Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Secondo i quotidiani del 22/07/2010

1. Le prime pagine

Roma - CORRIERE DELLA SERA – In apertura: “Fiat, il paino della svolta”. Editoriale di Francesco Giavazzi: “Le università sotto esame”. In un riquadro: “Tagli del 10 per cento agli stipendi dei parlamentari”. A centro pagina: “Indagine sui conti di Verdini. La difesa: niente misfatti, sono i sacrifici di una vita”.

LA STAMPA – In apertura: “Fiat, via allo scorporo”. A sinistra: “Divorzi raddoppiati, vanno in crisi anche le coppie collaudate”. In un riquadro: “Ultimatum dei narcos all’Fbi”. A centro pagina: “Per Borsellino pronta un’altra autobomba”.

LA REPUBBLICA – In apertura: “Al setaccio i conti di Verdini”. A sinistra: “Legge-bavaglio. Alfano: voto entro l’estate”. In un riquadro: “Fiat si divide e vola in Borsa: ‘E ora produciamo in Serbia’”. A centro pagina: “La mucca pazza colpisce 10 anni dopo”. “Parlamentari, braccio di ferro sul taglio dello stipendio: 550 o duemila euro?”.

IL SOLE 24 ORE – In apertura: “Fiat raddoppia l’utile e scorpora”. A centro pagina: “Bloccati i pagamenti degli aiuti alle imprese”. “Pm e Guardia di Finanza indagano su 2,6 milioni versati a Denis Verdini”.

IL FATTO QUOTIDIANO – In apertura: “Verdini & Carbone e i soldi”. Editoriale di Marco Travaglio: “Mangano e manganello”. A centro pagina: “Granata: Forza Italia non attacchi Spatuzza”. A fondo pagina: “Al Gore: Giornalisti italiani, io sto con voi”.

IL TEMPO – In apertura: “C’è chi guadagna più della Polverini”. Di spalla: “Il miracolo Fiat: italiano ma costruito all’estero”. A centro pagina: “I conti di Verdini al setaccio”. A fondo pagina: “Quando ‘Roma’ affondò”.

LIBERO – In apertura: “Cronaca di un golpe” di Maurizio Belpietro. In un riquadro: “Ci sono 40 gradi, il Pd vara misure anti-neve”. A fondo pagina: “Meno auto, meno Italia. È questo oil boom Fiat”.

IL MESSAGGERO – In apertura: “Fini: intransigenti su questione morale”. Editoriale di Antonio Golini: “Il futuro dei vecchi, la sfida del paese”. A centro pagina: “La Fiat si divide in due”. “Tremonti: non ci sarà un’altra manovra, alzare le tasse sarebbe stato un suicidio”. A fondo pagina: “Caso Marrazzo, sarà riesumato il corpo del pusher Cafasso”. “La Corte Costituzionale cancella il carcere obbligatorio per gli stupratori”.

L’UNITA’ – In apertura: “‘A un passo dalla verità’”. A fondo pagina: “Maggioranza battuta quattro volte”. “Pd, la battaglia per le donne: ‘Tradite le pari opportunità’”. (red)

 

 

2. "P3", Verdini: Quei 2,6 milioni? Frutto di sacrifici

Roma - “I 2,6 milioni di euro su cui indaga la Finanza? ‘Questo denaro— replica Denis Verdini — è stato esclusivamente utilizzato per l’attività del Giornale della Toscana e delle aziende collegate. Si tratta di risorse personali, frutto di enormi sacrifici economici fatti da me, dalla mia famiglia e dai miei soci’. I soldi del coordinatore del Pdl, che si arrabbia perché ‘le notizie relative alla mia persona vengono distillate giorno dopo giorno, quasi vi fosse una regia’, sono finiti nell’inchiesta assieme a quelli del senatore Marcello Dell’Utri e di Flavio Carboni: la procura ha disposto accertamenti bancari dal 2004 in poi, per verificare se nei conti correnti siano transitate somme relative a tangenti o ad altre operazioni illecite. Nelle carte dell’inchiesta infatti – scrive il CORRIERE DELLA SERA - i carabinieri scrivono: ‘Sia Verdini che Dell’Utri risultano apparentemente coinvolti in alcune operazioni finanziarie sospette condotte da Carboni, nell’ambito delle quali egli ha veicolato titoli per centinaia di migliaia di euro’. Dell’Utri e Verdini saranno interrogati all’inizio della prossima settimana, mentre non è ancora stata fissata l’audizione di Giacomo Caliendo. E proprio rispondendo alla Camera ad un’interrogazione sul sottosegretario, il Guardasigilli Angelino Alfano ha colto l’occasione per attaccare il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, reo di aver rilasciato due ‘sobrie e pacate ‘ interviste (una in parte smentita) sulla ‘loggia’ di Carboni: ‘una cricca’, ‘una società occulta devastante ‘ in grado di ‘condizionare le istituzioni’. Nei palazzi della politica le parole di Alfano, peraltro ironiche, sono state interpretate come l’avviso di una possibile ispezione ministeriale a piazzale Clodio. E le voci, in procura, hanno suscitato una certa apprensione. Imagistrati non temono l’eventuale invio degli 007 di via Arenula, ma ci si domanda se qualcuno non abbia intenzione di bloccare l’inchiesta. Le iscrizioni nel registro degli indagati di Verdini, Dell’Utri e Nicola Cosentino, che appunto per questo si è dimesso da sottosegretario, hanno già provocato un terremoto nel Pdl. Sono sviluppi che fanno dire a Massimo D’Alema: ‘ Dall’inchiesta emerge intorno al potere di Berlusconi una rete affaristica che appare come un vero e proprio sistema di potere. Non si tratta di casi singoli, come sostiene il premier, ma di un qualcosa che somiglia alla rete dei primi anni 90’. Ieri gli avvocati Giuseppe De Angelis e Simone Ciotti hanno chiesto al tribunale della libertà di annullare l’ordinanza di custodia che l’8 luglio ha condotto in carcere Arcangelo Martino. I giudici decideranno non prima di lunedì, ma è quasi certo che il provvedimento verrà confermato, come è già successo per Carboni e Pasquale Lombardi. È invece destinata a slittare, probabilmente, l’audizione di Alfonso Marra davanti alla prima commissione del Csm, prevista per lunedì. Il difensore del presidente della corte d’Appello di Milano, l’ex pm di Mani pulite Piercamillo Davigo, avrebbe bisogno di più tempo per esaminare le contestazioni di Palazzo dei Marescialli. Un invito a dedurre nel quale, tra l’altro, si farebbe riferimento anche a Caliendo. La prima commissione si riunirà questa mattina per decidere se accettare la richiesta di Davigo”. (red)

 

 

3. "P3", Mancino: sul Csm cono d’ombra ma il voto fu libero

Roma - “C’è molta inquietudine intorno al rinnovo del Consiglio superiore della magistratura, il cui plenum scade il prossimo 31 luglio mentre ancora il Parlamento non è stato capace di eleggere gli otto nuovi membri che dovranno affiancare i 16 togati già votati dai magistrati. L’inquietudine – scrive il CORRIERE DELLA SERA - è alimentata anche dalle dichiarazioni del vice presidente uscente, Nicola Mancino, secondo il quale ‘gli ultimi avvenimenti relativi all’inchiesta sull’associazione segreta loggia P3 gettano un cono d’ombra...’ sul consiglio. Tuttavia, aggiunge Mancino, ‘non credo che possano incidere sulla sostanza dell’attività che abbiamo svolto al Csm’.Mancino, dunque, difende l’istituzione e rivendica per sé una scelta in piena autonomia quando, insieme ad altri 12 consiglieri, fu eletto Alfonso Marra (il magistrato oggetto delle pressioni esercitate dalla presunta P3, ndr) al vertice della corte d’Appello di Milano. Eppure, ora, il ‘cono d’ombra’ si allarga perché la questione morale emersa al Csm (più di un consigliere intercettato e citato nell’inchiesta della procura di Roma, oltre a Mancino e all’ex primo presidente della Cassazione, Carbone) adesso rimbalza anche in Parlamento, in casa del Pd, dove i gruppi chiedono ai dirigenti del partito più trasparenza nella scelta dei candidati laici da inviare a Palazzo dei Marescialli. L’iniziativa è di Ignazio Marino e di Felice Casson, ai quali si sono aggiunti altri 38 senatori democratici, per chiedere ad Anna Finocchiaro di riportare all’interno del gruppo la discussione sui due candidati del Pd per il Csm. Anche alla Camera un’analoga richiesta starebbe per arrivare a Dario Franceschini: ‘C’è un problema di urgenza e di trasparenza perché alla fine siamo noi a votare’, osserva Casson che non nasconde il suo imbarazzo per le intercettazioni dell’inchiesta P3 in cui la consigliera Celestina Tinelli (eletta 4 anni fa su indicazione del centrosinistra) non fa proprio una figura cristallina nel giro della presunta P3. Ecco, incalza Casson, ‘vorremmo sapere chi andiamo a votare, stavolta. Chi e perché’”. 

