmente, chi il 19 luglio del 1992 si voltò per quel botto e vide il fumo alzarsi in cielo da via D’Amelio, oggi non ha voglia di accreditare, con la propria presenza, un uso di quella tragedia che ritiene, evidentemente, ideologico e strumentale. E così Palermo ha guardato indifferente lo sparuto corteo del ‘popolo delle agende rosse’, l’associazione fondata dal fratello del magistrato, sfilare da via D’Amelio, luogo dell’attentato, al castello Utveggio, in cima a Monte Pellegrino, dove secondo una delle ricostruzioni investigative avrebbe operato una struttura del Sisde. Risultato scontato: la manifestazione è stata un flop. Cento persone a dir tanto, quasi tutte venute da fuori. Pettorine rosse, magliette di Lotta continua, ‘Bella ciao’ cantata di fronte al castello liberty che avrebbe ospitato la sede riservata dell’intelligence . Poi il rompete le righe, fino all’appuntamento delle ‘agende rosse’ di ieri sera, la proiezione del film ‘Una strage di Stato’ e dibattito a seguire con lo stesso Salvatore Borsellino, Marco Travaglio, Gioacchino Genchi.

Non era una manifestazione spontanea, ma mirata, come appare chiaro anche dal percorso ‘simbolico’ che si è scelto. Non era una manifestazione di tutti, ma solo di una parte. Quella che non solo accredita la tesi di una trattativa tra Stato e ‘cosa nostra’ che avrebbe lasciato sul terreno, tra le vittime, i due magistrati, ma da quel teorema, e dalla stagione delle stragi, fa discendere la nascita di Forza Italia e la carriera politica di Silvio Berlusconi. E chi in quel disegno, in tutto o in parte, non si riconosce, ha semplicemente preferito restare a casa. Una lettura che, ovviamente, non ha convinto i promotori dell’iniziativa. E se la sorella del magistrato, Rita, europarlamentare del Pd, invita a non strumentalizzare il flop per attaccare i palermitani (‘Colpa del caldo, non c’ero nemmeno io, per questo dovrei essere considerata indifferente o mafiosa? ‘), il pm dell’antimafia palermitana Nino Di Matteo evoca invece, immediatamente, un ‘ritorno all’indifferenza del passato’. Insomma, per molti la tentazione di semplificare il flop di ieri interpretandolo come un voltar le spalle di Palermo alla propria memoria è forte, magari buttandoci dentro anche il danneggiamento delle statue dei due magistrati uccisi appena inaugurate nel capoluogo siciliano. E anche Leoluca Orlando, portavoce dell’Idv, rilancia il teorema polemizzando sull’assenza del Guardasigilli alle celebrazioni ufficiali di oggi, che ‘rischia di essere interpretata come l’ennesimo inquietante messaggio’ all’’intreccio perverso tra mafia, politica, affari e massoneria deviata’ che il ministro ‘non sembra abbia particolare interesse affinché sia svelato’. Ma la controprova è a un passo. L’anniversario dell’attentato di via D’Amelio è oggi. E in calendario ci sono molte manifestazioni, tutte organizzate con uno scopo chiaro: ricordare Borsellino, il suo lavoro e il sacrificio suo e della sua scorta. Non accreditare un teorema dalle finalità squisitamente politiche. Una smentita dell’‘indifferenza’ c’è già stata ieri, proprio in risposta al danneggiamento delle statue. Tanti palermitani hanno disertato la ‘marcia’, ma sono corsi in via Libertà, dove le statue erano state rimesse in piedi. Hanno lasciato fiori e biglietti. Non li ha mobilitati nessuno”. (red)

 

 

13. Intercettazioni: alt di Calabrò e incontro Alfano-finiani

Roma - “‘Senza libertà di informazione, non siamo cittadini ma siamo sudditi’: Corrado Calabrò, presidente dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, coglie l’occasione del Premio Tropea dove è ospite nelle vesti di poeta, per lanciare un serio allarme proprio nei giorni in cui governo e maggioranza devono decidere se procedere allo sprint finale alla Camera sul controverso ddl sulle intercettazioni – scrive LA STAMPA -. Un nodo difficile da sciogliere anche per le resistenze dei finiani che oggi avranno un incontro con il ministro Alfano per discutere gli emendamenti introdotti dalla minoranza del Pdl in commissione giustizia. I berlusconiani devono decidere se accogliere gli emendamenti della Bongiorno, che, a detta dei finiani, sono gli unici in grado di far superare l'esame di costituzionalità alla legge. Non è un mistero infatti che la minoranza che fa capo al presidente della Camera non ha alcuna fretta di sbloccare la legge sugli ascolti entro agosto preferendo rinviare tutto a settembre, ma l’agenda dei lavori è sempre più connessa all’esito delle trattative tra gli sherpa del Pdl per provare a formalizzare un’intesa tutta da costruire tra Fini e Berlusconi. E in questo clima incerto, con la manovra che arriva oggi alla Camera e le intercettazioni già fissate in calendario per il 29 luglio, il giudizio del Guardasigilli sulle modifiche proposte dalla Bongiorno e dalle opposizioni assume una particolare rilevanza.

