Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 21/07/2010

1. Le prime pagine

Roma -

CORRIERE DELLA SERA - In apertura: “Accordo sulle intercettazioni”. Editoriale di Angelo Panebianco: “Un Consiglio (poco) superiore”. Di spalla: “‘Mafia, verità vicina. La politica reggerà?”. Fotocolor centrale: “Barbara Berlusconi e la laurea in filosofia. ‘Non lavorerò nelle aziende di famiglia. Forse andrò a studiare all’estero”. Al centro: “Via libera dell’Europa a Sky sul digitale terrestre. Mediaset: faremo ricorso”. Il commento di Aldo Grasso: “Il gioco a tre del pluralismo”. In taglio basso: “Milano, quartiere sequestrato per inquinamento”. LA REPUBBLICA – In apertura: “Dietro-front sulla legge bavaglio”. Editoriale di Massimo Giannini: “Vince la libertà, non la legalità”. Al centro con fotocolor: “‘Mafia, siamo vicini a verità clamorose’”. In basso: “L’e-book supera il libro, ora in rete è il best seller” e “Vrisi di vocazioni? La suora recluta sul blog?” LA STAMPA – In apertura: “Intercettazioni, c’è l’intesa”. Di spalla: “Boom nell’industria. Ma il Sud arretra ai livelli di 10 anni fa”. Editoriale di Mario Deaglio: “Attenti ai numeri che ingannano”. Fotonotizia al centro: “Hillary a Kabul: ‘Dal 2014 tutti a casa’”. IL GIORNALE - In apertura a tutta pagina: “Una bomba sulla testa di Berlusconi” di Vittorio Feltri. Di spalla: “E intanto la nave Italia è ripartita”. Fotonotizia centrale: “Un prestito, la casa da pignorare: Bocchino story”. Al centro: “In Parlamento il difetto fisico diventa razzismo politico”e “Contro la corruzione non si può contare sulle donne (purtroppo)”. In basso: “Gli studenti del sud più bravi o più furbi?”. IL SOLE 24 ORE - In apertura: “L’industria torna a correre”. Editoriale di Fabrizio Forquet: “Autunno e buon senso per evitare nuovi errori”. Fotocolor al centro: “Sky sul digitale terrestre”. Sotto: “I cantieri di Risanamento sotto sequestro a Milano” e “Bene in Grecia e Irlanda le aste dei titoli di stato. Soffre ancora l’Ungheria”. IL MESSAGGERO - In apertura: “Intercettazioni, il governo cambia”. Di spalla: “L’industria riparte, il lavoro no: i giovani pagano la crisi”. Editoriale di Oscar Giannino: “Nulla sarà più come prima”. In un box: “Mafia, i pm: vicini a verità clamorose”. Al centro: “Roma, è down il più bravo alla maturità. ‘Farò il biologo per aiutare quelli come me’” e “Caro pedaggi, un piano per reinvestire nel Lazio”. In basso: “Sky sul digitale terrestre, sì dell’Europa. Mediaset fa ricorso: siamo sconcertati” e “007 illegali a caccia di amanti” L’UNITA’ – Apertura a tutta pagina sui dati economici al Sud: “Mezzogiorno di fuoco”. In basso: “Bavaglio, il governo apre alla stampa, non ai giudici” e “I pm: vicini alla verità sulla strage di via D’Amelio”. LIBERO – In apertura: “I giudici minacciano Silvio” di Gianluigi Nuzzi. Editoriale di Maurizio Belpietro: “Fini ha imbavagliato il Cav e il governo”. Fotocolor al centro con Nichi Vendola: “Sono anch’io figlio del Berlusca”. Il retroscena: “L’inchiesta sulla P3 punta ala Mondadori” e “Slavata la libertà di sputtanare”. IL TEMPO – In apertura: “Il piano per rifare il Pdl”. Fotocolor centrale: “E Vendola sfida il centrosinistra con le primarie”. Al centro: “Il tassinaro ha un’idea. Quotarsi a Piazza Affari”. I basso: “Pingitore e l’altra faccia del Duce”.

 

 (red)

 

 

2. Intercettazioni, Cavaliere vs Alfano: Letta spiazzato

Roma -

“Avrebbe voluto cambiare la manovra economica e blindare la riforma delle intercettazioni. È successo il contrario. E il ‘pessimo umore’ di Berlusconi — segnalato da quanti hanno avuto modo di parlargli — è dettato dai ‘non firmo’ che lo hanno costretto alla resa sui due fronti: quello preannunciato da Tremonti se fosse stato modificato il provvedimento finanziario, e quello minacciato da Napolitano se non fosse stata modificata la legge sulla giustizia. C’è un passaggio della conferenza stampa tenuta dal premier a Milanello, che fa trapelare il suo stato d’animo verso il Quirinale – osserva Francesco Verderami in un retroscena sul CORRIERE –, quando— additando i magistrati di sinistra che si oppongono alle leggi votate dal Parlamento— il Cavaliere ha avuto una pausa nella sua esternazione: ‘E poi c’è chi... Ci sono certi signori...’. E giù l’affondo contro la Consulta, remake di dichiarazioni passate nelle quali una volta era compreso anche il capo dello Stato. Ecco contro chi erano diretti gli strali di Berlusconi ieri, era ai veti del Quirinale sul testo delle intercettazioni che si riferiva. Il punto è che il premier aveva autorizzato il ministro della Giustizia a portare avanti la trattativa per le modifiche alla legge. Così raccontano autorevoli ministri e dirigenti del Pdl, messi a parte del lavoro di Alfano proprio da Berlusconi. Per oltre un mese il Guardasigilli è andato su e giù dal Colle come un cireneo, ligio a cantare e portar la croce in nome e per conto del Cavaliere. Ancora lo scorso fine settimana si era recato riservatamente alla residenza del capo dello Stato, e poco importa se avesse parlato con Napolitano o con i suoi consiglieri, è certo che l’opera diplomatica aveva avuto successo. ‘Siamo a buon punto’, aveva infatti commentato il premier, informando i suoi dell’esito di quel colloquio. Ecco perché il modo in cui Berlusconi ha sconfessato il compromesso raggiunto nel centrodestra grazie all’emendamento del governo, ha colto tutti di sorpresa. Gianni Letta non ne sapeva nulla. Alfano men che meno. Così, proprio nel giorno in cui per la prima volta dopo tanto tempo la maggioranza si compattava, il premier ha rotto clamorosamente il fronte. È vero, l’aveva già fatto, sempre sulle intercettazioni, durante l’Ufficio di presidenza del Pdl che discuteva sul testo del Senato: al momento del voto, dinnanzi all’unanimità del partito, il Cavaliere si era astenuto. Allora il capogruppo Cicchitto disse che Berlusconi si era fatto ‘trascinare dal suo spirito di irriducibile rivoluzionario liberale’. Ma ieri vestiva i panni del presi- dente del Consiglio. Con la sua mossa non solo ha delegittimato il Guardasigilli, che ha agito sempre in piena sintonia con palazzo Chigi. Con le sue parole ha consegnato la vittoria a Fini, e in piccola parte anche a Casini. Così se il provvedimento ora andrà avanti e verrà approvato, il presidente della Camera potrà intestarsi a buon diritto il successo. Se invece la riforma si bloccasse, i cocci sarebbero tutti di Alfano, che deve anche fare i conti con un pezzo di area berlusconiana scontenta dell’intesa e pronta a non votare la legge. Gianni Letta ieri non si capacitava per quanto era accaduto. Al telefono ha cercato di ridurre l’impatto dell’esternazione del Cavaliere. Ed è singolare come i dirigenti del Pdl, anche i più fedeli al premier, per una volta abbiano preso da lui le distanze, manifestando solidarietà al Guardasigilli. Gasparri ha detto che ‘va apprezzato lo sforzo di Alfano per trovare un’intesa’, e Cicchitto ha sottolineato addirittura di avere un ‘diverso parere rispetto a Berlusconi’: ‘Se è vero che si è lavorato a un’intesa, e se è vero che Fini ha esultato per la "vittoria del buonsenso", ora la legge va approvata alla Camera prima della pausa estiva’”. “È probabile – si legge ancora – che Alfano abbia discusso della questione con il premier, è certo che il ministro della Giustizia ha confidato la propria amarezza ad alcuni rappresentanti del governo e ai dirigenti del Pdl: dinnanzi a un formidabile sbarramento che comprendeva Napolitano, Fini, i magistrati, il mondo dell’informazione, e poteva contare sull’appoggio esterno della Lega, non c’era altra strada, secondo il Guardasigilli. A meno di non prevedere un conflitto istituzionale con il Colle, che però lo stesso Berlusconi aveva deciso di evitare. È vero, non era questa la legge a cui il premier mirava, a suo giudizio la riforma non solo ‘non cambia nulla rispetto alle precedenti leggi’, ma aumenta persino i poteri dei magistrati, lasciando con le intercettazioni nella loro disponibilità le ‘vite degli altri’, senza che venga garantito appieno il diritto alla privacy riconosciuto dalla Costituzione. Il giudizio di Berlusconi coincide con quello di Alfano. Ma il nodo era politico, toccava al premier scioglierlo: acconciarsi al compromesso, e far buon viso a cattivo gioco, o portare lo scontro fino alle estreme conseguenze. Sulla manovra il Cavaliere aveva scelto la prima opzione, sulla giustizia ha affidato al Guardasigilli la trattativa con il Quirinale, prima di scartare. Oltre non poteva andare, per ragione di opportunità politica ma anche perché gli amatissimi sondaggi rilevano un ulteriore calo dei consensi. La stessa Ipsos, nell’ultimo rilevamento riservato, evidenzia il trend negativo del Pdl, che in una settimana è passato dal 32,6% al 32%. Mentre la Lega regge e avanza, di due decimali sopra il 12%. Non è dunque un caso se ieri il premier ha tentato mediaticamente di aggrapparsi al Carroccio, ai successi di Maroni, ‘un ministro dell’Interno che passerà alla storia’. Peccato si sia dimenticato di Alfano, che sulle intercettazioni è stato l’autore dell’’unico compromesso possibile’. Autorizzato”.