 

“I vertici del Pd, intanto, danno il via libera alla candidatura di Michele Vietti dell’Udc, il partito cui spetta uno dei tre posti in plenum riservati all’opposizione, che assomiglia a una investitura per la vicepresidenza. I due laici eletti in quota Pd — in corsa gli avvocati Calvi e Petrucci, i professori Grevi e Giostra mentre tramonta l’ipotesi Sergio Mattarella così come ha già rinunciato Giuseppe Fanfani — dovrebbero compattarsi sul nome di Vietti con il blocco dei togati e magari con qualcuno dei 5 laici di centrodestra. Se Pd e Udc hanno trovato l’intesa, protesta Antonio Di Pietro: ‘Non partecipiamo alla spartizione, piuttosto proponiamo Francesco Saverio Borrelli’. Replica Franceschini (Pd): ‘L’Idv ha chiesto con insistenza di indicare uno dei nomi dell’opposizione per il Csm ma, in assenza di un’intesa, si è adottato il criterio della consistenza dei gruppi’. La maggioranza potrà eleggere 5 consiglieri: Ventura Sarno (Lega), Lo Presti (finiano), l’ex presidente della Consulta Marini (proposto da Gasparri), gli azzurri Gargani e Biondi, Antonio Caruso, Leonzio Borea (area Giovanardi). Chi di loro deve andare al Csm lo deciderà Silvio Berlusconi anche se poi il via libera alla vice presidenza Vietti sembra un passo quasi scontato anche per il Pdl. Le Camere ‘eleggano i membri laici entro il 31 luglio. Se non lo facessero, darebbero uno scarso esempio di democrazia’, ha avvertito Gianfranco Fini. Nella seduta di oggi, però, sarà ancora fumata nera. Ultima possibilità, giovedì 29 luglio”. (red)

 

4. Fini: Su questione morale politica sia intransigente

Roma - “È il giorno del ventaglio, il regalino che i cronisti parlamentari fanno ogni estate al Presidente della Camera, un Gianfranco Fini rilassatissimo entra nella sala del rinfresco, prende un calice di prosecco e si gira col bicchiere sospeso. Vuole offrirlo – scrive LA STAMPA – alla prima donna alle sue spalle. Chi è la fortunata? Guarda tu, è proprio Rosy Bindi, la pasionaria del Pd che da Berlusconi riceve un altro genere di gratificazioni. Fini scherza (‘Il prosecco, i maschietti ora se lo prendono da soli’), ma appena si gira sulla sua destra, si imbatte in un’altra “icona” della sinistra di Montecitorio: è Pasqualino Laurito, ottantenne giornalista ex Ansa, comunista da sempre, uno che parlava con Togliatti e Berlinguer e che da qualche tempo ha una simpatia per Fini. Che appena vede Laurito, lo saluta affettuosamente: ‘Pasqualino ce l’hai il mio numero? Ad agosto ci vediamo all’Argentario?’. Laurito parla di Berlusconi: ‘Che dice il duce?’. Fini, divertito, lascia cadere: ‘Sei il solito provocatore!’. È giornata di buonumore esibito per il Presidente della Camera. L’abbronzatura “giusta” di chi ha preso il sole a più riprese, al collo una di quelle cravatte rosa che resistono a tutti i cambi esistenziali, Fini si gode uno dei suoi giorni più felici nel modo più curioso: ritrovandosi “circondato” per diverse ore da simpatizzanti un tempo lontanissimi. Nella sala del Mappamondo per la consegna del ventaglio, erano accorsi anche Luciano Violante, Anna Paola Concia, deputata Pd felicemente lesbica, Beppe Giulietti, il direttore di RaiNews Corradino Mineo, il presidente e il segretario del sindacato giornalisti. Diversi deputati della sinistra sono andati a congratularsi con Fini per la “vittoria” sulle intercettazioni e il presidente della Camera ha ringraziato così: ‘È una questione di mestiere...’. Certo, oggi Berlusconi cercherà di ribaltare, almeno in termini di immagine, il senso di quel che è accaduto. Ma la sostanza di un Fini sempre più inattaccabile in quel suo tirare la corda senza spezzarla, non sfugge al diretto interessato: ‘Chi pensava di crearmi problemi, se li è ritrovati...’”. 

 

“Anche perché – prosegue LA STAMPA – nella vicenda intercettazioni, per Berlusconi la partita non si giocava sul provvedimento in sé, ininfluente sui processi del premier: ‘Il problema vero era capire chi comandava - sostiene Bruno Tabacci, che qualche giorno fa ha avuto un lungo colloquio riservato con Fini - e da questo punto di vista la sconfitta di Berlusconi rischia per lui di essere contagiosa. Anche perché il Presidente della Camera - che ha accontonato il tema degli immigrati e cavalca un tema di “destra” come la legalità - ha realizzato un asse con Napolitano davanti al quale Berlusconi ha dovuto alzare bandiera bianca’. E infatti, nel giorno della vittoria, Fini non ha fatto il maramaldo, ma ha enfatizzato il tema-legalità: ‘La politica deve essere intransigente’ davanti alla risorgente questione morale e dunque ‘bisogna essere drastici’ verso comportamenti ‘non in sintonia con l’etica pubblica’. Ma la vera novità degli ultimi giorni è un’altra: dopo una stagione di isolamento, gli interlocutori di Fini dentro il Pdl stanno aumentando: si sono consumati contatti, certo informalissimi, tra il Presidente della Camera e le personalità che hanno dato vita al gruppo di “Liberamente”, il ministro degli Esteri Franco Frattini, tre ministre come Maria Stella Gelmini, Mara Carfagna, Stefania Prestigiacomo, uno dei fondatori di Forza Italia come Mario Valducci, che significativamente dice: ‘La questione della P3 non c’entra, ma Verdini non deve essere confermato coordinatore perché non è riuscito a costruire un partito degno di Berlusconi’”. (red)

 

 

5. "P3", scandalo giudici rischia di screditare magistratura

Roma - “Il timore, adesso, non è soltanto che emergano i nomi di altri giudici contigui alle aree più opache della società e della politica. La preoccupazione che si avverte nelle istituzioni dello Stato – spiega Massimo Franco nella sua Nota sul CORRIERE DELLA SERA – è quella di un discredito della magistratura in quanto tale. Giorno dopo giorno, cresce la consapevolezza che quanto è venuto fuori sul comportamento di alcuni esponenti del Csm può avere contraccolpi gravi sull’opinione pubblica; e portare alla delegittimazione di politici e magistrati, come espressione di poteri comunque inquinati e poco affidabili. È un rischio palpabile, nonostante l’esempio della maggioranza dei giudici e l’emozione che tuttora suscita il sacrificio di alcune figure-simbolo. Il fatto che lo scandalo della cosiddetta ‘P3’ abbia lambito perfino il vicepresidente, Nicola Mancino, rende la vicenda più grave. Il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, ha già spiegato perché è opportuno rinviare qualunque discussione sulla questione morale al nuovo Csm: l’attuale, che sta per scadere, sarebbe chiamato a discutere di questioni oggetto di indagini e riguardanti anche alcuni suoi membri. Le pressioni del geometra Pasquale Lombardi, attualmente in carcere, per far nominare Alfonso Marra presidente della Corte d’appello di Milano restano un buco nero. Mancino ieri ha spiegato di averlo votato ‘in indipendenza ed autonomia’. Ma i sospetti non si fermano. L’idea che in questi anni il Csm sia stato avvolto in quello che lo stesso vicepresidente definisce ‘un cono d’ombra’ alimenta vecchie e nuove riserve verso l’organo di autogoverno dei giudici. Al di là dei singoli casi, l’inchiesta giudiziaria sta facendo emergere le distorsioni che gli attuali meccanismi di selezione possono causare". 