Appellandosi all'articolo 21 della Costituzione, ai principi fondanti dell'Unione Europea e al Trattato di Lisbona, Calabrò punta dunque il dito ‘sull'esigenza di tutelare la dignità e la riservatezza’ come diritto contrapposto a quello di informare e di essere informati, che però non deve mai consentire ‘di oscurare la mente’. E questo perché ‘il pluralismo è un valore prezioso, costituzionalmente garantito, che rappresenta un antidoto per tutelare dalla possibile prevaricazione di certa stampa e dal rischio di appiattimento su un pensiero unico’. Un monito, quello del Garante delle Comunicazioni, seguito da un appello della Fieg a ‘riportare con gli emendamenti il ddl intercettazioni al rispetto del diritto di cronaca’. Il presidente della federazione degli editori, Malinconico, riconosce che ‘gli emendamenti al ddl intercettazioni presentati nelle ultime ore da diversi parlamentari contengono passi in avanti nella composizione tra tutela della privacy e garanzia del diritto di cronaca’. Ammette che ci sono stati dei miglioramenti sulla ‘previsione di strumenti di filtro per eliminare all'origine le intercettazioni che attengono a fatti squisitamente privati’ e sulla limitazione delle sanzioni ‘per la pubblicazione di intercettazioni non più segrete solo al caso di registrazioni delle quali il magistrato ha ordinato la distruzione’.

Ma per il resto la Fieg è convinta che ‘deve valere il rafforzamento degli strumenti, interni al processo, di prevenzione dell'uscita di documenti e non la compressione del diritto di cronaca quando le notizie sono già uscite’. E chiede che vengano ‘semmai aggravate le responsabilità dei titolari degli uffici di Procura, degli investigatori e dei delegati alle intercettazioni, che allo stato attuale sarebbero esenti da sanzioni o verrebbero puniti con sanzioni inferiori a quelle inflitte ai giornalisti’. Dunque, per evitare questa circostanza ‘paradossale’, la Fieg auspica ‘il maggior consenso possibile delle forze politiche’. Anche la Fnsi, il sindacato dei giornalisti, è intervenuta ieri sul tema intercettazione: ‘Le notizie non possono essere mai nascoste, tanto meno negate per legge - ha commentato il segretario Franco Siddi -. Il nuovo autorevole intervento del presidente dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, Corrado Calabrò, sottolinea come l’informazione sia un bene pubblico essenziale attraverso il quale ogni persona ha la possibilità di essere cittadino a pieno titolo di diritti, di espressione e partecipazione e non suddito. Questo bene va perciò tutelato e garantito e il ddl intercettazioni, così come approda all’esame della commissione Giustizia della Camera, richiede radicali cambiamenti’”. (red)

 

 

14. Finmeccanica, rogatoria per la pista elvetica

Roma - “Stretta della Procura di Roma su Finmeccanica. Nel mirino dei magistrati romani – scrive LA REPUBBLICA - il ‘tesoro’ di Lorenzo Cola, consulente di Finmeccanica e uomo di fiducia del presidente arrestato l’8 luglio scorso dai carabinieri del Ros con l’accusa di riciclaggio internazionale aggravato. Proprio per questo oggi gli inquirenti andranno in Svizzera per cercare di fare luce sui conti trovati. E per vedere se, alla luce delle altre rogatorie, ne sono emersi altri. La speranza del procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e dei sostituti che lo affiancano nell’inchiesta sulla seconda azienda italiana, Giovanni Bombardieri, Francesca Passaniti e Rodolfo Sabelli, è che attraverso i movimenti di denaro sui conti di Cola si possano trovare i soldi dell’affare Digint, quello che mise in affari il colosso italiano degli armamenti e la banda di Gennaro Mokbel, finito in carcere a febbraio per una frode da due miliardi di euro. Circa sette milioni e mezzo di euro che potrebbero essere parte dei 10 fino ad ora trovati. Ma non è detto. Il sospetto dei pm è che i soldi siano molti di più. Così come gli affari messi in piedi da Cola per conto di Finmeccanica. Proprio per questo la procura di Roma ha deciso di allargare il campo.

