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Intervista: a 21 anni (quasi) senza speranza

C’è chi non ha nulla o quasi da perdere, tranne le proprie catene. Ci sono ragazzi, appena ventenni, a cui la vita ha già insegnato che non si lavora più per vivere, ma per sopravvivere. Uno di questi è un muratore veneto di 21 anni, capelli lunghi e sguardo un po’ assonnato, ma con le idee tristemente chiare su se stesso e su come gira il mondo. Si fa intervistare in forma rigorosamente anonima per il comprensibile timore di ritorsioni sul posto di lavoro. Non che ci dica cose mostruosamente scandalose: ormai lo sfruttamento della manodopera è diventata una prassi accettata, anche se poco conosciuta per colpa dei grandi media che fanno finta che non esista. In ogni caso, per sua richiesta, non faremo nomi a cominciare dal suo, e perciò lo chiameremo Stiv. 

Stiv è di Vicenza. È nato qui e parla correntemente il dialetto. Ha la terza media. Ha tentato di diplomarsi ma non ci è riuscito. I primi due anni di superiori ha tentato di farli in un istituto tecnico d’indirizzo artistico. Ha tentato perché l’hanno bocciato e ha dovuto rifare il primo anno. Così è passato al liceo, sempre artistico. Doveva essere più facile, così gli avevano detto. E infatti lo era. Nonostante questo, in tre anni al Martini è stato “segato” due volte. Poi ha abbandonato. Non per scelta, sebbene avesse incontrato parecchie difficoltà, ma per necessità, dovuta ai problemi familiari legati al padre che nel frattempo aveva abbandonato lui e sua madre. «Ho dovuto mollare», e se non fosse stato per l’impiego da telefonista della madre, e per la fortuna di abitare in un appartamento di proprietà, sarebbe stata davvero dura. «Sarebbe stata la fine»

Così ha inizio il disperante calvario alla ricerca di un’occupazione decente. Siamo nel 2007, e lui ha 18 anni. La prima tappa del girone infernale è come muratore: 8 mesi, in regola, ma poi è arrivata la crisi e con essa il licenziamento. «Allora, convinto che fosse un posto migliore perché la sede era vicino a casa mia, ho provato in una cooperativa dove scaricavo mobili. Ma anche qui, dopo tre settimane mi hanno mandato a casa perché non c’era lavoro». Per di più, non essendo stato dipendente per almeno un anno, non ha avuto diritto neppure all’indennità di disoccupazione. Il 2008 e il 2009 sono stati due anni di vera e propria magra: «Sono stato fermo a parte dei periodi di prova in due posti: due settimane come magazziniere in una tipografia, dove mi hanno dato 300 euro, una miseria; e poi 4 mesi come imbianchino. In tutti e due i casi mi dicevano che non avevano tempo di insegnarmi, che cercavano persone già esperte». Come farà uno a imparare un mestiere se non gli si dà la possibilità di provare, è un mistero.

Dopo mesi e mesi di inattività, ecco il lavoro di adesso. 400 euro al mese, un pugno di riso, con un contratto, tra l’altro di prova quindi senza obbligo di rinnovo, che non è quello che rispecchia effettivamente ciò che fa, cioè il muratore. In pratica, un espediente legale per pagarlo meno. «E’ la logica del ricatto, del non avere alternativa: o così o niente». La sua è una media azienda di costruzioni, e il suo “capo”, il titolare, sembra un padrone di ottocentesca memoria: tratta come bestie i dipendenti, li insulta. Il sindacato non esiste. «Impossibile», spiega lui crudamente, «bisognerebbe essere in tanti per rivolgersi al sindacato, ma appena uno ne parla gli altri dicono “lascia stare, se no restiamo a casa”. C’è paura, è tutto basato sulla paura».

Certo che se poi uno sente parlare di flessibilità, del bisogno di “puntare sui giovani” e delle altre formule vuote a cui siamo abituati, il confronto coi sentimenti di un ragazzo in una situazione simile svela tutta l’ipocrisia che ci sommerge. «Non avere un impiego ti fa sentire inutile. I soldi non danno la felicità, ma ti danno modo di fare le cose che ti rendono felice. È frustrante dove aver dovuto chiedere i soldi ai genitori, in questo caso a mia mamma». Con una qualifica scolastica, però, forse la storia sarebbe stata diversa, forse migliore. «Sì ma io ho dovuto mollare la scuola, non ho potuto decidere se continuare o no. E poi ho dovuto girare per colloqui, dove ti dicono che ti richiamano e poi, sempre che lo facciano, ti rispondono che vogliono un diplomato. Quante delusioni...». Ma tu, se potessi scegliere, cosa vorresti fare “da grande”? «La rockstar», ribatte all’istante ridendo. «A parte gli scherzi, qualcosa che ha a che fare con la musica, che è ciò che amo. Organizzare i concerti, o anche lavorare in un negozio di strumenti. Non voglio svegliarmi a 30 anni ed essere ancora un muraro». Sei arrabbiato? «Sono incazzato nero. È per questo che suono. Non ce l’ho con nessuno, sono incazzato e basta. Se proprio devo avercela con qualcuno, ce l’ho con chi comanda questo paese, quelli che dei soldi non sanno che farsene. E la mia rabbia, lo dico senza problemi, la scarica con la musica, con l’alcol e anche con la droga. La prima della lista è la musica, perché mi fa stare bene. però sento il bisogno di staccare del tutto il cervello. È brutto da dire a 21 anni, lo so». Già, è brutto. «Uno potrebbe dirmi: “perché non vai a fare volontariato”? Perché non me ne frega un cazzo. Perché ne avrei bisogno io. Ma mai nessuno penserà prima a me, a te, invece che a se stesso». I volontari fanno proprio questo, e non sono pochi. «Ma io non voglio essere falso. È molto pericoloso essere falsi, perché ti reprimi, e prima o poi scoppi». Stiv dice la sua verità: «Aria nei polmoni ne ho, amici pochi ma buoni li ho, ho la musica. La felicità non l’aspetto, e comunque non arriva neanche con uno stipendio da 3 mila euro». Come arriva, allora? «E chi lo sa. Un barbone può essere più sereno di chi si pulisce il culo con la seta. Secondo me si nasce per essere felici o infelici, dipende da come sei, dal carattere. Per uno come me, il massimo può essere la serenità, non la felicità». Nella Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America, nazione modello per tutti noi schiavi occidentali dello stipendio e del mutuo, c’è scritto che ciascun individuo ha il “diritto” alla felicità. Ma pensare che l’uomo abbia un tale diritto significa già di per sé renderlo infelice. Il motivo lo dice con molta semplicità Stiv: «Esistono solo pochi e brevi momenti, che durano un attimo, che possiamo chiamare felicità. Ecco perché chiedo solo un po’ di serenità». E questa, secondo noi, è pura saggezza. 

 

Alessio Mannino

Legge Intercettazioni: altro che cambiamenti

Secondo i quotidiani del 21/07/2010