 

"Adesso si parla di comportamenti scorretti ripetuti. E uno dei consiglieri, Vincenzo Siniscalchi, scrive in una lettera aperta che ‘non può passare sotto silenzio l’effetto devastante sul prestigio e sul decoro della magistratura... Il tema della questione morale è di indiscutibile importanza’.A far riflettere non è soltanto il profilo penale ma la contiguità di alcuni magistrati ‘con trafficanti e mestatori di ogni risma’; con persone accusate di avere ‘come unico scopo quello di inquinare le istituzioni’, secondo Siniscalchi. Si tratta di una fotografia impietosa, che la classe politica rilancia. Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, chiede ‘intransigenza verso chi ha scarso senso dell’etica pubblica’. Nel centrosinistra si chiede rigore sui nomi dei consiglieri ‘laici’ del Csm, che il Parlamento voterà a fine mese. Ma l’esigenza di un accordo fra maggioranza e opposizione, già fallito in precedenza, accentua l’impressione di un Csm subalterno ai partiti. A colpire sono le commistioni con personaggi al di sotto di qualunque credibilità. Prevale la repulsione verso un malcostume, prima ancora che verso reati tutti da provare. Dal mondo cattolico si moltiplicano i segnali di inquietudine per quanto accade, a Roma come a Milano, riflessi dal quotidiano Avvenire. ‘È l’organizzazione del Csm che viene messa in discussione’, ammette Mancino cercando di valutare le vicissitudini del Consiglio dall’esterno. Ma non è un’operazione facile. Su uno sfondo così inquinato, il tema della legalità ritorna con prepotenza, strumentalizzazioni comprese. E sta già ridisegnando gli equilibri nel centrodestra, con Fini nel ruolo di mattatore”. (red)

 

 

6. Svelato il mistero P3: sono "Qui Quo Qua"

Roma - “Stai a vedere che P3 è il nome in codice di Qui, Quo, Qua. Che nei cassetti delle redazioni e dei tribunali c’è già l’intercettazione che inchioda i nipotini di Paperinoal loro ruolo di agenti del capitalismo internazionale, con la missione di corrompere i giovani italiani. Magari – scrive IL GIORNALE – con l’aiuto di Paperoga, che con quell’aria eccessivamente svagata non ha mai convinto nessuno. Ma forse la vera notizia è che alla fine è caduto anche Topolino . Aveva passato indenne le fasi più infuocate della storia italiana. Atermico durante la guerra fredda, moderato per indole, tollerato persino nelle sezioni del Partito comunista italiano. Un po’ meno nelle sacrestie, ma solo perché faceva concorrenza al Giornalino delle Paoline. Nessuno pensò di farne un feticcio del nemico capitalista nemmeno negli anni Settanta. Anzi, se in quel periodo tetro gli unici giovani artisti italiani a farsi conoscere all’estero erano dei fumettisti, il merito è anche delle letture giovanili targate Disney. Eppure sostenere che zio Paperone era un nemico del popolo, con quella sua etica del lavoro e del denaro, sarebbe stato facile per gruppettari e stalinisti. A colmare questa lacuna della sinistra estrema hanno pensato gli eredi degli anni Dieci. Siti internet post girotondini e blog di parte giustizialista in questi giorni fanno trapelare un messaggio inquietante. Mamme, babbi, bimbi, fate attenzione. Silvio Berlusconi sta usando Topolino per corrompere i pargoli promuovendo quella diavoleria che è il decoder del digitale terrestre. ‘Conviene prenderli da piccoli’ si legge sopra riproduzioni delle tavole incriminate. E poi giù disamine alla Michael Moore della storia ‘Zio Paperone e il digitale Extraterrestre’, scritta da Alessandro Sisti e Paolo Mottura, apparsa sul numero 2847 del fumetto". 

 

"Il tema è il passaggio al digitale terrestre di Paperopoli. I decoder che vanno a ruba? Un chiaro invito a comprarli. I paperopolesi vanno a un centro commerciale che si chiama Paperonics? Un riferimento a una vera catena di elettrodomestici. Poi c’è la Banda Bassotti che cerca di rubare l’apparecchio. Insomma, la storia secondo i blogger è un invito implicito a cedere al passaggio dalla tv analogica a quella digitale. Un’istigazione a ‘dire a mamma e papà di andare nel negozio più vicino a casa e acquistare il necessario per la tv digitale’. E Topolino si è prestato? ‘È la partnership da sempre strettissima tra Mondadori e Disney’. Non ci sono dubbi è ‘un marchettone’. E se sono stati mobilitati anche Archimede e tutta la famiglia dei paperi è solo per il ‘conflitto di interessi del nostro presidente del Consiglio: un incesto politico, istituzionale, finanziario e mediatico. Un affare colossale, per lui, un raggiro nauseante, per noi, ecco cos’è il digitale terrestre italico’. Immediata la risposta del popolo di internet. ‘Siamo sommersi da messaggi subliminali!’, si legge su Facebook; ‘la Disney è in mano a un gruppo sionista che ha il 96 per cento del pubblico televisivo, cinematografico ed editoriale negli Stati Uniti. Nulla può sorprenderci’; ‘pure Mussolini faceva questo lavaggio di cervello!’. Qualcuno si azzarda a notare che in realtà la storia sul decoder extraterrestre è parte di un genere. ‘Topolino ha sempre raccontato storie prendendo spunto dalla realtà. Le rende paradossali, irriverenti e perfino divertenti. Per favore, non facciamo la caccia alle streghe’. Ma l’invito cade nel vuoto. Per un pezzo di Italia non ci sono dubbi. Qui, Quo, Qua si sono venduti al nemico”. (red)

 

 

7. Intercettazioni, sfida sul sì prima delle ferie

Roma - “La Camera lavorerà la prima settimana di agosto, conferma il presidente Gianfranco Fini, perché il calendario è pieno: una manovra con voto di fiducia, l’elezione dei laici del Csm, il ddl intercettazioni, altri due decreti in scadenza in arrivo dal Senato (Tirrenia e tariffe Enel) e, dulcis in fundo, una raffica di proposte della giunta per le autorizzazioni. Davanti a questo ingorgo – scrive il CORRIERE DELLA SERA – il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, conferma la tabella di marcia per la sua legge: ‘Stiamo per approvare il ddl intercettazioni alla Camera prima delle vacanze estive’. Ma il presidente Fini risponde con una battuta: ‘L’estate? Finisce il 21 settembre’. La seduta del 29 luglio, previsto approdo in aula del testo Alfano, infatti, rischia di essere ‘occupata’ da una coda della manovra. Per cui, osserva Lanfranco Tenaglia (Pd), ‘si andrebbe al 30 con la discussione sul ddl, fermo restando che non ci siano ritardi per i laici del Csm’ che dovrebbero essere eletti il 28 o il 29. Ad agosto, poi, la seduta del 3 (votazioni sulle pregiudiziali sul ddl Alfano) potrebbe servire anche per la conversione dei decreti. E poi c’è il ‘ fuoco amico ‘ . Osvaldo Napoli, fedelissimo di Berlusconi, mette le mani avanti: ‘Se il ddl è inutile, una riflessione si impone e allora èmeglio rimandare il voto alla ripresa’. Mario Pepe (Pdl) ha presentato un emendamento per cancellare il lodo Alfano-Bongiorno sulla stampa. ‘La legge non ci piace, faremo di tutto per bloccarla perché è addirittura meno severa di quella attuale’. Perplessi anche Luigi Vitali, Francesco Paolo Sisto e Maurizio Paniz che voteranno ‘per disciplina di partito’. Tra i finiani, dunque, cresce il nervosismo dopo l’accordo raggiunto per il timore del ‘fuoco amico’ contro un testo che ha fatto altri passi in commissione. La presidente Giulia Bongiorno ha ottenuto dall’opposizione la riduzione drastica degli emendamenti e ha dato l’ok a un sub emendamento udc che, riformulato con uno del Pd, integra la proposta del governo: l’udienza stralcio, dove si decide quali sono le intercettazioni rilevanti tali da non sottostare al divieto di pubblicazione, dovrà svolgersi entro 45 giorni dalla richiesta del pm. Una soluzione votata all’unanimità: ‘Se il Parlamento discute, è capace di correggere impostazioni iniziali che si dimostrano inadeguate’, commenta Fini. Intanto ieri Alfano, rispondendo al question time alla Camera, ha ribadito la ‘piena correttezza’ del sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo ‘nei due anni di proficuo lavoro al ministero. Per cui non prendiamo in considerazione l’ipotesi che non si occupi più delle intercettazioni’”. (red)