Su versamenti poco chiari, come ha scritto anche il gip Maria Bonaventura nel provvedimento di convalida dell’arresto (l’udienza al tribunale del Riesame è fissata per mercoledì), e su somme per cui l’unica cosa chiara sembra essere la provenienza illecita. Oltre, ovviamente, alla loro entità: si tratta di milioni e milioni di euro. In questi mesi più volte si è affacciato il sospetto che l’operazione Digint fosse un format che gli uomini di fiducia del presidente, in particolare Cola, una specie di appendice di Guarguaglini (o un ‘braccio destro’ come lo hanno descritto molti collaboratori di Finmeccanica sentiti a piazzale Clodio la scorsa settimana), hanno messo in piedi più volte. Un sistema collaudato e sicuro, perché fatto con società piccole che non danno nell’occhio, organizzato per creare fondi neri e spartirsi poi le ‘stecche’. Ma oggi, al netto dei milioni di euro trovati all’estero e riconducibili all’ex consulente Ernst & Young fermato dai Ros mentre preparava la fuga per l’America, quel sospetto si è rafforzato. Tanto da diventare quasi una prova. Che però ha bisogno di un riscontro. Che i magistrati sperano di trovare nelle banche elvetiche”. (red)

 

 

15. Manovra: il governo apre, il fronte Regioni si spacca

Roma - Scrive LA STAMPA: “Si torna al tavolo. Almeno così lascia pensare il ministro degli Affari Regionali Raffaele Fitto che sul fronte della manovra finanziaria approvata la scorsa settimana a Palazzo Madama annuncia un nuovo ‘patto con le Regioni’ affinché si ‘individuino le modalità dei tagli e i contenuti, ovviamente rimanendo all’interno dei saldi fissati dalla manovra’. Questo, dunque, l’obiettivo del governo, perché argomenta l’ex governatore pugliese del Pdl ‘il testo è già stato migliorato in diversi suoi aspetti al Senato e non è più in discussione’. Quindi, stabiliti i saldi, ‘l’obiettivo - precisa il ministro - è definire un percorso che nei prossimi mesi possa stabilire le modalità dei tagli’. Che sia il federalismo fiscale? Chissà, di certo ‘è senz’altro uno dei punti, così come è accaduto con i Comuni. Si tratta - aggiunge Fitto - di un tema che hanno individuato loro e io penso - conclude il ministro - che sia giusto’. All’apertura del ministro degli Affari regionali rispondono un po’ tutti i governatori del centrodestra. Tra questi quello della Lombardia, Roberto Formigoni secondo il quale, ‘le Regioni hanno sempre chiesto il dialogo con il Governo’. Bene dunque che ora si torni a discutere. ‘Le nostre richieste - ha sottolineato il presidente della Lombardia - sono note: realizzazione del federalismo fiscale secondo le norme previste dalla legge 42 e ridiscussione dei tagli previsti nella manovra, che devono essere disegnati in modo diverso’.

Secondo Formigoni, infatti, ‘l’apertura rapida di questo tavolo regioni-governo e il contestuale avvio della commissione sugli sprechi della pubblica amministrazione concordato con il presidente del Consiglio, possono segnare l’avvio di una nuova e positiva fase istituzionale’. Una nuova fase istituzionale, quella improntata al dialogo, che anche la presidente della Regione Lazio, Renata Polverini aveva da tempo auspicato, tanto di aver sottoscritto un documento con altri cinque governatori proprio per riaprire il tavolo del dialogo dopo lo stop della Conferenza delle Regioni. ‘È importante, infatti, capire insieme - dice la Polverini - dove e come tagliare’, ma soprattutto spiega Stefano Caldoro, governatore della Campania, ‘occorre un accordo strategico con il governo sul Mezzogiorno, perché è evidente che tutte le misure di razionalizzazione della spesa e di riequilibrio dei conti finiscono per incidere sulle aree territoriali più deboli’. Taglia corto, invece, il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, ‘è noto ciò che penso sulla manovra e sui tagli alle regioni’, mentre il presidente della Conferenza Regioni, Vasco Errani spiega: ‘Abbiamo sempre chiesto un confronto vero con il governo, non fatto di parole ma di atti concreti. Questo si deve tradurre partendo da un dato, che i tagli così come fatti sono insostenibili e che le deleghe alle Regioni devono essere finanziate. Siamo pronti - aggiunge Errani - a trovare delle soluzioni ma l’obiettivo deve essere quello di cambiare i saldi’. Quindi, il nodo federalismo. ‘Noi da sempre - conclude Errani - chiediamo l’applicazione della legge 42 sul federalismo fiscale’, ma ammonisce, ‘senza improvvisazioni’”. (red)