 (red)

 

 

3. Intercettazioni, quella del Cav è “delusione tattica”?

Roma -

“Dopo l’ufficio di presidenza dell’8 giugno, era stato lo stesso Berlusconi a rivelare di essere stato l’unico ad astenersi sul ddl intercettazioni in discussione a Palazzo Madama. Per lui era già troppo annacquato. Aveva avvertito che non ci sarebbero stati ulteriori cedimenti: ‘La legge come uscirà dal Senato verrà approvata dalla Camera’. Così non è stato: il premier – scrive Amedeo La Mattina in un restroscena su LA STAMPA – ha dovuto ingranare la retromarcia di fronte alle forti perplessità del capo dello Stato, che non avrebbe firmato il provvedimento, all’opposizione di Fini e al fuoco di sbarramento di magistrati, giornalisti, editori. A maggior ragione ora è deluso e dice che gli italiani continueranno a non poter parlare al telefono. Da qui la frustrazione di coloro (innanzitutto del ministro Alfano) che hanno lavorato sodo per un compromesso e dei pasdaran che hanno attaccato a testa bassa. Sono le truppe berlusconiane che non capiscono più le mosse del generale, questo continuo ondeggiamento, i suoi attacchi e le repentine ritirate come è avvenuto per Scajola, Brancher e Cosentino. Per non parlare poi degli sfracelli annunciati contro il presidente della Camera e mai seguiti dai fatti. Su cosa fare sul ddl intercettazioni, racconta chi vi ha partecipato, le riunioni della Consulta giuridica del Pdl cominciavano con intenzioni bellicose contro Fini e finivano con parole di fuoco sulla Bongiorno, presidente della commissione Giustizia. Alla fine sempre un pugno di mosche in mano. Non è vero, spiegano chi conosce bene il modo di ragionare del capo: ‘Berlusconi porta a casa qualcosa di buono e non è un caso che l’Anm, il Csm, la Fnsi, il Pd e l’Idv continuano a strillare ‘. Rimane infatti una limitazione per i magistrati nell’uso delle intercettazioni, soprattutto vengono neutralizzate quelle non inerenti al processo, a cominciare dai gossip a luci rosse. Dunque quella del premier sarebbe una ‘delusione tattica’: ‘Se avesse detto “questa legge mi piace”, sarebbe scattata la demonizzazione. Così quello che incassa è meglio che niente. Per questo bisogna approvare la legge’”. “È la solita storia del bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto – si legge ancora – , una piccola trappola del Cavaliere o un modo per coprire la sconfitta? Rimane il fatto che il via libera al compromesso è stato dato dal premier, sapendo che il provvedimento non sarebbe passato alla Camera e al Quirinale senza gli emendamenti di Alfano. E allora via all’approvazione entro i primi giorni di agosto, niente rinvii a settembre (tutti i parlamentari sono stati precettati con un sms di Cicchitto). ‘Abbiamo fatto tanto, ora che facciamo buttiamo tutto a mare?’, dice il capogruppo Pdl, che sottolinea il lavoro certosino fatto da Alfano. Un lavoro che, secondo la cordata schierata contro i finiani e il gruppo di Frattini, Gelmini, Carfagna e Prestigiacomo, rafforza il ruolo politico di Alfano dentro il Pdl. Lo rafforza nella lotta interna per il nuovo assetto del partito al quale Berlusconi dice di volere mettere mano ad agosto. Nonostante la sua delusione (tattica?), il premier ha sminato il campo dalle intercettazioni. E i berlusconiani con l’elmetto in testa, altrettanto delusi, dicono che in questo modo il Cavaliere ha evitato di andare in minoranza nelle aule parlamentari, come rischiava se si fosse votata la mozione di sfiducia contro Cosentino. Una ritirata dietro l’altra per non misurare la tenuta della maggioranza e non accreditare la tesi che è giunto il momento di passare la mano, magari a un governo di larghe intese guidato da Tremonti. Il problema che ha con Fini però sembra intatto. Il presidente della Camera canta vittoria sulle intercettazioni, rivendica di aver condotto ‘una battaglia giusta ‘: ‘È prevalso il buon senso ‘. Volendo così dimostrare che è finita l’epoca del ‘centralismo carismatico’. È l’ora di convocare il congresso del Pdl, ricorda Fini, che sulla manovra economica lamenta la mancanza di una discussione nella maggioranza, e invita a nno lasciare che se ne occupi solo il ‘buon’ ministro Tremonti. Poi parla dei ‘rischi che alcune Regioni, quelle del Sud, correranno con il federalismo’. E a proposito delle inchieste, rilancia la questione morale, chiedendo ‘intransigenza contro chi fa gli affari propri’. E l’incontro per la pace tra i due che fine ha fatto? Nessuno ne parla più”.