 

 

8. Manovra, Tremonti: È sufficiente così com’è

Roma - “In nessun caso si farà una manovra aggiuntiva per il 2010: quella di cui il Parlamento sta per terminare l’esame sarà sufficiente. In una lunga giornata a Montecitorio, in cui in totale ha parlato forse per cinque ore, Giulio Tremonti – scrive LA STAMPA – ha soprattutto polemizzato con le opposizioni. Sul federalismo, che si intreccia con i tagli della manovra - e con le proteste di alcune Regioni - il ministro dell’Economia non ha scoperto nuove carte; conferma che sarà ‘prudente’. La manovra, secondo Tremonti, non ha provocato ‘nessuna rottura della coesione sociale’, anche perché ‘per la prima volta si toccano anche i papaveri’. Il riferimento è ai sacrifici chiesti agli alti dirigenti dello Stato, ‘perché se chiedi riduzioni di salario agli impiegati puoi chiederle anche in alto’. Replica il segretario del Pd Pierluigi Bersani: ‘i papaveri che conosco io sono i grandi ricchi in termini di capitali, patrimoni, redditi, e questi non pagano un euro’. Tremonti minimizza le proteste che ci sono state, come lo sciopero dei medici, o il malcontento del settore sicurezza. Ai medici assicura che ‘il blocco del turn-over non vale per la sanità’, e con lui lo conferma il ministro della Sanità Ferruccio Fazio; le organizzazioni sindacali dei medici ribattono che ‘la cosa deve essere messa nero su bianco’ perché la lettera del provvedimento non è chiara e consente diverse interpretazioni. Un vanto, secondo il ministro dell’Economia, è anche l’intervento sulla previdenza, ‘la più seria riforma d’Europa, senza un giorno di piazza, accettata dal paese’. Peraltro il rinvio di un anno dell’età di pensione attraverso il sistema delle ‘finestre’ continua a irritare la Cgil, che ha annunciato ieri una manifestazione a Roma per il 29 settembre. Quanto alla pressione fiscale che nel 2009 è aumentata, per il ministro dell’Economia si tratta dell’effetto inevitabile del calo del prodotto lordo”. 

 

La manovra attuale, invece, è stata compiuta soprattutto con tagli alle spese (il 60 per cento circa secondo gli ultimi calcoli, ndr); farla con aumenti di tasse ‘sarebbe stato un suicidio’ dice Tremonti. Qui Bersani ribatte che la manovra ‘non è credibile dal lato delle entrate’ perché il recupero dell’evasione fiscale è incerto, è ‘pesante per i redditi medio-bassi e investimenti’, insomma ‘una delle più inique che io ricordi’. I tagli alla spesa delle Regioni, di cui si deve ancora stabilire l’esatta ripartizione, secondo le opposizioni costringeranno a ridurre i servizi di trasporto locale oppure di aumentare le tasse locali. Dopo le polemiche mattutine in commissione Bilancio, la seduta nel pomeriggio alla commissione per l’Attuazione del federalismo si è svolta in un clima più pacato, con dissensi inalterati però. Tremonti si dichiara convinto che ‘ragionando sul federalismo si troverà anche con le Regioni una quadra’; accenna che può essere accolta la richiesta delle Regioni di collaborare all’accertamento fiscale e spiega che la nuova tassa municipale ne unificherà 24 ‘semplificando la vita alla gente’. Se a chiedere il federalismo sono le Regioni del Nord, che vogliono più soldi, ovviamente al Sud si creano timori; Il ministro ribatte che ‘l’obiettivo è rendere il Sud più ricco’ cambiando l’attuale sistema di erogazioni che lo ha fatto andare indietro e non avanti. L’Udc, a cui il federalismo non piace, commenta: ‘se lo stesso Tremonti ammette che alcuni problemi ci sono, buon senso vorrebbe che ci si fermasse per qualche tempo per ragionare meglio’”. (red)

 

 

9. Manovra, "la montagna celebrata e dimenticata da tutti"

Roma - “Ma importa a qualcuno, della montagna italiana? Della gente che ci vive, ci lavora, ci muore? Pare di no. L’ultima conferma - scrive GianAntonio Stella sul CORRIERE DELLA SERA - è nella Finanziaria. Non è facile, per uno come il presidente della comunità montana di Asiago Lucio Spagnolo, capire i tagli. Prendeva 237 euro e 50 cent netti al mese: aboliti. Come le indennità di tutti i suoi colleghi. In compenso, in extremis, una manina ha ripristinato i gettoni per consiglieri circoscrizionali. I quali, in città come Palermo, arrivano a prenderne, di euro, 900. Misteri della politica. Misteri delle clientele. Che dovesse essere fatto un repulisti nel mondo delle comunità montane è fuori discussione. L’organismo nato nel 1971 per arginare l’abbandono degli antichi borghi e la crisi progressiva della montagna, che costituisce il 54 per cento del territorio italiano, aveva via via subito una deriva, per ragioni di bottega partitica, che a un certo punto sembrava inarrestabile. La necessità di distribuire sempre nuove poltrone, sempre nuove cariche, sempre nuove prebende, aveva portato le comunità, gonfia gonfia, a diventare 356. Un numero abnorme, con situazioni abnormi. Come quella della Sardegna, arrivata ad avere 25 enti, alcuni dei quali stupefacenti, tipo la ‘Comunità montana Riviera di Gallura’. O quella della Puglia che, nonostante sia la regione più pianeggiante, era riuscita a dar vita a 6 comunità (compresa quella leggendaria delle Murge Tarantine dove spiccava il caso di Palagiano: 39 metri sul mare) e a guadagnare contributi erariali 14 volte più alti, in rapporto agli ettari, di quelli del Piemonte. O ancora quella della Calabria, che nel pieno delle polemiche sui costi della politica si avventurò a inserire tra le comunità montane 19 nuovi comuni tra i quali Bova Marina, Cassano allo Jonio o Monasterace. Tutti e tre sul mare. Insomma, non poteva andare avanti così". 

 

"Tanto più che per distribuire soldi a pioggia anche ai furbetti, veniva sottratto denaro alla montagna vera. Quella dei paesini abbandonati. Quella dove ogni anno si chiudono scuole per mancanza di alunni. Quella dove le foreste (‘Anche se in certi casi c’è un risvolto paradossalmente positivo visti i guasti idrogeologici causati dalla distruzione insensata dei boschi’, spiega il professor Marco Borghetti) si sono divorate negli ultimi 20 anni secondo i parametri Fao un milione e mezzo di ettari di terreno. Insomma: bisognava buttare via l’acqua sporca proprio per salvare il bambino. È stato fatto il contrario. Il guaio è che il Palazzo, incapace di eliminare le province (Margaret Thatcher le 45 Contee metropolitane britanniche le eliminò nel 1985 tutte in un colpo solo) e metter ordine dove i tagli avrebbero comportato dolorose emorragie di consenso elettorale, si è a mano a mano convinto che quello poteva essere il boccone da offrire alla plebe arrabbiata per placare le sue ire: le comunità montane. Non solo quelle ridicole e indecenti: tutte. Anche quelle che funzionavano. Un esempio? Quella in Val Sabbia. La quale, come abbiamo già spiegato, ha allestito un’anagrafe e un ufficio Ici unici per tutti i suoi 25 comuni. Li ha messi tutti in rete. Stipendia un paio di funzionari-jolly che girano di municipio in municipio perché i più piccoli non possono permettersi un segretario comunale. Tiene in ordine le strade. Ha elaborato i piani regolatori di ciascuno. Ha dimostrato come l’unione può far la forza dando l’appalto per il gas solo a chi si impegnava a portare le condutture anche nelle contrade. E così via". 