 

 

16. Bankitalia: Meno prestiti alle aziende del Nord

Roma - Scrive IL GIORNALE: “Crescono i prestiti bancari alle famiglie, calano quelli destinati alle imprese. La fotografia statistica della Banca d’Italia sull’andamento del credito nelle Regioni italiane illustra una situazione economica ancora incerta. Il calo del 3,3% dei prestiti alle imprese nello scorso mese di marzo rispetto a un anno prima significa, evidentemente, che gli investimenti non si sono ripresi. La crescita dei prestiti alle famiglie consumatrici, aumentati in media del 4,2% in dodici mesi, riguarda soprattutto le Regioni del Sud, in particolare Calabria, Molise e Puglia; mentre i tassi di espansione più bassi si registrano in Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto. Nella sua pubblicazione, Bankitalia si limita alle cifre, senza interpretazioni. Ma non sembra del tutto cervellotico ipotizzare che l’aumento dei prestiti bancari alle famiglie meridionali sia frutto di una situazione di maggiore bisogno. Quanto alle imprese, invece, le statistiche della banca centrale confermano che a soffrire più della crisi sono state le imprese del Nord, piuttosto che quelle del Sud. Nei dodici mesi fra il marzo 2009 e lo stesso mese del 2010, i prestiti alle aziende meridionali sono lievemente aumentati (+0,9%) contro i cali cospicui registrati in Piemonte (-3,7%), Lombardia (-5,4%), Veneto (-4,1%), Friuli Venezia Giulia (-4,5%), Emilia Romagna (-4%). Al Centro, i prestiti alle imprese laziali sono diminuiti in un anno del 6,6%.

Un’occhiata alla qualità del credito ci dice che, come ampiamente prevedibile, il flusso di sofferenze in rapporto ai prestiti è aumentato, sia pur leggermente. Questo vale sia per le famiglie che, in maniera più accentuata, per le imprese. In questa prospettiva, i numeri si ribaltano: l’aumento del ‘tasso di decadimento’ (il flusso di nuove sofferenze rispetto ai prestiti) nel Sud è risultato superiore a quello del Centro-Nord. L’indicatore più elevato si registra nel Molise, ‘dove la qualità del credito - osserva Bankitalia - continua a risentire della crisi del settore della moda’. Si allarga la forchetta fra i tassi d’interesse praticati a famiglie e imprese nel Centro-Nord e nel Mezzogiorno. Imprese e famiglie meridionali devono pagare, in media, un 1,4% in più. I tassi d’interesse più elevati si sono registrati in Calabria e in Campania al Sud (sono le due uniche Regioni a superare quota 6%), e in Liguria e Valle d’Aosta al Nord. Al contrario, restano molto bassi i tassi passivi corrisposti sui conti correnti liberi: si va da un minimo dello 0,18% in Calabria a un massimo dello 0,59% nella provincia autonoma di Trento. In Lombardia il tasso medio riconosciuto sui conti è dello 0,32% contro lo 0,35% della Sardegna. L’altra faccia della medaglia è rappresentata dalla crescita dei depositi bancari, sia delle imprese che delle famiglie consumatrici: complessivamente Bankitalia registra nel marzo scorso un +3,6% rispetto allo stesso mese del 2009. C’è un rallentamento rispetto al +4,3% registrato nel dicembre 2009, ma si tratta pur sempre di un dato indicativo. Evidentemente, le ‘formichine’ italiane, siano famiglie o imprese. preferiscono mettere fieno da parte non sapendo con precisione quando la crisi finirà”. (red)

 

 