 

 (red)

 

4. Giustizia, se il Csm è “poco superiore”

Roma -

“Assai opportunamente il presidente della Repubblica ha posto il veto sul tentativo del Consiglio superiore della magistratura (Csm), che è ora in scadenza, di discutere di regole deontologiche in relazione a questioni come la nomina, fatta dagli stessi che compongono l’attuale Consiglio, di Alfonso Marra alla Corte d’Appello di Milano”. Lo scrive Angelo Panebianco in un editoriale sul CORRIERE DELLA SERA. “Auspicando che sia il prossimo Csm ad occuparsene, Napolitano ha impedito che una eventuale presa di posizione del massimo organo di autogoverno della magistratura finisse per interferire con le indagini in corso. Di queste cose si occuperà, in seguito, il nuovo Csm, in un clima auspicabilmente più sereno. Resta, e resterà irrisolto, però, il problema rappresentato da una istituzione fondamentale del nostro sistema giudiziario, il Csm, che è destinata a non recuperare la sua antica credibilità senza seri interventi di riforma. Carlo Federico Grosso, che del Csm è stato in passato membro laico, ha ricordato ( La Stampa, 20 luglio) i due principali difetti del Consiglio: l’esasperato correntismo e i rapporti di scambio più o meno sotterranei con la politica. Notiamo che fra i due aspetti c’è una relazione: la competizione correntizia porta inevitabilmente le correnti ad intrecciare rapporti con le varie componenti della classe politica. Se il correntismo finisse, anche le relazioni con la politica potrebbero diventare meno opache. Ma, allo stato degli atti, far finire il correntismo è impossibile. Occorrerebbero quelle buone riforme, non solo del Csm ma della istituzione giudiziaria nel suo insieme, che, come è ormai abbondantemente provato, la classe politica non è in grado di attuare: la destra perché ha più intenti punitivi che riformatori nei confronti della magistratura, e la sinistra perché sa solo blandirla. Per ragioni diverse, né l’una né l’altra delle due componenti della classe politica è in grado di concepire e attuare un equilibrato progetto di riforma che sappia coniugare efficienza, funzionalità e rispetto dei principi liberali. In questa situazione di stallo, però, da molti indizi risultano sempre più numerosi i magistrati che si rendono conto del fatto che, così come è, l’istituzione non funziona, che avrebbe bisogno di un forte rinnovamento. È più o meno ciò che succede in università. Molti di quelli che ci lavorano si rendono conto di quali siano i problemi ma nessuno di loro, singolarmente, può farci nulla. Forse bisognerebbe riportare indietro le lancette dell’orologio, ritornare ai tempi in cui i compiti del Csm erano più limitati. Il difetto del Csm, così come lo ha disegnato la Costituzione, è strutturale. È un organo i cui componenti sono eletti dagli stessi delle cui sorti decidono. Gli eletti si occupano, oltre che dei provvedimenti disciplinari che riguardano i loro elettori, anche delle loro nomine, trasferimenti, eccetera. Era inevitabile che, in queste circostanze, le correnti organizzate finissero per dominare il Csm e la lottizzazione diventasse, per diretta conseguenza, il criterio dominante nelle decisioni del Consiglio. Riportare fuori dal Consiglio (in organi giudiziari non elettivi) le valutazioni sulle capacità professionali e le decisioni su nomine e trasferimenti ridurrebbe, almeno in parte, verosimilmente, la pressione correntizia. Sarebbe un buon inizio. Per ridare al Csm il lustro e la credibilità perdute. P.S. Tra i compiti del Csm ci dovrebbe essere anche quello di vigilare sulle dichiarazioni dei magistrati. Quella di ieri del pm di Caltanissetta, secondo il quale la verità sulle stragi sarebbe vicina e la politica potrebbe non reggerne l’urto, appare clamorosa e assai avventata. Cerchi la verità, ma non ne anticipi le conseguenze politiche”.

 (red)

 

5. Giustizia, scontro politico su Caliendo

Roma -

“Inseguito da due mozioni di sfiducia e contestato alla Camera: ‘Si deve dimettere’. L’opposizione parte all’attacco di Giacomo Caliendo, sottosegretario alla Giustizia intercettato e finito nelle carte dell’inchiesta sulla P3. Lo difende il Pdl, anche se i finiani prima di schierarsi con lui aspettano di vedere l’evolversi delle indagini sul suo conto. Così come l’Udc”. Il racconti di REPUBBLICA. “Un eventuale avviso di garanzia per violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete potrebbe spostarli dalla parte di Partito democratico e Italia dei valori innescando quella pressione che già ha portato alle dimissioni di Brancher e Cosentino prima che venissero sfiduciati dal Parlamento. Ieri il l’Idv ha depositato al Senato la sua mozione contro il sottosegretario chiedendo al presidente di metterla ai voti prima della pausa estiva (il presidente Renato Schifani si è riservato di decidere). Alla Camera, come ha ricordato il leader democratico Pierluigi Bersani, ‘è già stata depositata’ un’altra mozione firmata dal capogruppo Dario Franceschini e dal collega dell’Idv Massimo Donadi. Andrà in aula a settembre. Ma a prescindere dal calendario per il capogruppo dipietrista al Senato Felice Belisario ‘quanto sta emergendo dalle inchieste è gravissimo, le dimissioni di Caliendo sono doverose perché non è in grado di svolgere con serenità i suoi compiti che tra le altre cose toccano intercettazioni e riforma della giustizia’. Sulla stessa linea i democratici, che ieri mattina all’ufficio di presidenza hanno deciso l’attacco da sferrare nella successiva seduta sulla legge bavaglio in commissione giustizia: ‘È politicamente inopportuno che Caliendo continui a seguire il ddl intercettazioni visto il suo coinvolgimento nell’inchiesta P3’, ha quindi detto in commissione la capogruppo Donatella Ferranti. Caliendo è stato difeso dal Pdl - preparato alla contestazione visto che la voce si era sparsa nei corridoi della Camera - e con Enrico Costa ha definito il sottosegretario ‘un gentiluomo’ oggetto di un attacco ‘strumentale’ dell’opposizione. Uno scontro che tra l’altro ha dato il destro alla maggioranza di negare la diretta tv della discussione nel circuito interno alla Camera (e quindi per la stampa) sulla riforma delle intercettazioni. Ci ha pensato la radicale Rita Bernardini a registrarla di nascosto e a mandarla in onda su Radio Radicale. ‘La commissione giustizia non è una società segreta e non si comprende il motivo che ha portato il capogruppo Pdl Enrico Costa a negare la pubblicità della seduta’, ha spiegato la Bernardini. Intanto i finiani, con Italo Bocchino, hanno fatto sapere che la posizione di Caliendo è differente da quella Cosentino (contro il quale avrebbero votato la sfiducia evitata dalle sue dimissioni): ‘Non è neanche indagato, sicuramente è un caso diverso, lasciamo lavorare serenamente la magistratura’. Tuttavia la pattuglia dei fedelissimi del presidente della Camera - che comunque considera Caliendo una persona di spessore - fa sapere di essere pronta a votare con l’opposizione nel caso in cui nel frattempo arrivasse un avviso di garanzia per il sottosegretario. Posizione non dissimile da quella dell’Udc. Ieri Roberto Rao ha spiegato che in commissione giustizia i centristi non hanno contestato Caliendo perché quella ‘non era la sede adatta’. E sulla sfiducia gli uomini di Casini restano defilati, non hanno ancora deciso che posizione tenere. Anche loro aspettano gli eventi”.

