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Riti di massa, rischi di massa

Si può senz’altro pensare tutto il peggio riguardo alla Love Parade e a iniziative affini, dalle motivazioni di chi ci va alla musica che ci si ascolta, dalla vacuità della “cultura dello sballo” al cinismo di chi in un modo o nell’altro ci specula sopra. E un giudizio ancora più negativo, ovviamente, lo si può dare sulle gravissime carenze organizzative che hanno determinato, o contribuito a determinare, il disastro avvenuto sabato scorso a Duisburg, con 19 morti e centinaia di feriti. 

Tutto perfettamente legittimo, ma solo a una condizione. Solo a patto che non ci si scandalizzi dei rischi in quanto tali. Anzi: sarebbe giusto – ed essendo giusto sarebbe anche bello, nel senso della bellezza disadorna e virile che è insita nel guardare le cose in faccia e nell’essere pronti a pagarne il prezzo – che quei rischi venissero accettati consapevolmente da ciascuno dei partecipanti, considerandoli per quello che sono. Un’eventualità che per quanto terribile è comunque parte integrante, e ineliminabile, dell’esperienza che si è deciso di vivere. Dopo di che, essendone consci i diretti interessati, nessun altro avrebbe il diritto di stracciarsi le vesti come se ci si trovasse di fronte non solo a una tragedia, di cui è sacrosanto essere addolorati, ma addirittura a un’assurdità da contemplare attoniti e, appunto, scandalizzati. 

Diversamente da ciò che si ama credere, infatti, la chiave di volta di questo tipo di raduni non è affatto il divertimento, nell’accezione innocua e dopolavoristica del termine. La differenza non è soltanto di grado, come potrebbero far pensare gli aspetti “quantitativi” che vanno dal volume degli impianti di amplificazione alle interminabili maratone di ballo che si protraggono per giorni interi. La differenza è di qualità. Ed essendo di qualità, sul doppio binario delle aspettative sia consce che inconsce, è insormontabile. Non è che si va ai rave, o ad altri incontri di massa in cui la parola d’ordine è la sfrenatezza, solo per svagarsi un po’, alla stregua di una gitarella all’Acquapark o di uno spettacolino serale nel villaggio vacanze. La spinta (la pulsione) è più potente e più oscura. Potremmo definirla ancestrale. E quindi congenita. Quello che è certo è che essa è profondamente radicata negli esseri umani e tende a sopravvivere, quand’anche in forma latente, ai tentativi di cancellarla in nome del raziocinio. Come ha scritto Elias Canetti nel suo celeberrimo “Massa e potere”, «[in passato] chi assisteva a una predica credeva in buona fede di essere interessato alla predica, e si sarebbe stupito e forse anche indignato se qualcuno gli avesse spiegato che la sua soddisfazione proveniva più dal gran numero dei presenti che dalla predica stessa».

Già. Salvo rare eccezioni, l’individuo ha bisogno di forti legami di tipo comunitario e di una vita intensa e significativa, che dispieghi la propria verità anche nella sofferenza e nella fatica. Poiché la società contemporanea glieli nega, offrendogli in cambio il surrogato delle diverse comunità virtuali veicolate dai media e la falsa sicurezza del consumismo, se li va a cercare dove può. Vedi gli stadi, che continuano a essere la risposta sbagliata, o quanto meno approssimativa, a un desiderio di appartenenza che preso in se stesso è sicuramente condivisibile. Vedi il proliferare degli sport estremi (o delle loro versioni dozzinali tipo il bungee jumping) in cui le fiammate episodiche dell’adrenalina tentano di supplire alla mancanza di un fuoco interiore più stabile.

Manco a dirlo, invece, si riduce tutto a una questione meramente logistica. Bertolaso, che ormai non manca occasione per magnificare se stesso e la Protezione civile, puntualizza che «in Italia non sarebbe successo. Non sarebbe mai potuto accadere, anche grazie all’esperienza che abbiamo maturato nell’organizzazione dei Grandi Eventi: dalla Giornata Mondiale dei giovani del 2000 ai funerali di papa Giovanni Paolo II nel 2005». Come se i mansueti cristiani, siano essi ragazzotti o adulti d’ogni età, fossero paragonabili alla fiumana ribollente della Love Parade. Come se fosse possibile una versione light di qualsiasi cosa. Come se la soluzione a tutto fosse aggiungere qualche divieto e affidare alle autorità la supervisione di qualsiasi “grande evento". Come se nel 1969 il festival di Woodstock avesse potuto essere migliore, e più gradito a chi vi prese parte, affidandone la gestione a Disneyland. O a Hollywood. O magari all’FBI. 

 

Federico Zamboni

Secondo i quotidiani del 26/07/2010

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