 

"Un altro? Quella dell’Altopiano di Asiago, la terra dei mitici ‘Sieben alten Komoinen’ vicentini, i ‘Sette antichi Comuni fratelli cari’ le cui regole per i boschi e i pascoli sono in vigore dal IV secolo d.C. Uno straordinario esempio di democrazia dal basso. Dove la comunità montana (con 9 persone, che oltre a fare tutti progetti hanno messo su anche lo sportello unico per le imprese) gestisce 470 chilometri quadrati (sette volte San Marino) di prati e foreste, otto comuni per un totale di 60 frazioni, 392 chilometri di strade, 86 malghe da alpeggio (il più grande bacino europeo) e l’immenso patrimonio storico della Grande Guerra, compresa la zona sacra dell’Ortigara. Un lavoro essenziale. Tanto più in anni in cui, via via che la faticosissima agricoltura di montagna viene abbandonata, i boschi stanno divorandosi il 6 per cento l’anno di pascoli ed alpeggi. Col risultato che già 10.260 ettari su 16.200 del comune di Asiago sono ormai coperti dagli alberi (soprattutto dall’infestante pino mugo) anche là dove i nostri nonni si erano spaccati la schiena, estirpando radici e cavando pietre, per strappare alla terra fazzoletti di terra coltivabile. Ma davvero il risanamento statale imponeva l’abolizione dello stipendio del presidente, che avendo già la paga da maestro (mica da super-manager: da maestro elementare) guadagnava 2.850 netti l’anno cioè quei 237 euro e 50 cent netti al mese di cui dicevamo, nonostante abbia contato l’anno scorso 379 appuntamenti in giro per cantieri, uffici pubblici, riunioni con gli assessori provinciali e regionali senza manco avere il cellulare pagato? Davvero il riordino delle pubbliche casse esigeva l’amputazione della busta paga della sua vice, pari a 118 euro e 75 centesimi netti mensili? Dura da credere (...)”. (red)

 

 

10. Manovra,tagli ai parlamentari: via dalla busta 1.200 euro

Roma - “La blindatura imposta dal ministro dell’Economia Tremonti alla manovra anche alla Camera impone ai politici di cercare visibilità con altri mezzi. Restano così due strade per conquistare l’attenzione: l’annuncio a effetto e la protesta di piazza. Il presidente della Camera, Gianfranco Fini - scrive IL GIORNALE - ha scelto la prima sfidando i deputati a una super riduzione del loro stipendio: di almeno 1.200 euro netti al mese. E causando numerosi mal di pancia tra i peones , abbandonati dal loro numero uno. I questori di Montecitorio e del Senato, infatti, stanno studiando come attenersi alle previsioni del decreto legge che impone un taglio del 10 per cento. Dopo due riunioni si era giunti alla conclusione che la voce da ridurre fosse l’’indennità ‘, ossia la parte fissa della busta paga dei parlamentari. Per i deputati la perdita sarebbe ammontata a circa 550 euro netti mensili. Durante la cerimonia del Ventaglio, Gianfranco Fini non ha esitato. ‘Il taglio - ha detto - deve ammontare al 10 per cento di tutto e non solo di una parte, altrimenti non è il 10 per cento’. Secondo ipotesi studiate dai tecnici finiani intervenendo su tutte le voci si possono tagliare fino 2.127 euro lordi al mese, appunto 1.200 netti. Suscitando non poco malcontento tra i deputati già vittime della scure tremontiana nel 2006. Per Fini l’importante è ‘che traspaia nell’opinione pubblica che il Parlamento vuole essere di esempio in questo momento difficile per l’economia. Quando si chiedono comportamenti virtuosi i parlamentari hanno il dovere di assumerne di analoghi’. Ecco perché, oltre alla riduzione degli stipendi, si bloccheranno gli adeguamenti triennali, i vitalizi e si aumenterà a 60 anni l’età pensionabile dei dipendenti. ‘L’impegno sarà mantenuto prima delle vacanze’, ha assicurato il presidente del Senato Schifani con serietà scevra dell’iconoclastia finiana. Il denominatore comune lo ha individuato il ministro dell’Economia. ‘La manovra per la prima volta ha toccato alcuni papaveri’, ha sottolineato Giulio Tremonti argomentando che ‘se chiedi sacrifici agli impiegati li puoi chiedere anche a livelli più alti ‘.E minimizzando l’entità delle rimostranze (...)”. (red)

 

 

11. Fiat raddoppia l'utile e scorpora

Roma - “Un secondo trimestre ‘eccezionale per il gruppo’ Fiat, che ‘ha superato quasi tutte se non tutte le attese del mercato’ grazie anche ai buoni conti di Cnh (macchine agricole e per le costruzioni) e Iveco (veicoli industriali), ma anche dell’auto. Nel quartier generale della Chrysler ad Auburn Hills (Detroit), dove si è svolto martedì in tarda serata il primo Cda del Lingotto in America, presieduto da John Elkann, l’ad di Fiat, Sergio Marchionne, è molto sicuro di sé. Fuma, beve il caffè e snocciola dati agli analisti che ascoltano la conference call: l’utile della gestione ordinaria – spiega LA STAMPA – è più che raddoppiato a 651 milioni di euro, i ricavi sono in rialzo del 12,5 per cento a 14,8 miliardi, l’utile netto è stato di 113 milioni, contro una perdita di 179 milioni nel secondo trimestre 2009. Ma quel che sorprende gli analisti è anche il dato sul debito, ridotto di un miliardo, e sceso a 3,7 miliardi e ora Fiat ha in cassa una liquidità record di 13,5 miliardi (11,2 miliardi di euro alla fine del primo trimestre). Numeri così non hanno sorpreso solo gli analisti ma anche gli investitori in Borsa. E così a Piazza Affari il titolo Fiat ha segnato un rialzo del 6,74 per cento a 9,66 euro, tra scambi fiume per 49 milioni di pezzi, pari al 4,5 per cento del capitale. A dare gas al titolo ha contribuito anche l’annuncio sul piano di scorporo. Per separare l’auto verranno create due nuove società targate Lingotto: Fiat Industrial, in cui confluiranno Iveco, Cnh e parte di Powertrain, e Fiat Spa dove resterà il business dell’auto". 

 

"In consiglio John Elkann, presidente di Fiat, ha parlato con soddisfazione dei ‘risultati molto positivi raggiunti’. E Marchionne agli analisti ha detto che il secondo trimestre è andato ‘incredibilmente bene in tutti i settori’. ‘Il business è in buona forma’, ha aggiunto l’ad che ha sottolineato che le stime per il 2010 sono ‘decisamente sottostimate’ ed ‘è molto probabile che le rivedremo per il 2010 con un rialzo che potrebbe essere significativo’. Sempre nel secondo trimestre, la liquidità, pari a un miliardo, ha portato l’indebitamento netto industriale a 3,7 miliardi (4,7 miliardi alla fine del primo trimestre). Il margine sui ricavi è aumentato al 4,4 per cento (2,4 per cento nel secondo trimestre 2009), grazie ai maggiori volumi, al miglior mix delle vendite e ai continui benefici derivanti dalle azioni di contenimento dei costi. Il business delle auto ha continuato a migliorare, nonostante il progressivo esaurirsi dell’effetto eco-incentivi in Italia e Germania. In particolare, Fiat Group Automobiles (Fga) ha realizzato un fatturato di 7,4 miliardi di euro (+6,4 per cento) con 554.300 vetture e veicoli commerciali leggeri consegnati (-6,2 per cento rispetto al secondo trimestre 2009). La ripresa della domanda nel comparto dei veicoli commerciali leggeri e il favorevole andamento dei cambi hanno più che compensato il calo dei volumi di vetture a seguito dell’esaurirsi degli eco-incentivi. Fiat ha registrato una quota di mercato del 30,3 per cento in Italia (-4,1 per cento) e del 7,5 per cento nell’intera Europa (-1,5 per cento), riflettendo la caduta della domanda nei segmenti delle vetture più piccole. In Brasile, ha mantenuto la leadership con una quota del 23,3 per cento. I ricavi di Cnh sono aumentati del 16 per cento a 3,3 miliardi. I ricavi dei veicoli industriali (Iveco) sono balzati del 18,3 per cento a 2,1 miliardi. Il business dei componenti e sistemi di produzione ha conseguito una forte crescita (+35,2 per cento rispetto al secondo trimestre 2009). Quanto ai risultati del semestre, Fiat ha raggiunto un utile netto di 92 milioni contro una perdita di 590 milioni. I ricavi sono cresciuti del 13,5 per cento a quota 27,7 miliardi. In aumento anche l’utile della gestione ordinaria, passato da 262 milioni a 1 miliardo”. (red)

 

 