 (red)

 

 6. Mafia, dai pm “un siluro contro il Cavaliere”

Roma -

Le dichiarazioni rese dai pm di Caltanissetta davanti alla commissione nazionale Antimafia sono un “siluro contro il Cavaliere”. Lo scrive Mariateresa Conti sul GIORNALE “Le parole sono pietre. Anzi macigni, pronti a piombare come una valanga sul mondo politico italiano, e con ogni probabilità sul suo leader, il Cavaliere. Parole criptiche, quelle usate dalle toghe che a Caltanissetta, in Sicilia, indagano sulle stragi del ’92. Parole criptiche sì, ma al tempo stesso chiare. Ecco cosa hanno detto il procuratore capo, Sergio Lari, e il suo aggiunto, Nico Gozzo, ex pm del processo al senatore Marcello Dell’Utri: ‘Siamo a un passo dalla verità sulla strage di via D’Amelio. Una verità clamorosa di cui la politica potrebbe non reggere il peso’. Et voilà, la bomba è esplosa. I due magistrati sono stati sentiti a Palermo dalla Commissione parlamentare antimafia. Il presidente della commissione, Beppe Pisanu, ha smentito con una nota la rivelazione, dichiarando che ‘nega decisamente che i magistrati di Caltanissetta abbiano dichiarato di essere a un passo dalla verità sulla strage di via D’Amelio e che la politica non sarebbe in grado di reggere il peso di tale verità’. Le audizioni sono state secretate. Ma Lari e Gozzo, quelle dichiarazioni, le hanno fatte prima di essere ascoltati dalla commissione. Più chiaro Gozzo. Ai cronisti che gli chiedevano se si sia mai stati così vicini a raggiungere la verità sulle stragi ha risposto: ‘Mai a questo livello’. E poi ha chiosato: ‘La magistratura sarà capace di reggere le verità che stanno emergendo sulle stragi e anche lo Stato sarà in grado di sostenerle. Non so, invece, se altrettanto saprà fare la politica, se c’è una politica in grado di raccogliere questa verità’. In serata ha precisato: ‘Ho auspicato la politica sarà al nostro fianco nella difficile ricerca della verità’. Gli ha fatto eco il procuratore Lari: ‘Sembrerebbe proprio che non sia stata solo la mafia a volere la strage di via D’Amelio’. Quindi, rimarcato che le indagini sono a un ‘momento cruciale’, Lari ha aggiunto, sulla trattativa Stato-mafia, che dalle indagini emergerebbe il ruolo di ‘soggetti che, pur appartenendo alle istituzioni statali, hanno tradito al dovere di fedeltà delle istituzioni, quindi sono dei traditori. È certo che ci fu un depistaggio colossale’. E anche un colossale flop da parte di chi investigò, dei giudici che giudicarono, ci sarebbe da aggiungere. Ma per Lari l’aver scoperto che i processi sulla strage di via D’Amelio sono da rifare è un successo: ‘La rilevanza di queste nuove indagini - ha detto ancora - è avere fatto luce su un depistaggio colossale e su un’indagine campata in aria che ha portato alle sentenze passate in giudicato per i processi Borsellino 1 e 2. Fare giustizia verso chi ha subito queste condanne immeritate è un successo per lo Stato’. Per capire occorre fare un passo indietro. E ricordare che i processi per la strage di via D’Amelio devono essere rifatti da zero, la richiesta di revisione arriverà entro fine mese. Il motivo? Si è dato credito al pentito Vincenzo Scarantino, piccolo malavitoso di nessun conto (imbeccato, è il sospetto, per ordine del superpoliziotto al soldo del Sisde Arnaldo La Barbera, ormai defunto, ndr), e sulla base delle sue dichiarazioni sono stati costruiti teoremi. E condanne. Poi è arrivato Gaspare Spatuzza. Che ha raccontato, con dettagli, di avere partecipato alle fasi preparatorie di quell’eccidio. E qui è saltato tutto. Ma non solo. Qui è anche cominciato tutto, perché Spatuzza, oltre che della strage, parla anche di presunti rapporti tra i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, boss di Brancaccio e il senatore Pdl. Ed è per questa via che, c’è da scommetterci, si tenterà il lancio del macigno al Cav. Spatuzza, i pm di Caltanissetta, se lo tengono ben stretto. ‘Spatuzza - ha assicurato Gozzo - ha deciso di proseguire il suo percorso di collaborazione’ anche dopo il no al programma di protezione. Scettici, invece, i pm nisseni, su Massimo Ciancimino: ‘Le sue dichiarazioni -ha detto Lari - interessano solo marginalmente la strage di via D’Amelio. Non è un collaboratore e non ha obbligo di dire la verità’. La partita, è aperta. Il leader di Idv Di Pietro già esulta: ‘Sono vicini a chiudere il cerchio non solo sugli esecutori materiali ma anche sui mandanti occulti’”.

 (red)

 

 

7. Sky sul Dtt, Romani “sorpreso e in disaccordo”

Roma -

"‘Sorpreso e fortemente in disaccordo’. Il viceministro allo Sviluppo economico con delega alle Telecomunicazioni, Paolo Romani, usa queste parole per commentare al CORRIERE DELLA SERA la decisione con la quale la Commissione europea dà il via libera all’ingresso di Sky nel digitale terrestre a condizione però che il gruppo del magnate australiano Rupert Murdoch trasmetta in chiaro per cinque anni, da fine 2011 a fine 2015. ‘Adesso— argomenta Romani— noi consentiamo, a conclusione della procedura di infrazione sulla Gasparri, di fare una gara per aprire il mercato a nuovi operatori anche minori, già presenti sul mercato, il cosiddetto beauty contest. E cosa succede? Che a questa gara — resa possibile perché gli attuali broadcaster pubblici e privati hanno rinunciato a delle frequenze — si presenta una società americana rappresentata da Newscorp che è monopolista della piattaforma satellitare e quasi monopolista della tv a pagamento. Partecipa, insomma, un soggetto che sottrae risorse agli operatori domestici come Rai, Mediaset, Telecom e le 500 tv locali’. Il governo, osserva Romani al riguardo, aveva obbligato questi soggetti a ‘rinunciare alle frequenze per fare entrare, in nome del pluralismo, nuovi operatori. E il governo proprio per favorire il pluralismo aveva autorizzato Sky a trasmettere sul digitale terrestre attraverso il canale Cielo’. ROMA— ‘Sorpreso e fortemente in disaccordo’. Il viceministro allo Sviluppo economico con delega alle Telecomunicazioni, Paolo Romani, usa queste parole per commentare la decisione con la quale la Commissione europea dà il via libera all’ingresso di Sky nel digitale terrestre a condizione però che il gruppo del magnate australiano Rupert Murdoch trasmetta in chiaro per cinque anni, da fine 2011 a fine 2015. ‘Adesso— argomenta Romani— noi consentiamo, a conclusione della procedura di infrazione sulla Gasparri, di fare una gara per aprire il mercato a nuovi operatori anche minori, già presenti sul mercato, il cosiddetto beauty contest. E cosa succede? Che a questa gara — resa possibile perché gli attuali broadcaster pubblici e privati hanno rinunciato a delle frequenze — si presenta una società americana rappresentata da Newscorp che è monopolista della piattaforma satellitare e quasi monopolista della tv a pagamento. Partecipa, insomma, un soggetto che sottrae risorse agli operatori domestici come Rai, Mediaset, Telecom e le 500 tv locali’. Il governo, osserva Romani al riguardo, aveva obbligato questi soggetti a ‘rinunciare alle frequenze per fare entrare, in nome del pluralismo, nuovi operatori. E il governo proprio per favorire il pluralismo aveva autorizzato Sky a trasmettere sul digitale terrestre attraverso il canale Cielo’. Per Romani ‘è grave’ la decisione della Commissione europea perché consente ‘a un monopolista’ di partecipare a questa gara’. Del resto, fa notare il viceministro per lo Sviluppo economico, l’Europa aveva acconsentito su sollecitazione italiana a fare in Italia un ‘market test’, una sorta di sondaggio tra gli operatori tv, grandi e piccoli, nazionali e locali. ‘Tutti, oltre al governo, — ricorda Romani— hanno manifestato la loro contrarietà alla partecipazione di Sky al beauty contest. Ma nonostante questo la Commissione ha deciso di andare avanti, benché al suo interno vi fossero alcune perplessità che poi si sono manifestate confermando i commitment, gli impegni del 2003, tradotti nei "paletti" che vincolano Sky a trasmettere in chiaro per cinque anni’. E ora che cosa succederà? ‘La palla— conclude Romani— è nel campo dell’Agcom, la quale adotterà nei tempi che riterrà necessari i provvedimenti, emanando un regolamento di gara al quale poi seguirà un disciplinare redatto dal ministero’".

