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Wow, a settembre tornerà Santoro

Pensa che ti ripensa, la Rai ha deciso: Santoro e la Dandini resteranno. Non si sa bene a quali condizioni – e con quali condizionamenti – ma nel prossimo palinsesto li ritroveremo. L’ultimo atto, per ora, è il siparietto finale del direttore generale Mauro Masi, che non potendo ribellarsi alle decisioni del CdA cerca di rifarsi puntualizzando che, alla fine, bisognerà comunque fare i conti con lui: «Se Santoro intende andare in onda dalla fine di settembre dovrà essere ora lui a trovare un accordo con me. Per quanto riguarda la Dandini, stiamo ragionando con lei e con Rai 3 su come realizzare insieme un programma più equilibrato e pluralista. Peraltro dal primo gennaio 2011 in seconda serata su Rai 3 andranno in onda anche i programmi per i 150 Anni dell’Unità d’Italia». Sic. 

Le dichiarazioni si commentano da sé, ma il vero problema non è Santoro, né la Dandini, né qualsiasi altro singolo conduttore o singolo programma. Il vero problema è la Rai nel suo complesso. La sua natura incerta che a seconda dei casi, e spesso in un simultaneo e stomachevole miscuglio dei diversi aspetti, oscilla fra due profili altrettanto deteriori e inaccettabili: il carrozzone di Stato, che permette di foraggiare chi si vuole indipendentemente dal suo effettivo valore, e lo strumento di manipolazione mediatica, asservito innanzitutto al governo in carica ma con degli spazi riservati, attraverso il famigerato meccanismo della lottizzazione, all’opposizione e ad altri partiti minori.

A partire da questi vizi congeniti, che negli anni si sono aggravati di pari passo al generale degrado della cultura e dell’etica, gli esiti sono sotto gli occhi di tutti. La maggior parte dei programmi è di infimo livello, confinando le poche cose interessanti negli orari di minor ascolto. Nel fuorviante presupposto dell’essere un’azienda, e di avere perciò l’obbligo di massimizzare i ricavi con gli introiti della pubblicità, la “spasmodica” ricerca dell’audience diventa l’alibi per giustificare qualsiasi bruttura. Poiché ciò che importa, almeno in teoria, è aggregare una massa rilevante di spettatori davanti ai teleschermi, ci si trincera dietro alle cifre dell’Auditel (altro marchingegno autoreferenziale sulla cui attendibilità ci sarebbe molto da eccepire) e si sorvola sulla qualità sia del prodotto che del pubblico. Quanto meno per i beni di largo consumo, in effetti, ai pubblicitari non interessa affatto che i potenziali acquirenti siano delle persone colte o dei semi analfabeti: i quattrini dei primi valgono tanto quanto quelli dei secondi, e se questi ultimi sono la maggioranza è molto meglio rivolgersi a loro. D’altronde, più la trasmissione fa leva sull’emotività, anziché sui concetti, e più la mente è predisposta ad accogliere i messaggi degli spot. I quali, come tutti sanno, o dovrebbero sapere, si basano a loro volta su sollecitazioni emotive, in parte evidenti e in parte occulte.

La prima mistificazione che andrebbe rimossa, dunque, è proprio la finalità “imprenditoriale” della Rai, recuperando invece la sua vocazione di servizio pubblico. La Rai non è e non deve sentirsi in concorrenza con le emittenti private sul piano degli ascolti. La Rai, al contrario, deve mirare proprio al contrario: a produrre, e a mettere a disposizione dei cittadini (dei cittadini, non degli spettatori), ciò che altrove non viene realizzato in quanto poco redditizio ai fini commerciali. La seconda mistificazione, invece, riguarda la fanfaluca del pluralismo, che nella sua versione peggiore si irrigidisce nelle assurdità, più che mai ipocrite, della par condicio preelettorale. L’obiettivo da perseguire non è che vi sia pluralismo all’interno del singolo programma, ma che l’insieme del palinsesto offra un ventaglio, quanto più possibile ampio e intelligente, delle diverse posizioni e dei diversi orientamenti. 

Esattamente al contrario di ciò che si sostiene di solito, il dibattito fra persone di opposte vedute non favorisce affatto la comprensione dei rispettivi punti di vista. L’unica cosa che favorisce – come dimostrano i talk show, in cui il cosiddetto dibattito degenera facilmente nel battibecco – è l’aumento della temperatura emotiva, che richiama innanzitutto gli sciocchi. Perché mai, se voglio sentire il parere di uno schieramento devo sorbirmi, seduta stante, anche quello dell’altro? E perché mai, soprattutto, ci deve essere questa presenza ossessiva dei politici, che spesso sono i meno indicati, sia per motivi di interesse che per la loro pochezza culturale, a discutere delle grandi questioni del nostro tempo? 

Chi ha voglia di sentire Maurizio Lupi, o Dario Franceschini, o chiunque altro della medesima pasta, se li vada a cercare nella fascia a loro dedicata. Agli altri, finalmente, si restituisca la possibilità di ascoltare le migliori intelligenze in circolazione. E se non seguono il pensiero unico, tanto meglio.  

Federico Zamboni

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Prima pagina 23 luglio 2010