12. Fiat, i fondi per Mirafiori? In Serbia

Roma - “L'impegno è ribadito, su Pomigliano il Lingotto va avanti. Ma lì si ferma, per ora, la costruzione di Fabbrica Italia. Troppi blocchi, polemiche, soprattutto troppe le minacce targate Fiom (e i relativi primi assaggi) di ‘ingovernabilità degli stabilimenti’. Risultato: la tabella di marcia degli investimenti Fiat – scrive il CORRIERE DELLA SERA – prosegue come da previsioni, il secondo passo scatta subito, però non da noi. Le linee della ‘L-0’ — nome in codice dell'auto che sostituirà Musa, Idea, Multipla— erano previste a Mirafiori. Andranno in Serbia. Insieme ai 350 milioni che Sergio Marchionne avrebbe voluto impiegare a Torino e che invece, adesso, saranno ‘dirottati’ a Kragujevac. Dove, peraltro, il Lingotto potrà contare su fondi aggiuntivi destinati al rinnovo totale degli impianti. Non un euro di ‘aiuto’ sarebbe stato chiesto al governo italiano. Duecentocinquanta milioni saranno, per contro, messi sul piatto dalle autorità di Belgrado. Duecentocinquanta milioni che, insieme ai 400 di finanziamenti Bei ottenibili per il lancio dello stabilimento, portano il totale a quota un miliardo. Non sono però i soldi pubblici a fare la differenza. L'offerta di Belgrado e l'accessibilità alla somma Bei erano sul tavolo anche quando, per il progetto ‘L-0’, il Lingotto aveva scritto Mirafiori alla voce impianto di produzione. Poi c'è stata la battaglia per Pomigliano. C'è stato - e c'è - l' ‘ostruzionismo’ Fiom. E se lì non si torna indietro, ‘confermiamo l'impegno preso con i sindacati che vogliono garantire la produzione della Panda, faremo insieme tutto il possibile per arrivare alle 270 mila auto previste’, Marchionne non è disposto a correre altri rischi sul resto. La mossa serba ‘non è — precisa da Auburn Hills, nell'incontro con gli analisti subito dopo il consiglio trimestrale-spin-off— un ritiro dal progetto Fabbrica Italia’”.

“Però, aggiunge, ‘decideremo impianto per impianto’. Perché è inutile girarci intorno, il braccio di ferro con la Fiom rischia (‘non per volontà nostra né degli altri sindacati’) di inceppare il meccanismo. E se già a Pomigliano ci sono 700 milioni di investimenti ormai avviati, ma che potrebbero finire ‘bruciati’ se l'accordo con Fim, Fismic, Uil e Ugl venisse vanificato da una catena di microconflitti, Marchionne vuole vedere come si evolverà la situazione. Vuole essere certo di ‘poter fare, tra un anno e mezzo, tutte le 270 mila Panda senza stop e senza interruzioni’. Dunque: ‘Fino a quando la situazione non si sarà sbloccata con assoluta chiarezza’, il piano da 20 miliardi di investimenti in Italia sarà deciso step by step, passo dopo passo, singolo impianto per singolo impianto. È perfettamente consapevole, Marchionne, che il tutto infuocherà il clima ancor più di quanto già non lo sia. Ma, dice, la colpa non può essere addossata al Lingotto: ‘La discussione si è inquinata sia in merito alle nostre intenzioni sia rispetto ai nostri obiettivi. La Fiat non può assumere rischi non necessari sui suoi progetti industriali, ne va della sopravvivenza’”.

“Per questo, lasciata passare qualche settimana, nel weekend è stata tutta la prima linea di manager torinesi (tutti in trasferta ad Auburn Hills) a decidere che di fronte al pericolo micro-conflittualità era Kragujevac, non Mirafiori, l'impianto in grado di garantire ‘senza problemi’ la produzione di 190 mila ‘L-0’ l'anno. Per questo Fabbrica Italia perde, intanto, la seconda tessera del puzzle e, quanto alle altre, ‘si vedrà di volta in volta: su Pomigliano lavoreremo con i sindacati che hanno firmato, ma il modello non è duplicabile, quello che dobbiamo fare per andare avanti è convincere tutti dell'assoluta necessità di modernizzare i rapporti industriali in Italia’. Senza, possibilmente, strumentalizzazioni politiche (‘l'inquinamento’ cui si riferisce Marchionne). Non è un caso che la mossa serba sia stata annunciata da Auburn Hills, dal consiglio che ha approvato un utile netto inatteso e, soprattutto, l'avvio del processo di addio alla ‘vecchia Fiat’. Senza Chrysler, come regolarmente ripete anche il presidente John Elkann, lo spin-off non sarebbe stato possibile, qui a Detroit c'è un bel pezzo del valore che la scissione potrà liberare. C'è, insieme, la prova tangibile di quanto sia davvero "multinazionale" oggi Fiat. E c'è il contro-specchio, rispetto all'Italia, di quanto possa fare una vera alleanza con chi rappresenta i lavoratori. Cita sempre la United Auto Workers, Marchionne, come esempio di ‘sindacato responsabile’. È la Uaw, ora, a citare Marchionne. Di Pomigliano, della Fiom, delle polemiche italiane non vogliono parlare. Cynthya Holland, presidente della Uaw per lo stabilimento di Jefferson, dice semplicemente: ‘Abbiamo capito, un anno fa, che eravamo all'ultima spiaggia. I sacrifici li abbiamo accettati per questo. Ma in cambio abbiamo trovato una partnership vera, non di facciata, e ne siamo grati a Sergio e alla Fiat’. Perché i risultati di quella partnership, sorride, li potete vedere già qui, Jefferson, Michigan, fabbrica della nuova Jeep Grand Cherokee: ‘Lunedì abbiamo avviato il secondo turno. Significa un quasi raddoppio dei dipendenti: 1.300 nuove assunzioni’. Altre 1.700 sono arrivate nel resto del gruppo. ‘E, sapete? Non c'è l'azienda da una parte, il sindacato dall'altra. Siamo "uno", siamo Chrysler. E ne siamo orgogliosi’”. (red)

 

13. Fiat, "l'orgoglio Chrysler ad anni luce da Pomigliano"

Roma - “Com'è lontana Detroit da Pomigliano. E com'è diverso, qui nel Michigan, il modo di agire e di pensare di coloro (i sindacati) il cui compito principale è quello di difendere e favorire i posti di lavoro. A Jefferson North, la fabbrica di Detroit simbolo della rinascita della Chrysler ‘by Fiat’, presto potrebbe partire il terzo turno. Le vendite del nuovo Grand Cherokee – scrive IL GIORNALE – tirano e gli operai, gli stessi che armati di ramazza hanno rimesso a nuovo l'impianto, sono pronti al ‘sacrificio’. Qui, il ceo Sergio Marchionne è visto come l'uomo che, in un anno, ha resuscitato un cadavere (la Chrysler), ridando la speranza e assicurando la busta paga a migliaia di persone ormai rassegnate alla disoccupazione. Com'è distante, poi, l'approccio con la realtà di Cynthia Holland, la robusta presidente della Uaw (il sindacato metalmeccanico Usa) di Jefferson, rispetto a quello di Maurizio Landini, neo leader della Fiom. Da una parte, qui negli Stati Uniti, le prospettive di far tornare grande la Chrysler vedono sindacati e lavoratori pronti a farsi in quattro; dall'altra, in Italia, la politica del ‘no a prescindere’ portata avanti dalla Fiom rischia di fare saltare l'investimento di 20 miliardi che Marchionne ha programmato per rilanciare la produzione di auto nel Paese. Se così fosse, se il piano ‘Fabbrica Italia’ dovesse trasformarsi in ‘Fabbrica Turchia’ o ‘Fabbrica Serbia ‘ o ‘Fabbrica Brasile’, le conseguenze per l'economia e l'occupazione sarebbero tragiche. Questa ipotesi, d'altronde, non è poi così remota. Proprio ieri, rispondendo agli analisti dalla verde Auburn Hills, direttamente dall'avveniristica torre Chrysler inaugurata nel 1986 dal suo predecessore Lee Iacocca, Marchionne ha fulminato la platea: ‘Il progetto Fabbrica Italia è congelato: il piano di portare la nuova Panda a Pomigliano va ovviamente avanti, e così l'investimento di 700 milioni)’".