17. Guerra dei gasdotti, Eni media sul Nabucco

Roma - “Il numero uno dell’Eni, Paolo Scaroni, dovrebbe volare oggi verso Baku (Azerbaigian) in una missione che avrà per oggetto i due gasdotti rivali South Stream e Nabucco. Si tratta di due enormi arterie dell’energia – scrive LA STAMPA - che, secondo i progetti, partiranno fra qualche anno dal Caucaso per arrivare in Europa attraverso i Balcani con 93 miliardi di metri cubi di metano aggiuntivo (per dare un’idea, il consumo italiano è di circa 80 miliardi). Il problema tecnico è che alla fonte non c’è abbastanza metano per alimentare tutte e due le condotte; e il problema politico è che South Stream piace alla Russia ed è avversato dagli Stati Uniti, mentre per il Nabucco è il contrario. Obiettivo dei vertici dell’Eni è gestire questa intricata vicenda mantenendo buoni rapporti con tutti e facendo l’interesse economico dell’azienda (e dell’Italia, visto che in gioco ci sono forniture energetiche vitali). Poco tempo fa Scaroni ha proposto di unire i due gasdotti nella tratta balcanica per tagliare i costi. Per capire la questione bisogna gettare un occhio alla carta geografica. Il South Stream (da 63 miliardi di metri cubi l’anno) dovrebbe partire dalla costa caucasica del Mar Nero, poi attraversare da Est a Ovest tutto questo mare, e toccare di nuovo terra in Bulgaria.

Lo scopo è quello generico di aumentare la capacità di trasporto del metano verso l’Europa ma anche, più nello specifico, di aggirare l’Ucraina, il cui territorio ospita l’attuale gasdotto dalla Russia all’Italia; Mosca e Kiev litigano spesso sul flusso del gas e sul suo prezzo, e regolarmente ci andiamo di mezzo noi in Occidente, con interruzioni delle forniture (di solito succede in piano inverno). Il Nabucco da 30 miliardi di metri cubi annui invece partirà (se si farà) dall’Azerbaigian, passerà dalla Turchia e poi attraverserà i Balcani. Questo gasdotto punta non solo ad aggirare l’Ucraina ma anche a tagliar fuori la stessa Russia, andando a prendere il metano direttamente in Asia centrale. Il Nabucco è sostenuto dall’Ue e dagli Usa anche per ragioni politiche; mira a ridurre la dipendenza energetica europea dalla Russia. Principale fornitore dovrebbe essere l’Azerbaigian, la cui produzione però sarà, quest’anno, di soli 31 miliardi di metri cubi all’anno, difficilmente aumentabili in futuro; in pratica per alimentare il Nabucco da 30 miliardi dovrebbe essergli destinata tutta la produzione azera, ma questo è impossibile, perché va già ad altre forniture. Per complicare le cose, l’Azerbaigian non ci sta a esporsi come nemico dei russi e tenendo il piede in due staffe ha addirittura concesso a Mosca un diritto di prelazione sul metano azero.

Dove prenderà allora il gas il Nabucco? Forse nel vicino Turkmenistan (che però è sotto influenza russa, e allora tanto vale), ma molti esperti pensano che non ci siano in loco altri fornitori credibili se non l’Iraq (tuttavia ancora instabile) o addirittura l’Iran, e allora si cadrebbe dalla padella alla brace e la speranza americana di allentare la dipendenza europea dalla Russia creerebbe il mostro di una dipendenza dall’Iran. Si faranno, questi gasdotti? Sergio Romano, ex diplomatico e saggista, dice che ‘il Nabucco mi pare che soffra molto, è un progetto zoppicante. Invece il South Stream dell’Eni sta procedendo bene’. Questo Nabucco con poco gas all’origine non è una forzatura che la politica (americana) vorrebbe imporre all’economia? ‘Sì, ma gli americani non buttano via la carta del Nabucco, la tengono lì per giocarla contro la Russia’. Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, sottolinea che ‘per adesso il Nabucco sul piano societario ha dietro una cordata debole con la tedesca Rwe e aziende di Ungheria, Romania, Bulgaria e Turchia senza grande tradizione nel gas e senza integrazione nella parte ‘a monte’. Niente rispetto a quel che possono vantare Eni e Gazprom’”. (red)

 

 

