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Giuseppe Prezzolini, la sua Voce e la sua vista lunga

Il giornale di cui state leggendo la versione web ha la sua ragion d’essere nella Ribellione così come la intende il suo direttore politico, Massimo Fini. Ma la prima parte della sua testata, come i nostri più affezionati lettori sanno, è un omaggio alla Voce di Giuseppe Prezzolini, la rivista che sferzava l’Italietta giolittiana della belle époque, del primo Novecento incubatore del fascismo e dell’antifascismo di cui proprio le pagine prezzoliniane ebbero il merito di sfornare i più bei nomi (Papini, Salvemini, Croce, Gentile, Ungaretti, Bergson, Sorel, lo stesso Mussolini). Ebbene, esattamente un secolo fa, per la precisione il 23 giugno 1910, il direttore Prezzolini firmò un articolo stupefacente dal titolo, di sapore leniniano, Che fare?.

Stupefacente perché a rileggerlo ora, dopo cento anni, sembra scritto ieri. «La democrazia presente», sosteneva a proposito del regime liberale che con Giolitti stava per aprirsi al suffragio universale maschile, «non contenta più gli animi degli onesti. Essa non rappresenta ormai che un abbassamento d’ogni limite, per far credere d’avere innalzato gli individui: mentre non si è fatto che l’interesse dei più avidi e prepotenti». La diagnosi è chiara allora come oggi: il sistema democratico rappresentativo si traduce nei fatti in un’oligarchia basata sulla corruzione economica e morale.

La democrazia reale, in altri termini, non funziona, non mantiene le sue promesse, non è quella che dichiara di essere. Questo perché, pensava Prezzolini, e noi con lui per quanto riguarda il nostro paese nell’anno XVI dell’era berlusconiana, «i partiti non esistono più, ma soltanto gruppetti e clientele», e «ogni partito è scisso (…) Tutto si frantuma. Le grandi forze cedono di fronte a uno spappolamento e disgregamento morale di tutti i centri d’unione». Ancora: «oggi uno è a destra, domani lo ritrovi a sinistra» e «questa vecchia scena della politica vien complicata dal fatto che, se indaghi, ci vedi del brutto sotto, ed è più grave perché nessuno ha più sensibilità per accorgersene e criterio per conoscerne il valore».

Il rimando alle note trame di palazzo che investono la nostra classe dirigente, in speciale modo quella alla corte di Silvio, è fin troppo facile. Meno scontato, in questo momento storico di totale lascivia etica e deresponsabilizzazione politica, sottolineare la mancanza, già a quei tempi, di criteri di valore che permettano perfino di riconoscere e sanzionare comportamenti indegni grazie al proprio senso morale, ancora prima che con l’inutile rito del voto elettorale.

La conclusione è cupa e disperata, in linea con l’altero e coerente conservatorismo di quel grande uomo di Destra – quella vera – che Prezzolini era: «Lo schifo è enorme. I migliori non han più fiducia. I giovani, se non sono arrivisti e senza spina dorsale, non entrano più nei partiti. Nelle università manca ogni moto e ogni fervore». Per rispondere alla domanda contenuta nel titolo, che fare?, il fondatore di tutti noi àpoti (o aspiranti tali) attribuiva all’elaborazione di idee, alla semina culturale, esattamente ciò che faceva il suo giornale allora e tentiamo di fare nel nostro piccolo noi adesso, il compito di arare il terreno per i cambiamenti di domani: «un partito non si fonda dalle colonne d’un giornale: lo si prepara soltanto». Realismo e volontà, come si vede. Non rassegnazione, semmai amarezza che tuttavia non cede allo sconforto e a mandare tutto in vacca. Siamo fermi lì.

Perciò sarebbe bene, Dio voglia, che sempre più larghe parti dell’opinione pubblica avessero il coraggio di ammettere che questa democrazia è finita, e che bisogna inventarsi dell’altro. Prima che arrivi qualcuno che costringa le persone libere a emigrare per amore della propria dignità. Come accadde a Prezzolini. 

 

Alessio Mannino

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