 

"In stand by rimangono gli altri progetti collegati allo sviluppo dei nuovi modelli. Ma la Fiat, come ha ripetuto più volte il suo ad, non può rischiare di perdere la sfida della competitività perché impegnata a controbattere i ‘sabotaggi’ nelle sue fabbriche. Da qui il segnale, forte, che il bicchiere è colmo: ‘Ho deciso - ha tagliato corto Marchionne - di spostare la produzione del modello L-0 (quello che sostituirà Idea, Multipla e Musa, ndr) da Mirafiori a Kragujevac, in Serbia’. L'investimento è comunque partito: 1 miliardo. La Bei ha garantito un prestito di 400 milioni e Belgrado ha messo sul tavolo 250 milioni. Oltre l'Adriatico saranno pro­dotte fino a 240mila L-0 (è il nome in codice). Via all'assemblaggio tra 2011 e 2012. La mossa di Marchionne è chiara e fa capire che per il fatidico Piano B può partire in qualsiasi momento, anche frazionato. Pomigliano, per la Fiat, è sempre più un banco di prova: se non sarà possibile produrre con regolarità la nuova Panda e se non sarà garantita la governabilità all'interno della fabbrica campana ( Marchionne chiede che a collaborare sia il 100 per cento dei dipendenti: in caso contrario sarebbe pronto anche a considerare persi i 700 milioni) tutto tornerebbe in discussione. In meno di un anno, da quanto si è capito, la nuova Panda potrebbe essere sistemata in un altro impianto, fuori Italia. Ieri la Borsa ha celebrato con un più 6,74 per cento, portando le azioni a 9,66 euro, l'ok del cda allo scorporo e i conti brillanti del secondo trimestre. Ma le nuove nubi che si adden­sano su ‘Fabbrica Italia’ potrebbero scatenare fin da oggi una nuova tempesta. Intanto la Chrysler vola (andrà in Borsa nel 2011, dopo la Gm) e in cassaforte ad Auburn Hills ci sono 8 miliardi cash di dollari. Con lo spin-off, infine, è annunciato un nuovo valzer di manager Fiat, mentre Marchionne vede avvicinarsi una nuova stagione di aggregazioni”. (red)

 

14. Banche europee, maxivertice da Trichet

Roma - “A un giorno dalla pubblicazione dei risultati degli stress test, il presidente della Banca centrale europea Jean-Claude Trichet, il board e altri membri del Consiglio direttivo hanno ricevuto una ventina di amministratori delegati delle grandi banche di Eurolandia, per discutere della situazione economica e finanziaria e dei principali istituti di credito. “Una riunione informale’ già preventivata, secondo la Bce. Ma in ogni caso – scrive il CORRIERE DELLA SERA – una riunione-fiume, durata oltre quattro ore a cavallo della colazione, alla quale, oltre al Governatore Mario Draghi, presidente dell' Fsb, hanno partecipato anche gli amministratori delegati di Banca Intesa, Corrado Passera, e Alessandro Profumo di Unicredit. Una discussione tranquilla, pare, sulla quale è prevalsa tuttavia la consegna del silenzio. D'altra parte non è difficile immaginare i temi caldi sul tappeto. Anche ammesso che le grandi banche presenti — una ventina, delle 91 sotto esame presso l'autorità di vigilanza europea Cebs— abbiano passato l'esame, saranno emerse preoccupazioni per l'impatto dei risultati in un momento delicato per la situazione in via di miglioramento dei mercati finanziari, inclusi quelli dei titoli sovrani. E proprio mentre l'euro— ieri a quota 1,2817— e l'economia sono in ripresa, e mentre la Germania è tornata alla sua funzione di locomotiva europea con una crescita stimata del 2%. Si può però immaginare che Trichet abbia ribadito alle banche la necessità di fare il loro dovere, spronando l'attività creditizia e l'aumento del capitale. E le banche avranno espresso i loro timori per l'impatto (sulle di sé e sulla crescita) delle riforme finanziarie internazionali e delle nuove regole di Basilea 3. Nel frattempo, sono emersi dubbi sull'orario di pubblicazione dei risultati degli stress test, previsto per le 18 di domani, a mercati chiusi. Proprio per questo la Francia è stata la prima a chiedere un anticipo della diffusione dei dati, temendo un’esagerata reazione dei mercati americani, fra i più critici sui test. In serata anche alcuni esponenti del Cebs suggerivano un anticipo della pubblicazione alle otto del mattino di domani. Dal Fmi sono pervenute parole di approvazione per gli stress test bancari europei, accompagnate però dalla considerazione che ‘probabilmente un’incertezza sul carattere rigoroso o meno degli stress test persisterà’. Esami difesi dalla cancelliera Angela Merkel: riflettono la realtà, ha commentato. Nel frattempo, sulla riforma della governance dell'economia europea, Francia e Germania si sono trovate d'accordo nel richiedere per gli Stati inadempienti sanzioni sia finanziarie, sia politiche, come la sospensione del diritto di voto”. (red)

 

 

15. Hillary sul confine coreano: “Nuove sanzioni contro Kim”

Roma - Nuove sanzioni contro l’arsenale e i leader di Pyongyang, imponenti manovre congiunte con la Corea del Sud e una visita congiunta di Hillary Clinton e Robert Gates lungo il confine del 38° paralelo: l’amministrazione Obama - scrive LA STAMPA - flette i muscoli nella penisola coreana per far capire a Kim Jong-Il che è pronta ad affrontare anche il rischio di un’escalation militare. A quattro mesi dall’affondamento della nave sudcoreana Cheonan da parte di un sottomarino nordcoreano - con la conseguente morte di 46 marinai - Washington ha deciso di recapitare a Pyongyang segnali espliciti. I motivi sono due. Primo: il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha votato una dichiarazione di condanna dell’affondamento della Cheonan senza un inequivocabile accenno alle responsabilità del Nord, a causa dell’opposizione di Pechino, e ciò ha obbligato Washington a rassicurare Seul. Secondo: c’è il forte timore a Washington che, come afferma il nuovo direttore nazionale dell’intelligence James Clapper, Pyongyang possa lanciare un nuovo blitz militare ‘attaccando il territorio della Corea del Sud’. Da qui la volontà di far conoscere a Pyongyang la propria determinazione a garantire la sicurezza dell’alleato. A questo è servito il gesto simbolico della simultanea visita al villaggio di Panmunjom, lungo il confine del 38° parallelo che separa le due Coree dall’armistizio del 1953, da parte del ministro della Difesa e del Segretario di Stato. In un’atmosfera da Guerra Fredda i due ministri della Casa Bianca hanno preso parte ad un cerimoniale disseminato di simboli a ridosso del confine smilitarizzato e - in un caso - letteralmente sotto gli occhi delle guardie di frontiera della Corea del Nord con tanto di inni nazionali, omaggi alla bandiera e attestazioni di fermezza politico-militare. In tale cornice entrambi i ministri hanno recapitato a Pyongyang messaggi destinati a trasmettere la determinazione del presidente Obama nel sostenere la Corea del Sud, la cui capitale Seul è nel raggio dell’artiglieria del Nord. Le due Coree non hanno mai siglato un formale trattato di pace e Pyongyang più volte ha minacciato di riprendere le ostilità. Gates ieri ha confermato l’imminente inizio di massicce manovre militari congiunte con le truppe sudcoreane, per simulare ‘scenari di difesa comune’ e scongiurare ‘attacchi a sorpresa’ simili a quello contro la Cheonan. ‘Siamo qui per attestare alla Corea del Nord e al mondo la fermezza nella difesa della Corea del Sud’ sono state le parole del ministro della Difesa. Hillary da parte sua ha fatto conoscere la decisione della Casa Bianca di varare in tempi stretti ‘nuove sanzioni unilaterali’ contro la Corea del Nord al fine di impedirgli l’acquisto di qualsiasi tipo di armamenti capaci di rafforzare l’arsenale - non solo nucleare ma anche convenzionale - come anche di ‘beni di lusso per la leadership’. Fra l’altro le misure allo studio prevedono l’impossibilità per i diplomatici nordcoreani di ‘sfruttare i loro privilegi’ per trasportare sigarette e valuta contraffatta. ‘Anche se questo confine largo appena 5 km e lungo 50 può apparire una linea molto sottile - ha detto il Segretario di Stato - in realtà separa due mondi molto distanti, continueremo a tendere la mano al Nord ma fino a quando non cambierà direzione sosterremo la Repubblica di Corea con la determinazione di sempre’”. (red)