 (red)

 

 

8. La sforbiciata di Bondi agli enti inutili

Roma -

“‘Siamo riusciti a ridurre i tagli agli istituti culturali da 13 a 4 milioni di euro’, il ministro Bondi spiega soddisfatto come è riuscito a evitare almeno in parte la mannaia Tremonti sulla cultura. ‘Abbiamo ottenuto che le decisioni spettassero al Mibac, al ministero dei Beni e delle Attivitàculturali’. Tagliando un po’ di la e un po’ di qua – riferisce LA STAMPA – , ha salvato gli enti, cosiddetti inutili. Unica eccezione i comitati nazionali per le celebrazioni: tutti a casa. Con l’eccezione del Conte Camillo Benso di Cavour che ha un posto d’onore per i festeggiamenti dei 150 anni dell’Italia. Così gli istituti culturali tirano un sospiro di sollievo, almeno fino al prossimo anno. La cifra di partenza, ovvero 13 milioni, corrispondeva al 65 per cento della somma totale erogata a queste realtà. Praticamente una condanna a morte. Bondi è soddisfatto di averla scongiurata: ‘Sono riuscito a lasciare sostanzialmente inalterato il contributo statale per l’anno in corso’. Gli istituti compresi nel piano di contribuzione triennale 2009-2011 vedranno sottrarsi una percentuale del 15 per cento, che il ministro ha chiamato contributo di solidarietà. Tra questi la Fondazione Spadolini, la Fondazioneì Craxi, la Società geografica italiana. Mentre la miriadedi piccole realtà finanziateannualmente, e che insieme significano nel bilancio un milione di euro, vedono congelati gli assegni fino al 2011. Gli enti ex lege, come la biennale, la triennale e la quadriennale, il festival di Spoleto, avranno una diminuzione del contributo del 6 per cento. Per il futuro il ministro ha annunciato ‘un disegno di legge che preveda una nuova disciplina per l’assegnazione dei contributi pubblici agli istituti culturali che sia trasparente e che consenta di premiare poche istituzioni di grande prestigio’. Mai Beni culturali dovranno stringere parecchio la cinghia: 58 milioni l’anno per il 2011 e per il 2012, il 10 per cento decurtato dalla manovra anticrisi del governo. Tagli - commentano dal ministero - che alla fine sono comunque sostenibili. Un problema a parte è invece quello del Fus, il fondo unico per lo spettacolo che è stato pesantemente decurtato già dallo scorso anno. Esattamente un anno fa il mondo dello spettacolo scese in piazza e Berlusconi decise di investire 60 milioni di euro presi dal fondo della presidenza del consiglio per le emergenze. Quest’anno però le cose potrebbero andare diversamente e comunque spiega Bondi, ‘dell’argomento ci si occuperà a settembre ‘. Una speranza per il Cinema: anche se nella manovra ‘non è stato possibile’, il ministero dell’Economia ha dato assicurazioni sul rinnovo fino al 2013 delle misure di defiscalizzazione per il cinema, il tax credit e il tax shelter. ‘Ci vuole una legge, speravamo di inserire il provvedimento nella manovra ma non è stato possibile’, ha spiegato il ministro. Fatti i tagli, Bondi pensa al futuro: ‘Chiederò a Berlusconi di dedicare alla questione culturauna sessione del Consiglio dei ministri e anche l’insediamento di un tavolo istituzionale con la presenza di Berlusconi, del sottosegretario Letta e di alcuni ministri come quelli degli Esteri, del Turismo e dell’Economia ‘.Untavolo dove si dovrà discutere di come proseguire nel cambiamento. ‘In caso contrario, le stesse riforme rischieranno di fallire’, avverte il ministro. ‘La prima questione da porre è quella di un provvedimento coerente di defiscalizzazione dei contributi alla cultura. Non dobbiamo essere noi a chiedere ma le istituzioni a riconoscere della cultura offre allo sviluppo del Paese’. Nei progetti del ministero anche l’autonomia gestionale e finanziaria dei musei e un piano per il sud che sarà presentato al più presto ai governatori delle Regioni del Mezzogiorno. E un impegno: ‘Liberare la cultura dall’abbraccio soffocante dello Stato restituendo un ruolo alla società civile’”.

 (red)

 

 