18. Londra contro Parigi: Non vieteremo il velo islamico

Roma - Riporta il CORRIERE DELLA SERA: “Vietare il burqa o il niqab in Gran Bretagna è impensabile. Lo ha detto ieri a chiare lettere il sottosegretario per l’Immigrazione Damian Green: ‘Sarebbe una decisione poco britannica. Contraria alle convenzioni di una società tollerante e basata sul rispetto reciproco’. Londra, insomma, non ha alcuna intenzione di seguire l'esempio di Parigi che nei giorni scorsi ha approvato a grande maggioranza una legge che proibisce alle donne di andare in giro con il volto coperto. ‘La cultura francese è molto diversa dalla nostra — ha spiegato Green —. Loro sono uno Stato secolare aggressivo. Vietano il burqa, i crocifissi nelle scuole e cose del genere. Io penso che non si possa dire ai cittadini cosa possono o non possono indossare quando camminano per la strada’. Questione chiusa? Non proprio. Cresce nel Paese il numero delle persone contrarie all’uso del velo integrale. Un sondaggio, condotto la settimana scorsa da YouGov, rivela che il 67% degli elettori vorrebbe la messa al bando del burqa esattamente come in Francia o in Belgio. A guidare la protesta è il tory Philip Hollobone che il 3 dicembre prossimo presenterà in Parlamento un suo disegno di legge nonostante la contrarietà del governo. Il deputato ha anche dichiarato che non permetterà più alle donne velate di partecipare agli incontri nella sua circoscrizione, a Kettering.

Totalmente d’accordo i rappresentanti della formazione di destra Ukip che da tempo invocano una legge in merito. La mobilitazione ha allarmato la comunità islamica (più di due milioni e mezzo di persone). Ieri il nuovo capo del Consiglio musulmano britannico Farooq Murad si è sentito in dovere di lodare la Gran Bretagna per la libertà che concede ai suoi cittadini: ‘Qui siamo i benvenuti come in nessun altro Paese europeo — ha detto — guardiamo orgogliosi i tribunali islamici, la crescita delle moschee e il fatto che sono sempre più numerose le persone che mangiano carne halal’. Qualsiasi tentativo di limitare questa libertà, ha però sottolineato Murad, ‘per esempio vietando il velo o la costruzione dei minareti’ metterebbe a rischio la coesione sociale. Nel 2006 era stato l’ex ministro Jack Straw a definire il velo integrale ‘una vistosa dichiarazione di separazione e differenza nelle nostre comunità’. E anche Tony Blair lo aveva bollato come ‘un simbolo di separazione’. Oggi però Straw non condivide più quella battaglia: ‘Incontro spesso cittadine con il burqa — ha spiegato —, non ho bisogno di chiedere loro di farmi vedere il viso, alcune lo fanno spontaneamente, altre no. Non mi sembra un problema’. Nei grandi magazzini, intanto, le donne musulmane si godono la libertà andando a caccia di vestiti. E i commercianti fanno di tutto per accontentarle. In questi giorni da Harrod’s si può ammirare un versione extra lusso dell’ abaya, il tradizionale lungo camice nero che, per l’occasione, è stato arricchito di ricami, cristalli e inserti metallici dalla giovane stilista Hind Beljafla. I più belli costano anche 5 mila euro”. (red)

 

 

19. Altra crepa in casa Merkel, via il governatore di Amburgo

Roma - “Una nuova tegola si abbatte su Angela Merkel – scrive LA STAMPA -. Per la sesta volta in dieci mesi, un governatore della sua Cdu abbandona il proprio incarico, lasciando la cancelliera con un problema in più. Dopo Turingia, Baden-Württemberg, Assia, NordReno-Vestfalia e Bassa Sassonia, ieri è stata la volta di Amburgo: il sindaco della più importante città portuale tedesca, il popolarissimo barone Ole von Beust, ha annunciato le sue dimissioni a partire dal 25 agosto. La mossa era ampiamente attesa: da settimane si rincorrono voci secondo cui von Beust sarebbe stanco del suo incarico e desidererebbe ritirarsi a vita privata. Non a caso il suo annuncio è arrivato prima delle 18, prima, cioè, che venissero chiuse le urne per un controverso referendum su una riforma della scuola che ha spaccato Amburgo: la mia scelta, ha spiegato von Beust, non ha nulla a che fare con l’esito del voto. ‘La frase della Bibbia ‘Ogni cosa ha la sua ora’ vale anche per i politici’, ha chiarito, leggendo con voce malferma una breve dichiarazione. Per quanto annunciata, la sua uscita di scena rappresenta un segnale preoccupante per Angela Merkel. Anzitutto per il momento: il governo federale dà l’impressione di essere paralizzato dalle rivalità interne, con il risultato che i sondaggi iniziano a captare un calo di popolarità della stessa cancelliera. E ad Amburgo la Cdu, che nelle elezioni del 2008 aveva ottenuto il 42%, adesso è al 36%.