 

 

16. Romania, il mistero Ceausescu: riesumata la salma

Roma - “Chi giurava che non fossero mai morti: scappati a Cuba mentre due sosia venivano fucilati in differita tv. Chi contestava la versione (la tomba) ufficiale, sostenendo che le salme erano state incenerite altrove. Leggende, teorie cospirative, contro-verità impugnate dalla famiglia: per 21 anni i Nosferatu Ceausescu – scrive il CORRIERE DELLA SERA – non sono mai defunti del tutto. Ora forse possono riposare in pace. La tomba non era vuota come molti (compreso il figlio Valentin) sospettavano. Quando gli uomini in mascherine bianche hanno aperto le bare hanno trovato due corpi. E poi ci sono alcune prove, rivelate dal genero Mircea Oprean che ha assistito alla riesumazione. La cintura, per esempio: gli sembra di aver riconosciuto la cintura del suocero. E il cappello di pelliccia grigio: Nicolae Ceausescu ne portava uno simile quando fu catturato il 22 dicembre 1989, mentre cercava la fuga in elicottero con la moglie Elena. Le immagini del processo sommario (55 minuti) mandate in onda alla tv romena la sera di Natale mostravano il Conducator con l’aria spaurita e rimpicciolita dentro un pesante cappotto scuro. Poi gli scatti confusi dell’esecuzione, un montaggio brusco con i cadaveri stecchiti adagiati in due bare di legno scuro. Anche il cappotto gli è sembrato lo stesso. ‘Con diversi fori nella stoffa, come pure nei pantaloni’. Il segno dei proiettili? ‘Il corpo di mio suocero è ben riconoscibile’, ha ammesso Oprean alla fine. Mentre quello di Elena, che aspettò la morte gridando ai cecchini ‘non potete farlo sono vostra madre’, si è meno conservato. E le 30 pallottole che l’hanno uccisa? Si vedono i segni? Tace Valentin, che non era presente. Ma il cognato ammette: ‘È probabile che siano i miei suoceri’. E se lo dice lui, che ha sempre ripetuto che i corpi erano stati cremati di nascosto, forse vuol dire che la Romania ha risolto almeno uno dei misteri legati ai fatti del 1989. Fu rivoluzione o congiura di partito? Che ruolo ebbero i servizi stranieri? La verità su Nosferatu Ceausescu è più facile da raggiungere. Una cintura, un cappello, un cappotto bucherellato: ‘Anche se fino a quando non avremo i risultati dell’esame del Dna - ha detto il genero - non possiamo essere certi al 100 per cento’. E allora avanti con gli esami: ‘Ci vorranno mesi - dice alla Bbc Dan Dermengiu dell’Istituto di medicina legale — Spero che l’acqua, i fertilizzanti e le sostanze acide non abbiano alterato il Dna. Altrimenti sarà dura avere risposte’. I suoi anatomopatologi hanno lavorato di mattina presto al cimitero di Ghencea, periferia di Bucarest. Hanno aperto quella che secondo le autorità è la tomba dei Ceausescu, preso campioni di Dna e richiuso tutto due ore dopo. Quando si è sparsa la notizia, la polizia ha bloccato il cimitero. Solo un reporter dell’Ap è riuscito a sgattaiolare dentro, tenuto a distanza come i vecchietti che erano lì per i loro morti: ‘Non ho mai creduto alle storie sulla tomba vuota o sui sosia — ha detto l’80enne Ioan Mirichi - Ma è giusto che la famiglia sappia’. Famiglia decimata. Nicu morto di cirrosi nel ’96. La battaglia giudiziaria dei fratelli, Zoia e Valentin, dura da 5 anni. Lei è morta nel 2006. Il vedovo Mircea ha preso il testimone. Nel luglio 2008 un giudice dà il via libera alla riesumazione. Ora Nosferatu Ceausescu aspetta l’esame del Dna”. (red)

 

17. L’Italia perde la coppia: raddoppiano i divorzi

Roma - “Separazioni in crescita rampante e divorzi più che raddoppiati in 13 anni, nonostante ci si sposi sempre di meno e dunque si possa ipotizzare che chi lo ha fatto fosse spinto, quel giorno, da una forte convinzione. I dati che l’Istat ha diffuso ieri, raccolti presso le cancellerie dei 165 tribunali civili italiani, lasciano poche speranze ai fautori dell’istituzione matrimoniale. Nel 2008 – spiega LA STAMPA – le separazioni in Italia sono state 84.165 e i divorzi 54.351, con un incremento rispettivamente del 3,4 e del 7,3 nei confronti dell’anno precedente. E l’aumento sul lungo periodo è francamente stellare: nel 1995 si verificavano 158 separazioni e 80 divorzi ogni 1000 matrimoni; nel 2008 le separazioni su 1000 matrimoni sono state 286 e i divorzi 179: più 61 e più 101 per cento, rispettivamente. Quanto al fenomeno di cui si è fatto di recente un gran parlare, e cioè l’aumento dei divorzi fra le pantere grigie, i dati statistici confermano che qualcosa del genere in effetti si sta verificando. Se l’età media della separazione è di 45 anni per lui e di 41 per lei, e quella del divorzio rispettivamente di 46 e 43, aumentano i casi di separazione in cui almeno uno dei due coniugi è ultrasessantenne. Parallelamente, diminuiscono le volte in cui ci si dice addio sotto i trent’anni. O meglio: visto che ci si dice sì sempre più tardi, il caso non si pone neppure. Il fatto è che vanno in crisi sempre di più le unioni di lunga durata: le separazioni oltre i dieci anni di matrimonio sono più che raddoppiate dal 1995 a oggi, quelle oltre i 25 (le fatidiche nozze d’argento) addirittura quasi triplicate. In media, la durata di un matrimonio prima della separazione è di 15 anni, 18 prima del divorzio. Non tutte le separazioni sfociano in divorzio. Nel caso questo avvenga, lo si decide in un termine abbastanza breve: per il 71,2 per cento dei divorzi pronunciati nel 2008 l’intervallo di tempo passato dopo la separazione è stato pari o inferiore a cinque anni (ricordiamo che la legge vigente lo permette dopo almeno tre anni). Ma questo intervallo mostra una tendenza ad allungarsi, tanto che su 10 separazioni pronunciate nel 1998 quattro non sono arrivate al divorzio neppure nei 10 anni seguenti Interessante anche la ripartizione geografica dei fallimenti matrimoniali, con una netta prevalenza del Nord-Ovest, dove il dato è di 363,3 separazioni per 1000 matrimoni, ma con dei numeri davvero rilevanti sul Piemonte (da 245,8 a 391,2), sulla Liguria (da 270,5 a 427,5) e soprattutto sulla Val d’Aosta: da 324,7 a 503,1, il che vuol dire che, qui, si è superata la fatidica soglia del 50 per cento dei fallimenti sul totale dei matrimoni. Al Sud sono 186,3, ma anche qui l’incremento è costante. In Molise, per esempio, su 1000 matrimoni ne finivano 32 nel 1995 e ne finiscono 228,6 nel 2008; in Abruzzo, si è passati da 125,9 a 279,3. Il dato è più contenuto in altre regioni, ma il trend rimane incontrovertibile. Chi va in controtendenza, invece, sono i matrimoni fra coniugi di cittadinanza diversa. Se nel 2005 le separazioni pronunciate fra coppie miste erano 7536, contro le 4266 del 2000 (incremento del 76,7 per cento), si è poi registrata, infatti, una battuta d’arresto. Nel 2008, le 5996 separazioni non hanno ancora raggiunto il livello del 2005, sia in valore assoluto che in percentuale. Tra quelli che si separano, prevale la tipologia marito italiano-moglie straniera. Per quanto riguarda i fallimenti coniugali con prole, va registrato infine che nel 2008 il 70,8 per cento delle separazioni e il 62,4 per cento dei divorzi hanno riguardato unioni che avevano generato figli: per un totale di 102.165 nelle separazioni e 53.008 nei divorzi. Fino al 2005, si è ricorso in grande maggioranza all’affidamento dei minori alla madre, soprattutto al Sud. Dopo l’entrata in vigore della legge sull’affidamento condiviso, la tendenza si è modificata ed è stato questo l’istituto applicato nella maggior parte dei casi (78,8 per cento nel 2008)”. (red)

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