9. Maturità, perché a Sud i voti sono più alti

Roma -

“Rassegniamoci. Anche quest’anno la maturità degli studenti italiani viaggerà su due binari. Al Nord – scrive il GIORNALE – voti dignitosi e pochi cento e lode, al Sud medie più brillanti e tanti punteggi massimi a cui attribuire una borsa di studio. Il cervellone del ministero dell’Istruzione ha analizzato più della metà dei risultati nazionali e i non ammessi continuano a salire. Per ora si attestano al 6,8 per cento (quasi 35 mila studenti), ma tra qualche settimana saranno distribuiti i dati definitivi delle votazioni, che non sorprenderanno nessuno. Saranno, come sempre, i ragazzi delle scuole meridionali a fare bella figura. E ad essere premiati con borse di studio di circa 600 euro). L’anno scorso per esempio gli studenti più bravi erano pugliesi e in Puglia c’è stato anche il record dei promossi a pieni voti: 523, quasi 15% del totale nazionale, molto più della laboriosa Lombardia, dove gli studenti modello erano 210 studenti. Un dato anche più impressionante se si considera che nel tacco d’Italia i diplomati non superano quota 31 mila, mentre nelle scuole lombarde sono stati quasi il doppio, 51.315. Ma le eccellenze sono tante anche in Campania e in Calabria. Manica larga dei professori, si era malignato quand’era salito agli onori della cronaca il caso del liceo classico ‘Gioacchino Fiore’ di Rende, Cosenza, dove 24 studenti avevano portato a casa il 100 e lode. Manica larga dei professori, avevano ribadito gli esperti del ministero. Persino Lucrezia Stellacci, direttrice dell’ufficio scolastico della Puglia. aveva ammesso che ‘certi risultati non sono dovuti solo alla bravura dei discenti, ma anche ai diversi metri di valutazione’. Che sono poi quelli discrezionali delle commissioni d’esame: in camera caritatis largheggiano. Basta leggere l’ultimo rapporto dell’Invalsi, sulla prova quiz dell’anno scorso in terza media: i supervisori hanno denunciato a chiare lettere ‘comportamenti opportunistici’ in Campania, Puglia, Calabria, Sicilia e in misura minore in Basilicata e Molise. In pratica, in tutto il Sud, i ragazzi copiano a man bassa davanti alle domande trabocchetto. Lo hanno capito subito gli esperti che si sono ritrovati in mano dei questionari fotocopia. Irritante e anche un po’ inutile il giochino. Scoperto e denunciato. Già, ma di chi è la colpa di questa figuraccia? Chi permette agli studenti di copiare, peggio, chi fornisce loro le risposte giuste? I docenti ovvio, che spesso in questo modo fanno fare bella figura ai ragazzi e si mettono in bella mostra pure loro perché si sa. Così al ministero dell’Istruzione c’è irritazione. Confermano che ‘la maturità è diventato solo un rito di iniziazione’, con risultati ‘falsati geograficamente dal comportamento degli insegnanti’. Forse è per questo che il ministro Gelmini vuole distribuire borse di studio solo a chi supera test oggettivi e non ha chi può vantare voti eccelsi. La Merkel ha aperto la strada con le borse di studio basate solo sul valore. La Gelmini intende fare altrettanto. Basta pastette nelle commissioni d’esame, basta suggerimenti nei questionari. Ora invece accade il seguente paradosso: quando si misurano gli apprendimenti a livello oggettivo, il Sud crolla di diversi punti percentuali rispetto al centro-Nord. (salvo le copiature di massa, stanate dagli esperti Invalsi); quando si passa alle prove discrezionali, la situazione si capovolge. Anche l’ultima analisi dei temi della maturità conferma questa contraddizione. La scarsa padronanza della lingua italiana è drammatica al Sud e persino gli studenti liceali che hanno ripetuto qualche anno di scuola ‘mostrano livelli di competenza più bassi non solo di quelli dei loro compagni in regola, ma in molti casi anche di quelli degli stessi studenti in ritardo nei Tecnici e nei Professionali’. E alla maturità magari pigliano il massimo dei voti”.

 (red)

 

 

10. Stragi naziste, l’Aja a Roma: no ai risarcimenti tedeschi

Roma -

“C’è un diritto internazionale che non va mischiato alla morale. Su queste basi, ieri la Corte internazionale di Giustizia dell’Aja ha bocciato una richiesta dell’Italia che chiedeva risarcimenti alla Germania per alcune vittime di atrocità naziste durante la Seconda guerra mondiale”. Lo scrive il CORRIERE. “E ha dato ragione al governo di Berlino che era ricorso contro una sentenza della nostra Corte di Cassazione. Secondo i giudici internazionali che fanno capo alle Nazioni Unite, la domanda del governo di Roma è ‘irricevibile’. Sia l’Italia che la Germania potranno inviare ora le loro repliche, ma un osservatore di faccende giuridiche internazionali ieri sera riteneva che sarebbe difficile per gli italiani continuare a difendere la loro posizione. Civili Vittime di Sant’Anna di Stazzema. Nell’eccidio decine di persone furono bruciate vive: solo 391 corpi su 560 furono identificati La vicenda che ha portato al giudizio è delicata e nel 2008 ha anche assunto caratteristiche politiche rilevanti nei rapporti italo-tedeschi. L’origine del tutto è una strage che i nazisti compirono il 29 giugno 1944 nei pressi di Arezzo, a Civitella, Cornia e San Pancrazio: 203 vittime civili uccise con un colpo alla nuca da militari della divisione Hermann Göring. I famigliari di due degli uccisi, Metello Ricciarini e Ranieri Pietrelli, nel 2003 si sono costituiti parti civili durante un processo che ha condannato un sergente tedesco che partecipò alla strage: su questa base, un tribunale ha stabilito che la Germania avrebbe dovuto risarcirli con 800 mila euro. E la Cassazione ha confermato la sentenza nell’ottobre 2008. Immediata reazione di Berlino: il governo ammise che la colpa morale della strage era tedesca, ma si rifiutò di pagare sulla base di due motivi. Primo, uno Stato gode di una immunità internazionale che gli consente di non rispondere delle azioni dei suoi cittadini, anche se sono militari del suo esercito. Diversamente, la Germania dovrebbe fallire domattina: i risarcimenti che dovrebbe sborsare per le vittime del nazismo ridurrebbero il Paese in povertà. Secondo, nel 1961 Roma e Bonn (allora capitale) firmarono un accordo sulla base del quale la Germania versava un indennizzo di 40 milioni di marchi a titolo di riparazione dei crimini di guerra. Su queste basi, nell’ottobre 2008 Berlino ricorse alla Corte dell’Aja contro la sentenza della Cassazione italiana. Non solo. Chiese all’Italia un segno di condivisione e di sostegno delle sue posizioni unicamente fondate sul diritto internazionale e non sulla morale o sulla politica. Addirittura, qualche funzionario tedesco avanzò l’ipotesi che Roma affiancasse Berlino nel ricorso all’Aja. In realtà, il governo, già guidato da Silvio Berlusconi, si trovò nelle condizioni di difendere la sentenza della Cassazione e, a sua volta, contro-ricorse alla Corte di Giustizia. Ieri il risultato: l’Aja ha preso la decisione di respingere l’istanza italiana con 13 voti a favore e uno contrario. La sentenza della Cassazione italiana aveva stabilito un precedente che, se accettato, avrebbe aperto una serie di cause di risarcimento colossale. Più di un giurista, quando la sentenza italiana fu pubblicata, la salutò come una novità positiva che avrebbe messo in discussione alcune parti del diritto internazionale ritenute ingiuste. Molti altri però espressero profondo scetticismo. Soprattutto, il governo tedesco fu inflessibile. C’è però da ricordare che, poco dopo i ricorsi, durante un vertice bilaterale tenuto a Trieste nel novembre 2008, il ministro degli Esteri Franco Frattini e l’allora suo pari tedesco Frank-Walter Steinmeier cercarono di abbassare i toni e i contenuti della disputa, che nessuno dei due governi voleva. Ciò, nonostante che alcuni giornali tedeschi avessero attaccato l’Italia al punto di provocare una reazione del presidente Giorgio Napolitano. Roma sostenne di rispettare ‘la decisione tedesca di rivolgersi alla Corte internazionale di Giustizia’ e addirittura considerò che la pronuncia di questa fosse ‘utile al chiarimento di una complessa questione’. In parallelo, Frattini e Steinmeier istituirono una commissione di storici che sta ancora lavorando allo studio dei rapporti tra nazisti e fascisti durante la Seconda guerra mondiale: le cose vanno meglio oggi”.