Poi perché le dimissioni finiscono per consolidare una sorta di ‘emorragia’ ai piani alti della Cdu: lo scorso autunno il governatore della Turingia, Dieter Althaus, aveva perso le elezioni regionali e si era dimesso; poco dopo Günther Oettinger aveva lasciato la guida del Baden-Württemberg per entrare nella Commissione europea; nelle scorse settimane, il governatore del NordReno-Vestfalia, Jürgen Rüttgers, è stato sconfitto alle regionali, quello dell’Assia Roland Koch ha annunciato il suo addio alla politica e quello della Bassa Sassonia, Christian Wulff, è stato eletto presidente federale. Una nuova generazione stenta a farsi avanti, se si eccettua il neogovernatore della Bassa Sassonia, il trentanovenne David McAllister. Con il cinquantacinquenne von Beust, però, Frau Merkel perde non solo uno dei suoi alleati più stretti, bensì anche uno degli esponenti più moderni e cosmopoliti della Cdu. Omosessuale dichiarato (a fare outing per lui fu, nel 2003, il padre Achim in un’intervista), oratore apprezzato anche al di là del suo partito, von Beust è riuscito a riconquistare Amburgo nel 2001, dopo 44 anni di dominio socialdemocratico. Nel 2008 è stato il primo governatore della Cdu a dar vita a una coalizione regionale con i Verdi, regalando così al partito di Merkel un’ulteriore opzione di governo. Tale alleanza rischia ora di saltare, visto che il successore designato di von Beust, Christoph Ahlhaus, è considerato meno vicino ai Verdi. Un ulteriore segnale negativo per Frau Merkel: per quanto legata ai liberali, infatti, sembra che la cancelliera guardi con interesse, per la prossima legislatura, a una possibile alleanza con i Verdi”. (red)

 

20. Usa, scoop annunciato fa tremare l’intelligence

Roma - "Il mondo dell’intelligence è in allarme – scrive il CORRIERE DELLA SERA - per quello che potrebbe venir fuori. Dozzine di società americane che vendono sicurezza temono di veder scoperti i loro affari e, soprattutto, i contratti lucrosi firmati in questi anni. I media scrivono di ‘terremoto ‘ e ‘ tempesta perfetta ‘ . Un’onda capace di ribaltare scrivanie e posizioni vantaggiose. Qualcuno parla persino di ‘panico’ in certi uffici del Dipartimento di Stato. All’origine del ‘sisma’ una serie di articoli che saranno pubblicati, a partire da oggi, sul Washington Post. A scriverli una mastina del giornalismo, Dana Priest, due volte premio Pulitzer. Nel 2006 per aver svelato l’esistenza dei ‘siti neri’, le prigioni segrete create dalla Cia e nel 2008 per aver documentato le terribili condizioni al centro medico ‘Walter Reid’, ospedale dove sono curati i reduci di guerra. La reporter, questa volta, ha indagato sulla realtà cresciuta in modo esponenziale negli ultimi dieci anni: contratti e contractor che hanno legato intelligence, militari e privati. Un rapporto segnato da sprechi, accordi miliardari, procedure non sempre chiare. Oltre agli articoli, il Washington Post metterà a disposizione dei lettori un database consultabile via Internet che darà conto di ogni singolo contratto.

L’annuncio dell’imminente pubblicazione ha provocato polemiche e preoccupazioni. L’ufficio del Direttore dell’ Intelligence ha ricordato ai dipendenti la regola di rispettare il riserbo e il codice di condotta da mantenere con la stampa. Fonti del Dipartimento di stato hanno sostenuto che l’inchiesta può compromettere la sicurezza rivelando l’identità di luoghi top secret e di agenti segreti. Dal giornale ribattono che l’intero materiale è stato raccolto da fonti aperte, dunque nessuna violazione. Con le due guerre in corso – Iraq e Afghanistan – e la lotta globale al terrorismo, sia il Pentagono che la Cia hanno fatto ricorso a decine di migliaia di contractor impiegati su molti fronti. Persone usate come guardie del corpo oppure agenti incaricati di delicate missioni. Compresa la caccia ai terroristi di Al Qaeda in aree sensibili. Molti 007 hanno lasciato l’agenzia per passare al settore privato e con ques t e società hanno poi siglato contratti con l’ex casa madre. Nulla di illegale — in apparenza — ma tutto molto costoso per il contribuente. E con il rischio per l’amministrazione Usa di non poter controllare, in modo efficace, l’intero meccanismo”. (red)

 

 