 (red)

 

 

11. L’industria riparte con un balzo degli ordini

Roma -

“Nuovi segnali incoraggianti dall’industria. Ieri è stato l’Istat a fotografare per il mese di maggio una ripresa sia del fatturato che degli ordinativi”. La cronaca di REPUBBLICA. “Il primo è cresciuto dello 0,8 per cento sul mese precedente (e dell’8,9 anno su anno), mentre i secondi hanno avuto un balzo del 3,2 (26,6% su base annuale). Il dato più interessante riguarda gli ordinativi: quelli esteri sono aumentati in maniera considerevole: più 9,5 per cento a maggio su aprile, coprendo in gran parte la debolezza del fronte interno (meno 0,4 per cento). In altre parole: le imprese hanno messo in cascina a maggio altro fieno per i prossimi mesi. E questo "fieno" proviene dall’estero, il che indirettamente conferma che l’Italia si è in qualche modo agganciata alla ripresa internazionale. Anno su anno, la crescita degli ordinativi è stata notevole, anche se bisogna considerare che il 2009 è stato uno dei peggiori della storia e che ci vorrà ancora un lungo periodo per tornare al livello di fatturato ante crisi. Un’impennata così, comunque, non si era mai vista da quando sono partite le nuove serie storiche, ovvero dal 2005. Analizzando gli ordinativi per comparto, risulta che la fabbricazione di mezzi di trasporto ha avuto un rialzo "tendenziale" - ovvero sul maggio del 2009 - del 60,9 per cento. La crescita è stata del 37,9% per computer e apparecchiature elettroniche, del 33 per i macchinari, del 28 per i prodotti in metallo, del 19 sia per i prodotti chimici che per il tessile. Questi numeri sono stati commentati con soddisfazione dal ministro del lavoro, Maurizio Sacconi: ‘I dati sugli ordinativi dall’estero sono significativi. Vuol dire che la nostra impresa si è internazionalizzata: abbiamo ancora la capacità di raggiungere i nuovi consumatori là dove sono’. Un concetto ripreso anche da Adolfo Urso, viceministro allo Sviluppo economico: ‘È evidente come sia l’export a reggere la sfida della ripresa’. Al coro degli ottimisti si è poi unito anche il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, che ha aggiunto: ‘Nella terza settimana di luglio i consumi di energia industriale sono cresciuti moltissimo. Finora sono dati buoni, però calma e gesso’. Più prudenti sulla congiuntura economica altre voci provenienti dal mondo dell’imprenditoria e del sindacato. ‘A maggio - hanno commentato a Confindustria Anie - il settore dell’industria elettronica ed elettrotecnica ha mantenuto un percorso di progressiva uscita dal tunnel dopo i forti segnali di sofferenza del 2009’. Antonio Foccillo, segretario confederale della Uil: ‘I dati dell’Istat non devono far illudere: la ripresa c’è ma è debole e potenzialmente instabile’. ‘I segnali positivi ci sono, ma quel che ci preoccupa maggiormente - dice Luigi Sbarra, segretario confederale della Cisl - è la situazione sul versante occupazionale, che ancora non trae beneficio da questi segnali di ripresa’”.

 (red)

 

 

12. Urso: Sette enti per l’export? Troppi

Roma -

“‘Vedete – risponde intervistato da REPUBBLICA –? Qui tutti continuano a scaldarsi sui tagli ai rispettivi settori, eppure quando io avevo proposto una riforma razionale e complessiva della promozione italiana all’estero che avrebbe comportato un risparmio del 40%, nessuno si è alzato per appoggiarmela. E infatti è caduta nel nulla’. Nel pieno della sua missione africana Adolfo Urso, forse non a caso finiano di ferro, responsabile per il commercio estero, non ha quasi il tempo per esultare di fronte ai dati sull’export italiano extra-Ue in giugno: un +26% che lascia ben sperare, con punte del 66% verso la Turchia, del 40,7 verso la Russia, persino del 31,7 in Cina. Il miglior dato dal gennaio 2001. Il viceministro allo Sviluppo però legge in contemporanea le notizie sulla rivolta delle ‘feluche’, ministro Frattini in testa, e sbotta: ‘La riforma Bassanini prevedeva il rafforzamento di tre ministeri: Economia, Esteri e Sviluppo. Invece su quest’ultimo c’è una corsa alle spoglie degna dello smantellamento dell’impero ottomano. Tutti ne vogliono un pezzo, da Tremonti alla Prestigiacomo. In questa manovra su 2,5 miliardi di tagli ai ministeri, 970 milioni riguardano lo Sviluppo, il 42%. E di fare il nuovo ministro non se ne parla neppure’. Però che si debba tagliare è fuori di dubbio. ‘Certo, stiamo scherzando? L’Ice per esempio è giustissimo che tagli gli uffici in Europa. Il mio emendamento era questo: di promozione all’estero si occupano ben sette enti. Il caso più clamoroso è l’Enit, le cui competenze sono state trasferite alle regioni ma mantiene 24 sedi all’estero, 200 dipendenti e ben 19 dirigenti. Non spende più un euro di promozione, serve solo a tenere in vita se stesso’. E poi? ‘Poi c’è l’Ice, 116 uffici, 750 dipendenti, 66 milioni nel 2010 per il suo mantenimento e 54 per la promozione, un rapporto del tutto squilibrato. Ancora, c’è Buonitalia del ministero dell’Agricoltura: ha ben 50 milioni assegnati quest’anno per promuovere l’agroalimentare, che copre l’8,5% dell’export. L’Ice con poco più dovrebbe promuovere tutto il resto. L’ho detto a Galan e lui si è detto favorevole alla chiusura. Poi ci sono la Simest che è al 54% pubblica e ha trovato un suo equilibrio con 10 milioni di utile l’anno scorso, la Finest, la Informest, queste ultime due totalmente anacronistiche visto che erano state create dopo la caduta del muro la promozione nei paesi dell’est che oggi sono quasi tutti entrati nell’Ue. In totale, 45 consiglieri d’amministrazione, una palese e abnorme proliferazione di incarichi pubblici. Persino Invitalia ha una parte di promozione per gli investimenti stranieri in Italia’. Allora, la proposta? ‘Riunirli tutti in unico ente, che potremmo chiamare Italia Internazionale, pubblico per la maggioranza ma in cui entrino banche e Confindustria sul modello Simest, e anche gli enti fieristici e le Camere di Commercio. Il personale sarebbe nettamente inferiore ai 1400 complessivi di tutti gli enti che citavo. Niente licenziamenti ma la possibilità di trasferirsi in altri rami dell’amministrazione o accettare un contratto privatistico con tutti i vincoli che comporta. Le stesse persone lavorerebbero alla promozione, ai finanziamenti, al supporto degli investimenti’. Lei tutto questo lo aveva inserito un emendamento, che ne è stato? ‘Pensi che anche Tremonti mi aveva detto che gli piaceva, poi all’improvviso nel maxiemendamento non se n’è vista traccia’”.

 (red)

 

 

13. Karzai: Soli dal 2014. Al-Zawahiri: Vinciamo noi

Roma -

“Entro il 2014 tutte le 34 province della nazione saranno passate sotto il controllo delle truppe locali: con questo impegno – scrive il corrispondente da New York de LA STAMPA – si è conclusa a Kabul la Conferenza internazionale sul futuro dell’Afghanistan che ha visto il presidente Hamid Karzai confermare l’intenzione di rispettare una scadenza che consente alla Nato di dare corpo alla ‘exit strategy’ della missione iniziata in risposta agli attacchi dell’ 11 settembre 2001. Vestito con il tradizionale copri abito tribale e il cappello di pelliccia dei pashtun, Karzai è intervenuto davanti a 44 plenipotenziari stranieri affermando: ‘Confermo, le nostre forze saranno responsabili di tutte le operazioni di sicurezza entro il 2014’. È un impegno che i Paesi partecipanti hanno poi sostenuto formalmente e consente all’amministrazione Obama e alla Nato di procedere con i piani di un progressivo passaggio delle consegne a partire dal luglio del 2011, quando la Casa Bianca ha previsto il primo simbolico ritiro di truppe. ‘La visione che ci accomuna - ha aggiunto Karzai - è di un Afghanistan pacifico punto d’incontro fra le civilizzazioni’. Il Segretario di Stato, Hillary Clinton, ha risposto sostenendo l’impellenza di dare inizio alla transizione che ‘è troppo importante, non può essere rinviata all’infinito e ruota attorno alla data del luglio 2011’. Ma questo ‘non implica l’intenzione di abbandonare l’Afghanistan perché la nostra è una missione di lungo termine per garantire una pace stabile’. La missione Usa e Nato appare destinata a trasformarsi con una maggiore attenzione per gli interventi civili parallelamente alla staffetta sulle mansioni militari. Il Segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, ha tenuto a precisare che tale scenario non comporta la revisione dei piani ‘perché la missione terminerà solo quando gli afghani saranno in grado di difendersi da soli ‘ e dunque la scadenza del 2014 potrà essere modificata se la situazione sul terreno lo richiederà. Ciò non toglie che la svolta nell’approccio all’Afghanistan sia palpabile, come Karzai ha sottolineato suggerendo ai ministri stranieri di ‘concentrare gli sforzi su un limitato numero di progetti civili per trasformare la vita della gente’. ‘Dobbiamo dare la prevalenza a progetti efficaci nel breve termine ‘ ha aggiunto Karzai, al quale la Clinton si è rivolta per sottolineare ‘l’urgenza di combattere la corruzione e migliorare l’amministrazione’ definendoli ‘terreni di prova per il governo’ sui quali ‘tanto la popolazione afghana che la comunità internazionale aspettano di vedere dei rapidi risultati’. La Clinton non ha fatto mistero dei problemi posti dal calo di sostegno popolare per la guerra: ‘La strada che abbiamo di fronte non sarà facile perché i cittadini di molte nazioni, inclusa la mia, si chiedono se il successo sia possibile’. La conferenza è stata al centro della visita a Washington del premier britannico David Cameron. Al termine dell’incontro nello Studio Ovale Barack Obama ne ha lodato i risultati parlando di ‘evento storico’ perché ‘è primo consesso internazionale svoltosi a Kabul’. Cameron ha concordato, indicando nell’’addestramento degli afghani’ il ‘maggiore compito che ci aspetta’ e sottolineando l’importanza di una ‘strategia politica ‘ tesa ad aprire il dialogo con i leader taleban ‘disposti a gettare le armi’. Sui propositi di Karzai e della comunità internazionale pende tuttavia l’incognita di una situazione di sicurezza che resta precaria come evidenziato dal record di vittime Nato in giugno - 103, di cui 60 americani - e anche da quanto avvenuto proprio ieri all’aeroporto di Kabul, investito da una pioggia di razzi dei taleban che ha ritardato l’atterraggio dell’aereo del Segretario generale dell’Onu, Ban Kimoon. La guerriglia legge le notizie da Kabul come un indebolimento del sostegno Nato a Karzai e il numero 2 di Al Qaeda, Ayman al-Zawahiri, ha diffuso ieri un messaggio audio: ‘Stiamo vincendo’”.

 (red)

 

 

14. Se l’ebook vende più del libro stampato

Roma -

“Lunedì è stato un giorno memorabile nella storia dei libri, se mai esisteranno ancora in futuro. Amazon.com – il principale negozio americano di libri on line – ha annunciato infatti che negli ultimi tre mesi le vendite di libri per Kindle hanno superato la vendita dei libri di carta rilegati. In questo trimestre Amazon ha detto di aver venduto 143 libri Kindle ogni 100 libri rilegati, compresi i libri per i quali non esiste la versione supportata dal lettore elettronico”. Lo si legge su REPUBBLICA che traduce un articolo pubblicato dal NEW YORK TIMES. “Secondo le dichiarazioni di Amazon, anche il ritmo accelerato di questa trasformazione è notevole: soltanto nelle ultime quattro settimane le vendite solo salite facendo registrare un rapporto di 180 libri digitali venduti ogni 100 copie cartacee. Amazon ormai ha in vendita 630.000 libri leggibili su Kindle, una piccola percentuale, però, rispetto ai milioni di libri che vende sul proprio sito. I bibliofili che deplorano il calo delle vendite di libri rilegati dovrebbero fare i conti con la realtà e diventare pragmatici: lo afferma Mike Shatzkin, fondatore e direttore esecutivo di Idea Logical Co., che offre consulenze agli editori in tema di trasformazioni digitali. ‘Questo giorno doveva pur arrivare’ ha detto Shatzkin, il quale prevede che entro dieci anni al massimo, meno del 25 per cento di tutti i libri saranno venduti in edizione cartacea. Il cambiamento secondo Amazon è ‘sbalorditivo, se si considera che vendiamo libri da 15 anni e i Kindle soltanto da 33 mesi’ ha dichiarato il direttore esecutivo Jeffrey P. Bezos. Tuttavia i libri cartacei sono tutt’altro che scomparsi. Le vendite di settore hanno fatto registrare un aumento del 22 per cento quest’anno, secondo l’Associazione degli editori americani. In questa cifra non rientrano naturalmente i libri Kindle, 1,8 milioni dei quali pubblicati prima del 1923 (e che avendo il copyright scaduto sono di pubblico dominio). Amazon non ha precisato in ogni caso il rapporto tra le vendite di libri in edizione economica e gli e-book, ma si ritiene che i primi superino ancora i secondi”. “A detta di Shatzkin – si legge ancora –, la grande sorpresa è dovuta al fatto che il sorpasso è avvenuto proprio nel periodo in cui Kindle ha dovuto affrontare una seria minaccia dal punto di vista della concorrenza: l’Apple iPad - messo in commercio ad aprile – è venduto come un dispositivo di lettura, i cui libri sono acquistabili dal suo stesso e-book store. Nondimeno le vendite di Kindle sono cresciute di mese in mese per tutto il trimestre, conferma Amazon. Il successo di Kindle è riconducibile al fatto che si registra una vera esplosione di vendite in tutto il settore degli e-book. Secondo l’Associazione degli editori americani, le vendite fino a tutto maggio degli e-book quest’anno sarebbero quadruplicate. Uno dei motivi per i quali le vendite di libri Kindle hanno retto è che i proprietari di iPad e di altri dispositivi portatili di lettura comperano libri Kindle, che possono leggere sui loro computer, iPhone, iPad, BlackBerry e telefoni Android. Invece, eccetto i libri gratuiti privi di diritti d’autore, i proprietari di Kindle devono comperare o scaricare i contenuti desiderati soltanto tramite Amazon. ‘Ogni volta che vendono un Kindle agganciano il consumatore’ ha chiosato Shatzkin. Il tasso di crescita delle vendite di Kindle è triplicato da quando Amazon ha diminuito il prezzo del lettore facendolo passare da 259 dollari a 189, poco dopo che Barnes & Nobles aveva per primo ridotto il prezzo del suo lettore Nook da 259 dollari a 199. Più o meno nel medesimo periodo, Apple ha venduto tre milioni di iPad. Secondo gli analisti, l’annuncio di Amazon potrebbe mitigare le preoccupazioni degli investitori, legate al fatto che iPad minaccia le vendite di Kindle. Il prezzo delle azioni di Amazon è sceso negli ultimi tre mesi del 16 per cento, in parte proprio per questi timori. Aaron Kessler, direttore di Internet and digital media equity research per ThinkEquity, ha detto: ‘Le preoccupazioni per le vendite di iPad e legate al fatto che Amazon avrebbe potuto perdere quote di mercato nel settore libri, si sono riflesse negativamente sulle azioni’”.

 

 (red)

Intervista: a 21 anni (quasi) senza speranza

L’estate indiana della RAI