21. Due attentati kamikaze in Iraq: 48 morti

Roma - Scrive LA STAMPA: “Doppio attentato suicida ieri mattina in Iraq, contro gli uomini della milizia sunnita filogovernativa. Il bilancio è di 48 morti e 46 feriti. L’attacco più sanguinoso è avvenuto alla periferia di Baghdad: un kamikaze si è fatto esplodere davanti a una base militare nel distretto sunnita di Radwaniya, dove gli uomini della milizia Sahwa erano in fila per la paga. Nell’esplosione sono morte 43 persone. Quasi tutti erano miliziani Sahwa, combattenti sunniti passati ad aiutare le forze statunitensi e irachene nella guerra contro il terrorismo. Un leader locale non ha escluso che l’attentatore possa provenire dall’interno dello stesso movimento degli Sahwa, lacerato da divisioni tra clan. La stessa milizia è stata oggetto, due ore dopo, dell’attacco suicida di Qaim Qaim, vicino alla frontiera con la Siria: un kamikaze si è fatto esplodere davanti alla sede del movimento, con un bilancio di tre morti”. (red)

 

 

22. Tv, addio a Mino Damato

Roma - Scrive LA REPUBBLICA: “È morto venerdì scorso, Mino Damato. I famigliari lo hanno comunicato due giorni dopo con parole di enorme rimpianto e non solo: un giornalista che amava le sfide, sì, ma lasciato solo ‘in questi tempi aridi’. E ancora: ‘Criticato perché non viveva di conformismo e di banalità: ha indicato una strada, non tutti hanno voluto seguirla’. Parole forti, per un’indole che così ha sintetizzato ieri Pippo Baudo: ‘Non gli ricordo un momento di vera felicità negli occhi’, per descriverne una sorta di rovello interiore permanente. Aveva 73 anni e in parecchi pensavano ne avesse di meno. Era nato a Napoli e il suo vero nome era Erasmo, a metà anni Sessanta aveva lavorato da giornalista nella redazione de ‘Il Tempo’, diretto allora da Gianni Letta. Un dissidio forte con l’illustre direttore lo aveva portato ad abbandonare il campo e ad approdare alla tv. Era stato al Tg1 diventando inviato di guerra, poi la questione delle sfide da perseguire e una curiosità senza tregua per scienza, altri mondi, divulgazione e così via lo portano negli anni a partecipare o lanciare numerose trasmissioni a tema. La popolarità arriva nel 1983 con la conduzione quotidiana insieme a Enrica Bonaccorti di ‘Italia Sera’, rotocalco di tutto un po’, che portava al tg principale. Damato si conquista così nel 1985 la conduzione di ‘Domenica In’ (insieme a Elisabetta Gardini e con il trio Lopez-Marchesini-Solenghi).

L’edizione passa alla storia televisiva soprattutto per la performance di Damato medesimo, quando in una puntata decide di affrontare in diretta la prova della passeggiata sui carboni ardenti. Forse da subito la sua conduzione in uno dei principali programmi Rai era stata giudicata troppo seriosa, forse andava solo di conseguenza con le proprie attitudini, fatto sta che quello che poteva essere una sorta di scherzo (ma che lui non affrontava così) gli rimane appiccicato indelebile a vita, con contorno di parodie alla Grillo (che rifece la camminata, ma sulla pizza calda) o il soprannome ‘Mino Damianto’. Sul finire degli anni 80 conduce tre fortunate edizioni di ‘Alla ricerca dell’arca’, anche qui divulgazione, scienza, futuro e passato possibili: ma con i tempi che vanno cambiando inesorabilmente, Damato si ritrova fuori dal mainstream televisivo. Accentua così la sua vena di divulgatore in proprio, diventa un ospite fisso da Costanzo per parlare di scienza, esplorazione ma soprattutto solidarietà. Si dedica a una vita di attivismo forte su temi forti, come la diffusione dell’Aids, arriva ad adottare una bambina rumena di 5 anni, Andreia, sieropositiva, che muore nel 1996: da qui la fondazione di una Onlus, ‘Bambini in emergenza’. Le apparizioni in tv ormai del tutto diradate, alcuni tentativi di entrare in politica non coronati da successo (tra An e Forza Italia, ma ieri la solidarietà e l’affetto dei politici sono stati del tutto trasversali, compresi Pd e Idv), a rinsaldare quell’amarezza di fondo che è stata il suo tratto distintivo accomunato a una generosità di impegno, convinzioni e speranza che non lo hanno mai abbandonato”. (red)

Ma l'Iraq non era pacificato?

Mastella alla riscossa (e il Pdl gli apre le porte, naturalmente)